Leonella De Santis.
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Alla scoperta di Roma sotterranea.
Luoghi, storie, segreti nascosti nella citt.
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2019. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Ci sono molti romani e anche molti turisti che non si accontentano di ammirare i monumenti di Roma pi importanti, che con la loro presenza maestosa sono i protagonisti indiscussi di qualunque itinerario. E che scelgono allora di addentrarsi nelle profondit cittadine: luoghi poco noti e affascinanti che alimentano la curiosit ma offrono anche risposte ad alcuni interrogativi su Roma: dove vivevano i romani? Dove pregavano i fedeli delle varie religioni? Come venivano seppelliti i morti? E come erano fatte le prigioni? Per scoprire la vera anima della citt bisogna scendere nel sottosuolo della Capitale, dove la Roma antica, quella medievale e quella moderna si incontrano e si ricompongono come in un affascinante puzzle. Questo libro propone dieci itinerari che, partendo da Piazza Venezia, accompagnano il lettore fino alle pendici dei Castelli Romani o sulle sponde di Ostia antica, per fargli scoprire gli emozionanti misteri e i segreti della Citt Eterna.
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- Le domus romane di Palazzo Valentini .
- I segreti delle Terme di Caracalla.
- Il rifugio antiaereo dell'Eur.
- La tomba di Paolo.
- I mitrei di Ostia Antica.
- La basilica di San Crisogono.
- L'ipogeo di Santa Passera.
- La tomba di Pietro.
- La Necropoli Vaticana sulla via Trionfale.
- Il colombario di Scribonio Menofilo.
- La catacomba di Priscilla.
- La catacomba di Sant'Agnese.
- L'ipogeo degli Aureli.
- La Basilica Neopitagorica.
- La catacomba di Marcellino e Pietro, ad duas lauros.
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L'AUTRICE.
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Leonella De Santis
giornalista,  laureata in Archeologia Cristiana, si occupa del patrimonio storico-culturale della citt di Roma. Ha partecipato a numerosi soggiorni di studio in Italia e all'estero e a campagne di rilievi epigrafici nelle catacombe romane.  relatrice in conferenze e incontri sull'archeologia ipogea. Fa parte del Centro Ricerche Speleo Archeologiche.  direttore della rivista Archeologia Sotterranea. Ha gi pubblicato con la Newton Compton I segreti di Roma sotterranea, Le Catacombe di Roma (con Giuseppe Biamonte), Le Osterie Romane (con Francesco Del Canuto) e Gli Alberi di Roma.
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Alla scoperta di Roma sotterranea.
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PREFAZIONE
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Andare per sotterranei  un'esperienza.
In realt, a Roma, gi lo facciamo. Viaggiamo con le metropolitane, camminiamo nei sottopassi, parcheggiamo nei garage sotto i palazzi.
Andare per sotterranei  un'altra cosa.
Infatti, la Roma antica che ci circonda  solo la punta dell'iceberg la cui parte pi profonda giace nel sottosuolo, in un abisso che in certe aree pu raggiungere i venti metri; che continua a sorprendere anche nel buio dei luoghi nascosti. Visitarli significa andare alla ricerca della parte pi intima della citt e, chiss, anche di noi stessi.
Andare per sotterranei vuol dire emozioni.
Come non essere affascinati davanti a monumenti come la Domus Aurea, incapsulata da secoli sotto Colle Oppio? Come non commuoversi di fronte alle opere uniche e misericordiose che pagani e cristiani hanno realizzato per i propri defunti? Mausolei marmorei, colombari dipinti, catacombe scavate come monumenti del sopratterra. Alcuni di questi luoghi sono diventati sotterranei nei secoli, altri lo erano gi in origine. Potranno suscitare stupore o sgomento, ma tutti sapranno trasmettere la meraviglia.
Dopo aver diviso la citt come una torta in dieci fette uguali, Alla scoperta di Roma sotterranea vi propone altrettanti itinerari che in senso orario, dal centro geografico romano, piazza Venezia, vi portano lungo percorsi sotterranei, virtualmente unitari, che arrivano fino ai Colli Albani o a Ostia Antica.
Prima di ogni itinerario ho inserito alcune note storiche sulle vie consolari e sulle altre strade che si percorreranno, per conoscere la loro particolarit e per sapere se ricalchino percorsi antichi o siano state aperte in epoca moderna.
Gli itinerari sono disomogenei tra di loro, sia per il numero sia per la tipologia dei siti da visitare.
Il primo ( anche il pi lungo, arriva fino al lago di Nemi)  caratterizzato soprattutto da edifici importanti civili e di svago (la Zecca, il Colosseo), ricche domus (e la domus per eccellenza), infrastrutture di servizio (Cloaca Massima); il secondo comprende la Via Appia antica, l'Ardeatina e la Via Latina, ed  soprattutto affollato di catacombe. Il terzo si distingue per la quantit di edifici templari;  piuttosto lungo, arriva a Ostia antica, ma prima s'incontra la tomba di San Paolo.  degno di nota il quinto itinerario, che comprende il Vaticano, anch'esso un luogo funerario pagano privilegiato dove fu sepolto l'apostolo Pietro e dove una necropoli attiva fu occultata da Costantino per la costruzione della basilica petrina. Molte catacombe si trovano anche lungo Via Salaria, il settimo itinerario. Gli altri sono variamente caratterizzati: insulae, ipogei, fontane, strutture pubbliche.
Tutti i siti descritti sono aperti al pubblico, acquistando il biglietto sul posto, visitandolo con associazioni private oppure prenotandosi presso il Contact center di Roma Capitale per le informazioni turistiche e culturali, chiamando lo 060608. Quest'ultimo si pu consultare anche su internet digitando il numero e il nome del monumento (es.: 060608 Monte del Grano) per avere tutte le indicazioni utili.
Nel corso degli itinerari ci sono altri siti sotterranei, tuttavia chiusi al pubblico. Quando si trovano durante il percorso, nelle Notizie storiche ho reso una loro succinta descrizione per sapere quali altri luoghi romani giocano a nascondino con i passanti. A piazza Venezia, ad esempio, ci sono i sotterranei della basilica di San Marco; a corso Vittorio c' una domus tardoantica; la maggior parte delle catacombe  chiusa al pubblico, ma quelle che si possono visitare sono le pi importanti e sono pi che sufficienti per capire com'erano organizzati questi cimiteri.
Ho fatto un'eccezione per la Cloaca Massima e per la Coenatio Rotunda. Il primo  un sito poco salubre, aperto solo agli studiosi, nel quale si accede da un tombino; il secondo si trova sul Palatino all'angolo con la via Sacra, ma  difficilmente comprensibile, perch la parte pi interessante dell'infrastruttura di servizio della sala da pranzo rotante di Nerone  incassata nella collina. Su internet si trovano immagini e filmati che mostrano l'eccezionale ritrovamento. Sono stati inseriti nel percorso regolare perch sono due monumenti importanti, di cui sarebbe stato riduttivo circoscrivere la descrizione a poche righe.
Alla scoperta di Roma sotterranea  la proposta di un'avventura alla ricerca della Roma di una volta, celata sotto i palazzi della citt contemporanea.
Gli itinerari indicati sono un suggerimento; ognuno  libero di organizzarsi secondo il proprio gradimento. Si potrebbe partire dal quartiere in cui si vive, del quale a volte non conosciamo tutti i segreti; oppure si potrebbe costruire un itinerario a tema facendo riferimento alla tabella a fondo testo, dove i vari siti sono stati raggruppati per tipologia e con l'indicazione del luogo/itinerario in cui si trovano.
A Roma, si sa, ogni tanto si aprono delle inaspettate voragini; in alcuni casi dovute alle acque sotterranee che hanno eroso il terreno, in altri al vuoto di un qualche monumento antico sottostante o di una cava di cui non si conosceva l'esistenza. Per questo motivo all'inizio ho inserito un capitolo dedicato alla geologia di Roma, che a noi lettori servir solo come curiosit aggiuntiva sulla nostra citt.
A questo punto non mi resta che augurarvi buona lettura e... buon viaggio!
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INTRODUZIONE
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Per molti anni parlare di Roma sotterranea ha significato fare riferimento quasi esclusivamente al mondo nascosto delle catacombe, e anche a ragion veduta se si pensa che in citt ce ne sono almeno una quarantina cristiane, alle quali si devono aggiungere le cinque ebraiche che conosciamo. Se provassimo a mettere in fila tutte le gallerie cimiteriali di Roma  difficile immaginare quanto lungo sarebbe il percorso, anche se alcuni ipotizzano almeno 100 o 150 chilometri.
La Roma sotterranea di Antonio Bosio (1575-1629), singolare figura di ricercatore, primo studioso ad avviare una ricerca sistematica dei cimiteri sotterranei romani, fu pubblicata postuma nel 1632. Nella sua indagine egli rintracci e identific gli ingressi di circa trenta catacombe, riscoprendo anche alcuni monumenti gi visti un secolo prima e tornati nell'oblio, come la catacomba dei Santi Marcellino e Pietro sulla via Labicana visitata dall'umanista Pomponio Leto e dai suoi amici dell'Accademia Romana, e ritrov sulle due Salarie (Vecchia e Nuova) due basilichette ipogee, la catacomba di San Saturnino, con la basilica e lo scalone, e la catacomba di Sant'Ermete.

La Roma sotterranea, e che Roma sotterranea!, era ampiamente visitata gi alla fine del Quattrocento da artisti come Ghirlandaio, Pinturicchio, Perugino e Filippino Lippi, che lavoravano in Vaticano, e nel Cinquecento da Raffaello e dalla sua bottega. Questi personaggi si calavano nelle grotte della Domus Aurea, ignorando la sua origine, per andare a studiare le pitture dell'antichit. Si dice che fossero state ritrovate casualmente da un giovane alla fine del quindicesimo secolo il quale, risalendo il Colle Oppio, era precipitato in una voragine, ritrovandosi in una grotta affrescata da cui, poi, trassero origine le celebri grottesche, pitture decorative rinascimentali che proponevano un vasto repertorio di immagini fantastiche e mitiche, ispirate alle decorazioni della casa imperiale.
Oggi non  pi cos: Roma sotterranea  ovunque. Giace pi in basso della quota zero come un inquilino del piano di sotto e si espande per tutta la citt come un fiume carsico, emergendo ogni tanto in superficie, quando crolli o lavori edilizi o indagini ad hoc fanno riaffiorare le memorie antiche.
Roma sotterranea  un'altra citt,  una citt inversa, con la quale entriamo occasionalmente in contatto; che molti ipotizzano di poter ricucire, almeno in alcune zone, cercando di mettere insieme progetto urbano e ricerca archeologica, che altri fantasticano di poter percorrere come un continuum senza cesure o soluzione di continuit. Quest'ultima idea  un'utopia, mentre potrebbe essere una realt il progetto che alcuni architetti propongono, cio quello di reinventare un uso pubblico delle zone archeologiche, suggerendo un attraversamento urbano alla quota della citt antica e organizzando il centro abitato di oggi in modo che il suolo archeologico sia uno dei suoi tanti livelli.
Tuttavia, parlare di Roma sotterranea al singolare pu essere impreciso; sarebbe pi esatto usare il plurale, perch le immagini del sottosuolo che Roma ci propone sono effettivamente molte: c' la Roma preistorica e quella dei re, la Roma degli imperatori e quella medievale, la rinascimentale e la moderna. C' anche una Roma prima di Roma, che  descritta dalla geologia: un territorio sommerso pi volte dal mare e costruito dalle eruzioni vulcaniche, dove abitano animali preistorici e uomini neandertaliani. E c' una Roma contemporanea sotterranea: la metropolitana, i parcheggi, i sottopassi.
Secondo i criteri elaborati da chi si occupa di speleologia, nella Roma del sottosuolo si possono contare opere idrauliche e insediamenti civili, sepolture e opere di culto, strutture militari, cave estrattive, vie di passaggio e altre opere non classificate per usi civili, come i musei, le autorimesse, i ritrovi sotterranei (la mitica cantina buia degli anni Sessanta!), e altre cavit difficilmente catalogabili in una specifica classe. Nel sottosuolo di Roma ci sono anche piccoli laghi naturali, come quelli del Celio e dell'ex ospedale Forlanini, dove trovarono rifugio molti cittadini durante le incursioni aeree della seconda guerra mondiale; a corso Vittorio un ampio bacino di acqua di falda sommerge una tomba romana.
Se poi volessimo fare un'ulteriore distinzione si deve tenere presente che molte situazioni nascono gi sotterranee - le cave, i mitrei, le catacombe -, mentre altre diventano tali per intervento dell'uomo, e la Domus Aurea ne  l'icona.
Molti siti si trasformano in ipogei gi dall'antichit: i Romani preferiscono costruire al di sopra usando gli edifici precedenti come sostruzioni, senza abbatterli. Anche in tempi pi recenti molte nobili famiglie utilizzarono diversi ruderi romani come fondazioni di nuovi edifici, basti pensare alla rocca degli Orsini costruita nel 1527 sul Teatro Marcello. Infine, molti siti finiscono sottoterra per cause accidentali o naturali: incendi, terremoti, crolli, alluvioni.
Roma sotterranea  il pi grande museo sommerso e segreto del mondo ed  un cantiere aperto, una scoperta continua, anche se non tutte le aree sotterranee archeologiche della citt sono visitabili. Spesso i siti non sono aperti perch non  sempre facile attrezzare un percorso di visita adatto al pubblico. Non tutte le aree presentano caratteristiche monumentali tali da essere apprezzabili; alcuni siti sono stati scavati, studiati, documentati e poi rinterrati; molti fanno parte di indagini finalizzate ad ulteriori approfondimenti. E tanti sono nascosti nelle cantine delle abitazioni, nei garage, negli esercizi commerciali.
Scrivere un libro che parli del sottosuolo dell'Urbe pu essere frustrante in quanto non potr che essere incompleto e niente affatto esaustivo.  verosimile che nello stesso momento in cui il volume andr in stampa si stiano facendo nuove scoperte, e questo sar il premio per chi ha scritto. Eventuali nuovi sotterranei andranno ad arricchire la conoscenza della citt, segneranno l'alba di nuovi giorni per illuminare il passato romano, rischiarando progressivamente, come la luce del sole che sorge, le zone d'ombra.

Roma, quand'era un mare...

Oltre due milioni di anni fa, il sito della futura Roma  sommerso dal mare...
Era un paesaggio acquatico, poco profondo, che arrivava con la sua linea di costa fino a Palombara, Moricone e Fara Sabina, ai piedi degli attuali monti Sabatini e della catena dei Lucretili, monte Gennaro e monte Pellecchia. Dal mare emergevano alcune piccole isole: il monte Soratte (Sant'Oreste) e i monti Cornicolani (Guidonia).
Lo speleo-geologo che volesse fare una ricognizione nell'abisso di questo mare, e si tuffasse fino al suo fondale, si troverebbe immerso in uno spesso strato di limo e di sabbie ricche di fossili formatisi in quell'ambiente marino. Risalendo lentamente in superficie, incontrerebbe uno spessore di materiale sedimentario alluvionale costituito da sabbie fluviali, da ciottoli e fango, che si deposit in uno dei tanti canali incisi dalle acque. E ancora pi su, attraverserebbe almeno venti metri di materiale antropico fino a sbucare, finalmente a riveder le stelle, nel centro di Roma.
Se poi si spostasse dalle parti di Monte Mario, in fondo a quel mare troverebbe una profonda stratificazione di fini sedimenti denominati argille azzurre, di cui ancora oggi non si conosce lo spessore e, risalendo verso l'Osservatorio astronomico, entrerebbe in contatto con una falda di arenarie e sabbie di duna dovuta al progressivo arretramento del mare, attraverserebbe le falde piroclastiche del distretto vulcanico Sabatino a nord di Roma e poi i depositi fluvio-lacustri che vi si poggiarono sopra.
I gasteropodi pleistocenici di Monte Mario della collezione Cerulli-Irelli,
conservati nel Museo di Paleontologia dell'universit La Sapienza di Roma.
L'area che comprende i rilievi di Monte Mario, del Gianicolo e del Vaticano, infatti, faceva parte di quel basso fondale marino della fine del Pliocene (circa due milioni di anni fa) che si sollev per faglia fino all'altezza che oggi vediamo. Nei sedimenti di Monte Mario, 139 metri s.l.m., si trova la maggior parte dei fossili marini romani. Tra 1907 e il 1916 Serafino Cerulli Irelli li ha descritti contando almeno ottocento specie di molluschi bivalvi e gasteropodi. In diversi punti del Gianicolo invece si possono vedere affioramenti di sabbie, in particolare nei pressi di San Pietro in Montorio, nell'area dell'Orto Botanico e lungo via della Lungara presso l'ospedale Santo Spirito.
Ben diversa sarebbe l'esplorazione del nostro speleo-geologo se si spostasse dalle parti del Campidoglio. L sotto, nella parte pi profonda, troverebbe sabbie e depositi lacustri derivanti dagli ammassi alluvionali del Tevere in una valle antica, sopra i quali vedrebbe diversi livelli di tufo arrivati fin qui con le esplosioni del sistema vulcanico dei Colli Albani (da 600 e 300 milioni di anni fa) e infine, verso la superficie, una stratificazione di depositi fluviali e lacustri.
L'immersione immaginaria ci fornisce un'idea sulla discontinuit morfologica del territorio romano che ogni 100.000 anni  stato ciclicamente sommerso dal mare con un'escursione di oltre 100 metri, e pu suggerirci la differenza fondamentale che esiste tra la dorsale sulla riva destra del Tevere, cio il Gianicolo, il Vaticano e Monte Mario, e i rilievi storici alla sua sinistra: i Sette Colli.
L'antico sistema collinare occidentale
Il sistema collinare occidentale ha una storia evolutiva diversa e pi antica rispetto a quella dei colli storici, poich  formato fondamentalmente da rocce sedimentarie sabbiose-argillose del mare pliocenico. I tre colli sono morfologicamente omogenei; si allungano per circa dieci chilometri con un orientamento approssimativo nord-sud e hanno pareti che sono fortemente scoscese. La struttura del suolo di queste alture le espone tuttavia a rischi legati all'instabilit del terreno che tende a slittare e a franare, ai quali, purtroppo, non  estraneo l'intervento dell'uomo. Questi aspetti critici si possono riscontrare negli alberi sulle pendici del Gianicolo nel versante affacciato su Trastevere nel parco di Villa Sciarra, i quali tendono a crescere inclinati verso valle. Anche il fianco orientale della collina di Monteverde  esposto a fenomeni franosi che nel tempo hanno interessato anche le Mura Gianicolensi, pi volte restaurate.
Le magie piroclastiche dei Colli Albani
La situazione dei Sette Colli  completamente diversa; essi sono costituiti da tufi vulcanici e hanno una struttura geologica pi stabile. Inoltre occorre tenere presente che, in origine, i rilievi costituivano un'unica grande formazione naturale; era un vasto tavolato plasmato dall'attivit vulcanica del distretto dei Colli Albani (600.000 - 300.000, fino a 200.000 anni fa). I sette i colli sono morfologicamente uniformi e sono collegati senza soluzione di continuit alla vasta pianura che si estende nella zona orientale della citt.
Il loro destino fu segnato dall'attivit erosiva dei corsi d'acqua che, durante i millenni, ruscellando verso valle dalla sommit, scavarono dei profondi canyon che sagomarono la piattaforma tufacea dando origine ai nostri sette colli sui quali, poi, sorse Roma. Riuscire a identificare il percorso di questi affluenti di sinistra del Tevere oggi  un'impresa piuttosto ardua sia per l'intensa urbanizzazione che nasconde la morfologia dei colli, sia perch molte di queste valli fluviali sono state colmate per effetto della natura e per l'attivit antropica.
Tuttavia, un occhio attento all'andamento di alcune strade romane ci aiuta a ricostruire i tragitti di queste antiche arterie d'acqua. Via del Tritone, ad esempio, era una valle fluviale che l'attivit dell'uomo ha progressivamente riempito e tutte le strade che confluiscono verso la Fontana di Trevi erano torrenti che si gettavano nel Tevere. Nell'antichit, piazza Sallustio era il punto culminante della vallata dove si univano Quirinale e Pincio; da qui venivano gi diversi tributari, perci si pu immaginare che via Vittorio Veneto o via Barberini siano stati l'alveo di questi fiumi. In fondo alla valle scorreva quella che poi fu l'Aqua Sallustiana. Via Nazionale doveva essere un fiume che, girando per via dei Serpenti, andava a ricongiungersi con gli altri ruscelli che scendevano dal Viminale verso la valle del Foro Romano. Uno dei solchi d'acqua pi profondi  stata la Via Labicana, dove scorreva, e ancora sotto la strada scorre, il Fosso Labicano che attraversa la vallata del Colosseo proseguendo a sinistra per via di San Gregorio. E ancora: via delle Terme di Caracalla ricalca il Fosso della Valle Murcia, via Marmorata segue in parte il Fosso della Caffarella, via di Donna Olimpia era invece il Fosso dei Tiradiavoli e via Gregorio settimo il Fosso del Gelsomino.
Tra il 2005 e il 2006, durante gli scavi al Foro di Cesare,  emerso il tracciato di uno dei paleo-alvei del centro storico. La sua scia, ancora oggi ben visibile, individua un torrente che scendeva dal Campidoglio e si dirigeva verso la Suburra.
L'aspro paesaggio disegnato dall'attivit eruttiva e dalle stratificazioni fluvio-lacustri si pu apprezzare facendo una passeggiata ai piedi del Campidoglio e osservando la Rupe Tarpea, su via della Consolazione. Al di sotto del livello stradale si trovano sabbia e limi depositati dal Tevere nella sua antica valle, sopra i quali si sovrappone un'unit di tufo pisolitico di colore grigio, una cenere finissima consolidata che appartiene alla prima attivit del distretto dei Colli Albani. Qui si pu notare una linea inclinata verso il fiume che testimonia lo sviluppo di una vallata che fu in seguito ricoperta con tufo lionato, definito cos per il suo colore fulvo, a seguito di una successiva e violenta esplosione del vulcano. L'ultima stratificazione, di colore grigio,  costituita invece da depositi fluviali.
Il placido e biondo Tevere
Tra i rilievi a occidente e i colli del versante orientale della citt scorre il Tevere, un fiume antico che scivola per oltre quattrocento chilometri parallelamente alla dorsale appenninica dalla Toscana, attraverso l'Umbria e il Lazio fino al mare di Roma, con un percorso tortuoso che si  continuamente adeguato alle diverse trasformazioni del territorio.
Quando il vasto mare, che arrivava fino ai monti Sabatini per un sollevamento del territorio, arretr verso ovest (due milioni di anni fa-seicento milioni di anni fa), il Paleotevere scorreva parallelo alla linea di costa secondo un andamento nord-sud, con un alveo impiantato all'altezza dell'odierna Cinecitt e uno sbocco a mare tra Anzio e Lavinio. L'attivit vulcanica dei Colli Sabatini, che furono i primi a entrare in attivit, e dei Colli Albani, sbarr la strada al fiume eliminando tutta la rete degli affluenti, perci il fiume si apr una strada verso il mare lungo la dorsale dell'attuale Gianicolo-Monte Mario (600.000-80.000 anni fa) e progressivamente and spostandosi fino ad assumere il percorso odierno con la foce pi a nord. Il suo antico alveo  nascosto sotto la spessa coltre di materiale vulcanico. La campagna romana inizi ad assumere l'aspetto attuale durante l'ultima glaciazione (80.000-20/10.000 anni fa); il forte abbassamento del mare costrinse il Tevere e i suoi affluenti a scavare profondi solchi per ristabilire il proprio profilo di equilibrio. In seguito, quando il livello del mare si rialz stabilizzandosi fino a raggiungere il livello attuale (ultimi 10.000 anni) il fiume e i suoi affluenti iniziarono la loro attivit di deposito dei materiali riempiendo progressivamente con ghiaie, sabbie, limi, argille e torbe le vallate che si erano formate. Nei pressi della basilica di San Paolo fuori le Mura  stata documentata una sedimentazione profonda ottanta metri mentre al centro, presso piazza Colonna,  di almeno sessanta.
Milioni di anni fa, perci, il paesaggio romano era completamente diverso e anche la fauna che viveva in quest'area era piuttosto particolare. Il Tevere era il fiume degli ippopotami, come lo definirono i geologi del Novecento, che popolavano il territorio romano e laziale insieme con elefanti, rinoceronti, cervi, cavalli e altre specie animali che oggi non si trovano pi a questa latitudine. L'area romana  ricca di fossili di mammiferi di grossa taglia e di molti altri organismi vissuti nel passato, tutti inglobati nelle rocce sedimentarie. In Campidoglio, durante gli scavi del Monumento a Vittorio Emanuele secondo  stato ritrovato lo scheletro di un Elephas antiquus, mentre nella formazione fluvio-lacustre al di sopra del tufo litoide sotto il Palazzo dei Conservatori sono stati riscontrati diversi fossili d'acqua dolce, come la bella Bythinia tentaculata o il classico Sphaerium corneum; nelle sabbie del Pincio si sono trovati resti di Cervus e di Rhinoceros e conchiglie di Helix, di Cyclostoma; sono emerse inoltre impronte di piante come il Populus alba, la Betula alnus e ramoscelli di Tamarix gallica. Altre impronte di foglie di Quercus, Laurus, Hedera e altre piante si sono rinvenute nel tufo granulare di via Nazionale all'angolo con via della Consulta.
Nel settore collinare a ovest, invece, le diverse tipologie di fossili sono immerse nelle argille del Pliocene e comprendono cetacei, pesci, insetti, cefalopodi, eteropidi, gasteropodi, conchiferi, brachiopodi, pteropodi, cirripedi, anellidi, echinodermi, zoofiti, rizopodi. Nelle sabbie gialle e in quelle con ghiaia sono evidenti fossili di valve di ostriche e di pettinidi.
L'uomo abitava questa regione e cacciava i grandi animali del passato. Tra il 1929 e il 1935 a Saccopastore, nella bassa valle dell'Aniene, una zona allora periferica ma oggi ormai nella citt a due passi dalle Mura Aureliane sulla Via Nomentana, furono scoperti due crani neandertaliani, una donna e un uomo, e sono stati raccolti un certo numero di manufatti litici. In questa stessa area sono emersi anche resti botanici che testimoniano la presenza di un boschetto popolato di querce e carpino. Nello stesso periodo si ritrovarono altri manufatti litici al Monte delle Gioie nei pressi della stazione Tiburtina e alla Sedia del Diavolo, poco distante. Questi fossili sono datati tra 300.000 e 100.000 anni fa.
Su questa pietra...
Il territorio di Roma, come si  detto,  morfologicamente disomogeneo e influisce sulle condizioni di stabilit della citt. Noi, ignari passanti, non siamo capaci di immaginare la sua stratificazione, ma i monumenti e i palazzi che ci circondano raccontano molte storie del sottosuolo romano. Il Colosseo e le Colonne Traiana e di Marco Aurelio, ad esempio, sono testimoni importanti.
Le analisi geotecniche realizzate nel sottosuolo dell'Anfiteatro Flavio, per comprendere i motivi dei crolli che nei secoli hanno interessato soltanto la parte sud del monumento, hanno evidenziato una forte asimmetria tra i terreni della parte meridionale e della settentrionale. Mentre questa, infatti, poggia su un terreno solido costituito da materiale vulcanico, l'altra insiste su un deposito alluvionale che avrebbe subto maggiore scuotimento in occasione di eventi sismici, causando perci il crollo di questa parte del Colosseo.
Lo stesso tipo di spiegazione si potrebbe applicare al diverso grado di conservazione della Colonna Traiana, nel relativo foro e di quella di Marco Aurelio, a piazza Colonna. La prima, alta 40 metri, con un fusto formato da diciannove blocchi di marmo scolpito con gli episodi principali della spedizione dell'imperatore Traiano (98-117) contro i Daci, in sostanza  giunta a noi intatta; la seconda, alta 42 metri ed eretta per celebrare le vittorie di Marco Aurelio (161-180) sui Marcomanni e i Sarmati  invece abbastanza compromessa; soprattutto si  notato che due rocchi in marmo lunense presentano una dislocazione fino a dieci centimetri.
Anche in questo caso si  visto che mentre la Colonna Traiana poggia su tufi vulcanici che sovrastano i depositi di argille e arenarie, quella di Marco Aurelio  stata innalzata su materiali alluvionali di circa sessanta metri che hanno colmato un'antica valle del Tevere. Anche in questo caso, perci, la diversa natura del terreno che si trova sotto i due monumenti avrebbe reagito in maniera diversa in occasione di un terremoto.
Diversi palazzi romani, soprattutto quelli costruiti negli anni Cinquanta del 1900 in zone periferiche, hanno problemi di staticit derivanti dal sottosuolo. Ci accade soprattutto quando si  edificato massivamente sopra terreni ricchi di livelli di torba, con un sottosuolo ancora intriso d'acqua, che il peso degli stabili tende a compattare, e che inoltre  pi soggetto a risentire negativamente delle frequenti scosse telluriche che si avvertono a Roma.

1. DA PIAZZA VENEZIA AI CASTELLI ROMANI.

NOTIZIE STORICHE

Piazza Venezia, via dei Fori Imperiali, Colle Oppio, Celio, via di San Giovanni in Laterano, via Tuscolana, via Anagnina, via Appia Nuova.

Piazza Venezia  il centro geografico di Roma e senza dubbio la piazza pi frequentata dai cittadini e dai turisti, poich  una sorta di nodo di scambio tra la Roma archeologica e la Roma dello shopping.
Da qui si diramano cinque strade: via del Corso, allineata con il monumento a Vittorio Emanuele secondo, diretta a nord verso via Flaminia. Fino alla fine dell'Ottocento a piazza San Marco, come allora si chiamava, terminava la corsa dei cavalli berberi che partiva da piazza del Popolo e percorreva la via Lata, oggi via del Corso. Si svolgeva durante il Carnevale romano che conobbe i momenti di maggiore splendore sotto papa Paolo secondo (1464-1471), che aveva spostato la sede pontificia a Palazzo Venezia.
A destra e a sinistra del Vittoriano partono via dei Fori imperiali e via del Teatro Marcello, mentre negli altri due angoli della piazza ci sono: l'asse via C. Battisti-via Nazionale e l'asse via del Plebiscito-corso Vittorio.
La piazza fu progettata da Giuseppe Sacconi, l'architetto dell'Altare della Patria, che la sovrasta con la sua mole imponente e che ha condizionato gli spazi preesistenti. Per la costruzione del monumento fu necessario demolire diversi edifici sul colle Campidoglio, come il convento di Santa Maria in Aracoeli con i suo tre chiostri e l'annessa Torre di Paolo terzo (1534-1549), una villa fortificata usata come residenza estiva dal papa.
Per il grande piazzale odierno fu sacrificato Palazzo Torlonia, sembra uno dei pi belli che si affacciassero sulla piazza, mentre il Palazzetto Venezia, che faceva parte del complesso di Palazzo Venezia, fu semplicemente smontato e ricostruito altrove perch la sua presenza, all'angolo sud-est del palazzo spezzava la spazialit e occludeva la vista verso nord. Fu ricostruito nell'angolo sud-ovest dello stesso palazzo (nella piazzetta San Marco accanto alla chiesa omonima), perdendo per la sua originalit.
In queste demolizioni si persero anche le abitazioni degli artisti che avevano soggiornato in quest'area: la casa di Michelangelo Buonarroti, quella di Giulio Romano e la bottega di Pietro da Cortona.
Da queste parti doveva trovarsi il vicus Pallacinae, una strada o un quartiere di cui parlano le fonti, ma del quale storicamente ancora ben poco si sa.  certo, tuttavia, che sotto la chiesa di San Marco  stato ritrovato un percorso viario, lungo il quale sono emerse delle tombe terragne.
La basilica, quasi invisibile integrata com' nel Palazzo Venezia, ha tuttavia la sua facciata quattrocentesca di marmo bianco che emerge dalla muratura bruna del palazzo. Tre cancellate monumentali chiudono il portico, pavimentato in marmo, sotto il quale giace l'abside di una chiesa, la primitiva. L'ingresso all'aula di culto di oggi  graduato da una breve rampa che introduce nell'edificio, il cui pavimento  pi basso di almeno un metro e mezzo rispetto al livello stradale. Da una delle due navate laterali, procedendo verso l'abside, si pu scendere nella cripta sotterranea che ruota a deambulatorio avvolgendo l'altare superiore e si pu risalire per un'altra rampetta di scale nella navata opposta.
Soltanto questa circostanza monumentale pu dare oggi una vaga idea delle precedenti strutture sotterranee, assolutamente chiuse al pubblico.
Che cosa nasconde la chiesa di San Marco nel suo profondo?
Si tratta della basilica di papa Marco (336), penultimo pontefice dell'epoca costantiniana che fece edificare a Roma due chiese: la prima entro le mura juxta Pallavicinis, la seconda lungo la via Ardeatina dove volle essere sepolto. Quest'ultima, ignota fino al 1991, venne alla luce quando, in una bella giornata di settembre, il capriccio dell'erba medica - cresciuta in modo insolito per via di murature sotterranee - disegn l'arco di un'abside ecclesiastica all'interno del comprensorio delle catacombe di San Callisto.
Papa Marco rest sul soglio pontificio soltanto otto mesi circa, dal 18 gennaio al 7 ottobre del 336 d.C., troppo pochi, forse, per costruire due basiliche; per questo motivo gli studiosi ritengono che quella intramoenia sarebbe stata realizzata sfruttando le murature laterali di un edificio preesistente. La chiesa fu restaurata nell'ottavo secolo da papa Adriano i (772-795), che presumibilmente la monumentalizz. Nel nono secolo, tuttavia, l'edificio doveva essere piuttosto malmesso ed evidentemente bisognoso d'importanti restauri se papa Gregorio quarto (827-844), gi prete della chiesa di San Marco, decise di ricostruirla ex  novo, consegnandocela essenzialmente come oggi la vediamo. Successive migliorie e modifiche furono fatte nei secoli quindicesimo, diciassettesimo e diciottesimo.
Nella basilica sono conservate le reliquie di papa Marco e di due martiri romani dal nome esotico, Abdon e Sennen, uccisi sotto l'imperatore Decio (249-251), che erano stati sepolti nelle catacombe di Ponziano, sulla via Portuense.
Via dei Fori imperiali  l'asse viario che collega con un percorso rettilineo l'Altare della Patria con il Colosseo; non raggiunge il chilometro (900 m) ed  largo trenta metri. Il nome, che ricorda i fori della Roma antica sui quali transita senza piet, gli fu dato dopo la seconda guerra mondiale andando a sostituire la denominazione di epoca fascista: via dell'Impero. In principio si chiamava via dei Monti perch si passava da qui per raggiungere i Castelli Romani.
Via dell'Impero fu inaugurata il 28 ottobre del 1932; doveva essere pronta per il decennale della Marcia su Roma cos venne realizzata in soli sedici mesi impiegando 1500 operai che lavorarono in condizioni difficili e pericolose. Furono portati via trecentomila metri cubi di terra, tufo e detriti. Alla fine si produssero per difetto, centomila frammenti archeologici che furono raccolti in centinaia di casse sparse in vari depositi del Comune di Roma, primo fra tutti l'Antiquarium comunale sul Celio, abbandonato nel 1939 e ormai del tutto fatiscente. I lavori furono documentati da un gruppo di fotografi professionisti, che ci hanno lasciato 7700 immagini raccolte in ottantaquattro album custoditi presso il Museo di Roma.
La realizzazione di quest'opera port alla distruzione di abitazioni, chiese, monasteri e del Campo Vaccino, uno spazio verde usato per il pascolo, che dal Medioevo si erano andati installando tra le antichit romane. Fu demolito un intero quartiere rinascimentale, sorto come trasformazione di tutta la zona per intervento del cardinale Michele Bonelli, che si chiam Alessandrino in suo onore, essendo egli nato a Bosco Marengo, nei pressi di Alessandria. Settecentoquarantasei famiglie furono trasferite nelle case popolari dei quartieri periferici di Roma.
Infine, e bench il piano regolatore del 1931 non lo prevedesse, fu incisa profondamente la Collina Velia per consentire alla via dell'Impero di passare in trincea davanti alla basilica di Massenzio e al tempio di Venere e Roma, distruggendo quanto restava di quel basso massiccio che metteva in comunicazione il Palatino e il Colle Oppio. L'altura era gi stata abbondantemente spianata da Nerone per ampliare le sue propriet e da Adriano quando decise di realizzare il tempio pi grande e originale di Roma antica.
All'altezza del Colosseo, l'asse viario girava a destra e lungo il suo percorso, di fronte all'Arco di Costantino, incontrava la Meta Sudans, una fontana monumentale del periodo flavio, forse dell'impero di Tito (79-81), che fu rasa al suolo. Il monumento aveva la forma tronco-conica tipica delle metae dei circhi, come si pu apprezzare anche in alcune foto d'epoca.
Nel 2002, alcuni lavori archeologici, avviati per ricucire un'importante situazione storica e per ricomporre l'unit Colosseo-Foro Romano-Campidoglio, hanno svelato un ritrovamento significativo.
A sei metri di profondit, sotto la fontana dei Flavi, c' n' un'altra simile, bench pi piccola, voluta da Augusto.
La Meta augustea occupa un'area di circa dodici metri per sei;  mossa da due esedre collocate al centro dei lati lunghi. Era stata realizzata con marmo lunense, bianco a grana fine, il nostro marmo di Carrara; al centro era collocato un cilindro di tufo rosso con un diametro di circa tre metri e mezzo che si innalzava per sei metri ed era sormontato da un cono. La fontana era decorata con un fregio floreale ed era alimentata attraverso dei bocchettoni a protome animale. La scoperta ha confermato l'ipotesi degli studiosi che vedevano nella Meta Sudans una monumentalizzazione di epoca flavia di un manufatto pi antico.
Gli altri ritrovamenti della zona, tuttavia, consentono di dare una lettura della fontana che va ben al di l del puro e semplice monumento decorativo cittadino. I reperti si datano gi dall'et protostorica e attestano l'esistenza di un asse viario almeno dal settimo secolo a.C.
La Meta Sudans, infatti, si trova proprio nel punto di confluenza di quattro o cinque vertici delle quattordici regioni della citt costituite da Augusto nel 7 a.C. e vicina a un antichissimo santuario restaurato gi alla met del sesto secolo a.C.; con le sue continue trasformazioni, rest in uso fino all'incendio neroniano del 64 d.C.
Si  ipotizzato di identificare quest'antico tempio con le Curiae Veteres la cui istituzione  attribuita a Romolo il quale qui, alle pendici del Palatino, edific un santuario dedicato alle funzioni religiose delle curie, che rappresentano la prima forma di organizzazione territoriale e culturale. Inoltre, questa particolare posizione corrisponderebbe al terzo vertice del pomerio attribuito al fondatore.
Nei pressi del santuario si trovava la casa di Augusto, trasformata da Livia in sacrarium. In questa stessa situazione logistica fu realizzata un'edicola nella quale furono esposte le statue della dinastia Giulio-Claudia: quella di Augusto nel 12 a.C. e di Tiberio nel 7 a.C. e in seguito anche quelle di Claudio, Nerone e Agrippina.
Ci troviamo perci in un punto chiave dell'organizzazione della citt e in un sito sacro, scelto da Augusto, nuovo Romolo, come punto cruciale della sua Capitale. E dai Flavi che, destrutturando le costruzioni neroniane e ricostruendo la Meta Sudans sulle tracce di quella augustea, vollero idealmente ricollegarsi al primo imperatore, poich amavano considerarsi gli eredi diretti della famiglia Giulio-Claudia.
Il Colle Oppio, con il Fagutale e il Cispio, appartiene al monte Esquilino che  il colle pi alto e ampio dei sette sui quali sorse Roma; si trova nella parte meridionale dell'altura e nell'antichit era la terza regione augustea, la RegioterzoIsis et Serapis, dal tempio omonimo sulla via Labicana di cui resta un moncone a piazza Iside (tra via Labicana e via Merulana). Oggi il colle appartiene al quartiere Monti.
Collocato al centro della Roma antica, ospita moltissime emergenze archeologiche, prima fra tutte la Domus Aurea e, di conseguenza, le Terme di Traiano e la Cisterna delle Sette Sale e prima ancora, le Terme di Tito. Qui c'era anche il portico di Livia fatto costruire da Augusto e completato nel 7 d.C., del quale sono stati ritrovati alcuni resti negli scavi del 1984; sembra fosse ancora in uso nel quinto secolo, mentre in seguito fu utilizzato per le sepolture. Anche l'Anfiteatro Flavio appartiene al Colle Oppio e la Meta Sudans che rappresentava il confine della terza regio augustea con la quarta. Ancora sull'Oppio c'erano i Castra Misenatium, la caserma dei marinai della flotta di Capo Miseno, i quali si occupavano del velario del Colosseo, e il Ludus Magnus.
L'impianto sportivo si trova ai piedi del Colle Oppio tra via Labicana e via di San Giovanni in Laterano a circa tre metri sotto il livello stradale; fu opera dell'imperatore Domiziano (81-96 d.C.), che lo costru sopra case di epoca repubblicana e augustea distrutte dall'incendio neroniano, ancora raggiungibili tramite delle botole.
 uno scorcio di Roma antica ed  strettamente connesso al vicino Colosseo, al quale era collegato tramite un tunnel sotterraneo scoperto nel 1939, attraverso il quale i gladiatori accedevano direttamente nell'arena. Il Ludus Magnus, come suggerisce il nome, era la palestra pi grande delle quattro della zona dove i lottatori vivevano e si addestravano; le altre, pi piccole erano il Ludus Matutinus e il Ludus Gallicus al Celio, mentre il Ludus Dacicus doveva trovarsi nei pressi della facciata della Domus Aurea.
Il Ludus Magnus era un edificio quadrato costruito in laterizio rivestito di marmo (poi spoliato), articolato in tre o quattro piani. La parte visibile dell'impianto sportivo  la zona nord; appartiene a una ristrutturazione attribuita all'imperatore Traiano (98-117) che rialz il piano di calpestio di almeno un metro e mezzo. Probabilmente il resto della palestra si trova ancora interrato sotto i palazzi.
Chi erano i gladiatori? Di norma erano prigionieri di guerra, oppure schiavi o criminali condannati a morte. Potevano farvi parte anche giovani benestanti ma decaduti, attratti dalla ricchezza e dalla possibilit di diventare famosi. Molti di loro suscitavano l'interesse di facoltose matrone romane, come drammaticamente ha attestato un ritrovamento nella caserma dei gladiatori di Pompei. Tra le vittime accertate  stata trovata una donna riccamente ingioiellata, forse un'innamorata che andava a visitare il suo campione sportivo.
Il Celio, uno dei sette colli su cui fu fondata Roma,  ricco di testimonianze archeologiche sotterranee ma, la maggior parte di esse sono chiuse al pubblico, tranne la casa romana sotto la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, al clivo di Scauro, regolarmente aperta dopo i restauri degli ultimi anni.
In via di Santo Stefano Rotondo, sotto l'omonima basilica circolare paleocristiana, si trova parte dei Castra Peregrinorum, al cui interno s'install un tempio mitraico. Alla fine dell'Ottocento si riteneva che queste caserme si trovassero nei pressi di Santa Maria in Domnica, la chiesa della Navicella, altri ricercatori dell'epoca pensavano che fossero ubicate tra l'acquedotto neroniano, Santo Stefano Rotondo e la Navicella. Questo corpo militare era costituito da soldati non di origine romana che esercitavano diversi servizi di gendarmeria. C'era inoltre una divisione associata addetta agli approvvigionamenti, i frumentarii, che furono trasformati in un dipartimento speciale di polizia segreta con compiti anche di spionaggio.
La chiesa e il convento di Santo Stefano Rotondo in un'incisione ottocentesca di Jean Flix Gauchard.
Il tempio mitraico s'install in una delle due camerate del cosiddetto edificio B dei castra e fu ampliato alla fine del terzo secolo con l'abbattimento del muro divisorio della camerata vicina per raddoppiare la sua dimensione. Oggi si trova sotto il pavimento della chiesa celato da pesanti grate. Il mitreo continu a essere utilizzato anche dopo che i Castra Peregrinorum furono abbandonati, ma le condizioni di ritrovamento hanno fatto supporre che fu devastato e lasciato improvvisamente. Il rilievo di marmo dell'altare  stato ritrovato a terra in pezzi, fracassato intenzionalmente, insieme con una precedente decorazione a stucco di cui sono stati trovati diversi frammenti, compresa la testa di Mitra in gesso dorato. Furono gettate a terra anche le statue marmoree del dio e tutto il materiale mobile. Il pavimento, tuttavia, non presentava tracce di lungo abbandono e per questo si ritiene che, subito dopo la devastazione, l'aula fu rasata e colmata con materiale di riporto per la costruzione della chiesa.
Il ritrovamento di questa struttura di culto dedicata al dio Mitra  particolarmente importante, essendo la prima installazione mitraica ritrovata per certo all'interno di una caserma;  noto che il culto di Mitra, per le sue caratteristiche esoteriche e per le prove eroiche cui erano sottoposti gli adepti, fosse appannaggio soprattutto del personale militare.
Altri percorsi archeologici al Celio, purtroppo chiusi al pubblico, si trovano nei sotterranei e nei cortili del complesso ospedaliero San Giovanni-Addolorata. Qui, c' il corridoio di una domus dell'antica Roma lungo circa dieci metri, largo quattro, alto originariamente pi di tre.  pavimentato con un sobrio mosaico in bianco e nero, in netto contrasto con le pareti dipinte con fasce di colori sgargianti come il rosso e il vinaccio; un tempo si affacciava con delle finestre su un viridarium con muretti decorati a trompe l'oeil, con un motivo a graticcio e tralci vegetali, su fondo nero.
Sotto l'ospedale di San Giovanni, tra il 1959 e il 1964, sono emerse le murature di un edificio con varie fasi costruttive comprese tra il i e il quarto secolo d.C., dove si vorrebbe riconoscere la casa della madre di Marco Aurelio (161-180), Domizia Lucilla, e dove presumibilmente l'imperatore visse da adolescente.
All'angolo tra via dell'Amba Aradam e via dei Laterani, si trova una domus romana di fine terzo-inizi quarto secolo d.C. di cui fanno parte due diverse abitazioni patrizie di primo secolo (et giulio-claudia), con restauri di secondo.
La domus, ritrovata nel 1959, fu identificata con quella di Fausta seconda moglie dell'imperatore Costantino (306-337), figlia di Massimiano (286-305, augusto con Diocleziano) e sorella dell'imperatore Massenzio (306-312), anche se il riconoscimento rimane ancora incerto.
Il palazzo dell'imperatrice incorpor due ville del primo secolo che gli studiosi hanno proposto di identificare con quelle di Plauzio Laterano e di Calpurnio Pisone, entrambi coinvolti nel 65 d.C. nella congiura aristocratica contro Nerone.
Vale la pena ricordare la tragica vita della donna la quale, dopo aver perso il padre, fatto uccidere forse da Costantino, e il fratello, morto in battaglia, fu coinvolta in un tragico noir familiare dai contorni poco chiari: un sospetto adulterio consumato con Crispo, primo figlio del marito. Le fonti storiche tramandano diverse versioni della situazione, che comunque port alla pena capitale sia Crispo sia la stessa Fausta, e per entrambi fu decretata la damnatio memoriae. Dall'unione di Fausta e Costantino nacquero due figlie femmine (Costantina ed Elena) e tre maschi, ai quali fu destinato l'Impero romano, diviso in tre parti: Costantino secondo (Gallia, Spagna e Britannia), Costanzo secondo (province dell'Asia e Egitto) e Costante i (Italia, Illirico e province africane).
Via di San Giovanni in Laterano, nel rione Monti,  il lungo viale che dal Colosseo porta a piazza di San Giovanni in Laterano. Quasi all'inizio del suo percorso incontra, sulla sinistra, la basilica di San Clemente, l'importante luogo di culto che per tre piani sotterranei racconta una storia romana che mette insieme pagani e cristiani, e nasconde un mitreo e una zecca imperiale.
Fino al quattordicesimo secolo lo stradone di San Giovanni era un tortuoso percorso medievale disabitato che inizi a popolarsi grazie a papa Urbano sesto (1378-1389), che concesse diversi privilegi non solo economici e fiscali, ma anche di natura giuridica e penale.
Era il tratto finale della via Papalis, il tragitto che i pontefici, una volta eletti in Vaticano, percorrevano partendo dalla basilica di San Pietro, attraverso il centro della citt, fino alla basilica di San Giovanni in Laterano per prendere possesso del vescovado di Roma.
La strada fu ampliata e pavimentata da papa Sisto quinto (1585-1590), che in realt progettava un tragitto pi lungo, con la realizzazione di un nuovo ponte che arrivasse alla basilica di San Pietro per sostituire la medievale via Papalis, ma infine fu realizzato solo il tratto che oggi abbiamo. Da allora la via Santa, Maestra, Papale o Maggiore, come veniva anche chiamata, si arricch di chiese, palazzi eleganti e ville prestigiose.
Dal 2007, sull'esempio di altre capitali europee, la strada  stata ufficialmente riconosciuta come la gay Street di Roma.
Da piazza Sulmona, nei pressi di San Giovanni, parte la via Tuscolana, una strada medievale che collegava Roma con Tusculum, antica citt laziale sui Colli Albani, da cui deriva il suo nome. La citt aveva origini molto antiche; ai giorni nostri corrisponde alle cittadine di Frascati e Grottaferrata. Ancora oggi la strada moderna attraversa Frascati e arriva alla Contrada Macera di Artena. La strada camminava quasi parallela alla via Appia, che arrivava ad Ariccia e Albano, quindi pi a sud.
Nel 1932, quasi all'inizio del percorso, in via Pescara, furono scoperti due ipogei, noti anche come colombari di via Taranto. Le tombe fortunatamente non furono danneggiate, invece furono isolate e sistemate in modo da poter accedere all'interno, ma non sono aperte al pubblico.
Lungo il suo percorso urbano, via Tuscolana incontra l'Acquedotto Felice, fatto realizzare da Sisto quinto (nato Felice Peretti) tra il 1585 e il 1587, che la sovrasta con un arco in localit Porta Furba. L'acquedotto termina il suo percorso nella Mostra d'acqua del Mos, di Domenico Fontana a piazza di San Bernardo; la condotta riutilizzava le sorgenti dell'Aqua Alexandrina ed era finalizzata all'approvvigionamento idrico del Viminale e del Quirinale e della residenza papale che si estendeva sui due colli.
A Porta Furba il pontefice fece costruire anche una fontana al servizio dei cittadini e dei viaggiatori, che si pu apprezzare nelle illustrazioni della Roma sparita. La fontana bella com'era chiamata,  detta anche la fontana di Clemente tredicesimo (1730-1740), che la fece restaurare e monumentalizzare.
Oggi, il tratto pertinente al comune di Roma della via Anagnina parte dalla via Tuscolana, all'altezza dell'uscita 22 del Grande Raccordo Anulare, e arriva a Grottaferrata. La sua denominazione deriva dal fatto che nell'antichit raggiungeva Anagnia, capitale degli Ernici ovvero Anagni, in seguito citt dei papi perch vi nacquero quattro pontefici (Innocenzo terzo, Alessandro quarto, Gregorio nono e Bonifacio ottavo); fu a lungo anche residenza e sede papale. Anagni  ricordata dalle cronache anche per lo schiaffo di Anagni, legato alle vicende di papa Bonifacio ottavo (1294-1303).
La via  una strada romana che ricalca in parte il percorso della via Latina, che attraversava gli Ernici e la valle del Sacco (o Latina) e serviva un territorio vasto e antropizzato ricco di ville e aziende agricole. Non  perci strano che frequentemente, durante lavori di archeologia preventiva, siano ritrovate nuove testimonianze dell'antichit.
Come la strepitosa scoperta fatta l'8 febbraio del 2011 in una ricca dimora di campagna - il cui impianto si fa risalire alla prima et imperiale - che ha rivelato solo in parte il suo segreto. Che cosa  successo?
Agli archeologi stupefatti,  apparsa Giulia Domna, moglie dell'imperatore Settimio Severo, nella sua incantata bellezza: la scriminatura centrale divide in due la chioma che incornicia l'ovale del volto e si raccoglie dietro, in una crocchia intrecciata. La bocca  morbida e socchiusa, lo sguardo rivolto verso l'alto emana un soffio vitale. E insieme con lei  emersa la famiglia della dinastia dei Severi (193-235): Caracalla o Geta, forse Alessandro Severo. Poi la statua a grandezza naturale (in parte mutila) di una divinit, probabilmente Zeus giovane e apollineo, raffigurato nudo, e un'erma arcaizzante di dimensioni maggiori del vero.
Il volto femminile, insieme con gli altri cinque pezzi marmorei di grande valore, era stato nascosto - cos si presume - all'interno di una vasca rotonda dentro la lussuosa villa del suburbio romano prima che questa fosse abbandonata, spoliata dei marmi e dei mosaici.
Chi decise di seppellire sottoterra questo tesoro marmoreo?
Tra una scultura e l'altra c'era una sorta di cuscinetto di materiale tufaceo che fa appunto ipotizzare che qualcuno le abbia deposte amorevolmente nel fondo della vasca, per occultarle alla vista ed evitare che fossero depredate. Poich i ritratti sono stati annoverati alla dinastia dei Severi, si pensa che l'ultimo proprietario della villa possa essere stato un funzionario legato alla famiglia imperiale, un personaggio di alto rango, anche se non  ancora chiaro se queste statue facessero parte del corredo del complesso edilizio.
Viene da pensare alle insegne imperiali di Massenzio ritrovate fortunosamente nel 2005 alle pendici nord-orientali del Palatino; anche in questo caso gli archeologi hanno immaginato che qualcuno le abbia nascoste in tutta fretta, forse a causa di un evento eccezionale, che potrebbe essere stato la battaglia di Ponte Milvio.
L'importante ritrovamento del 2011 si affianca ad altri precedenti che confermano un contesto archeologico della via molto interessante. Da queste parti si sono rintracciate altre sculture di pregio, come la testa maschile in stile ellenistico realizzata in terracotta, datato alla fine del primo secolo, e un bassorilievo di marmo, recuperato nelle murature, raffigurante un Galata morente secondo l'iconografia nota dei rilievi pergameni.
Lungo la via Anagnina, al decimo chilometro, si pu visitare la piccola catacomba ad Decimum.
Nel 1574 papa Gregorio tredicesimo  (1572-1585) fece aprire la via Appia nuova utilizzando via Asinaria (o Asinara), che fece spostare e allargare; il tracciato attuale ricalca le sue prime tre miglia.
Porta San Giovanni in un'incisione di Giuseppe Vasi.
La strada partiva appunto dalla Porta Asinaria, che si apriva lungo le Mura Aureliane all'altezza della rinascimentale Porta San Giovanni; inizialmente fu realizzata come porta di terz'ordine, ma ben presto ci si accorse che il tratto di mura tra Porta Metronia e Porta Maggiore era insicuro, cos si decise per una sua monumentalizzazione costruendo due possenti torri cilindriche alte 20 metri, rivestite di travertino e, ancora apprezzabili perch ben conservate.
Fino a tutto l'Ottocento, la via Appia in generale fu la strada dell'Agro romano per eccellenza e luogo privilegiato dei visitatori del Grand Tour e dei pittori, che la resero famosa illustrandola con i loro paesaggi dove si vedono acquedotti, pecore al pascolo, rare costruzioni, casali e torri.
L'Appia nuova ha un percorso diverso rispetto alla via Appia Antica. Primo fra tutti il fatto che quest'ultima non attraversa un fondovalle come fa la nuova, ma transita in alto nella campagna romana, grazie all'utilizzo che gli antichi ingegneri fecero del tavoliere liscio formatosi dalla solidificazione del magma vulcanico che, circa 300.000 anni fa, flu lentamente fino alla tomba di Cecilia Metella. Il fiume lavico riemp una piccola valle con uno spessore di circa sei-dieci metri e una lunghezza di circa dieci chilometri, da Frattocchie a Capo di Bove. E proprio tra il nono e il dodicesimo miglio, all'altezza dell'antica Bovillae, appunto attuale Frattocchie, la nuova strada si sovrappone all'Appia Antica.

ITINERARIO

L'Altare della Patria.

Se si riuscisse a radiografare una sezione verticale del Vittoriano, il monumento a Vittorio Emanuele ii, a piazza Venezia, ci si troverebbe davanti a un'immagine visionaria piranesiana: tunnel, archi rampanti, muraglioni, piloni, grotte e ponticelli; tre livelli sotterranei sovrapposti che scendono fino a trenta metri sottoterra.
 una fotografia dantesca del sotterraneo di questo monumento tanto discusso, la cui edificazione cambi completamente l'assetto urbanistico di piazza Venezia. La sua presenza, infatti, ha comportato la dislocazione del Palazzetto Venezia e della chiesa secentesca di Santa Rita, lo smantellamento di un intero quartiere e del convento dell'Aracoeli; tuttavia ha consentito di scoprire l'insula romana del secondo secolo d.C. scavata all'interno della collina, visibile e visitabile, anche se un po' nascosta com' dalla mole del Vittoriano stesso, ai piedi del Campidoglio.
Quando nel 1885 iniziarono i lavori per gettare le fondazioni, le sorprese furono tante fin dal principio: quella collina, che si riteneva formata da solido tufo vulcanico, si rivel invece di natura completamente diversa: marne, argille, sabbie, ghiaie e livelli acquiferi, formazioni fluvio-lacustri poco stabili; e poi grotte, molte, scavate dagli antichi per estrarre materiale da costruzione. Le cronache dell'epoca raccontano che durante un sondaggio perforante una barramina si perse nel sottosuolo, in un imprecisabile sprofondo.
Questa incredibile e inattesa circostanza costrinse a rivedere pi di una volta il progetto del monumento e sugger al suo architetto, Giuseppe Sacconi (1854-1905), l'idea di costruire una citt sotterranea a sostegno dell'algida mole, ideando appunto un sistema di piloni e archi che avrebbe consentito di lasciare in situ eventuali scoperte archeologiche.
Le sorprese sotterranee portarono al rinvenimento dello scheletro di un elefante antico (Elephas antiquus) del Pliocene, catturato dopo la sua morte dalle rocce sedimentarie in tempo utile per poterlo ritrovare fossilizzato. Questi organismi, infatti, non sono facili da trovare se non sono rapidamente ricoperti dalle sabbie o dal fango o da altro sedimento, prima che intervengano fattori naturali a decomporli. Secondo le cronache del tempo, l'animale giaceva adagiato in modo da presentare la faccia dorsale del proprio corpo rivolto in alto e il ventre in gi con la testa diretta verso piazza Venezia e la coda al Foro Romano.
Tuttavia, ancora pi importante, nel sottosuolo del mausoleo dedicato al regnante, Padre della Patria, giacciono le testimonianze degli antichi re di Roma: le mura della citt arcaica e le testimonianze dell'Arce.
Durante la seconda guerra mondiale molte di queste gallerie sotterranee furono riutilizzate come rifugio e ancora conservano le tracce: i posti di soccorso, le vie d'uscita, le latrine e il pozzo, quadri, fili elettrici e lampadine d'epoca, l'indicazione di acqua potabile.
Una targa ricorda la prima visita di Umberto i (1844-1900), il 4 giugno del 1890, al cantiere del monumento-mausoleo. C' anche un graffito moderno lasciato da un tale che qui trov ricovero l'8 marzo del 1944, il quale scriveva a matita il suo nome e indirizzo: Paolo Enrico, via Labicana 92.
La scoperta di un elefante antico nel cuore della collina del Vittoriano pu sembrare bizzarra, eppure millenni prima che i Romani fondassero la citt, gli elefanti avevano gi scelto Roma per viverci e, incredibile a dirsi, il territorio romano  uno dei siti pi ricchi di testimonianze preistoriche, quelle pi antiche, che rendono veramente unica la Capitale. C' solo un'altra citt europea che, a tale proposito, gareggia con Roma, ed  Madrid, anzi addirittura le due capitali si potrebbero gemellare perch entrambe hanno una caratteristica in comune: quella di essere state fondate, davvero, sulla terra degli elefanti.
Un'altra testimonianza di questi mammiferi emerse negli anni Trenta nei pressi del Colosseo. L, mentre si lavorava per allestire la via dell'Impero, nel maggio del 1932, sotto profondi strati di terra, dalla notte dei tempi sbucarono un cranio e una lunga zanna di Elephas antiquus, una creatura imponente con i due caratteristici denti, ma di forma allungata quasi fino a terra, che con ippopotami, cervi e rinoceronti, aveva abitato la campagna romana durante il Pleistocene. C' stato un periodo in cui la situazione ambientale laziale era caratterizzata da folta vegetazione, ampie pianure, stagni, cascate e corsi d'acqua con un clima temperato-caldo, che evidentemente garantiva agli esseri viventi, compreso l'uomo, un luogo adatto per vivere, un paradiso terrestre dove abitare.
A leggere l'inventario che elenca i tanti siti romani dove sono stati trovati fossili di elefante antico, un'immagine fantasiosa della mente li vede pascolare tra via dei Fori Imperiali e la basilica di Massenzio, nei pressi della chiesa dei Santi Luca e Martina, tra i ruderi della Domus Aurea oppure passeggiare tranquillamente lungo via del Corso verso piazza del Popolo o risalire per via del Tritone diretti a via Veneto e a Porta Pia, mentre da un colle all'altro di Roma echeggiano i loro barriti: dall'Esquilino all'Aventino, dal Gianicolo a Monte Verde. Ovunque Roma  testimone della loro presenza: all'eur come ai Parioli, ai Prati Fiscali come al Vaticano, a Tor di Quinto come a Villa Panfili.
Di elefanti a Roma si ha notizia gi dalle fonti storiche pi antiche. Svetonio (70-126), nella sua Vita dei Cesari racconta che Augusto amava arredare le sue abitazioni con colonnati e boschetti, piuttosto che con statue o quadri, e soprattutto con antichi e curiosi oggetti, resti giganteschi di animali o belve enormi chiamate ossa dei giganti o armi degli eroi. Erano reperti rari che vennero collezionati anche nel quattordicesimo e nel quindicesimo secolo.
Nell'Ottocento, a Roma, all'Aventino, al Pincio e a Monteverde furono fatte diverse scoperte, anche se la maggior parte di esse avvenne con i grandi interventi di urbanizzazione posteriori al 1870 e negli anni Trenta del Novecento. Molti di questi giacimenti, soprattutto nella zona est della citt, non ci sono pi, spazzati via dalle abitazioni; siti che stavano in piazza Addis Abeba, a Ponte Salario, a piazza Sempione.  diversa, invece, la situazione nella zona ovest, dove diverse aree sono rimaste pi integre e dove, dagli anni Settanta del Novecento, sono state fatte scoperte di rilievo. Ritrovamenti pi recenti hanno restituito anche resti di mammuth.
Queste curiosit si possono vedere in un paio di siti oggi musealizzati: il deposito pleistocenico di Rebibbia Casal de' Pazzi in via Ciciliano, tra via Tiburtina e via Nomentana e la Polledrara di Cecanibbio, a circa venti chilometri da Roma, tra Aurelia e Boccea.
Le domus romane di Palazzo Valentini
I lavori di ristrutturazione avviati nel 2005 negli scantinati di Palazzo Valentini, in via Quattro Novembre, gi occupati dai depositi e dagli archivi dell'ex Provincia di Roma, portarono alla scoperta di due estese e ricche domus romane appartenute a personalit di alto rango, presumibilmente senatorio, databili tra il secondo e il quarto secolo d.C. Dal 2015, il palazzo ospita gli uffici della Citt metropolitana di Roma Capitale e della Prefettura.
Gli spazi romani sottostanti sono vere e proprie meraviglie, soprattutto dopo gli importanti ed eccellenti lavori di scavo archeologico e di ricostruzione virtuale degli ambienti, che rendono il sotterraneo uno dei pi spettacolari della Capitale.
La metamorfosi si  andata rivelando giorno per giorno e ha dipinto un quadro archeologico che si  arricchito di scoperte sempre pi sorprendenti. Questi ritrovamenti consentono di illuminare una situazione romana a ridosso del Foro di Traiano, nella quale s'individua un vasto quartiere abitativo composto di insulae e di domus arredate con sontuosi apparati decorativi.
Anche sotto il Palazzo delle Assicurazioni Generali, infatti, si trovano strutture abitative che hanno restituito delle fistulae di piombo per la conduzione dell'acqua, con delle iscrizioni che hanno consentito di collegare tali organismi a nomi di illustri rappresentanti della classe senatoria della Roma tardoantica, come Flavius Asterius.
Per vedere che cosa si nasconde sotto Palazzo Valentini, coperchio lussuoso di ricchi edifici antichi, bisogna scendere per una scala che si trova nel cortile del palazzo.
L sotto, camminando al buio, sospesi su passerelle sopraelevate e pavimenti in cristallo - baratri sbalorditivi spalancati sulle rovine romane sapientemente illuminate da luci provenienti dal basso - la fantastica ricostruzione virtuale proiettata sulle pareti immerge lo spettatore direttamente nella vita vissuta di chi abit tra quelle mura.
Il cortile di palazzo Valentini in un'incisione di inizio Ottocento.
Il progetto di scavo ha interessato vari ambienti connessi a diverse fasi costruttive del palazzo, uno riguardante il nucleo tardo-cinquecentesco del cardinale Bonelli, l'altro pertinente i lavori di completamento dell'edificio eseguiti nel 1865, entrambi sul lato di via di Sant'Eufemia, dove appunto si trovano le due antiche abitazioni.
Palazzo Valentini fu fatto costruire dal cardinale Michele Bonelli, nipote di papa Pio quinto (1566-1572), alla fine del Cinquecento. Nel 1827, dopo diverse vicende, l'edificio fu acquistato dal banchiere Vincenzo Valentini, console generale della maest prussiana. Nel 1865, il figlio Gioacchino commission altri lavori per la realizzazione di due distinti corpi di fabbrica che completarono il lato lungo via di Sant'Eufemia.
Nei sotterranei le strutture murarie sono conservate fino a circa due metri di altezza e fanno riferimento a due ambienti abitativi di pregio: la cosiddetta domus dei marmi e la domus dei mosaici. Sono ville costruite in opera laterizia e listata con pareti interne rivestite a intonaco dipinto, oppure tappezzate con una decorazione marmorea in opus sectile utilizzata anche per i pavimenti.
Affacciandosi da una passerella sui resti archeologici sottostanti si pu avere un assaggio della prima domus; si tratta di un piccolo ambiente, tagliato da una parete obliqua, che il computer immagina come lo splendido studio del padrone di casa, dalle pareti di marmo policromo; al di l del muro in un ambiente esterno, emergono virtualmente i basoli di una strada o forse di un cortile che univa, o forse divideva, le due domus che si toccano diagonalmente.
Il primo ricco edificio doveva essere molto esteso e articolato su pi livelli, come dimostrerebbero i resti di una scala piuttosto importante, di cui s'individuano almeno due rampe con pianerottolo, pavimentata anch'essa interamente in opus sectile, che portava a un piano superiore, ormai perduto, e a un piano inferiore, impossibile da indagare per via di un crollo. In quest'ambiente si vedono anche due statue-ritratto di togati, eseguite con maestria, rinvenute nello scavo, che furono riutilizzate come materiale da costruzione: una  inglobata nelle mura cinquecentesche, l'altra  acefala e mancante di una parte del busto.
La domus dei mosaici, probabilmente successiva alla precedente, forse databile all'inizio dell'era costantiniana, deduce il suo nome proprio da un pavimento mosaicato di notevole interesse stilistico (terzo e quarto secolo d.C.). Il tappeto musivo ha una decorazione geometrica composta da girali alternati in due dimensioni al cui interno vi sono varie forme, mai ripetitive;  realizzato con tessere in marmo di vari colori e selce bianca. Il bel pavimento, purtroppo abbastanza lacunoso,  contenuto all'interno di una cornice anch'essa in mosaico con un motivo di piccoli cerchi neri intrecciati su fondo bianco. Nella parete divisoria si vedono resti di una soglia, e altri ambienti con pavimenti musivi in bianco e nero, che riconsegnano tutti insieme una situazione topografica e stratigrafica tipica di uno spazio esterno, probabilmente di accesso alla domus. Qui il virtuale e il virtuosismo raggiungono il massimo perch portano improvvisamente lo spettatore, emozionandolo, in un ambiente porticato romano durante un languido giorno di pioggia.
Nel 1980, sul lato di via dei Fornari, nell'angolo in cui Palazzo Valentini confina con il vicino Palazzo delle Assicurazioni Generali, furono ritrovati i resti di un piccolo complesso termale a carattere privato, risalente al terzo secolo d.C., che oggi sono stati messi in relazione con la domus dei marmi.

L'ambiente sotto Palazzo Valentini  un ampio salone quadrato con un pavimento in cristallo. Le testimonianze delle terme si trovano tutte sotto i piedi del visitatore, che pu osservare dall'alto la forma ellittica della vasca del frigidarium e lo spazio di un portico con intonaco dipinto e pavimento in opus sectile, del quale resta il crollo causato da un incendio; vediamo ancora i resti carbonizzati delle travi di legno lasciati in situ esattamente come sono stati trovati. In questo spazio sotterraneo sono ben visibili anche le colonne portanti del palazzo rinascimentale soprastante.
Il percorso alla scoperta dei sotterranei comprende anche il bunker costruito negli anni Quaranta per gli impiegati dell'ente un po' come si fece anche per il rifugio antiaereo del Palazzo dell'eur. Ora  un tunnel delle meraviglie;  un percorso museale di collegamento tra le ricche ville e i Fori imperiali. Il corridoio, infatti, conduce dritto dritto proprio ai piedi della Colonna di Traiano e nel Foro dell'imperatore. E nei sotterranei affacciati sulla Colonna Traiana sono visibili i resti monumentali di un grande edificio che  stato messo in relazione con il Tempio di Traiano e Plotina, dove all'incirca l'aveva gi ipotizzato Rodolfo Lanciani nell'Ottocento.
Pi precisamente l'archeologo ipotizzava che questo monumento maestoso chiudesse a nord il Foro dell'optimus princeps. L'aveva fatto costruire l'imperatore Adriano tra il 125 e il 138 dedicandolo ai suoi genitori adottivi entrambi divinizzati - Parentibus Svis - appunto Traiano e Plotina, ed era colossale. Enormi erano le sue colonne in granito grigio, con un fusto del diametro di circa due metri, scoperte a pi riprese sotto Palazzo Valentini. Una di esse  visibile ai piedi della Colonna Traiana insieme con uno dei capitelli che avevano la stessa dimensione radiale. Rodolfo Lanciani ricorda che J.J. Winckelmann descrisse il recupero di una delle colonne nel 1765, mentre altre cinque vennero lasciate dov'erano state rinvenute.
Oggi un gruppo di autorevoli studiosi - Andrea Carandini, Fabio Cavallero e Paolo Carafa - ritiene di aver individuato precisamente il luogo dove si ergeva questo monumentale edificio: a nord-ovest della Colonna Traiana. Quindi, alle sue spalle leggermente spostato verso il Vittoriano, all'altezza di piazza Madonna di Loreto, ma con una parte sotto Palazzo Valentini.
Proprio qui nel 2011, nella zona sud dei sotterranei, correntemente definita delle ex Carceri, sono state viste delle strutture possenti (delle volte) in asse con il Foro. Questi ambienti voltati hanno riportato alla mente la sostruzione sulla quale si appoggia il Tempio di Antonino e Faustina al Foro Romano, eretto nel 141 e dedicato all'imperatrice morta e divinizzata in quell'anno. Questo edificio fu innalzato su un podio al quale si accede da una scalinata (moderna, ricostruita in mattoni). Secondo gli archeologi questo tempio prese a modello proprio quello di Traiano, del quale oggi si individuano soltanto le immense volte, ipotizzate come il basamento del monumentale edificio. E gigantesche colonne a terra. Saranno comunque necessari altri studi; per ora si parla di resti che appartengono a un monumento d'importanza straordinaria, a un edificio pubblico di grande valore.
Le domus

I ricchi romani, i benestanti, vivevano nelle domus, edifici normalmente a un piano che noi oggi chiameremmo ville, per differenziarle dai palazzi condominiali che nell'antica Roma erano invece denominati insulae, grandi stabili alti fino a venti metri dove, in stanze prive di riscaldamento e di servizi igienici, abitava la maggior parte della popolazione.
Le domus si presentavano quasi come una sorta di piccola fortezza, con mura massicce e finestre piccole, che proteggevano gli abitanti dalle chiassose strade romane e dai malintenzionati. La vita era rivolta all'interno. Infatti, le varie stanze che componevano la dimora patrizia, di norma pavimentate a mosaico (le stanze da
pranzo, da letto, lo studio del proprietario), si affacciavano tutte su un atrio, un cortile interno di forma generalmente quadrata, con un tetto a spiovente introflesso fornito di un lucernario aperto, per consentire alla pioggia di entrare e andare ad alimentare una vasca centrale, che a sua volta serviva per riempire la cisterna sotterranea dell'acqua per gli usi quotidiani. Nell'atrio trovava posto anche il larario, un'edicola nella quale erano conservate le statue degli di protettori della casa e della famiglia, i Lari e i Penati, e i Mani, divinit protettrici dei defunti.
All'atrio si accedeva attraverso un vestibolo subito dopo la porta d'ingresso dalla strada, generalmente collocata nel lato corto dell'edificio. La tipologia di domus pi semplice, e in qualche modo pi austera, si componeva di un vestibolo, di un atrio con le sue diverse stanze variamente destinate e anche di un hortus in cui erano coltivate frutta e verdura, che occupava la parte esattamente opposta all'ingresso e che, perci, concludeva l'abitazione.
Sull'onda della moda ellenistica, per, molte domus furono costruite su due piani allungando le dimensioni dell'abitazione con un'altra ala. In questo caso l'hortus era sostituito da un peristilio, cio un giardino porticato che diventava il centro della casa: qui erano messi a dimora alberi da frutto e altre essenze che erano scolpite secondo l'ars topiaria; qui si trovavano fontane con giochi d'acqua, statue e vasche con pesci. Il giardino diventava cos un luogo idillico, uno spazio dedicato all'otium, al piacere, al godimento estetico, e testimoniava il rango del proprietario.
Pompei ed Ercolano ci forniscono le dimostrazioni pi fedeli delle antiche domus, ma anche Ostia Antica ci restituisce un'idea abbastanza precisa di queste ricche abitazioni. Nella domus della Fortuna Annonaria, ad esempio, si pu ammirare un ingresso monumentale e un ampio cortile colonnato. La sala principale si apre su un patio con fontana e marmi, dove restano tre arcate. La casa aveva un impianto di riscaldamento, ancora visibile, e una latrina singola. Il pavimento mosaicato presenta scene mitologiche realizzate con tessere in bianco e nero.
Se la Domus Aurea  la domus per eccellenza, tuttavia Roma sotterranea conserva ancora molte testimonianze di case patrizie. Molte sono visibili al pubblico, altre difficilmente visitabili. Negli ultimi anni, grazie a un rinnovato impegno verso gli scavi archeologici e alla costruzione della nuova linea della metropolitana, sono state fatte nuove affascinanti scoperte, anche perch i lavori di trasformazione urbanistica sono sempre stati preceduti da indagini di archeologia preventiva, interventi diventati ormai una prassi consolidata.
Questa procedura rappresenta, senza dubbio, uno degli strumenti pi efficaci per salvaguardare l'importante giacimento archeologico che si trova sotto i nostri piedi. Roma era ricca di domus sebbene, rispetto alle insulae, esse fossero veramente una minoranza. Secondo le statistiche sulla popolazione di Roma, nei momenti di maggiore concentrazione, all'interno delle mura di Aureliano (270-275), la citt contava 1790 domus e 46.602 insulae per un totale stimato di circa un milione di persone.
Gli ultimi ritrovamenti (tra 1980 e 2006) annoverano altre ricche ville patrizie altrettanto importanti, ma con emergenze archeologiche meno evidenti, tra le quali ne ricordiamo brevemente alcune.
Nei pressi della basilica di Santa Maria Maggiore  stata recentemente trovata una ricca domus con pavimenti in opus sectile, gi individuata nel 1874 dall'archeologo Rodolfo Lanciani. Un'altra  stata indagata durante i lavori di ristrutturazione dell'ex scuola Silvio Pellico in via Ariosto, abitazione connessa con un impianto termale, mentre un'altra ancora in via Goito  molto danneggiata. Pi verso Santa Croce in Gerusalemme degli intonaci parietali di buona fattura sembrano essere pertinenti alla domus di Aufidia Valentilla.
A piazza di Spagna n. 15, nel cortile del Palazzo di Mediobanca, a sei metri di profondit, sono emerse alcune costruzioni che facevano parte del giardino della Villa di Lucullo, in particolare un ninfeo di cui restano notevoli reperti. Nel secondo secolo d.C. una parte del giardino fu sfruttata per l'edificazione di una ricca domus che nel quarto secolo fu  trasformata in terme private. Anche di queste sono visibili pregevoli testimonianze.
Una ricca domus, di cui ci restano tre ambienti pavimentati in opus scutulatum, come quello visto nella villa di largo Arrigo settimo all'Aventino, con mosaici policromi a motivi geometrici,  stata ritrovata all'interno del padiglione Pio Piacentini, nell'ambito dei lavori di scavo preventivi finalizzati al recupero della zona compresa tra via Francesco Crispi e via Zucchelli. La ricca residenza  stata datata tra la fine del secondo e l'inizio del primo secolo a.C.
La basilica Ulpia.
Nel 2004, in occasione dei lavori di restauro del Palazzo Roccagiovine, di propriet della Fondazione Alda Fendi e affacciato sulla scalinata di via Magnanapoli,  stata fatta una scoperta archeologica straordinaria. Dagli scantinati dell'edificio d'epoca  tornato alla luce un pavimento marmoreo in opus sectile di eccezionale bellezza realizzato con marmi esotici - giallo antico, pavonazzetto, verde africano - provenienti dall'Asia Minore e dalla Numidia, attuale Tunisia;  l'area pavimentale marmorea pi vasta che si sia conservata del Foro Traiano. Il rivestimento, in ottimo stato di conservazione, fa parte del troncone centrale e dell'abside orientale della Basilica Ulpia. Gli scavi hanno permesso di ritrovare anche le basi delle colonne.
La scoperta fornisce un'idea della magnificenza del Foro Traiano, inaugurato nel gennaio del 112, il quale fu l'ultimo monumentale e sontuoso complesso di Roma, fatto realizzare da Traiano (98-117) nell'anno della sua vittoria sui Daci (107 d.C.); l'imperatore per la sua benevolenza si conquist l'appellativo di optimus princeps.
Il Foro di Traiano fu progettato da Apollodoro di Damasco, architetto e ingegnere di fiducia del sovrano, che realizz un impianto pubblico veramente audace e innovativo. Era lungo complessivamente trecento metri e largo centottantacinque. In fondo era chiuso dalla basilica Ulpia, la pi grande costruita nella Roma antica. Alle spalle di questo edificio si trovavano due biblioteche affrontate, sede degli archivi di Stato, al centro delle quali si ergeva la Colonna traiana, unico monumento rimasto integro.
Le dimensioni della basilica raggiungono circa 170 metri di lunghezza, comprese le due absidi laterali, e una larghezza di circa 60. Per avere un'idea della sua imponenza basti pensare che la basilica di San Pietro  lunga circa 190 metri (ma arriva a 211 con il portico) mentre la basilica di San Paolo fuori le Mura  circa 130. Da una moneta di Traiano si capisce che la facciata della basilica Ulpia (sul lato lungo) era articolata in tre settori verticali, ai quali corrispondevano tre ingressi dove si trovavano tre statue di Traiano. L'attico era ricoperto da un fregio ad altorilievo con una quadriga trionfale al centro. All'interno quattro file di colonne marmoree suddividevano lo spazio in cinque navate orizzontali, di cui la centrale, la pi ampia, misurava 25 metri di larghezza.
Parte del Foro Traiano scoperta nell'anno 1814 in un'incisione
ottocentesca.
Del grandioso monumento oggi vediamo soltanto il troncone centrale. Le absidi (sui due lati corti) sono sotterranee. Quella a ovest, cio verso il Vittoriano, si trova sotto via dei Fori Imperiali. Quella a est, verso via Quattro Novembre,  nascosta, come si  detto, in parte sotto il Palazzo Roccagiovine e il resto nelle aree limitrofe (attuale piazza del Foro Traiano, la scalinata di via Magnanapoli e negli edifici circostanti).
Il Foro Traiano, due secoli e mezzo dopo la sua costruzione, ancora suscitava la meraviglia dei contemporanei tanto che l'imperatore Costanzo secondo (337-361), nel corso di un suo viaggio a Roma, quando ormai la Capitale dell'Impero era gi a Costantinopoli, secondo lo storico Ammiano Marcellino ( dopo 391), rimase talmente colpito e meravigliato dalla bellezza del monumento e dalla statua equestre in bronzo del suo predecessore da volerne realizzare una anche per s. Per molti secoli ancora e fino al Medioevo il Foro continu a mantenere alcune attivit ma, dal nono divenne una proficua cava di materiali edilizi di pregio, poi sopravvisse come rudere fino all'avvento dei francesi che, tra il 1811 e il 1814, iniziarono degli scavi portando all'identificazione del troncone centrale. Successivi interventi archeologici furono fatti nel 1930 e ripresi infine nel 2000.
Tra le due biblioteche, a completamento del foro, fu eretta la colonna coclide istoriata, inaugurata il 12 maggio del 113.  formata da diciannove blocchi di marmo lunense, del diametro di 3,50 metri ed  appoggiata su un basamento a dado. Il nastro che si attorciglia a spirale dal basso verso l'alto documenta storicamente le gesta dell'imperatore nelle sue campagne vittoriose in Dacia, attuale Romania, condotte negli anni 101-102 e 105-107. L'eccezionale opera, oltre a rappresentare visivamente le operazioni belliche, aveva anche lo scopo fondamentale di essere il monumento funebre dell'imperatore. La camera sepolcrale era ricavata nel suo basamento. L, in un'urna d'oro, riposarono le ceneri preziose dell'optimus princeps, che scomparve insieme con la sua statua collocata in cima al fusto. All'interno la colonna accoglie una scala a chiocciola che porta fino alla sua sommit; la sua altezza (circa 40 metri senza la statua) sta a indicare il livello della sella che univa il Campidoglio con il Quirinale e che Apollodoro di Damasco, con un'operazione ardita, fece tagliare proprio per consentire la realizzazione del Foro in uno spazio ormai diventato insufficiente per la presenza di altri importanti edifici pubblici. Il taglio realizzato con diversi terrazzamenti  evidente nell'esedra dei Mercati traianei.
Il santuario arcaico (Lapis niger)
C' un luogo nascosto sotto la pavimentazione del Foro Romano dove un re, tra il 575 e il 550 a.C., veniva accompagnato da un araldo su un carro trainato da giumente per entrare in comunicazione con gli di e offrire sacrifici per il benessere della comunit. Era un luogo consacrato, dove solo la massima carica dello Stato poteva entrare, mentre chiunque altro avesse osato violare quel recinto cultuale sarebbe stato condannato agli dei infernali.
 la Pietra Nera nel Comizio (niger lapis in Comitio) menzionata dallo scrittore Sesto Pompeo Festo (secondo secolo d.C.) in un passo lacunoso (p.185 Lindsay), il quale sosteneva che questo fosse un luogo fatale, legato alla morte del primo re di Roma, Romolo.
Il Lapis niger, in una ricostruzione di Christian Hlsen (1905).
Il 10 gennaio del 1899, durante gli scavi del Foro Romano diretti da Giacomo Boni (1859-1925), nei pressi del Comizio e della Curia Iulia fu scoperto un lastricato di forma trapezoidale in marmo nero piuttosto danneggiato, circondato da una bassa transenna di marmo bianco che lo separava dalla circostante pavimentazione in travertino di epoca augustea.
La scoperta pi interessante, tuttavia, si trovava a un metro e mezzo di profondit: nel piccolo vano raggiungibile tramite alcuni gradini si trov un altare cosiddetto a tre ante (a forma di C con angoli retti), che poggia su una piattaforma. Accanto all'ara si trova un tronco di colonna, forse utilizzato come base per una statua, e un cippo in tufo iscritto con lettere in latino arcaico che si legge in senso bustrofedico verticale, cambiando cio direzione a ogni riga e in questo caso procedendo dall'alto in basso e dal basso in alto e cos via. Il gruppo monumentale era stato gi mutilato in antico e poi ricoperto dalla terra.
L'iscrizione mancante in molte parti  difficile da comprendere, anche se l'unica espressione intellegibile consente di capire che ci si trova di fronte a una formula rituale di maledizione, una lex sacra di divieto di profanazione, normalmente legata ai santuari e in particolare agli altari (chiunque violer questo luogo sia consacrato agli di infernali). Le altre parole comprensibili fanno riferimento a un re, alla legge sacra, a un araldo, a delle bestie da traino.
Il monumento  quindi stato identificato come un santuario costituito da un altare con iscrizione e dalla statua del dio poggiata, forse, sulla base della colonna. Cronologicamente  datato al secondo quarto del sesto secolo a.C. per via dell'iscrizione che sembra essere l'elemento pi antico e che  incassato nel secondo pavimento del Comizio, datato appunto tra il 575 e il 550 a.C., datazione che verrebbe confermata anche dal materiale votivo ceramico rinvenuto nello scavo.
Si ritiene perci che in questo piccolo santuario arcaico venisse a celebrare la liturgia un vero re e non il rex sacrorum (il re dei riti sacri), il quale era un magistrato di epoca repubblicana che aveva, appunto, solo il compito di officiare le cerimonie religiose.
La vicinanza di questo luogo cultuale al Comizio e ai Rostra fa pensare che si trattasse dell'antichissimo santuario di Vulcano, il Volcanal, come tramandano le fonti storiche che lo collocano proprio in questa zona del Foro Romano. Anche Dionigi di Alicarnasso (60-7 a.C.) ricorda che il Volcanal era un piccolo santuario all'aperto dove si vedeva un'iscrizione in caratteri greci arcaici, come a prima vista possono sembrare le lettere incise nel cippo, che assomigliano all'alfabeto calcidese arcaico arrivato dalle nostre parti grazie ai primi coloni greci.
Il sito  legato alla leggenda del primo re di Roma. Per capire tale collegamento viene in aiuto Plutarco (46-127), il quale scrive che Romolo fu ucciso nel Volcanal oggi identificato con il luogo dove si trova il Lapis niger. Qui scomparve misteriosamente il fondatore dell'Urbe che risuscit come dio Quirinus, divinit eponima delle curie romane. La storia della sua sparizione, per, nasconderebbe un omicidio segreto, un regicidio consumato proprio dai capi delle trenta curie che fecero sparire il suo corpo smembrandolo in altrettante parti e sotterrandole ognuno nel proprio rione per avere, ciascuno, una reliquia del fondatore.
La leggenda di Romolo e Remo
Dopo la guerra di Troia, Enea, figlio della dea Afrodite, sbarca nel Lazio, alla foce del Tevere, con il padre Anchise e il figlioletto Ascanio, fonda una citt e crea una dinastia dalla quale, diverse generazioni dopo, nasceranno i due gemelli Remo e Romolo. Cos l'eroe troiano, alla ricerca dell'antica madre, l'Italia, terra d'origine dei suoi avi, entra ufficialmente nella leggenda della fondazione con il poeta latino Virgilio (70-19 a.C.) che nell'Eneide ripercorre il suo lungo viaggio, le peripezie nel Mediterraneo e la guerra contro i Latini, che si chiuse con la sua vittoria, trasformandolo nel progenitore dei Romani.
Il mito della fondazione trov la sua forma definitiva con la presenza della figura dell'eroe troiano proprio in epoca augustea (27 a.C.-14 d.C.) attraverso il poema epico dell'Eneide e con gli scritti dello storico Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.).
La fusione della leggenda di Remo e Romolo con quella di Enea, verosimilmente di origine greca e comunque sorta dopo la fondazione di Roma, si consolid in un momento molto particolare della citt; fece parte della politica di Augusto, nuovo Romolo, che in Enea, pio e coraggioso eroe ellenico, identific il degno e importante capostipite di una stirpe con origini divine, predestinata dalla Provvidenza al dominio della citt. Alcune versioni del mito greco rappresentano Ascanio come figlio di Enea e Lavinia, chiamato anche Iulo, al quale si aggancia la gens Iulia, la figura di Giulio Cesare e del suo figlio adottivo, Augusto, che cos ha tra i suoi avi un progenitore di nobile origine greca, ma uno stabile e duraturo passato di generazioni di re latini, trenta, quelli di Alba Longa.
Nelle vicende parallele di Enea e Romolo si rincorrono motivi simili: entrambi sono figli di un mortale e di un essere divino, tutti e due scompaiono misteriosamente in un'apoteosi, sia l'uno che l'altro tornano tra gli uomini come figure divinizzate.
Il 21 aprile del 753 a.C., nel Lazio, occorse un evento epocale: Romolo fond la citt di Roma. Negli ultimi anni gli storici hanno spostato in avanti la data di fondazione collocandola attorno al 600 a.C. e, non riconoscendo l'opera romulea, hanno parlato di formazione della citt che sarebbe sorta gradualmente e con tempi lunghi, attraverso la fusione di diverse comunit presenti sul terri-
torio. Secondo questa teoria, le trib di pastori e di coltivatori che abitavano i colli nei pressi del Tevere, trovarono un punto d'incontro e di scambio economico-commerciale a valle, nel futuro Foro Boario, dove sorsero una piazza e un mercato che, nel tempo, port all'unificazione dei villaggi creando una citt, Roma, il cui nome non ha ancora trovato una spiegazione valida. Alla sua formazione contribuirono diverse circostanze favorevoli: la sua posizione geografica, al centro di una pianura che univa culturalmente ed economicamente l'Etruria, il Lazio e la Campania; la vicinanza al mare e un fiume navigabile che la attraversava e favoriva i trasporti.
Tuttavia le indagini archeologiche condotte negli oltre venti anni di studio del Palatino, sembrano confermare che la citt, intesa come un sistema organizzato con strutture di potere, economiche e sociali, nacque in un preciso momento storico con un atto di volont da parte di uno o pi fondatori, in un periodo che sembra coincidere con la data da sempre conosciuta, tramandata dallo scrittore Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.). La datazione  fornita dai reperti ceramici ritrovati nel corredo funerario di un deposito di fondazione - una pratica rituale - individuato sotto la soglia di un ingresso della nuova citt interpretata come la Porta Mugonia, dove venne sepolta una bambina sacrificata.
Le nuove scoperte suggerirebbero, perci, che nel secondo quarto dell'ottavo secolo a.C., in un breve intervallo compreso tra il 775/750 e il 700/675, fu realizzata una citt-Stato, cio un centro cittadino con un nucleo sacrale e politico. Secondo questi studi, in questo periodo l'abitato dei Romani, i Quirites, si era dotato di una urbs, di un forum, di un'arx e di un ager, formanti insieme un regnum, cio una res publica, governata da un rex e da altri poteri secondari, secondo un ordinamento sacrale, giuridico e politico di carattere costituzionale. L'organizzazione del nuovo centro fu perfezionata tra il 675 e il 625, poi seguirono i re Tarquini e la riforma costituzionale di Servio Tullio (578-535 a.C.), che rester in vigore fino all'instaurarsi della Repubblica, alla fine del sesto secolo a.C.

La Cloaca Massima.
Uno dei resti monumentali pi noti della Capitale, bench non sia tra quelli frequentati poich  accessibile solo agli studiosi,  un'opera idraulica di epoca regia che continua a far parlare di s e ancora svolge la sua funzione dopo oltre ventisette secoli dalla sua realizzazione. Si tratta della Cloaca Massima, la fogna per eccellenza, la madre di tutte le fogne dell'Urbe, dove ancora, nel suo budello sotterraneo, l'acqua scorre fluendo verso il Tevere e sfociando all'altezza dell'antico Pons Aemilius, il cosiddetto Ponte Rotto (179 a.C.).
Lo sbocco della cloaca, quasi sotto la spalletta del ponte Palatino,  ancora riconoscibile con le sue tre ghiere a tutto sesto in pietra sperone (lapis gabinus), un tufo litoide simile al peperino, ma meno fine e con maggiori inclusioni di scorie. Lo sbocco della cloaca  incorniciato dall'arco marmoreo dei muraglioni ottocenteschi e seminascosto da una passerella realizzata recentemente.
Il condotto, nato a cielo aperto, fu l'opera pi rilevante di quel sistema di fogne finalizzate a canalizzare i diversi corsi d'acqua che scendevano dai colli sulla riva sinistra del Tevere: l'Amnis Petronia tra Pincio e Quirinale, lo Spinon tra Quirinale e Esquilino e il Nodinus tra Esquilino, Celio e Aventino. Perch la citt si sviluppasse, era necessario bonificare quelle vallate scavate dai fiumi che tendevano a diventare paludose, anche per le frequenti alluvioni del fiume. Gli antichi tramandano che spesso alcune zone come il Velabro e la Valle Murcia erano attraversate da imbarcazioni a vela. Le inondazioni sono testimoniate anche dai depositi di limo che nella zona tra il Foro Boario e il Tevere hanno ricoperto diversi edifici di epoca imperiale.
La realizzazione della Cloaca Massima  fatta risalire ai grandi lavori di urbanizzazione del re etrusco Tarquinio Prisco (616-579 a.C.), anche se a questo monarca forse possiamo riallacciare soltanto l'arginatura, mentre la volta a tutto sesto e la copertura del canale, creata per recuperare territorio edificabile in superficie, si possono collocare tra il secondo e il primo secolo a.C.
Il percorso della cloaca parte tra l'Argileto (via Madonna dei Monti) e la Suburra (via Leonina), attraversa in diagonale il Foro di Nerva e arriva al Foro Romano all'altezza della Basilica Emilia. Attraversa la Basilica Giulia e prosegue per il vicus Tuscus (via di S. Teodoro), corre sotto la zona del Velabro poi, con un brusco cambiamento di rotta ad angolo retto, si dirige al Foro Boario attraverso l'arco di Giano; infine, con un'ampia curva a novanta gradi, confluisce nel Tevere.
Secondo l'archeologo Rodolfo Lanciani (1845-1929), il percorso della Cloaca Massima, soprattutto nel tratto compreso tra l'Argileto e il Velabro,  tanto contorto e irregolare da sembrare piuttosto un torrente alpino che un'opera idraulica degli abili ingegneri etruschi; molto probabilmente perch i primi lavori di sistemazione dei corsi d'acqua che scendevano dai monti furono iniziati gi prima dei Tarquini, innalzando argini di protezione che rispettavano proprio la via acquatica originale che, in seguito, non venne n rettificata n accorciata in alcun modo. Quando, infine, l'espansione della citt costrinse a coprire e a rendere sotterraneo il percorso del canale doveva essere ormai troppo tardi per regolare il condotto, che aveva ormai argini consolidati e sviluppati in altezza.
La sezione del canale  di 2,70 x 2,12 metri, dimensioni che vanno aumentando a mano a mano che si procede verso l'uscita fino a raggiungere, nel tratto terminale, un'altezza di 3,30 metri e una larghezza di 4,50 metri.
Il grande collettore era sotto la protezione della dea Venere Cloacina, il cui santuario si trovava accanto alla gradinata della Basilica Emilia, proprio dove il canale entrava nel Foro Romano. Il sacello a cielo aperto era costituito da un recinto circolare, all'interno del quale si trovavano due statue di Cloacina, che rappresentavano i due aspetti della divinit: Cloacina e Venere, come in seguito si volle identificare. Secondo il mito, proprio qui i soldati romani e sabini vennero a purificarsi con rami di mirto dopo i combattimenti per il ratto delle Sabine, e qui un padre uccise la propria figlia, Virginia, per proteggerla dalla concupiscenza di Appio Claudio, uno dei decemviri.
La Cloaca Massima fu continuamente restaurata in epoca repubblicana e soprattutto durante il periodo imperiale. Sappiamo, ad esempio, che grossi lavori di pulizia e drenaggio furono realizzati da Agrippa nel 33 a.C., mentre nel primo secolo d.C. un canale in opera cementizia sostitu, in un tratto del Velabro, una parte pi antica. Un lavoro di risistemazione fu fatto anche nel 1911 sotto la Basilica Emilia.
La Cloaca Massima, in un disegno di Harold B. Warren.
Lungo il suo condotto sotterraneo si riconoscono diversi interventi e l'utilizzo di differenti variet di tufo e di altro materiale da costruzione. All'altezza del vicus Tuscus, datato al quarto secolo a.C., si vedono lastre di cappellaccio disposte a cappuccina, un tufo granulare friabile del territorio di Roma, utilizzato in epoca arcaica. Parti in tufo di Grotta Scura, un tufo semilitoide poroso di colore giallastro, proveniente dal territorio di Veio, si trovano sotto la Basilica Giulia e forse si possono far risalire alla costruzione del precedente edificio di cui occup il posto, cio la Basilica Sempronia, fatta realizzare dal padre dei celebri fratelli tribuni Tiberio e Caio, il censore Tiberio Sempronio Gracco, nel 169 a.C. Resti in travertino e tufo dell'Aniene sono invece sotto la Basilica Emilia, forse ricollegabili alla costruzione della basilica stessa (55-34 a.C.). E ancora resti di tufo dell'Aniene sotto la Basilica Giulia, anch'essi presumibilmente databili alla costruzione della basilica iniziata da Cesare nel 54 a.C., insieme con il nuovo foro, e completata da Augusto. La basilica bruci due volte, nel 9 a.C. e nel 283 d.C., e fu ricostruita mantenendo sempre il nome originario.
Alla fine dell'Ottocento il condotto idrico fu esplorato dall'ingegnere Pietro Narducci, i cui lavori sono ricordati in una tar-
ga marmorea affissa su una volta in laterizio del condotto fognante.
Una porta incardinata sotto la Basilica Giulia, al Foro Romano, consente un ingresso agevole al condotto idrico mentre altri accessi sono possibili solo per mezzo di botole sulla strada.
Chi l'ha visitata per motivi di studio racconta che l'aria che si respira in quel cunicolo sotterraneo non  proprio raccomandabile, anche perch nella Cloaca Massima scaricano altre fogne, antiche e moderne. D'altro canto, scrive ancora Rodolfo Lanciani che pure ammira la loro conservazione nei secoli, le cloache di Roma hanno ricevuto sempre lodi eccessive. Per prima cosa il loro uso non prevedeva alcuna differenza tra acque di scarico o piovane e ci obbligava a disporre larghi tombini e aperture nelle strade esponendo cos la popolazione ai miasmi anche se, per fortuna degli antichi cittadini, la gran massa d'acqua (che caratterizza la zona romana) sciacquava le fogne e la natura collinosa del terreno permetteva di dotare il canale di un'efficace pendenza.
Il condotto  alimentato anche da cascate d'acqua e da rii sotterranei, come quello che scorre sotto la chiesa di Santa Anastasia ai piedi del Palatino e che si riversa probabilmente proprio nella Cloaca Massima. Proviene da una fonte antica, l'Acqua di Mercurio, citata da Ovidio, che sgorgava alle pendici del Celio;  ricordata in una targa marmorea affissa in piazza di Porta Capena (lato Villa Celimontana). La sorgente fu riscoperta nel xviii e poi ancora nel diciannovesimo secolo.
Il percorso della cloaca  quasi tutto percorribile, anche se vi sono interruzioni e sbarramenti. Ad esempio, non  accessibile il tratto che attraversa obliquamente il Foro di Nerva, cos com' sbarrato un settore del vicus Tuscus e difficilmente esplorabile anche una zona successiva. Si percorre invece piuttosto agevolmente il tratto presso via Cavour, dodici metri sotto il livello stradale e reso praticabile nel 1889.
Particolarmente interessante  il settore che si trova sotto via dei Fori Imperiali, che presenta una volta in opera quadrata sorretta da pareti in conglomerato cementizio. Nei pressi del Foro di Nerva, invece, cambia l'opera costruttiva: qui le pareti sono in opera quadrata di tufo mentre la volta  in calcestruzzo. Inoltre, in questo tratto, il letto del canale  stato realizzato con lastre di travertino.
Alcuni anni fa, con l'intenzione di rendere visitabile un settore della cloaca sotto il Foro Romano, fu costruito un marciapiede in cemento, ma mancano ancora le opere di bonifica e di messa in sicurezza del sito quindi, al momento, quest'opera ingegneristica dell'antica Roma non si pu ammirare con i propri occhi.
La Coenatio Rotunda
Nel giugno del 2009 sul Palatino, in cima al terrazzamento all'angolo con la via Sacra,  emerso un edificio a pianta centrale che gli archeologi datano a epoca neroniana sulla base dei dati di scavo, dei materiali raccolti e della tecnica edilizia. I lavori erano stati avviati per consolidare proprio quell'angolo nord-est della terrazza della Vigna Barberini. Il possente manufatto ha convinto gli studiosi di trovarsi di fronte alla Coenatio Rotunda, la mitica sala da pranzo della Domus Aurea di Nerone, che stando a quanto racconta Svetonio, era circolare e ruotava su se stessa tutto il giorno e la notte, senza mai fermarsi, come la terra. Era il salone principale dei tanti, dove l'imperatore riceveva gli ospiti; come tutte le sale da pranzo aveva il soffitto di lastre d'avorio mobili e forate, perch vi si potessero far piovere dall'alto fiori ed essenze.
Nerone: un imperatore tanto controverso da meritare la damnatio memoriae, ma anche tanto amato dal popolo. Un artista, un esteta o forse un esaltato, chiss? Nessun Freud o Jung dell'antichit ci ha lasciato commenti per capire la sua complessa personalit.
In questa zona del colle  tornato alla luce un ambiente circolare sotterraneo, che misura sedici metri di diametro, organizzato attorno a una torre alta circa dodici. Il pilone centrale ha un diametro di quattro metri ed  articolato su due livelli con otto archi rampanti a tutto sesto, non tutti conservati, disposti a raggiera, che poggiano sul muro perimetrale spesso due metri. Un vero e proprio unicum dell'architettura romana che potrebbe andare d'accordo con l'arditezza e le scelte innovative degli architetti/ingegneri Severo e Celere, che realizzarono per Nerone la Domus Aurea dopo l'incendio del 64.
Alcune torri o fortezze militari di epoca rinascimentale sono cos simili a questa struttura romana che potremmo considerarla quasi un prototipo. Se non questa, forse i costruttori del Cinquecento presero a modello altre costruzioni analoghe di cui non abbiamo pi traccia.
Secondo l'archeologa Franoise Villedieu, che coordinava l'quipe di scavo, si tratta di ambienti di servizio, giacch il manufatto, bench realizzato a opera d'arte,  mancante di rivestimenti decorativi. L'edificio, robusto e imponente, deve essere stato il basamento di uno spazio nobile superiore. Inoltre, sono stati ritrovati degli incassi rotondi, dove verosimilmente dovevano alloggiare delle rotelle (in pratica dei cuscinetti a sfera) e il vano di un possibile perno centrale.
Tutte queste caratteristiche hanno fatto pensare che esso sostenesse un gazebo leggero e arioso che poggiava su una piattaforma ipotizzata in legno, eventualmente rivestita di marmo o in mosaico che, grazie all'uso di un sistema idraulico che metteva in moto degli ingranaggi, ruotava in modo lento e costante attorno al perno centrale insieme con il gazebo stesso. L'acqua si trovava a poca distanza. Era raccolta in alcune cisterne poco pi a monte, nei pressi del convento di San Bonaventura e captavano l'acqua da un ramo dell'acquedotto Claudio che serviva il Palatino. La presenza dell'acqua nell'ambito di quest'organismo sarebbe confermata dal ritrovamento di spessi strati di calcare su alcune strutture al livello pi basso della costruzione.
In questa veranda rotante all'aperto, i personaggi che vi si trovavano avevano una visione panoramica a 360 gradi sulla valle del futuro Colosseo.
Uno scenario che spaziava dallo stagnum Neronis alle sale-museo della Domus Aurea sul colle Oppio fino al paesaggio agreste e boscoso che si protendeva dall'Oppio al Celio. Sullo sfondo emergevano i colli Albani e pi vicino l'Aventino e poi il Foro Romano, con i suoi templi e le sue basiliche e infine la Velia. Insomma, si pu davvero pensare che la giostra neroniana fosse proprio quella sala speciale (praecipua) di cui tramanda Svetonio.
Nulla da invidiare ai tanti contemporanei ristoranti girevoli sparsi per il mondo. Senza andare tanto lontano basti ricordare proprio a Roma il ristorante in cima al Fungo all'eur, che  un serbatoio idrico a torre oggi utilizzato per irrigare i parchi, costruito per i Giochi Olimpici del Sessanta. Nella sua forma architettonica pu farci immaginare la Coenatio Rotunda. E anch'esso, sembra, inizialmente fu immaginato come un belvedere rotante (mai realizzato).
Che aspetto aveva la sala neroniana? Per restituire visivamente l'ambiente, l'archeologa che ritiene di averla identificata con certezza fa riferimento al dupondio neroniano coniato dalle zecche di Roma (tra il 63 e il 64) e di Lione (tra il 64 e il 65). Sul retro della moneta  incisa l'immagine di un organismo rotondo con la scritta MAC AVG che interpreta come Machina Augusti, a differenza di altri che invece ritengono possa significare Macellum Augusti.
L'edificio inciso nella moneta  colonnato, con una breve rampa di scale che porta a un pianerottolo; ai suoi lati ci sono due sculture di delfini che Franoise Villedieu pensa che facciamo riferimento all'acqua e al meccanismo che consentiva alla sala di ruotare. Al centro, sotto un arco, appare un personaggio maschile, variamente identificato, nudo e imberbe che apparentemente sembra avere nella mano sinistra uno scettro. Al di sopra  disegnata una veranda circolare, anch'essa colonnata, circondata da un'elegante e leggera balaustra bassa e forata, sormontata da una cupola. A sinistra e a destra sono disegnate delle colonne che potrebbero appartenere a una scala esterna che conduceva appunto alla sala dei banchetti. Nella torre-basamento scoperta alla Vigna Barberini, non sono state trovate tracce di scale.
Il sito si pu osservare andando al Palatino ma  difficilmente comprensibile perch la struttura  completamente sotterranea; in superficie si vedono soltanto gli elementi della piattaforma che sosteneva il pavimento rotante del salone scomparso. Su internet sono disponibili le fotografie degli scavi e uno stupefacente filmato del 2017 (La Cenatio Rotunda, un edifice hors du commun - you tube) con un'intervista all'archeologa e una visione del monumento come non potremo mai vedere, se non si  addetti ai lavori.
L'Anfiteatro Flavio
Il Colosseo prima del Colosseo era uno stagno, una zona umida, dove si raccoglievano acque piovane e sorgive e dove si trovava l'ansa di un piccolo affluente di sinistra del Tevere, forse a carattere stagionale, che alternava situazioni palustri a regimi lacustri. Il Fosso Labicano, scorrendo tra Esquilino e Celio lungo un percorso che oggi  ricalcato all'incirca dall'odierna via Labicana, si adagiava nella piccola valle compresa tra l'Oppio, la Velia e il Palatino, dieci-quindici metri pi in basso rispetto alla quota attuale, curvava a sinistra seguendo approssimativamente via di San Gregorio e si incanalava verso il Circo Massimo, per andare a gettarsi nel fiume.
Qui, in questa vallata, Nerone fece realizzare il mitico lago tramandato dagli storici. Qui dopo l'incendio del 64 d.C., i terreni furono espropriati, gli edifici smantellati e la valle colmata con materiale demolito e da riporto fino a raggiungere il livello attuale. Tuttavia la bonifica e l'urbanizzazione della zona risalgono a epoche pi antiche. Durante gli scavi realizzati tra il 1986 e il 2003 nella piazza del Colosseo, nell'area compresa tra il basamento del Colosso di Nerone, la fontana della Meta Sudans, l'Arco di Costantino e le pendici del Palatino,  emersa una sequenza stratigrafica che inizia dall'era arcaica. In questa zona sono emersi una rete viaria con le relative infrastrutture e un santuario che si fanno risalire al settimo secolo a.C.
La particolare situazione geologica della zona in cui sorge l'anfiteatro Flavio spiega, tra l'altro, il motivo per cui il Colosseo, il pi noto ma anche uno dei pi sofferenti tra gli anfiteatri romani, presenti una situazione di conservazione molto diversa tra la facciata rivolta verso il Colle Oppio e quella che guarda l'Arco di Costantino.
Con l'intento di verificare il motivo di quest'anomalia sono state fatte delle campagne di perforazione in alcuni punti specifici del monumento e analisi geotecniche che hanno fornito delle informazioni geologiche piuttosto precise. L'indagine ha reso evidente una situazione asimmetrica del sottosuolo, cos si  potuto verificare che mentre la zona conservata meglio poggia su un solido banco tufaceo di natura vulcanica, quella a sud affonda le sue radici monumentali su un'area composta di morbidi sedimenti fluvio-lacustri derivanti proprio dall'attivit del Fosso Labicano e maggiormente esposta, perci, alle vibrazioni e ai danni provocati da scosse telluriche.

Proprio i terremoti che si sono verificati a Roma gi dal quinto secolo d.C. (434 e 438) hanno causato i crolli dell'ala sud dell'anfiteatro; un cedimento parziale del Colosseo si ebbe nel 1349 e altre cadute nel 1703. La diversa tipologia di substrato sul quale poggia il monumento ha fatto s che le onde sismiche si siano distribuite in maniera differente, procurando maggiori danni proprio in corrispondenza della zona pi fragile.
In epoca contemporanea si sono aggiunti i malanni moderni come il traffico veicolare, che  stato in parte decongestionato dopo la sistemazione dell'area archeologica e dopo essere stata per anni un'isola spartitraffico veramente speciale (lavori tra il 1979 e il 1997). Resta il percorso sotterraneo della linea B, una metropolitana che, come si vede in alcune foto d'epoca, corre molto in superficie e che a settentrione attraversa le fondazioni romane del monumento che furono tagliate e demolite per la realizzazione del tunnel.
Se tuttavia il Colosseo continua ancora dopo circa duemila anni a disegnare lo skyline dell'Urbe, deve ringraziare i suoi ingegneri che, progettando il monumento, decisero di collocarlo su un compatto basamento di forma ellittica, la cosiddetta ciambella (chiamata anche ciambellone), spesso oltre tredici metri. Infatti, l'anfiteatro poggia su una piattaforma anulare suddivisa in quattro settori realizzati con blocchi di pietra sperone e travertino, tenuti insieme da supporti metallici. Un tempo il basamento era ricoperto con lastre di marmo spesse circa un metro.
Quando l'imperatore Vespasiano (69-79) restitu il territorio occupato da Nerone ai cittadini, scelse la vallata come sito privilegiato per il grande anfiteatro Flavio. Le fondazioni furono realizzate scavando una trincea a forma di corona ellittica con un perimetro di 530 metri, larga 31 e profonda 6,50, con l'aggiunta di un muro di mattoni in elevato, fino a raggiungere complessivamente un'altezza di 13,50 metri. L'enorme fossato fu riempito con calcestruzzo, costituito da cemento pozzolanico misto a una miscela di frammenti grossolani di lava, fino a formare un masso di fondazione solido e continuo.
Sotto l'arena dell'anfiteatro si cela un labirinto di criptoportici, di botole, di gabbie, di ascensori.  un insieme di ambienti intercomunicanti in cui si muovevano centinaia di persone alla luce delle torce e delle lucerne, ritrovate in grande quantit: gladiatori, inservienti, operai che spostavano armi, animali e macchine sceniche, che comparivano sull'ampia piazza ellittica sorgendo scenograficamente dall'ipogeo, come in una sorta di Las Vegas dei tempi antichi. Le quinte teatrali erano trasportate nel corridoio centrale del sotterraneo ed erano sollevate, tramite argani e piani inclinati, da pesanti contrappesi di cui sono emersi gli alloggiamenti.
Nella campagna di scavo, tra il 2001 e il 2002, sono stati ritrovati tre pesi equilibratori di piombo che servivano per manovrare i montacarichi. Sono rettangolari, tipo un lingotto, con bordi stondati e dimensioni diverse (circa 30 x 20 cm, spessi circa 5 cm), hanno anche pesi diversi, ma complessivamente raggiungono un carico di 1,115 quintali. Nella stessa indagine sono stati ritrovati anche residui di colore azzurro misto a sabbia gialla e a frammenti di legno, che si ritiene fosse usato per la pittura degli scenari.
Il mondo sotterraneo del Colosseo lo possiamo immaginare guardandolo direttamente nella sua struttura, rimasta a vista dopo lo smantellamento dell'arena che era stata ricostruita nei secoli passati.
Sotto la platea, l'asse principale dell'ellisse  percorsa da un lungo corridoio (76 m circa); il braccio rivolto a est conduceva direttamente al Ludus Magnus, la caserma dei gladiatori, tramite la Porta Libitinensis. Oggi, pi in basso, passa il collettore fognario moderno dell'Esquilino. Il ramo opposto invece conduceva in una zona del Palatino (dove sorse il tempio di Venere) che secondo gli autori latini era utilizzata per allestire le scenografie degli spettacoli su grandi carri. Il condotto moderno (a est) e la metro B (a ovest) interrompono il ciambellone.
Un secondo corridoio sotterraneo (44 m) incrociava ortogonalmente il primo: un braccio conduceva verso il Colle Oppio e le Terme di Tito, l'altro in direzione del Celio. Non  stato mai esplorato.
Gli ambienti ipogei si trovano a circa sei metri e mezzo sotto il piano dell'arena. La struttura  formata da due settori concatenati tra di loro con corridoi di misure diverse, sia in lunghezza sia in larghezza. Alcune corsie hanno un andamento ellittico perch sono parallele al muro perimetrale, le altre sono orientate secondo l'asse principale.
Il Colosseo nel Settecento. Incisione di Giovanni Battista Piranesi.
Le murature sono alte e sottili, hanno una fondazione indipendente dal ciambellone, e poggiano su un terreno incoerente formato principalmente da riporti di terra e detriti. Questa caratteristica ha reso i sotterranei del Colosseo particolarmente delicati e, nel tempo, inadeguati a sostenere i carichi; inoltre erano spesso soggetti a crolli anche a causa del fuoco. Le murature furono continuamente restaurate come testimoniano i bolli laterizi di Domiziano (81-96), Adriano (117-138) e Antonino Pio (138-161).
Il muro di contenimento di tutta la struttura sotterranea  in cortina laterizia, dove trovano posto trentadue nicchie, presumibilmente utilizzate come gabbie per gli animali. Alle due estremit del corridoio centrale, invece, si trovano due settori trapezoidali con gruppi di ambienti costruiti all'interno della ciambella in calcestruzzo.
Con l'abbandono del Colosseo, i sotterranei diventarono progressivamente una discarica, che accolse dapprima il materiale crollato coprendo i sei metri di dislivello con il piano dell'arena e innalzandosi, in seguito, fino a raggiungere il quarto piano dell'anfiteatro.
Sotto il Colosseo, inoltre, si cela un vasto complesso fognante, che serviva a smaltire e a canalizzare le acque piovane, e un misterioso sistema idraulico, forse progettato inizialmente per le naumachie, ma modificato poi da Domiziano che complet l'opera iniziata dal padre Vespasiano e dal fratello Tito (79-81).
La canalizzazione delle acque prevedeva due condotti che girano attorno all'anello ellittico del monumento, il primo a due metri sotto il livello della piazza, il secondo otto metri pi in basso e collegato con uno o pi collettori alla conduttura principale di fondovalle, lungo via di San Gregorio verso il Circo Massimo e il Tevere.
Il primo condotto fognante  costruito in cortina laterizia con una copertura a cappuccina,  alto 1,60 metri e largo 60 centimetri; qui confluiva l'acqua del piazzale e quella raccolta attraverso dei canali concentrici distribuiti ai vari piani dell'anfiteatro, collegati in verticale con degli inghiottitoi che si trovavano al piano terreno. Da qui, attraverso profondi pozzi quadrangolari sistemati lateralmente a distanze regolari, l'acqua defluiva nel secondo collettore (pi profondo) convogliandola, come si  accennato, alla fogna principale.
Per via di una doppia pendenza pavimentale del piano terra, una parte delle acque meteoriche si raccoglieva all'interno dell'anfiteatro ai margini dell'arena e, con quelle provenienti dalle gradinate e dallo stadio, era presumibilmente convogliata negli ambienti sotterranei attraverso delle tubature verticali. Tramite quattro grossi collettori anche queste acque s'immettevano in quel condotto fognante a quota meno otto.
Secondo l'archeologo Claudio Mocchegiani Carpano (1942-2018), che ha studiato a lungo il monumento facendo anche diverse immersioni subacquee nei condotti d'acqua del Colosseo, questi collettori, realizzati durante la costruzione delle fondazioni ed esplorati solo in parte, sono particolarmente sovradimensionati rispetto alla quantit d'acqua che dovevano trasportare. La circostanza gli ha fatto ipotizzare che, in fase di prima progettazione, questo sistema idraulico permettesse l'adduzione di una notevole massa di acqua per allagare gli ipogei e il successivo scarico rapido, quindi con l'obiettivo di realizzare delle battaglie navali che, effettivamente, alcune fonti pi antiche ricordano. Lo studioso ritiene che queste naumachie, se mai ci siano state, si possano essere svolte durante i cento giorni della grandiosa seconda inaugurazione dell'anfiteatro sotto l'impero di Tito. Con il governo di Domiziano il progetto fu modificato, verosimilmente allora si decise la costruzione dei complessi e labirintici ipogei e si abbandon l'idea delle battaglie navali. Si modific anche la pendenza dei quattro condotti che presentano una pavimentazione datata proprio a epoca domizianea.
Le esplorazioni subacquee nei collettori del Colosseo hanno portato a scoperte illuminanti sul sistema fognante e sulle fasi edilizie del monumento, ma anche sulle abitudini dei frequentatori dell'anfiteatro. Lo scavo dei due collettori sotterranei dell'asse minore (Celio e Colle Oppio) completamente ostruiti dai sedimenti, hanno rivelato la presenza di ossa, di semi, di noccioli di frutta, di stoffa e anche di frammenti di legno lavorati e oggetti personali degli spettatori.
La Domus Aurea
La meraviglia, lo sfarzo, il mistero, la stravaganza. I sostantivi iperbolici non sono sufficienti a esprimere il grande stupore e l'incanto che ancora oggi suscita la Domus Aurea, anche se la reggia della luce  ormai condannata al buio completo per l'eternit: la Casa Dorata  stata colpita da una sorta di contrappasso.
Voluta all'indomani del grande incendio di Roma nel 64 d.C. per abitare, finalmente, in modo degno di un uomo, l'imperatore Nerone (54-68) aveva chiamato famosi architetti e pittori e aveva fatto realizzare, in quattro e quattr'otto, un edificio splendente di ori, perle e gemme preziose.
Un ambiente luminoso, completamente rivolto a sud per catturare tutti i raggi del Sole, quell'astro sfavillante che nel giorno della sua nascita, il 15 dicembre del 37 d.C., sorgendo, aveva per prima cosa illuminato il beb e poi la Terra. Quel Sole nel quale si era voluto impersonare, facendo realizzare per l'atrio del suo palazzo reale una statua di bronzo alta oltre 35 metri, incoronata da un diadema a sette raggi, ognuno dei quali misurava sei metri, ma che non lo aveva salvato e protetto quando, solo quattro anni dopo la costruzione della Domus Aurea, decise di suicidarsi con l'aiuto di un suo schiavo, ormai abbandonato da tutti.
Il palazzo, quello che chiamiamo Domus Aurea e che oggi identifichiamo solo con gli scavi sul Colle Oppio, era la costruzione pi imponente della propriet imperiale; si estendeva per circa ottanta ettari nell'ampia vallata scavata nel corso dei millenni dagli affluenti del Tevere. Dopo l'incendio, che la tradizione popolare vuole appiccato dallo stesso Nerone, Roma era ridotta a un ammasso di rovine, soprattutto nella zona dove sorse il grande edificio; delle quattordici regioni augustee, tre erano state completamente bruciate e quattro seriamente danneggiate. L'imperatore colse allora l'occasione per varare un vasto programma di ristrutturazione urbanistica che miglior sicuramente le condizioni ambientali della citt, ma ne approfitt anche per espropriare i terreni dove aveva deciso di costruire la sua dimora imperiale che, alla fine, occup un terzo dell'Urbe.
L'area si estendeva dal Palatino alla Velia e proseguiva fino alle pendici meridionali dell'Esquilino; comprendeva il Celio con il tempio di Claudio, che venne trasformato in ninfeo, di cui vediamo la facciata lungo via Claudia. Negli anni Trenta del ventesimo secolo, parte della Velia, sella di collegamento tra Palatino e Oppio, fu tagliata per l'apertura di via dei Fori imperiali.
Al centro della vallata, dove oggi sorge il Colosseo, c'era anche un lago artificiale che sembrava un mare, circondato da edifici che formavano come delle citt; era stato scavato appositamente un bacino di forma quadrangolare, che era alimentato dal ninfeo di cui si  detto. Nell'avvallamento scorreva il Fosso Labicano, un piccolo affluente di sinistra del Tevere che seguiva il percorso dell'attuale via omonima. In quest'ampio territorio, che si pu immaginare vasto all'incirca quanto Villa Adriana, vi erano padiglioni, campi coltivati, vigne, boschi, animali domestici e selvatici. Era, insomma, una sorta di cittadella, una grande villa di campagna in citt, con diverse strutture proprio come la dimora del colto imperatore Adriano (117-138) a Tivoli.
Testimonianza di questa ricca propriet sono le centocinquanta immense sale alte fino a dodici metri sepolte sotto Colle Oppio, un palazzo dalle dimensioni di circa trecento metri di lunghezza per centonovanta di larghezza, un appartamento di cinquantasettemila metri quadrati, con l'unica fronte rivolta verso l'attuale via Labicana. Una residenza che in origine doveva essere su due livelli come scavi recenti hanno chiarito e come testimonierebbero alcune monete coniate tra gli anni 64 e 66 nelle zecche di Roma e di Lione che, sul rovescio, presentano un edificio nel quale si  voluto riconoscere la Domus Aurea.
L, dentro la Domus Aurea, a dieci metri sotto il livello stradale, con una temperatura di 12 d'estate e 4 d'inverno e un tasso di umidit che raggiunge il 98%, lungo un percorso attrezzato, ma in penombra,  necessario mettere in moto l'immaginazione per ricostruire la planimetria di questa villa immensa.
L'edificio era articolato in due grossi corpi di fabbrica, completamente diversi tra di loro dal punto di vista architettonico, del partito decorativo e della destinazione d'uso. La circostanza ha fatto ipotizzare che furono costruiti in tempi diversi.
Il primo corpo di fabbrica, a ovest, verso il Palatino,  organizzato con una serie di stanze ortogonali attorno a un ampio peristilio rettangolare con una fontana centrale, collocato alle spalle della facciata. Lo spazio oggi  deturpato dalle mura di sostruzione delle Terme di Traiano. Qui sono state trovate le stanze da letto dei proprietari, la sala da pranzo e i servizi, pertanto si ritiene che fosse l'appartamento privato dell'imperatore e della sua famiglia. In quest'ala del palazzo ci sono la sala della volta delle civette e il ninfeo di Polifemo, che confina, quest'ultimo, con l'altra ala della dimora che, come detto, venne costruita con canoni dissimili.
Il secondo corpo di fabbrica, a est, ha come punto focale la misteriosa sala ottagonale che diventa l'asse simmetrico di quest'ala e sulla quale s'imposta una cupola con lucernario. L'aula  situata al centro di due cortili pentagonali, dei quali ci resta solo quello di sinistra. L'altro, quello di destra, e tutto l'insieme di stanze disposte simmetricamente verso via Merulana, se ci sono, sono ancora sepolte sotto il Parco del Colle Oppio e se cos fosse, come recenti indagini sembrano dimostrare, l'intera facciata dalla domus arriverebbe a misurare circa trecentosettanta metri. La Domus Aurea  stata illustrata ipoteticamente in una nota incisione di Giacomo Lauro nel 1612.
Ricostruzione della Domus Aurea in un'incisione di Giacomo Lauro (1612).
In asse con il cortile pentagonale rimasto, si trova la splendida sala della volta dorata, il capolavoro del pittore Fabullus, che l'aveva affrescata secondo una partizione geometrica, forse primo esempio romano di pseudo-lacunari dipinti, decorandola con lamine d'oro.
L'architettura movimentata, la mancanza di stanze destinate a usi privati e di servizi fa ritenere che quest'ala del palazzo fosse la zona di rappresentanza, destinata alle cerimonie ufficiali e alle feste e forse aveva anche la funzione di museo della Domus Aurea. Molte finestre a bocca di lupo fanno pensare a uno studio particolare della luce secondo una regia prestabilita. Qui Nerone doveva aver raccolto molte opere d'arte trafugate in Grecia e in Asia Minore. Della sua vasta collezione facevano parte gli originali bronzei pergameni del Galata suicida e del Galata morente; ci restano soltanto le copie romane in marmo della raccolta Ludovisi, oggi presso il Museo Nazionale Romano e i Musei Capitolini.
Nel punto di saldatura dei due corpi di fabbrica ci sono degli ambienti architettonicamente anomali e confusi, probabilmente adattati allo spazio disponibile, che evidenziano chiaramente una differenza costruttiva. Come mai?
A leggere bene le fonti storiche, e chiedendo sempre aiuto a Svetonio, siamo informati che Nerone si fece costruire una casa che si estendeva dal Palatino all'Esquilino che chiam dapprima transitoria e poi, quando la fece ricostruire, perch era stata distrutta da un incendio, aurea. Se poi prendiamo in considerazione il fatto che questa villa sterminata era stata tirata su nell'arco di quattro anni (ma sembra che nel 68 non fosse ancora finita), forse si pu formulare l'ipotesi che l'ala ovest del palazzo possa essere quella Domus Transitoria, anzi, parte della domus, che l'imperatore aveva fatto edificare per congiungere il Palatino con i Giardini di Mecenate. Parzialmente distrutta anch'essa dal maledetto incendio dell'agosto del 64, fu restaurata da Celere e Severo, veri geni dell'architettura, che invece costruirono ex novo e con criteri innovativi la nuova ala della reggia. Tutta la struttura, infine, si chiam Domus Aurea.
Dalla primavera del 2019, dopo circa settant'anni di chiusura, la prima casa di Nerone, la Domus Transitoria,  stata riaperta al pubblico.
La zona visitabile si trova sotto la Domus Flavia, dove ci sono i cosiddetti Bagni di Livia, un insieme di costruzioni di epoca neroniana che appartengono alle due domus dell'imperatore. All'ambiente semipogeo, ma un tempo a cielo aperto, si accede tramite una scalinata antica.
Al centro di quest'area si trovava il triclinio dell'imperatore, coperto da una tettoia sostenuta da colonne di porfido. Di fronte al padiglione c'era uno splendido ninfeo ricostruito grazie ai disegni fatti durante gli scavi settecenteschi. Era organizzato come una scena teatrale, con nicchie alternativamente rettangolari e semicircolari dove zampillava l'acqua; erano ornate da colonnine di marmo verde e rosso antico, con capitelli di bronzo dorato. Tutte le stanze erano completamente rivestite di lastre di marmo che ricoprivano sia il pavimento sia le pareti.
Poco distante da qui, s'incontra una latrina di ottanta posti: per certi versi, una meraviglia.
La Domus Aurea, una delle mirabilia dell'umanit, ebbe purtroppo vita breve. Solo due anni dopo la morte dell'imperatore, avvenuta nel 68 d.C., Vespasiano (69-79) riconsegn il terreno alla citt e al posto del lago fece innalzare l'anfiteatro Flavio, che in seguito fu denominato Colosseo, forse per la presenza della statua gigantesca dell'imperatore, riutilizzata dai suoi successori sostituendo di volta in volta i lineamenti. Nel 79, il figlio di Vespasiano, Tito (79-81), cominci a smantellare l'edificio per la costruzione delle terme, forse recuperando l'impianto termale di Nerone. Chi per ne decise la definitiva scomparsa fu l'imperatore Traiano (98-117) che, quarant'anni dopo, nel 104, anche a causa di un incendio che distrusse l'enorme struttura, scelse il Colle Oppio per la realizzazione delle sue grandiose terme e la Domus Aurea come loro fondamenta. Il suo architetto di fiducia, Apollodoro di Damasco, spoliata la domus delle statue, dei marmi e degli altri oggetti di pregio, nascose la facciata facendo innalzare grossi muri di sostegno, colm le stanze con terra da riporto e sigill la Casa Dorata sotto l'imponente fabbricato termale.
Adriano (117-138), infine, utilizz l'atrio della domus, sulle alture della Velia, per costruire il Tempio di Venere, spostando pi in basso, nell'area antistante al Colosseo, il Colosso di Nerone.
Traiano non poteva immaginarlo, ma la sua condanna all'oscurit della reggia, la sua damnatio memorie dell'ultimo imperatore della gens Claudia, si rivel vincente per la Domus Aurea che oggi  tornata a splendere, seppure sotterranea, e a raccontare ai posteri le radici storiche di una citt. L'optimus princeps ci ha lasciato una ricca eredit, perch la Casa Dorata e i suoi affreschi, rimasti incapsulati come un seme nella terra per molti secoli, hanno dato i loro frutti e un notevole contributo alla storia dell'arte italiana.
Quando alla fine del Quattrocento, in modo del tutto accidentale, furono scoperte quelle grotte, non ancora identificate con la reggia imperiale, stuccate e affrescate con figurine fantastiche, queste suscitarono la curiosit dei pittori del Rinascimento che allora lavoravano alla fabbrica di San Pietro e, grazie a Nerone, riscoprirono una buona parte della pittura antica.
Le pitture delle Logge Vaticane di Raffaello e la Loggia di Villa Madama a Roma di Giovanni da Udine sono ispirate proprio ai tritoni, alle ninfe, alle aure, ai geni alati, agli animali fantastici, alle chimere viste nelle caverne sotto Colle Oppio, che da allora si chiamarono grottesche.
Autore dei capricci pittorici neroniani, un vero e proprio dizionario del fantastico, fu il pittore Fabullus, che aveva la mania di indossare la toga anche quando dipingeva sulle impalcature. Usava colori luminosi e lussureggianti, floridi come l'azzurro, il rosso vivo, il verde erba, il giallo oro e dipingeva con una pennellata e con un tocco umido, cio fluido e pastoso, secondo la definizione di Plinio.
I lavori di scavo della Domus Aurea, in un primo tempo finalizzati al recupero delle opere d'arte, iniziarono sotto il pontificato di Giulio secondo (1503-1513). Solo dalla fine del diciottesimo secolo si avviarono ricerche serie, anche se veri e propri scavi sistematici furono condotti all'inizio del diciannovesimo secolo. La sala ottagonale fu scavata nel 1926, mentre la sala della volta dorata, in parte, nel 1934. Il ninfeo di Polifemo fu scoperto nel 1957, mentre nel 1969 si trovarono i resti del piano superiore della villa. In anni pi vicini a noi, il monumento era aperto solo agli studiosi e per pochi visitatori, ma negli anni Ottanta fu chiuso per avviare un difficile e lungo lavoro di restauro.
Il 25 giugno del 1999 la Domus Aurea spalanc le porte al pubblico. Per festeggiare degnamente il recupero del monumento, Roma dedic tre giorni di feste in piazza, nei teatri e nei musei come omaggio alla Roma antica con filmati, letture e spettacoli teatrali, ricordando l'imperatore Nerone.
Purtroppo, il degrado ambientale, gli inquinanti e soprattutto l'umidit e l'acqua che impregnano la collina non danno tregua al monumento. Nel maggio del 2001, due anni dopo la sua riapertura fu chiusa per un crollo che, fortunatamente, riguard solo una delle strutture di sostegno delle Terme di Traiano. Nel dicembre del 2005, per pericolo di crolli, la domus fu nuovamente chiusa al pubblico e riaperta per restauro il 6 febbraio del 2007, durante il quale i pochi visitatori ammessi hanno potuto vedere da vicino, salendo sul ponteggio, le mitiche pitture di Fabullus della volta dorata, che si pu considerare una sorta di spartiacque tra la zona occidentale e quella orientale della dimora neroniana.
Delle centocinquanta stanze della domus scavate a oggi, al momento della riapertura nel 1999 erano visibili soltanto trentacinque. Tuttavia il monumento  troppo importante per la storia di Roma per questo  costantemente sotto controllo e sempre in fase di recupero con l'obiettivo finale di poterlo restituire nella sua complessit ai visitatori.
Negli ultimi mesi del 2018, mentre si restaurava la sala 72 (delle centocinquanta) si  scoperta la volta a botte di una sala adiacente, completamente affrescata.  stato un nuovo mirabile regalo della Domus Aurea;  la Sala della Sfinge, per la pittura che mostra la mitica figura su un piedistallo. Sul fondo bianco della stanza emergono tante piccole rappresentazioni all'interno di riquadri incorniciati con rosso e giallo oro. Si distinguono il dio Pan e un altro personaggio che combatte con una pantera. E decorazioni tipiche dell'epoca, dalle architetture al bestiario fantastico tipico della Domus Aurea, con creature acquatiche e ghirlande di fiori e frutta, sulle quali si posano uccellini in volo. Secondo gli archeologi e i restauratori, la stanza, che al momento  quasi completamente interrata, in epoca neroniana doveva essere poco illuminata, per questo si decise per un fondo bianco dal quale emergono le fantasie pittoriche della cosiddetta Bottega A, che lavor alla reggia tra il 65 e il 68 d.C.
La Domus Aurea, con i suoi misteri e i suoi segreti, ci aspetta; sta l da circa duemila anni, per narrarci ancora storie fantastiche o che a noi, almeno, paiono tali perch cos lontane nel tempo. Che cos'altro sapr raccontarci?
Il ninfeo a via degli Annibaldi
All'inizio di via degli Annibaldi, sulla destra procedendo dal Colosseo verso via Cavour, una porticina di ferro nasconde un piccolo gioiello antico, purtroppo molto danneggiato.
Una scala a chiocciola conduce in un ambiente sotterraneo che  datato al 50 a.C., sulla base della tecnica muraria in opera reticolata con piccoli tufelli. Si tratta di un ninfeo che si ritiene facesse parte di una domus repubblicana che fu danneggiata, forse, nell'incendio del 64 d.C., epoca in cui l'installazione fu interrata e distrutta dalle mura di fondazione della Domus Aurea.
La scoperta fu fatta nel 1894 quando si decise il taglio del Fagutale, una propaggine dell'Esquilino, proprio per la realizzazione della via che ora d il nome al ninfeo. I lavori tagliarono la fontana romana della quale ora rimane poco meno della met destra. Gli scavi archeologici portarono al ritrovamento di un'aula rettangolare absidata, dotata di una vasca, con due pareti rettilinee. Il ninfeo originale era composto di nove nicchie (ne restano solo quattro) che dovevano ospitare delle statue.
L'abside ha una copertura a catino ribassato ed  divisa in due registri. L'ampia esedra semicircolare  completamente decorata con motivi geometrici e figurativi (losanghe, scudi e corazze) ricavati dalla pietra pomice e incrostata di conchiglie di vario tipo, schegge di marmo e vetri colorati.
Le case romane al Celio.
Il caso dei santi Giovanni e Paolo, celebrati nell'omonima chiesa al Celio, due dei pochi martiri romani venerati dentro la citt (gli altri sono sepolti e commemorati nelle catacombe del suburbio),  ancora un giallo irrisolto e molto probabilmente destinato a restare tale. Alcuni studiosi ritengono valida la tradizione secondo la quale Giovanni e Paolo, fratelli e soldati, decapitati al tempo di Giuliano l'Apostata (361-363) furono sepolti nella loro stessa casa, come narra la loro passio leggendaria e priva di fondamento storico. Altri pensano, invece, che nella casa vi fossero soltanto le loro reliquie; quanto alla fratellanza, da un documento del sesto secolo siamo informati che la stessa fede e la stessa passione li resero fratelli.
Complessa  anche la storia dell'intitolazione della basilica al loro nome perch, alla fine del quinto secolo, la chiesa aveva una duplice dedica: titulus Pammachii e titulus Byzantis. Con questa doppia sottoscrizione si firmarono i presbiteri che parteciparono al Sinodo romano tenutosi nel 499. Un secolo dopo, per, nel 595 la chiesa era gi conosciuta con l'attuale denominazione e nel vii, infine,  dato per scontato che i corpi dei due martiri riposino nella chiesa al Celio. Come per il titulus Equitii e S. Silvestri, anche in questo caso ci troviamo di fronte alla coesistenza di due titoli difficilmente spiegabili.
Le testimonianze pi antiche sul culto dei due martiri si leggono in un'iscrizione che segnala l'esistenza di un altare che fu dedicato alla loro memoria, ma gli studiosi non concordano n sulla cronologia n sulla sua posizione. In ogni caso e, secondo le fonti storiche, dal quinto secolo il culto dedicato a Giovanni e Paolo  un caso conclamato.
Invece, le vicende narrate nella passio risalgono ai primi anni del sesto secolo. Il racconto fu composto secondo lo standard tipico delle leggende agiografiche, finalizzato in questo caso, ad avvalorare e a giustificare il cambiamento del titulus Pammachii in titulus santorum Johannis et Pauli.
Abside della basilica dei Santi Giovanni e Paolo vista dal Clivus Scauri.
Nella storia si narra che i due giovani avessero deciso di donare i propri beni ai poveri e che l'imperatore Giuliano l'Apostata volesse impadronirsene, concedendo loro dieci giorni di tempo per riflettere. La loro decapitazione fu eseguita da un certo Terenziano che, dopo averli seppelliti nella loro stessa casa, si convertir e si far battezzare. Il successore di Giuliano, Gioviano (363-364), che era stato amico dei due martiri, chiese al senatore Bizante e a suo figlio Pammachio di cercare i loro corpi e di edificare una chiesa nella loro casa. Agli accadimenti di Giovanni e Paolo sono legate le sorti anche dei martiri Crispo, Crispiniano e Benedetta, quest'ultima totalmente ignota alle fonti agiografiche e liturgiche, mentre i primi due sono ricordati con l'indicazione topografica della via Tiburtina. Altrettanto sconosciuto  il suddetto martire Terenziano che, secondo la narrazione, sarebbe stato anch'esso sepolto con il proprio figlio, nella casa del Celio.
Nella navata centrale della basilica, una lastra di marmo recinta da un'inferriata segnala il luogo venerato, la Confessio. Visitando l'ipogeo ci si rende conto che si tratta di un pianerottolo basso e stretto che metteva in comunicazione i due piani di un'abitazione della met del terzo secolo isolando, con la sua realizzazione, il piano superiore. Il piccolo vano  completamente affrescato con pitture datate al quarto secolo, suddivise in due registri. Nella parete di fondo, nella parte inferiore  dipinto un Orante con le braccia aperte, forse il Cristo o uno dei due martiri, incorniciato da due tende e circondato da fedeli inginocchiati ai suoi piedi. In alto su entrambi i lati di un vano-finestra restano due figure maschili incomplete. L'apertura  variamente interpretata o come una fenestella confessionis, dove si poteva osservare il luogo del martirio e della sepoltura, oppure un reliquiario per mobile d'altare. Le altre pareti mostrano, in alto a destra, una rarissima scena di martirio in ambito funerario, forse Crispo, Crispiano e Benedetta, e nella parete di fronte alcuni personaggi con un cervo. Nel registro inferiore si vedono figure maschili e femminili stanti.
Per capire l'articolazione delle strutture che si trovano sotto la basilica dei Santi Giovanni e Paolo  necessario risalire al secondo secolo, quando sul colle, dall'attuale via di San Gregorio, saliva il clivus Scauri, denominato ancora oggi cos. Era la via principale della zona ed  una delle pi antiche strade di Roma che ci sia rimasta. Un percorso secondario a quarantacinque gradi attraversava il clivo.
Nel secondo secolo, tra questo vicolo e il vicino tempio di Claudio (alcuni suoi fornici sono visibili sotto il campanile della chiesa) vi era una domus con annesso un piccolo edificio termale che prospettava verso la valle del Colosseo, in una posizione inferiore rispetto al livello stradale, per via della geomorfologia scoscesa del colle, che l degradava verso l'avvallamento dell'anfiteatro. Sotto la chiesa, l'edificio del secondo secolo corrisponde alla navata di destra.
All'inizio del terzo secolo, l'area compresa tra il percorso trasversale e il clivo di Scauro fu occupata da un'ampia insula con tabernae e retrobottega-abitazione, precedute da un portico. Verso la fine del iii, infine, un unico proprietario acquist sia l'abitazione pi antica sia l'insula, trasformando tutto il complesso in un'unica grande domus che inglob anche il vicus minore, di cui si pu vedere parte del basolato visitando il monumento. Nella fase successiva (quarto secolo) fu realizzato il luogo di culto che  un punto di riferimento molto importante prima dell'edificazione della basilica, all'inizio del quinto secolo. La chiesa fu fatta innalzare, nel 410, dal senatore e mecenate cristiano Pammachio, utilizzando il piano superiore della grande domus.
Con la suddetta trasformazione dell'insula e dell'abitazione del secondo secolo in un'unica ricca domus, il portico, le tabernae e i retrobottega furono riconvertiti in stanze di soggiorno, mentre le altre sale dell'abitazione si trovavano al piano superiore. Le piccole terme private furono interrate e il cortile all'aperto, lungo il vico secondario, fu trasformato in una fontana-ninfeo.
Con la ristrutturazione degli ambienti, le stanze del pianterreno furono affrescate. La pi interessante  la cosiddetta stanza dei Geni, che presenta un doppio partito decorativo al di sopra dello stipite delle porte, su un intonaco color avorio. Nella parte superiore, in una vivace scena di vendemmia sono affrescati amorini danzanti fra tralci di vite e uccelli che volano o becchettano in terra. Al di sotto, separati da una fascia bruna, alcune figure di giovani nudi, con un manto sulle spalle, sostengono un festone di foglie, frutti e fiori raccordando le quattro pareti. Sul fondale sono dipinti volatili e animali da cortile.
La decorazione cre non pochi scrupoli al rettore della basilica, padre Germano da San Stanislao che, alla fine dell'Ottocento, inizi a scavare sotto la chiesa penetrando nei sotterranei da un passaggio aperto nella vicina sala decorata a finto marmo, imitante l'opus sectile.
La sua ricerca fu tuttavia premiata non solo dall'eccezionale scoperta della Confessione, ma anche dalla presenza, in una stanza vicina a quella dei Geni, di una figura femminile fino ad oggi interpretata come Orante, a convalidare la tesi di una cristianizzazione della domus. L'immagine, riprodotta in tutti i libri di storia dell'arte, oggi viene pi semplicemente ricondotta alla figura della Pietas, poich nella stanza, bench rovinate, ci sono figure di filosofi; se non addirittura di una danzatrice, per l'atteggiamento dinamico del corpo.
Un altro affresco di sicuro interesse, anch'esso variamente interpretato,  quello del ninfeo (seconda met terzo secolo). Una figura femminile seminuda (Proserpina?), sdraiata su un triclinio, porge la coppa a un giovane che le versa da bere. Accanto e lei, alla sua destra, si vede un'altra immagine muliebre sdraiata, ma vestita con un pallio. Il gruppo  circondato da un ambiente marino con eroti che nuotano, remano, navigano su piccole imbarcazioni.
Nella zona pi interna della domus si trovano altri ambienti destinati ai servizi e usati come cantina. In una stanza, denominata cella vinaria, furono ritrovate diverse anfore ora in mostra nell'Antiquarium, che  stato ricavato in un'aula a croce greca accanto al ninfeo.
Nel sotterraneo sono presenti anche due altari ottocenteschi, il primo nella stanza dei finti marmi donato da papa Leoneterzo(795-816) in occasione del rinvenimento dei sotterranei nel 1887, il secondo nel passaggio del vicolo.
Prima del complesso restauro del monumento, realizzato dalla Soprintendenza archeologica e per i beni artistici e storici, negli anni Novanta del Novecento, l'accesso ai sotterranei era consentito dalla basilica. Oggi un nuovo ingresso lungo il clivo di Scauro permette di visitare il pianterreno della domus che ha inglobato l'insula il quale, di fatto, si trova a livello stradale, visto l'andamento collinare della zona. L'ambiente ipogeo vero e proprio, il balneum (secondo secolo) non  visitabile, ma i suoi resti si possono scorgere dalla passerella tra il ninfeo e l'Antiquarium.
In epoca medievale, nei vani accanto alla biglietteria, fu ricavato l'oratorio del Santissimo Salvatore (dodicesimo secolo). Uno degli affreschi pi importanti, dedicato proprio al Salvatore,  conservato nell'Antiquarium, mentre nelle pareti restano alcune immagini che vanno purtroppo sbiadendo. Da notare la crocifissione del Cristo, soprattutto per la rara iconografia che lo vede vestito con il colobium, una lunga tunica, com' classicamente rappresentato in ambito siriaco-palestinese, e a Roma attestato anche nella chiesa di Santa Maria Antiqua al Foro Romano. Un'altra immagine di Ges in croce con il colobium, ma di epoca moderna, si pu vedere nel mosaico della facciata della chiesa di Santa Maria Liberatrice a Testaccio.
La chiesa del Celio che, come detto, occup il primo piano della domus tardoantica, sovrasta con la sua navata centrale (44,30 x 14,68 m) quelle che furono, al piano terra, le botteghe e le retrobotteghe dell'insula (inizio terzo secolo). La navata di sinistra  invece sopra il portico dei negozi, poi riconvertito in oratorio e oggi occupato in parte dall'ingresso al monumento, mentre la navata di destra  collocata sopra la domus pi antica con relativo balneum (secondo secolo) e il ninfeo-fontana (TERZO secolo).
Questa fu una domus ecclesiae?
Se cos fosse, sarebbe l'unico esempio monumentale esistente a Roma. Ma le fonti tacciono e gli studiosi non si pronunciano, quindi l'eccezionale monumento  definito genericamente come case romane del Celio sottostanti la basilica dei San Giovanni e Paolo. Il monumento  stato riaperto regolarmente al pubblico e facilmente visitabile dal gennaio del 2002: impossibile vivere a Roma senza averlo visto.
Il ninfeo dell'Uccelliera a Villa Celimontana
 l'unico sito sotterraneo dove, invece di scendere, occorre salire.
In realt, il piccolo ninfeo, un gioiello della fine del sedicesimo secolo, si trova nascosto sotto il giardino pensile di Villa Celimontana, dentro le sostruzioni che oggi, dopo il restauro, sono veri e propri contrafforti di sostegno e di controspinta del parco superiore. Si trova quasi sotto il palazzetto della Societ geografica italiana, mentre un tempo era all'aria aperta; piacevole area di sosta degli ospiti della famiglia Mattei. Da l l'occhio spaziava con lo sguardo verso la valle sottostante con i ruderi delle Terme di Caracalla. Oggi  anche affacciato sull'area del Semenzaio di San Sisto in uso al Servizio Giardini del Comune di Roma.
Nell'Ottocento, dopo la tamponatura delle aperture, rimase ingabbiato nel cuore del terreno insieme con le radici degli alberi e completamente dimenticato.
Il ninfeo dell'Uccelliera  chiamato cos perch, in origine, superiormente, c'era una grande voliera da cui i diversi pennuti rallegravano con il loro cinguettio quanti passeggiavano nel parco. In seguito il padiglione fu eliminato per ampliare il cinquecentesco casino Mattei. Una decina di anni fa, intervenendo per risolvere una perdita d'acqua, il ninfeo fu magicamente ritrovato e, dopo il restauro, aperto al pubblico. Si visita poche volte l'anno con un permesso speciale concesso ad associazioni culturali.
Per scovarlo, una volta entrati a Villa Celimontana, si deve procedere fin quasi alla facciata della Societ geografica italiana, quindi svoltare a sinistra e, in fondo, dopo un cancello abitualmente chiuso, si scende nel terrazzamento inferiore. Una porta di ferro consente di accedere alla breve scalinata che porta alla fontana. Sul pianerottolo d'ingresso i visitatori sono accolti da un mosaico con la rappresentazione di un'aquila, stemma araldico della famiglia Mattei, mentre in quello superiore il pavimento musivo ha forme geometriche.
Il ninfeo  un ambiente piccolo, ma molto evocativo. L'abside  decorata ad affresco e a mosaico per il quale sono state utilizzate scaglie di marmo, frammenti di pomice, concrezioni calcaree e madreperla, che con l'acqua della fontana favorivano la creazione di meravigliosi giochi di luce. L'opera  ispirata agli antichi ninfei di epoca greco-romana.
La decorazione  disposta su pi registri. Due brevi fasce, una inferiore e l'altra superiore (decorata a girali), incorniciano un disegno geometrico rivestito a tartari, un rivestimento che simula le stalattiti, realizzato con frammenti spugnosi di travertino o di calcare; era utilizzato sulle pareti per simulare la grotta naturale, non solo nei giardini imperiali, ma anche nelle domus e nelle ville. Furono riusati in et rinascimentale per fontane e ninfei delle ville dei nobili e del clero.
Lo schema del disegno del ninfeo  suddiviso in quadrati che contengono, nel mezzo, cerchi concentrici. La conca absidale ha la forma di una mezza conchiglia; dal centro del soffitto  articolata con costolature dipinte alternativamente in rosso, verde e giallo, decorate con madreperle che riflettevano i giochi d'acqua. Tra la conchiglia e la fascia dei tartari, il muro absidale  dipinto con affascinanti figure a grottesca sia per la resa delle morbide curve che per l'impiego di minuscoli frammenti marmorei colorati ridotti a polvere finissima, ma pur sempre scabra, per amplificare il riverbero dei bagliori di luce.
Alla fine del Cinquecento questa zona dalla forma irregolare, compressa tra i territori delle chiese di Santa Maria in Domnica, San Gregorio Magno e i Santi Giovanni e Paolo, era coltivata a vigna. Nel 1553, Giacomo Mattei, che apparteneva a una delle famiglie pi in vista della capitale, decise di acquistare questo terreno al Celio, per farne la residenza e la rappresentanza del casato e mostrare con ci l'importanza che egli rivestiva nella vita politica e sociale di Roma. La propriet era la dote che volle dare alla figlia Claudia, la quale spos Ciriaco Mattei, cugino e artefice della trasformazione della vigna in un giardino ricco di statue e fontane, dove chiam a lavorare gli artisti pi noti dell'epoca. Quasi una predestinazione se  vero che l'appellativo in domnica possa derivare da Ciriaca, la cui traduzione dal greco significa che appartiene al Signore!
La villa rimase di propriet della famiglia Mattei fino all'inizio dell'Ottocento quando, per l'estinzione del ramo maschile, fu venduta. Dal 1804 alla fine della prima guerra mondiale, l'abitazione signorile sub un balletto di proprietari, passando da principi e marchesi fino all'ultimo proprietario, il barone tedesco Richard Hoffmann al quale fu confiscata, appunto dopo la guerra, e incamerata come bene ex nemico dallo Stato italiano. Nel 1924 la Palazzina Mattei fu assegnata alla Societ geografica italiana mentre il parco fu assegnato al Comune di Roma e aperto al pubblico nel 1928.
Oggi, la meraviglia della villa cinquecentesca, immersa nel verde e tra le fontane, ricca di opere d'arte antica per la maggior parte confluite nei Musei Vaticani e in altre collezioni pubbliche e private, rimane un pallido ricordo che lascerebbe quantomeno sconcertato Ciriaco Mattei.
Resta solo l'obelisco di Ramsete secondo, un tempo ai piedi della scalinata dell'Aracoeli, donato dal Comune di Roma alla famiglia Mattei; oggi non  pi nella sua posizione originaria, cio nel circo di Villa Mattei che Ciriaco apriva, una volta l'anno, per far sostare i pellegrini delle Sette Chiese. Il pellegrinaggio era stato istituito da san Filippo Neri e in quell'occasione i padri filippini offrivano ai partecipanti, ricchi e poveri, una colazione a base di pane, vino, uova, salame, formaggio e due mele ciascuno.
La basilica di San Clemente.

La basilica di San Clemente, in via di San Giovanni in Laterano, fu fatta innalzare nel 1108 da papa Pasquale secondo (1099-1118) sulle rovine di una precedente basilica paleocristiana ormai caduta in rovina, soprattutto dopo le distruzioni causate dai normanni di Roberto il Guiscardo (1084). Fu restaurata nel diciottesimo secolo dall'architetto Carlo Fontana, su commissione di papa Clemente undicesimo (1700-1721).
La chiesa  uno scrigno di meraviglie gi dal sopratterra. Nella cappella di Santa Caterina (navata sinistra chiusa da una cancellata) si possono ammirare i luminosi affreschi di Masolino da Panicale, realizzati verso il 1431.
Nei suoi sotterranei troviamo invece una stratificazione sorprendente di edifici romani che vanno dal primo al quarto secolo d.C.
Altre stranezze, poi, aspettano il visitatore che percorrendo i sotterranei di San Clemente  costantemente accompagnato, nel suo cammino, dalla musicalit cristallina di un ruscello con una portata costante di acqua, che scorre alla profondit dei muri romani. Prima di essere incanalato fluiva libero e, stando alle testimonianze di turisti del passato, formava una cascatella di un metro di altezza e si attraversava tramite un ponticello.
Alla basilica sotterranea, che gi si intravede dal pavimento in cristallo dell'ingresso, si arriva scendendo dal maestoso scalone del 1863 che conduce nel nartece. L'edificio fu realizzato tra la met del quarto e l'inizio del quinto secolo d.C. presumibilmente in una domus romana utilizzata come domus ecclesiae, forse il titulus Clementis, che rioccup essenzialmente un edificio industriale a blocchi di tufo, forse la Zecca di Domiziano. In origine, l'unica grande navata della chiesa ripresentava la planimetria rettangolare della costruzione sottostante. Alla fine del quarto secolo (395 d.C.) il clero acquist un mitreo vicino alla zecca, ormai chiuso definitivamente, sfruttando il vestibolo come sostruzione dell'abside per completare l'edificio cristiano, scandendo lo spazio basilicale in tre navate. Fu creato il nartece che in facciata era sorretto da sei colonne, di cui ne restano solo due. Un vano laterale accanto all'abside fa supporre l'esistenza di pastofori, cio quegli ambienti usati come sacrestia e custodia delle reliquie. In seguito fu affrescata con dipinti che vanno dall'ottavo all'undicesimo secolo. Nel 1084, dopo i gravi danni di cui si  detto, furono murate le colonne a sinistra, ma in breve tempo si decise di costruire ex novo un edificio utilizzando questa basilica paleocristiana come basamento. Cos, lungo tutta la navata centrale fu eretto un muro, tagliando fuori la navata di destra, riducendola a un corridoio. Il nuovo fabbricato, l'attuale chiesa,  anch'esso a tre navate, ma pi piccolo; il suo perimetro corrisponde alla sola navata centrale e a quella sinistra della sotterranea.
La basilica del quarto secolo fu dedicata a papa Clemente (88-97), terzo vescovo di Roma, e fu edificata, forse, sulla casa paterna. Il pontefice era romano di origine ebraica e fu discepolo di Paolo. Secondo la tradizione era imparentato con la famiglia dell'imperatore Domiziano, quindi apparteneva alla gens Flavia. Fu una personalit forte, impegnata profondamente nel suo apostolato e nella sua missione di conversione dei pagani, ma questo impegno pastorale lo port all'esilio. Nel 97 d.C. l'imperatore Nerva (96-98) lo recluse nel Chersoneso, dove comunque continu la sua missione fino a quando, sotto Traiano (98-117), dopo essersi rifiutato di sacrificare agli di, fu gettato nel Mar Nero legato a un'ancora. Era l'anno 100 d.C. Si presume che nel nono secolo il suo corpo fosse riportato a Roma da san Cirillo e san Metodio e sepolto nella sua basilica.
Le leggende che ruotano attorno alla sua figura sono narrate con vivacit dagli affreschi della basilica sotterranea. Le pitture sono testimonianze eccezionali anche per la loro conservazione; furono realizzate in tempi diversi: nell'ottavo, nel nono e anche nell'undicesimo secolo, nel periodo compreso tra i danni dei normanni e la sua ricostruzione a un livello superiore.
All'ottavo secolo appartiene la Madonna con il Bambino in trono, piuttosto defilata perch  conservata in una nicchia della navata destra. La resa pittorica dell'immagine  ancora ferma agli algidi schemi bizantini, mentre al nono secolo si collocano le pitture del cosiddetto Giudizio Universale (o Sante bizantine), nella stessa navata.
Sono di scuola romana dell'undicesimo secolo due importanti affreschi della leggenda del santo eponimo della chiesa. Il primo, Il miracolo di San Clemente,  conservato nel nartece.  articolato su due registri: nella parte superiore si racconta la storia dell'evento miracoloso secondo il quale negli abissi del Mar Nero si trovava la cappella del santo papa, l dove venne annegato. Ogni anno, le acque del mare si aprivano il tempo necessario per consentire ai pellegrini di andare a visitare la sua tomba, ma una volta una madre perse l il suo bambino che recuper vivo e vegeto l'anno successivo grazie all'intervento prodigioso del santo; nel registro inferiore  rappresentata la famiglia del donatore, Beno de Rapiza. Al centro, tra le due scene, c' un clipeo con l'immagine del santo.
La chiesa di San Clemente in un'incisione di Giuseppe Vasi.
Lo stesso Beno de Rapiza (rappresentato con la moglie) fu il devoto donatore che consent l'esecuzione di un altro affresco nella navata centrale: La leggenda di Sisinnio. La tradizione narra che quest'ultimo, prefetto di Roma, ordin di arrestare papa Clemente perch aveva convertito la moglie. Gli agenti di polizia arrivarono mentre Clemente celebrava la messa, ma un evento eccezionale li rese ciechi tanto che i soldati, credendo di aver preso il santo padre, imprigionarono invece una colonna. L'affresco  molto noto soprattutto per la scenetta popolare e il dialogo in lingua volgare italiana che intercorre tra i militari dei quali si conosce il nome: Cosmaro, Carvoncello e Albertello. Nel fumetto Sisinnio incita i tre, Fili de le pute, traite, mentre Albertello, rivolgendosi al suo compagno gli urla falite dereto colo palo. Clemente, invece, parla ancora in latino, sentenziando che a causa della loro cattiveria sono costretti a trascinare dei sassi (ob duritiam cordis vestris saxa traere meruistis).
Tra gli affreschi di rilievo, occorre ricordare anche le storie di sant'Alessio, dell'undicesimo secolo.
Nella navata sinistra, in fondo, prima di accedere agli scavi romani, un altare con un mosaico moderno ricorda qui il presunto luogo di sepoltura di san Cirillo. Il monumento  stato realizzato dagli slavi in sua memoria nel 1929 e nel 1952. Il corpo del santo potrebbe essere stato conservato nel bel sarcofago di marmo collocato nella navata di destra.
La storia degli scavi inizia gi nel 1715 con alcuni lavori nell'atrio della basilica. Altre indagini furono fatte nel 1818 e gi nel 1837 si videro alcuni ambienti sotto la sacrestia e due colonne della primitiva basilica. Dopo queste scoperte, nel 1857 padre Joseph Mullooly riprese i lavori con vigore, coinvolgendo la Pontificia commissione di archeologia sacra con Giovanni Battista de Rossi, padre dell'archeologia cristiana, che avvi la ricerca del sepolcro di san Cirillo ipotizzato in fondo alla navata di sinistra.
Nel 1858 si videro il vestibolo del mitreo e l'abside primitiva della basilica paleocristiana. Nello stesso anno fu portata alla luce la navata destra e alcuni affreschi. Nei primi mesi del 1860 si trov il vicolo esistente tra i due edifici sottostanti la basilica e si scopr il muro della zecca.
Purtroppo, con la fine dei finanziamenti, i lavori si bloccarono, ma l'idea geniale di padre Mullooly di pubblicizzare i lavori all'estero produsse non solo molte sottoscrizioni, ma anche l'arrivo di archeologi volontari, studenti e religiosi, provenienti soprattutto dall'Inghilterra. Grazie a questo lavoro di volontariato tornarono alla luce quasi tutta la basilica e gli ambienti romani pi antichi, ma anche gli affreschi della messa di San Clemente e delle storie di Sant'Alessio.
Nel 1863 fu realizzato lo scalone che conduce nei sotterranei. Altre attivit furono portate avanti da padre L. Nolan, che attu lavori di drenaggio del sotterraneo con un canale lungo pi di 600 metri. Altre campagne di scavo furono fatte nel 1924, nel 1937-38, nel 1945-46, mentre tra il 1963 e il 1971 i lavori di restauro nella basilica paleocristiana furono eseguiti a cura della Soprintendenza dei monumenti del Lazio.
Le indagini degli anni Novanta del Novecento hanno rivelato anche la presenza di un battistero.
Il mitreo di San Clemente
L'idea, non confermata dagli studi, che il mitreo di San Clemente, sepolto sotto strati di cristianit, possa essere stato il luogo di culto appannaggio dei gladiatori del Colosseo  affascinante. In fondo il Ludus Magnus, che era la palestra principale dove si allenavano i lottatori dell'anfiteatro, dista solo duecento metri, mentre il Colosseo  poco pi lontano.
Il tempio  situato al terzo livello sotterraneo dell'attuale chiesa clementina in corrispondenza dell'abside; fu scoperto attorno al 1860 da padre Joseph Mullooly, allora priore della basilica, e dall'archeologo Giovanni Battista de Rossi (1822-1894), fondatore dell'archeologia cristiana.
L'aula, che si fa risalire al terzo secolo d.C., aveva occupato il cortile di un edificio di epoca domizianea, datato tra il 94 e il 96 d.C., ma gli scavi d'inizio Novecento (1912-14) hanno scoperto che al di sotto del mitreo ci sono le stanze di una casa romana risalente agli anni 41-54 d.C., distrutta nel 64 dall'incendio cosiddetto di Nerone.
Per rendere sotterraneo il mitreo, gli ambienti della domus furono riconvertiti al nuovo uso tamponando alcuni ingressi, aprendo altre porte e costruendo una volta, scabra, in pomice per riprodurre le asperit della roccia. Nel soffitto furono aperti undici lucernari strombati verso l'alto e lavorato a stelle, realizzate con lo stucco, per ricreare la sfera celeste. Sui lati lunghi della sala furono costruiti in muratura i tipici banconi declinanti verso la parete e creando, sul davanti, la risega che veniva utilizzata come piano d'appoggio per il cibo dell'agape mitraico o per le lucerne.
Prospiciente l'ingresso  distinguibile, con il suo bianco candore, l'altare di marmo: un parallelepipedo con la scena della tauroctonia (sulla fronte), i dadofori (fianchi laterali), un serpente (lato posteriore). L'ara fu ritrovata, danneggiata, al di fuori dell'aula di culto; era stata gi restaurata in antico. Presumibilmente il mitreo sub almeno un paio di attacchi distruttivi, forse da parte dei cristiani, prima di essere abbandonato del tutto. In asse con l'altare, in fondo alla parete,  collocata una diafana statuetta di Mitra petrogenito, nato cio dalla roccia.
All'esterno della spelonca ci sono altri ambienti nei quali si riconosce la cosiddetta schola mitraica dove gli adepti, prima di essere iniziati, erano catechizzati dal sacerdote di Mitra, e l'atrio, con sedili in muratura e un bel soffitto realizzato a stucco con disegni geometrici e floreali. Anche nell'aula-scuola il soffitto a volta  di stucco, mentre il pavimento  mosaicato con tessere bianche e nere. Sui lati ci sono delle panche in mattoni; le pareti presentano sette nicchie forse corrispondenti ai sette livelli d'iniziazione.
Verso la fine del quarto secolo, accanto al mitreo, i cristiani costruirono la prima basilica di San Clemente che ora si trova sotto la chiesa attuale, utilizzando il piano superiore di un importante edificio industriale, interrando il primo piano che fu utilizzato come sostruzione. Il mitreo, perci, venne a trovarsi a un livello inferiore rispetto alla chiesa e continu a osservare il suo culto probabilmente fino al 395 d.C., quando la religione di Mitra, a Roma, fu dichiarata illegale. L'edificio e il mitreo erano separati da un vicoletto.
Il mitreo scoperto a fine Ottocento sotto la chiesa di San Clemente.
In seguito il clero acquist il terreno occupato dalle aule del mitreo; la superficie dell'atrio serv per sistemare l'abside della basilica che fino allora doveva essere stata una semplice aula rettangolare. Gli altri ambienti mitraici furono murati e interrati.
Quello di San Clemente  il mitreo pi facilmente visibile, dato che gli scavi sotto la basilica sono regolarmente aperti al pubblico. Per visitarlo, anche l'estimatore contemporaneo di Mitra dovr sottostare, se cos possiamo dire, a delle prove di coraggio. Dopo aver raggiunto la basilica paleocristiana del quarto secolo attraverso un'ampia scalinata che introduce nel nartece,  necessario arrivare fino all'altare e girare dietro la navata laterale sinistra. Qui, attraverso una ripida scaletta che si restringe scendendo, ci s'inabissa nel sotterraneo mitraico, terzo livello ipogeo, approdando proprio nel vestibolo del santuario.
Di fronte si apre la sala di culto, ma il visitatore dovr accontentarsi di osservare il tempio dall'esterno e in penombra, perch una pesante inferriata, moderno muro di divisione tra le due religioni, impedisce l'accesso e una cellula fotoelettrica fa scattare un segnale acustico se ci si avvicina pi del dovuto. Prima di accedere alla scala che conduce al mitreo, un altro cancelletto chiuso, alla nostra destra, apre la vista sul vicolo, di cui si  detto, che separava i due edifici.
La Zecca di Domiziano
Sotto la basilica di San Clemente, al terzo livello sotterraneo rispetto all'attuale piano di calpestio, esiste un esteso e altrettanto sconosciuto edificio di epoca imperiale, che ancora intriga gli studiosi di archeologia e di storia romana.
Si tratta di una costruzione rettangolare di cui si conosce soltanto la larghezza, circa 30 metri, realizzata con grossi blocchi di tufo litoide di colore rossastro, che si appoggiano su di una fondazione solida realizzata con scaglie di selce. Il muro  composto di sette filari di massi bugnati con uno spessore variabile da sessanta a novanta centimetri.
L'edificio  orientato nella direttrice est-ovest, con i lati corti collocati rispettivamente verso piazza di San Clemente e il Colosseo. La facciata principale e l'unico ingresso ipotizzato, poich non si sono trovati altri, dovevano trovarsi proprio su piazza di San Clemente, dove in antico passava una strada. Il complesso  costituito da una serie di stanze/tabernae con volta a botte, disposte su due piani con soppalco ligneo, uguali e simmetriche, tranne quelle verso il Colosseo, di dimensione inferiore. Le tabernae, senza finestra e con un'unica porta, si affacciavano tutte su un cortile, tuttavia inesplorato, lungo il quale forse correva un porticato.
Il livello stradale sul quale sorge lo stabile e altri elementi tecnici collocano l'edificio durante l'epoca flavia, mentre una serie di circostanze consente di restringere la datazione al tempo dell'imperatore Domiziano (81-96).
Lo spessore dei muri e la mancanza di facili accessi hanno fatto pensare che si trattasse di un edificio particolare, uno stabile industriale con delicate e speciali funzioni, tanto da far supporre che questo mastodontico fabbricato, piuttosto anacronistico come tecnica costruttiva esterna, sia stato la Moneta, cio la Zecca dell'Impero. Sotto il principato di Domiziano l'originaria sede sull'Arx Capitolina era stata traferita in un'altra zona della citt perch, dopo l'incendio dell'80 d.C. che l'aveva distrutta, non era stata riedificata. I Cataloghi regionari del quarto secolo collocano la Moneta nellaterzoRegione dell'Urbe nei pressi dell'anfiteatro Flavio.
Questa ipotesi potrebbe essere confermata dal fatto che, proprio l dove si ipotizza l'ingresso dell'edificio, l'attuale piazza di San Clemente, furono ritrovate delle epigrafi che funzionari e operai della Zecca imperiale avevano dedicato agli di Apollo, Ercole e Fortuna, tutte datate al 115 d.C., in epoca traianea, quando vi fu una revisione significativa delle emissioni monetarie.
Nel secondo secolo l'edificio fu ristrutturato, forse proprio a seguito della suddetta modifica; i soppalchi lignei furono eliminati e il pavimento rialzato di circa ottanta centimetri, tranne il cortile che mantenne l'originario livello pavimentale.
Una successiva trasformazione si ebbe nella seconda met del terzo secolo, forse da mettere in relazione con la rivolta del personale che lavorava presso la Zecca nel 274 d.C., sotto l'imperatore Aureliano (270-275).
Infine, tra la met del quarto e l'inizio del quinto secolo, la Zecca fu obliterata per diventare la fondazione della basilica paleocristiana dedicata a San Clemente (88-97), terzo vescovo salito al soglio pontificio dopo san Pietro. In una prima fase la basilica era costituita solo da un'ampia sala rettangolare e, di fatto, occult tutta la struttura imperiale, mentre in un secondo momento fu fornita di un'abside eretta sul vestibolo di un mitreo limitrofo. Sotto la basilica di San Clemente il muro della Moneta si pu vedere mentre si attraversa il vicolo che separava la Zecca dal mitreo.
I Castra degli equites singulares
Sei-sette metri sotto la basilica di San Giovanni in Laterano si conservano resti rilevanti della caserma di un corpo speciale dell'imperatore, gli equites singulares. Quando si entra perci nella cattedrale di Roma, percorrendo in religioso silenzio la navata centrale, dobbiamo immaginare che alla fine del secondo secolo d.C., invece, il luogo doveva essere tutt'altro che silenzioso: ordini militari, addestramento delle truppe, nitriti di cavalli.
La parte pi cospicua della caserma si trova tra la seconda e la terza campata della chiesa; qui s'immagina che ci fosse il praetorium, cio l'abitazione del comandante, che si affacciava su un cortile rettangolare (15 x 21 m) Era compresa tra un portico a pilastri rivolto a nord e il sacrarium dei castra a sud. Le stanze degli ufficiali erano sistemate sugli altri due lati, mentre il grosso della truppa era dislocato in ambienti rettangolari ritrovati tra la quinta campata e il transetto.
La visita sotterranea inizia dal cortile alle spalle del battistero costantiniano, San Giovanni in Fonte. All'ingresso, il braccio destro di una scaletta di ferro conduce, tramite una cancellata, in un maestoso corridoio di epoca romana con pavimento mosaicato in bianco e nero, utilizzato come antiquarium. I resti appartengono al cortile di una casa datata al terzo secolo, con pianta trapezoidale. La scoperta la fece Virginio Vespignani (1808-1882) tra il 1877 e il 1878. Sette metri sopra c' l'abside della basilica lateranense.
Da questo momento in poi inizia un'avventura metropolitana attraverso un percorso accidentato, distribuito su diverse quote. Si attraversano lunghe e ampie sale, che dovevano essere delle stalle, si possono vedere le gettate a sacco realizzate per la basilica superiore, si salgono e si scendono brevi rampe di scale, che curvano e introducono in ambienti purtroppo decontestualizzati, dei quali  piuttosto difficile percepire la primitiva planimetria. Si accede infine nel forte vero e proprio e qui, dopo aver attraversato un vicoletto sterrato nel quale  visibile una fogna a cappuccina, si entra in una situazione intricata con strani tramezzi intonacati, le cui immagini affrescate e la cui disposizione obliqua, rispetto all'ortogonalit degli altri muri, denunciano la loro totale estraneit con gli ambienti militari.
Una ricca decorazione databile al quarto stile accosta i tramezzi all'epoca neroniana. La scoperta emerse nel corso degli scavi tra il 1934 e il 1938. Tra le navate della chiesa e il chiostro fu riportata alla luce un'abitazione del primo secolo d.C., una domus costruita su un versante terrazzato, disposta in modo leggermente diagonale rispetto alla vecchia via Tusculana che digradava da nord-ovest a sud-est.  stato ipotizzato che la lussuosa abitazione fosse appartenuta alla famiglia dei Laterani, che hanno lasciato in eredit il loro nome alla zona. La villa fu espropriata dall'imperatore Nerone nel 65 d.C. accusando i proprietari di aver partecipato alla cospirazione organizzata a suo danno da Calpurnio Pisone.
Alla fine del secondo secolo, probabilmente sotto l'imperatore Settimio Severo (193-211), l'abitazione fu sostituita dal secondo forte militare degli equites singulares (Castra nova) poich il primo, nei pressi dell'odierna e vicina via Tasso (Castra vetera), era diventato insufficiente.
Gli equites singulares erano una guardia scelta a cavallo creata probabilmente da Traiano (98-117) con compiti specifici di difesa dell'imperatore. Per la loro resistenza fisica e la loro lealt, i cavalieri erano scelti dalle unit di stanza nel Reno e nel Danubio. Una volta reclutati, i militari diventavano cittadini romani. Avevano le loro caserme, come si  detto, nella zona del Laterano, mentre la loro necropoli si trovava sull'antica via Labicana, odierna Casilina, presso la localit ad duas lauros, dove ora si trovano le catacombe e la basilica dei Santi Marcellino e Pietro.
Il corpo militare fu rafforzato dall'imperatore Settimio Severo che, come si  visto, costru la nuova sede militare al Laterano, dove erano di stanza circa duemila uomini. Rimasti fedeli all'imperatore Massenzio e schierati con lui nell'importantissima battaglia di Ponte Milvio, furono sciolti dal vincitore, Costantino, che decret anche la fine delle caserme e della necropoli. Su entrambe si costruirono delle basiliche cristiane: al Laterano fu edificata la cattedrale di Roma, sulla via Casilina sorsero la basilica intitolata ai Santi Marcellino e Pietro e il mausoleo rotondo che presumibilmente ospit la tomba dell'imperatrice-madre, Sant'Elena.
La visita ai castra militari si conclude nel sacrarium del campo, un ambiente di forma rettangolare con volta a botte oltre il quale non si pu proseguire per pericolo di crolli.
Tornati sui nostri passi, all'ingresso degli scavi, il braccio sinistro della citata scaletta di ferro conduce dalla parte opposta del sotterraneo, verso un secondo appuntamento ipogeo che consente di vedere, sotto l'impiantito del battistero lateranense, i resti di piccole terme forse pertinenti ai castra e precedentemente appartenute a una villa del primo secolo. Il piccolo complesso termale fu restaurato completamente da Settimio Severo e dal figlio Caracalla (211-217). Gli scavi sono visibili anche dall'interno del battistero dal quale, attraverso due fenditure nel pavimento, si pu osservare il piano inferiore.
I segreti della Scala Santa.
A piazza di San Giovanni in Laterano, sotto il santuario della Scala Santa e del Sancta Sanctorum, la cappella medievale privata dei papi, si trova un piccolo sotterraneo che appartenne al Patriarchium, il palazzo papale. Il Patriarchio era un vero e proprio borgo fortificato composto di diversi edifici, cortili, cappelle e fu sede del pontefice dall'inizio del quarto secolo al 1309, quando il francese Clemente quinto (1305 -1314) trasfer la sede papale ad Avignone (cattivit avignonese fino al 1376). Quando i papi rientrarono a Roma, la loro residenza ufficiale  divenne il Vaticano in via definitiva.
Nella cittadella al Laterano, Bonifacio ottavo (1294-1303) decise la celebrazione del primo Giubileo del 1300, ricordato in un affresco frammentario staccato e attribuito a Giotto (1267-1337), oggi conservato a San Giovanni, mentre un altro dipinto di Filippino Lippi (1457-1504), in Santa Maria sopra Minerva nella Cappella Carafa, raffigura sullo sfondo la Loggia delle Benedizioni e la statua di Marco Aurelio (ritenuta all'epoca di Costantino), oggi in Campidoglio.
La Scala Santa, in un'incisione del 1645.
Nel sedicesimo secolo, dopo oltre duecento anni di abbandono, il Patriarchio era disabitato e inagibile perci Sisto quinto (1585-1590) lo fece demolire affidando il progetto a Domenico Fontana (1543-1604), che salv alcuni edifici ricomponendoli come oggi li vediamo.
Sotto la Scala Santa, appoggiata dall'architetto al Sancta Sanctorum e percorsa umilmente in ginocchio dai fedeli, c' un monoblocco in muratura nel quale un sondaggio archeologico ha portato alla scoperta di alcune pareti romane affrescate, databili tra il sesto e l'ottavo secolo d.C., e alcuni ossari. Nel sotterraneo, non particolarmente esteso, si pu vedere una parte della muratura della torre campanaria del Patriarcato medievale. In altri ambienti, in particolare nella Cappella dell'Agnus Dei, si trovano due colonne di marmo cipollino e intonaci affrescati, che farebbero parte di una struttura porticata i cui resti stanno in parte anche nella Sala della Giurisdizione dei Passionisti, e in altre aule della giurisdizione dell'Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, tuttavia non accessibili per la presenza di una parete.
La tradizione della Scala Santa risale al 1450 quando s'inizi a divulgare una notizia, priva di fondamento storico, mai citata da alcuna fonte letteraria o di altro genere, e cio che la gradinata fosse appartenuta al pretorio di Gerusalemme dove Ponzio Pilato, governatore romano, giudic e condann a morte Ges, che avrebbe salito e disceso questi gradini. La leggenda narra che fu trasportata a Roma da Elena, madre di Costantino, nel 326 tornando dal suo viaggio in Terrasanta, dove si era recata alla ricerca delle reliquie. La scala  formata da ventotto gradini di marmo che furono ricoperti con tavole di noce nel 1723 da Innocenzo tredicesimo  (1721-1724), lasciando per a vista alcune parti nel secondo, undicesimo e ventottesimo gradino, dove ci sarebbero tracce del sangue del Signore.
L'archeo-stazione di San Giovanni
Se la discenderia della metro C di San Giovanni fosse un tunnel spazio-temporale, allora, una volta arrivati sulla banchina, circa trenta metri sotto il livello stradale, ci troveremmo nel bel mezzo di un paesaggio preistorico insieme con elefanti e ippopotami e altri animali che ormai non vivono pi dalle nostre parti, ma troveremmo anche una fauna che ha resistito ai millenni e ancora ci fa compagnia, come il cavallo e il cinghiale, il lupo e l'orso, o uccelli acquatici come l'oca, la lombardella, l'alzavola, che volavano nella campagna romana e si tuffavano lungo l'Acqua Cabra che scorreva da queste parti, uno dei tanti corsi d'acqua di Roma ormai scomparsi, e dove uomini e donne di allora vivevano.
Oppure potremmo scendere nel budello sotterraneo della metro in compagnia del professor Lidenbrock e, viaggiando verso il centro della Terra, arrivare a meno quindici metri, l dove la linea A incontra la C, e ritrovarci, quasi per miracolo, nel bel mezzo di un'azienda agricola di epoca romana, tecnologicamente avanzata e aperta a sperimentare nuove colture provenienti dal Medio Oriente.
Tutto vero ma, purtroppo, solo virtualmente.
Cos, scendendo quelle scale, dovremo accontentarci di immaginare i panorami e i personaggi che incontreremo nel nostro viaggio nel Tempo e nella Storia e nella stratigrafia sotterranea. Lungo il percorso, dovremo ritenerci soddisfatti delle scritte sui muri che ci racconteranno gli avvenimenti del trascorrere dei secoli con commenti esplicativi. E delle vetrine espositive che ci mostreranno gli oggetti emersi dal sottosuolo a nostra perenne memoria di quello che fu.
Quella di San Giovanni  un'archeo-stazione che, nei tre livelli in cui  organizzata, attraversa l'et contemporanea fino alla tarda et imperiale, prosegue per l'epoca repubblicana fino alla protostoria arcaica e arriva fino alla preistoria, oltre la quale c' solo terreno vergine, in altre parole dove non si  trovata traccia alcuna di presenza umana.
Il percorso inizia dall'atrio, dove converr soffermarsi davanti ai video che ricostruiscono il panorama del sito e i ritrovamenti fatti. Qui le vetrine illuminate mettono in mostra piatti rinascimentali e dove sono rimaste tracce dei palazzi ottocenteschi demoliti dai lavori edilizi dello scorso secolo. Il secondo livello racconta la storia di una grande azienda agricola del primo secolo d.C.  in questo strato che  emerso un bacino idrico molto vasto, il pi grande finora ritrovato in citt, le cui dimensioni si allungano fino alle Mura Aureliane. La vasca  pari a un quarto di ettaro (35 x 70 m) e poteva contenere oltre quattro milioni di litri d'acqua, che prelevava dal vicino fiume per distribuirla nei campi e, forse, serviva anche da vasca di compensazione in caso di piene. Dalla terra di scavo sono emersi un forcone a tre punte, frecce e ceste di salice intrecciato e le tracce di un grande frutteto di pesche, che Roma inizi a coltivare dalla met del primo secolo quando il frutto arriv dal Medio Oriente.
Sul pavimento  segnato il tracciato dell'invaso, mentre nelle grandi vetrine sono mostrate le tubature dell'acqua per irrigare il terreno con un sistema capillare, che non ha nulla da invidiare agli impianti contemporanei.
Infine, come si  detto, si arriva alla banchina della linea C che si trova a ventisette metri sotto il livello stradale.
La nuova stazione di San Giovanni della linea metropolitana C, inaugurata il 12 maggio del 2018, proprio grazie alle tante scoperte e ai tanti reperti emersi durante la sua realizzazione,  diventata la prima stazione-museo di Roma. In realt, il primo esperimento di musealizzazione (ma molto ridotto) all'interno delle stazioni della metro  la fermata Manzoni della linea A (oggi denominata anche Museo della Liberazione per la vicina via Tasso). Nel 2006, durante lavori di ammodernamento, torn alla luce una domus romana, non molto estesa ma piuttosto importante, che si ritiene facesse parte degli Horti Lamiani, una splendida zona verde della citt e del demanio imperiale. Di quell'abitazione fu salvato un tratto di muro di epoca repubblicana e, con altri reperti venuti alla luce,  andato a caratterizzare la prima fermata archeologica della metropolitana romana.
La prossima archeo-stazione sar la fermata di Amba Aradam. I lavori di scavo hanno ritrovato una caserma-castra del secondo secolo d.C. Si trova a nove metri di profondit e risale al tempo dell'imperatore Adriano (117-138). Sono emersi molti ambienti, diversi quadrangolari (4 x 4 m) che si affacciano su un corridoio centrale. I pavimenti sono in mosaico bianco e nero e hanno le pareti affrescate.  in opus spicatum, invece, il pavimento dell'abitazione ritenuta del comandante, che occupa un'area di circa trecento metri quadrati.
Il mausoleo di Monte del Grano
Un misterioso mausoleo rotondo ancora poco conosciuto, nascosto sotto un cocuzzolo verde all'interno della citt, sembra essere legato a un duplice omicidio e a un sarcofago monolitico in marmo lunense di grandi dimensioni, dove sono intagliate a tutto tondo le storie di Achille.
La cronaca nera del 12 marzo del 235 d.C. tramanda, a Magonza, l'uccisione del ventisettenne imperatore Severo Alessandro (222-235), pronipote di Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, e della madre Giulia Mamea, che di fatto guidava le redini dell'impero. Adottato come cesare dall'imperatore cugino Elagabalo, figlio della zia Giulia Soemia, sorella della madre, era salito su un trono gi insanguinato dall'uccisione dello stesso Elagabalo e di sua madre, vittime d'intrighi di famiglia e di palazzo.
Il mausoleo di Monte del Grano  uno dei pi imponenti che ci siano rimasti dopo quello di Augusto e la Mole Adriana. Si trova a piazza dei Tribuni, nel quartiere Quadraro al Tuscolano, poco distante dall'acquedotto Felice e da Porta Furba. Prende il nome dalla sua forma di collina appuntita che ricorda un moggio di grano, aspetto che prese dalla spoliazione dei blocchi di travertino con il quale era stato edificato.
Nel 1582 la tomba a tumulo fu attribuita proprio all'imperatore Severo Alessandro dopo il ritrovamento di un sarcofago (oggi ai Musei Capitolini) che appartenne, sicuramente, a una persona di alto rango, considerando la sua grandiosit e la sua bellezza. Sull'arca, come si  detto, sono narrate scene di vita dell'eroe omerico, mentre sul coperchio finemente lavorato sono semidistesi due personaggi identificati appunto come il giovane imperatore e la madre.
Successive indagini, tuttavia, avrebbero evidenziato del materiale laterizio con bolli di epoca adrianea (117-138), mentre la tecnica edilizia daterebbe la tomba alla seconda met del secondo secolo d.C. Nello stesso tempio, per, la monumentalit, la ricchezza e la grandiosit della cassa marmorea fanno pensare che il tumulo fosse di propriet imperiale.
Nel 1386 il mausoleo faceva parte di una tenuta chiamata Casale delle Forme, termine con il quale s'indicavano gli acquedotti e, oltre a Monte del Grano, era conosciuto anche come Monte di Onorio o Monte di Nori o Montone del Grano. La tomba a tumulo era ben visibile ed emergente nella campagna romana del 1547, isolato, accanto a un intreccio di acquedotti, riprodotto in una mappa di Roma disegnata da Eufrosino della Volpaia. Sorgeva lungo una strada del suburbio tra via Latina e via Labicana, oggi scomparsa, in un'area ricchissima di autostrade dell'acqua; qui, infatti, passavano cinque degli undici acquedotti che rifornivano la citt e in un'area dove si trovavano diverse residenze campagnole di aristocratici romani.
Il monumento  riprodotto anche in alcune incisioni di Giovanni Battista Piranesi (1720-1778), che lo defin uno dei pi superbi sepolcri della Romana grandezza, anche se era gi stato ampiamente depauperato dei travertini che ricoprivano la base per ricavare la calce.
Secondo un documento del 1387 la spoliazione fu opera di un certo Niccol Valentini, un nobile veneziano abitante al Rione Monti, che lo aveva acquistato dal monastero di Santa Maria Nova affidando l'incarico al calcarario Giovanni Branca del Rione Pigna; alcuni blocchi rimasti in situ furono trovati durante la sistemazione dell'area a parco pubblico nel 1969. Dobbiamo immaginarlo ricoperto da vegetazione, secondo la moda ellenistica, e simile al monumentale mausoleo di Augusto.
All'interno della tomba si accede attraverso un portale marmoreo non originale. Dopo un corridoio con volta a botte lungo circa 21 metri, e largo poco pi di un metro e mezzo si entra nella camera funeraria a pianta circolare (circa 10 metri di diametro). L'aula coperta a cupola era divisa in due livelli da una volta a sesto ribassato, ormai crollata, della quale  visibile l'imposta a circa tre metri e mezzo di altezza, mentre in basso sul lato perimetrale (anche del corridoio), il livello di alcuni blocchi in travertino indica che il pavimento antico era leggermente pi alto rispetto all'odierno piano di calpestio. Il corridoio e la stanza erano ventilati e illuminati da due lucernari opposti e diagonali, mentre il pozzo verticale sarebbe stato aperto nel Rinascimento per estrarre l'enorme sarcofago. Il sepolcro aveva un piccolo vano superiore, sembra mai utilizzato, di cui non  stato chiarito l'uso.
In epoca medievale, sulla cima della montagnola alta dodici metri, fu costruita una torre che alcune vedute del diciassettesimo e diciottesimo secolo tramandano come un edificio a due piani con tetto a spiovente. Nel febbraio del 1420 il Casale delle Forme, la torre e toto Monte qui vocatur Lo Montone del Grano vennero venduti per 1500 fiorini dagli eredi di Niccol Valentini a Bartolomeo, fratello di Paolo di Cola di Stefano di Capranica. La torre, pi volte restaurata, croll a causa di una bufera nel gennaio del 1900.
A lungo si  ritenuto che il celebre vaso di Portland provenisse dal Mausoleo di Monte del Grano. Il prezioso contenitore, realizzato in pasta vitrea,  conservato al British Museum. Le scene raffigurate sul recipiente sembrano riportare il sogno di Mamea, madre di Severo Alessandro, che immagin di partorire un piccolo drago. Oggi il vaso  datato a epoca augustea.
Il Monte del Grano fu espropriato dal Comune di Roma nel 1966.
La catacomba ad Decimum
Una passeggiata fuori porta potrebbe essere l'occasione per visitare la piccola catacomba ad Decimum, che sorgeva appunto al decimo miglio della via Latina, dove si ritiene fosse ubicata una statio mai ritrovata, ma indicata nella Tabula Peutingeriana, una mappa stradale dell'impero romano pervenutaci attraverso una copia medievale conservata presso la Biblioteca Nazionale di Vienna. Oggi l'ingresso della piccola necropoli si trova al sesto chilometro della via Anagnina.
In questa zona c'era un vicus Angusculanus, una sorta di frazione di Tusculum, che in seguito, forse, prese la denominazione ad Decimum dalla statio di cui si  detto. Cos, almeno, s'ipotizza dopo il ritrovamento di alcune condotte di piombo, dov' incisa una dicitura che nomina una comunit dei Decimiensi. Alcuni pensano, invece, che questa intestazione appartenesse a un consorzio che si occupava della distribuzione dell'acqua.
Nel 1905, l'ingresso della catacomba fu scoperto casualmente mentre nel vigneto del sopratterra si eseguivano lavori agricoli. Il monumento fu presto saccheggiato dai proprietari del terreno alla ricerca di tesori che, come si sa, all'interno dei cimiteri cristiani non ci sono. Per sette anni ruppero marmi e aprirono tombe; infine, stufi di scavare le terre e il fango che si erano accumulati nei secoli nelle gallerie sotterranee, i vignaioli rivendettero i marmi rimasti integri e un sarcofago.
Il danno interess le tombe dei bambini ai lati della scala e, subito ai suoi piedi, i tre cubicoli di epoca tarda situati destra, i pi ricchi e interessanti.
In seguito il terreno fu acquistato dai monaci dell'abbazia di Grottaferrata, cos tra il 1912 e il 1913 l'archeologo cistercense padre Sisto Scaglia (1872-1918) inizi degli scavi sistematici proseguiti poi da Enrico Josi, che tra il 1916 e il 1919 utilizz, come manodopera, i giovani monaci dell'abbazia e i prigionieri di guerra austriaci che preferirono questo lavoro al campo di detenzione.
Il pregio di questa catacomba risiede nel fatto che, nonostante la devastazione che ha interessato il primo tratto della galleria principale, le tombe rimanenti (pi del 90%) siano giunte a noi integre e sigillate dall'epoca della sepoltura.  un fatto piuttosto insolito per i romani abituati a visitare gallerie spoglie e quasi del tutto prive di corredo funerario. Il motivo di quest'ottimo stato di conservazione risiede nel fatto che in questa catacomba non furono sepolti dei martiri, e questa circostanza ha impedito che essa fosse devastata dai corpisantari; n fu visitata dai pellegrini ignari della sua esistenza, in quanto le stesse loro guide turistiche non la nominavano, bench fosse solo a pochi chilometri da Roma.
Per noi posteri, perci, questo cimitero sotterraneo  una preziosa testimonianza della vita di una piccola comunit vicino a Roma e del culto dei morti nei primi secoli del cristianesimo. Nelle epigrafi, oltre cinquanta ancora al loro posto, vediamo emergere un'interessante variet onomastica che va da nomi di origine greca ad altri di offesa o ridicoli o di umiliazione come Dyscoly o Coprion o Istercoria.
Si accede nel sotterraneo attraverso una ripida scalinata originale (tranne un primissimo tratto), che scende fino a nove metri sotto il piano di campagna; la galleria in asse pu essere datata alla met del terzo secolo; si ritiene la zona pi antica del cimitero.
Come per tutte le catacombe si part dall'escavazione di una discenderia stretta e ripida, che in questo caso and a intercettare volutamente un pozzo preesistente, tagliato esautorando la parte inferiore sigillandola con una pietra, ma attraverso una cisternetta scavata sulla destra e comunicante con il pozzo, si mantenne l'acqua necessaria per l'uso funerario. La parte superiore invece fu utilizzata come lucernario e aerazione dell'ambiente sotterraneo, ma serv anche per l'estrazione delle terre di scavo.
Osservando una mappa della catacomba si pu vedere facilmente come lo scavo del sotterraneo corrispondesse sempre nel sopratterra a uno spazio ben definito che non si poteva oltrepassare. Le due gallerie principali e i rami di queste sono inscritti in uno spazio rettangolare non molto esteso. In un caso, in cui era evidentemente necessario prolungare la lunghezza della galleria, questa invece di proseguire diritta si ripieg su s stessa tornando indietro per un tratto.
La catacomba cosiddetta a doppio piano continuo, perch le due gallerie principali sono scavate a livelli differenti (circa 1 m), si estende complessivamente per circa 225 metri; contiene circa mille inumazioni tutte piuttosto modeste e costituite da loculi parietali datate tra il terzo e il quinto secolo d.C., mentre le pitture dei cubicoli possono risalire dalla seconda met del quarto agli inizi del quinto secolo. Molte le lastre funerarie, tra le quali una delle pi belle  quella che Ilaro dedic al proprio fratello Marciano con poche e semplici parole: Al benemerito Marciano / Ilaro al carissimo fratello / In pace. La frase  arricchita da alcune immagini incise: il Buon Pastore affiancato da due pecore e due alberi; una colomba che becca un grappolo d'uva e altre due colombe affrontate sopra un'anforetta. Sono tutti simboli di salvezza, pace e bellezza della vita oltre la vita.
Il mitreo di Marino
All'inizio degli anni Sessanta, poco distante dalla stazione ferroviaria di Marino, fu scoperto un mitreo, una galleria con volta a botte ribassata lunga circa trenta metri e larga tre. La scoperta fatta durante alcuni lavori edilizi non fu divulgata, cos il proprietario di allora sfrutt l'ampio spazio sotterraneo come deposito di vini, costruendo un bancone in muratura, alcune vaschette in cemento e una rampa di accesso, riutilizzando i materiali antichi.
Alcuni anni pi tardi, grazie a un articolo apparso il 6 febbraio 1963 sul quotidiano Il Messaggero, che parlava di un tempio mitraico nella cantina di un vinaio, esplose la notizia. Tuttavia soltanto dieci anni pi tardi furono posti dei vincoli e la zona del mitreo acquisita al patrimonio demaniale.
Come tutti gli altri luoghi di culto mitraico, anche questo fu ricavato utilizzando un manufatto gi esistente. In questo caso si trattava di una cisterna, considerando che tutte le murature, dal pavimento al soffitto, erano rivestite di ottimo cocciopesto con cordoli semicircolari lungo il perimetro.
La vasca per la raccolta dell'acqua doveva appartenere a una delle tante ville residenziali di epoca tardo-repubblicana che si trovavano nella zona, che fu individuata da Thomas Ashby (1874-1931). Restano alcuni lacerti di murature.
La grotta simbolica di Mitra. Bassorilievo scoperto sull'Esquilino, in un disegno di Harold B. Warren.
Nell'antichit, il territorio di Marino era attraversato da importanti tracciati viari, il pi antico dei quali era la via di transumanza che dai monti Tiburtini portava al mare (via della Mola Cavona-via Nettunense). Poi arriv l'Appia Antica e all'incrocio di queste due strade s'insedi l'importante abitato di Bovillae (identificato con l'odierna Frattocchie). Infine, dopo la dismissione dell'Appia Antica, ci fu la strada per Napoli che ricalcava un antico tracciato.
Probabilmente attorno alla met del secondo secolo d.C., dopo aver perso la sua funzione primaria, la cisterna fu trasformata in aula di culto. I seguaci di Mitra fecero alcuni lavori per adattarla alla nuova funzione, sia creando una divisione interna per separare gli adepti dai fedeli, sia scavando delle nicchie per le lucerne, sia costruendo i classici due banconi lungo le pareti lunghe. Le loro tracce, in negativo, sono visibili sul pavimento e ci restituiscono una dimensione di dieci metri di lunghezza per uno di larghezza.
Nella parete di fondo fu dipinta la divinit nell'iconografia classica che conosciamo.
Mitra, all'interno di una grotta, compie il suo gesto eroico, la sua prova suprema. Uccide il toro bianco affondando un coltello nel collo, da cui sgorga il sangue che  leccato da un serpente e un cane. Uno scorpione punge i testicoli dell'animale. Il dio  vestito di rosso, all'orientale: cappellino frigio, pantaloni stretti e una morbida tunica manicata legata in vita. Indossa un mantello svolazzante azzurro, il cui bordo di colore rosso si lega al resto dell'abbigliamento. Il mantello e l'abito sono decorati con delle stelle.  in contatto visivo con il Sole, dipinto in un clipeo in alto a sinistra; accanto c' un corvo. Sulla destra in alto c' la Luna.
Vicino a Mitra ci sono i suoi due dadofori (portatori di luce), giovani vestiti alla frigia; hanno in mano una fiaccola: il primo, Cautes (sotto il Sole) la tiene accesa e sollevata in alto, il secondo, Cautopates (sotto la Luna) ha il lume spento e abbassato.

La scena di uccisione del toro  completata da due strisce laterali suddivise in quattro riquadri che, quasi come un fumetto, narrano i misteri mitraici. A sinistra partendo dall'alto vediamo la lotta di Giove e i Giganti, Saturno (oppure Oceano), Mitra petrogenito (nato da una pietra) e Mitra a cavallo di un toro bianco. A destra, nello stesso ordine le scene rappresentano Mitra che trascina il toro nella grotta, Mitra e il Sole, l'Accordo tra le due divinit, Mitra e il miracolo della roccia.
Nell'affresco, in basso a destra, sopra una struttura addossata (forse una mensa?) di cui ci rimane solo la traccia, si  scoperto un graffito dedicatorio firmato da un uomo e una donna. La specialit di questa scritta sta proprio nella presenza del nome femminile, perch, come sembrerebbe, le donne non erano ammesse al culto.
La scena mitraica  veramente emozionante, i colori sono ancora vivaci grazie a un microclima che ha favorito l'ottima conservazione del dipinto. Prima della scoperta di questo mitreo si conoscevano soltanto altri due santuari affrescati; il mitreo Barberini, a Roma, e quello di Santa Maria Capua Vetere, in Campania.
Raccontare la religione mitraica  un'operazione difficile. Nessuna fonte scritta ci ragguaglia sul simbolismo nascosto o sulle pratiche liturgiche. Per fortuna abbiamo la fonte primaria per eccellenza, i monumenti, i quali ci parlano di Mitra attraverso le loro pitture e le loro sculture. Ma sono pur sempre ipotesi di studio.
Oggi, accanto alle varie teorie formulate nel tempo, possiamo interpretare il mitraismo anche alla luce dell'archeoastronomia. Secondo alcuni studiosi i misteri mitraici nasconderebbero un codice astronomico, che farebbe riferimento a un avvenimento e a una determinata posizione dell'equatore celeste databile a circa il 2000 a.C. L'iconografia di Mitra che uccide il toro corrisponderebbe a una precisa mappa stellare, in cui l'animale rappresenta la costellazione del Toro che in quel momento si trovava sotto quella di Perseo. Anche le altre figure - il corvo, lo scorpione, il serpente e il cane - sarebbero costellazioni che, nell'affresco mitraico, sono dipinte nella stessa sequenza in cui si trovavano nel cielo a quell'epoca.
La scala originaria di accesso alla cisterna di sette gradini, riutilizzata anche per scendere nel mitreo,  stata scoperta di recente insieme con fistulae di piombo.
Ai piedi della scala, su entrambi i lati incontriamo i due dadofori. Sono dipinti in posizione inversa rispetto a quelli del fondo, forse per rispettare un'alternanza di alto/basso su tutte e quattro le pareti.
Oltre alla tauroctonia ci resta anche un cippo in peperino, con un'iscrizione in latino da cui emerge che la donazione fu fatta da un certo Cresces, amministratore di Alfio Severo (Invicto Deo Cresces actor Alfi Seberi D(onum) P(osuit). Per gli studiosi si tratta di una dicitura efficace per comprendere chi frequent questo santuario. Alfio Severo di cui Cresces si dichiara amministratore potrebbe essere stato il ricco proprietario della villa dove si incapsul il mitreo e forse delle vicine cave di peperino. Lui potrebbe essere stato il pater del gruppo di fedeli, verosimilmente suoi operai, che avrebbe iniziato ai misteri.
I Cisternoni di Albano.
Fino a qualche tempo fa i cosiddetti Cisternoni di Albano Laziale, capolavoro dell'architettura militare del terzo secolo, lasciavano sbalorditi non solo per la loro dimensione, ma anche per lo scrosciare assordante dell'acqua che, scendendo copiosa dall'alto tramite due imboccature aperte nella volta, avvolgeva nel suo fragore assordante i visitatori costretti a fermarsi dopo pochi gradini per via del lago sottostante.
Oggi, a causa di un crollo, la cisterna  stata svuotata, cos la cattedrale d'acqua accoglie fino al basamento il pellegrino che la visita, avvolgendolo nella sua penombra silenziosa e terrificante, pur nella sua meraviglia. Proprio come la raccontava in un suo mirabile disegno Giovanni Battista Piranesi nel 1764.
Ora, il visitatore pu attraversare le cinque navate illuminate dai grandi finestroni da dove piove una luce diagonale, come un raggio provvidenziale, che illumina lo spazio sempre pi debolmente a mano a mano che ci si dirige verso il fondo. I Cisternoni stupiscono e lasciano a bocca aperta anche chi ha gi visitato altri serbatoi similari sparsi nella nostra penisola, come la spettacolare Piscina Mirabilis di Bacoli o le belle cisterne di Fermo, restaurate egregiamente, o quelle di Amelia e Todi, quest'ultime le pi rovinate. All'estero  molto famosa l'immensa basilica-cisterna di Istanbul, il palazzo sommerso come la chiamano i turchi, dove nuotano i pesci e una passerella consente di camminare sull'acqua come un miracolato.
E c' chi, ricercatore, speleologo o sommozzatore dei Vigili del Fuoco, ha navigato con un gommone nel lago sotterraneo di Albano per studiarlo e analizzarlo o verificare le strutture sommerse.
Il serbatoio idrico pu contenere fino a diecimila metri cubi di acqua, ha una forma trapezoidale i cui lati lunghi misurano circa quarantotto e quarantasei metri e quelli corti circa trenta e trentadue metri. Come si  detto prima,  articolato in cinque navate scandite da trentasei pilastri, in parte scavati in profondit direttamente nel banco di peperino, e in parte costruiti in muratura, come tutta la cisterna, che  ricoperta da una volta a botte. I muri sono rivestiti di opus signinum, genericamente definito cocciopesto, un intonaco impermeabilizzante utilizzato dai Romani in tutti quegli ambienti che dovevano contenere dei liquidi: vasche, cisterne, acquedotti.
I Cisternoni di Albano in un'incisione
di Giovanni Battista Piranesi.
Nell'antichit la grande cisterna era alimentata da due acquedotti che captavano l'acqua dalla zona sud-est del lago Albano impropriamente detto di Castel Gandolfo o di Albano, dove si trovavano le sorgenti di Palazzolo e Pescaccio/Malafitto. Il pi antico dei due era il tortuoso acquedotto delle Cento Bocche, per via delle numerose sorgenti che vi confluivano, un'opera mirabile, secondo Giuseppe Lugli, archeologo vissuto nella prima met del Novecento, accademico e grande studioso dei Colli Albani, che in certi punti raggiunge quaranta metri sottoterra, e riversava l'acqua al centro dei Cisternoni. Il secondo, invece, era un ramo secondario dell'acquedotto di Malafitto Alto, il quale sboccava nella parete in fondo alla navata sinistra.
Caduto in disuso nel corso dei secoli, nel 1884 fu sgombrato dagli interri, restaurato e riattivato come riserva d'acqua potabile della citt, per iniziativa del sindaco, il cavalier Pietro Feoli. In quell'occasione si fecero i primi studi e si ebbe la prima relazione dettagliata dell'opera monumentale. Tuttavia, a causa dell'inquinamento delle acque, nel 1912 la riserva fu utilizzata solo per irrigare orti, giardini e fontane. Compito che ha svolto regolarmente fino al crollo di cui si  detto. Dopo quello di fine Ottocento, un ulteriore importante provvedimento di ripristino si fece negli anni Cinquanta per i danni che il serbatoio aveva subto nel febbraio del 1944 a causa dei bombardamenti degli Alleati.
Albano Laziale, oggi,  una cittadina di circa 42.000 abitanti; appartiene alla Citt Metropolitana di Roma, ed  sicuramente uno dei comuni pi importanti e vivaci, anche commercialmente, dei Castelli Romani. Ma, nell'antichit? Come mai proprio qui fu realizzato un serbatoio d'acqua cos imponente?
All'inizio del terzo secolo, l'imperatore Settimio Severo port con s, a Roma, la Legio seconda Parthica, una delle tre legioni che, nella sua politica di aumento dell'organico militare, aveva costituito ex novo tra il 196 e il 197 d.C. per combattere i Parti in Oriente. La legione affianc la milizia urbana al servizio dell'imperatore. Per la Legio seconda Parthica fece realizzare i Castra Albani, un immenso accampamento stabile protetto da mura impressionanti, il cui principale accesso era la monumentale Porta Pretoria, oggi al centro di Albano, pi simile a una porta di citt. Era considerata una delle pi grandi mai realizzate dagli architetti militari romani ed era affacciata lungo la via Appia Antica, che le scorreva accanto. I Cisternoni erano inseriti all'interno delle mura, nella parte alta dell'insediamento.
Pu sembrare un contesto piuttosto singolare perch di norma simili accampamenti venivano realizzati lungo la linea di confine, il limes romano, e non al centro dell'impero come allora si trovava Albano. Anomalo, ma non strano, considerando che Settimio Severo faceva affidamento proprio sulla potenza militare per sostenere il suo potere personale e dell'impero e la Legio seconda Parthica, per la sua fedelt all'imperatore, si poteva considerare anche e soprattutto come un messaggio rivolto a certi ambienti sociali, come sembrano suggerire alcune osservazioni di storici come Cassio Dione ed Erodiano. Ubicato com'era, l'accampamento dominava l'intera vallata sottostante ed era visibile da lontano. Controllava l'accesso da sud e i dintorni della capitale imperiale.
L'arrivo della legione con i suoi cinquemila soldati, le loro famiglie, i veterani e i civili al servizio dell'accampamento, port a un sicuro e immediato fabbisogno della fornitura idrica. Senza contare che al servizio dei castra, ma fuori dall'accampamento al di l dell'Appia, vennero realizzate anche le terme di Caracalla, probabilmente fatte costruire dal figlio di Settimio Severo e suo successore. Oggi sono note come Terme di Cellomaio, dal nome del quartiere medievale che sfrutt le mura delle terme per la costruzione di una serie di edifici, tra cui la chiesa di San Pietro, la cui facciata era il lato esterno nord-orientale dell'impianto termale. Tuttavia la maggior parte dei resti romani si trova nel convento delle Suore Oblate di Ges e Maria che hanno riutilizzato alcuni ambienti come aule scolastiche elementari. Qui  stato installato anche il Museo della Legio seconda Parthica dove si deve andare per vedere le armature militari e tutto l'equipaggiamento necessario, riprodotti fedelmente; per capire come era strutturata la legione e come si svolgeva la vita quotidiana nel campo militare di Albano. La legione sopravvive ancora oggi, grazie al gruppo Legio seconda Parthica Severiana Albana, che rievoca le sue vicende attraverso manifestazioni storiche.
Questo importante accampamento militare, per il quale dopo le terme fu realizzato anche un grande anfiteatro nella parte pi alta della collina albana, visse meno di un secolo. Oggi, i resti di questi castra costituiscono l'ossatura della citt di Albano.
Bench i Cisternoni siano generalmente datati al terzo secolo e considerati contemporanei dell'insediamento dei Castra Albani, una serie di considerazioni e gli ultimi studi fatti hanno posto pi di un dubbio sulla loro cronologia.
Poich non tutto l'accampamento militare era servito dall'acqua dei Cisternoni, dovevano esistere diversi impianti idrici che servivano le strutture edificate a nord del serbatoio. Inoltre, la modalit di realizzazione in opera mista usata nelle pareti accomuna i Cisternoni agli ambienti della villa di Domiziano (Albanum Domitiani). Oggi l'opus mixtum, un'alternanza di filari di laterizi tra pannelli in opera reticolata,  testimoniato soltanto nel disegno di Giovanni Battista Piranesi. Nei pilastri e nelle volte fu usata l'opera laterizia. Alcune irregolarit costruttive, invece, avvicinano la grande Cisterna di Albano alla Cisterna Torlonia (Castel Gandolfo), datata ufficialmente al secondo secolo. Infine, il braccio dell'acquedotto di Malafitto Alto, che  sbocca nell'angolo a nord dei Cisternoni, fu aggiunto in seguito.
Tutto ci fa pensare che tra la fine del primo secolo e l'inizio del secondo gi  esistesse una cisterna al servizio dell'impianto imperiale domizianeo, che in seguito fu ampliato, non solo per l'arrivo della legione, ma  anche in funzione delle suddette Terme di Cellomaio, sorte sotto Caracalla sul lato ovest della via Appia.
La Legio secunda Parthica si allontan spesso da Albano per combattere ancora in Oriente, infine, presumibilmente attorno alla met del terzo secolo, lasci definitivamente la citt, che si svuot demograficamente..
La catacomba di San Senatore
Attorno alla met del terzo secolo la Legio secunda Parthica abbandon la citt di Albano svuotandola, tuttavia alcune fonti ci informano che all'inizio del quarto secolo c'era un centro abitato che si era insediato lungo la via Appia e all'esterno delle mura occupando, in seguito, anche l'accampamento militare. Un paese fondamentalmente cristiano, poich qui sorsero le catacombe di San Senatore che si trovano sotto la chiesa di Santa Maria della Stella, al 15esimo miglio della Regina viarum.
Il sito sotterraneo fu utilizzato come luogo di sepoltura, non solo cristiano, ed ebbe una lunga frequentazione, dal terzo al dodicesimo o forse tredicesimo secolo d.C. Come tutte le catacombe romane anche questa, dopo l'utilizzo a scopo funerario, divenne un santuario visitato a lungo dai pellegrini, prima di cadere nell'oblio. Verosimilmente attorno al nono secolo, il luogo torn a vivere grazie alla comunit monastica del sopratterra.
Gi dopo i pochi gradini della scala che immette nel cimitero sotterraneo, ci si accorge di trovarsi in un ambiente particolare. Qui non ci sono lunghe e strette gallerie con le pareti perforate dai loculi, ma un'area piuttosto ampia, quasi una sorta di open space, che denuncia la sua primitiva destinazione a cava. Il sottosuolo di natura vulcanica dei Castelli Romani ben si prestava per l'estrazione di pozzolana. Finito lo sfruttamento del sottosuolo, il luogo fu utilizzato come cimitero, dapprima probabilmente pagano. A Roma, le catacombe di San Sebastiano s'insediarono in un cimitero pagano che a sua volta aveva occupato una cava dismessa.
L'area funeraria non  molto estesa. La zona principale  la cosiddetta cripta storica, una sorta di basilichetta sotterranea con le pareti decorate, dove lo sguardo  subito attratto dalla pittura dell'abside con la deesis, una scena iconografica cristiana d'intercessione o di preghiera dove abitualmente sono raffigurati Cristo tra la Vergine e Giovanni Battista. Qui alla sinistra del Cristo  invece rappresentato san Smaragdo. Il suo nome e quello della Vergine, velata, li leggiamo nelle didascalie dipinte in rosso sul loro capo.
I tre personaggi sono a mezzo busto. Cristo, di dimensioni maggiori rispetto agli altri due, ha il volto circondato da un nimbo dorato con una croce gemmata inscritta. I capelli sono scuri con una scriminatura centrale, gli occhi grandi e il naso affilato. Indossa una tunica scura con lo scollo impreziosito anch'esso con delle gemme. Benedice alla greca.
Il tema della deesis  di origine bizantina, quindi si potrebbe datare l'affresco al periodo in cui la grotta fu recuperata da religiosi orientali dopo un periodo di abbandono. Inoltre attorno all'undicesimo secolo alcuni monaci basiliani fondarono l'abbazia di San Nilo da Rossano a Grottaferrata, che allora aveva dei possedimenti nel territorio e dove ancora oggi si celebra il rito bizantino. L'affresco perci  cronologicamente collocato tra l'undicesimo e il dodicesimo secolo, anche se recentemente  stata proposta una data pi tarda  per l'ingenuit e la grossolanit della stesura pittorica.
Alla destra della basilichetta si trova una breve galleria; qui si pu ammirare una delle pitture meglio conservate della catacomba.
Al centro c' Cristo in piedi, raffigurato nel gesto della parola, radioso e apollineo, iconograficamente vicino all'espressione figurativa pagana o ai filosofi. Ha il volto inscritto in un nimbo luminoso con i capelli sciolti sulle spalle.  affiancato da quattro personaggi identificabili dal loro nome. Alla sua sinistra ci sono Pietro e Lorenzo, a destra Paolo e un personaggio che, seppure frammentato,  identificato con Smaragdo, perch sono visibili ancora le lettere MA del suo nome.
I martiri ricordati in questa piccola catacomba sono san Senatore, i quattro di Albano (Secondo, Carpoforo, Vittorino, Severiano) e san Smaragdo.
Proprio da loro, tuttavia, partono molti interrogativi ai quali non si riesce a dare una risposta precisa. Chi erano questi personaggi?
In primis, chi  Senatore, il santo titolare della catacomba? Come visse? Come mor? Di lui non sappiamo nulla, nessun racconto agiografico seppur breve c'illumina sulle sue vicende terrene. Forse, per, abbiamo il suo ritratto.
Nel fondo della parete della cripta storica, in posizione decentrata, emerge il volto circondato da un'aureola dorata di un giovane personaggio.  stato interpretato come quello di san Senatore. Il giovanetto ha capelli neri ricci, a calotta, un viso ovale, dove spiccano due occhi grandi, spalancati e molto espressivi, incorniciati da due sopracciglia molto accentuate. L'affresco  datato tra la fine del quarto e l'inizio del quinto secolo. Sul muro sono evidenti tracce di un lavoro di ampliamento e di monumentalizzazione finalizzato a celebrare degnamente un defunto importante. Forse fu realizzata un'edicola chiusa da un cancelletto, ma le sue dimensioni sono tali da far pensare che si tratti solo di un reliquario, anche se molti ritengono che proprio questa fosse la tomba primaria.
D'altro canto, poich san Senatore attribuisce il nome alla catacomba ed  ricordato da diverse fonti storiche, non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che venne sepolto in questo luogo, perch  qui che era celebrato il 26 di settembre. Lo nomina il Martirologio geronimiano della prima met del quinto secolo e anche una guida per i pellegrini del settimo secolo, il De locis (Itinerarium de locis sanctis quae sunt foris civitatis Romae), che ricorda il martire insieme con una santa Perpetua e numerosi altri santi. San Senatore  menzionato anche nel Martirologio di Usuardo, che risale alla seconda met del nono secolo.
I quattro martiri di Albano, invece, erano sottufficiali dell'esercito romano: Secondo, Carpoforo, Vittorino e Severiano erano venerati nella cittadina gi nella prima met del quarto secolo. Li ricorda la Depositio Martyrum, redatta proprio in quel periodo, che annota la loro festa l'8 agosto. Li nomina anche il Martirologio geronimiano specificando che erano stati sepolti al quindicesimo miglio della via Appia; la guida ricorda anche san Senatore. Non sono invece segnalati nel Martirologio di Usuardo (che cita Senatore), perch gi dalla prima met del nono secolo, i martiri erano stati traslati da papa Leone quarto (847-855). Il racconto agiografico sulle circostanze della loro morte fu legato con quello dei Quattro Santi Coronati martirizzati nello stesso periodo e, quindi, confusi con questi. In realt i Quattro Santi Coronati erano cinque: Claudio, Castorio, Nicostrato, Simplicio e Sinforiano, ed erano artifices metallici in Pannonia in epoca dioclezianea. I quattro martiri di Albano invece erano cornicularii e ragionevolmente abitanti del luogo.
Nell'affresco della parete sinistra della cripta storica, in un pannello a sfondo azzurro e delimitato da una fascia rossa, ci sono sei personaggi seduti che affiancano, tre per lato, un Cristo giovane e apollineo, il volto incorniciato da un nimbo aureo; con la mano sinistra sorregge un libro aperto sulle ginocchia. I due personaggi che gli siedono vicino sono gli apostoli Pietro e Paolo, mentre gli altri quattro, contraddistinti nell'abbigliamento a due a due, potrebbero essere Secondo, Carpoforo, Vittorino e Severiano.
Anche l'ultimo eroe della fede legato alla catacomba rimane avvolto nel mistero. Chi era Smaragdo? Forse uno dei martiri dell'Ostiense, accomunato ai quattro di Albano perch commemorato anch'egli l'8 di agosto? Se per il dipinto risalisse all'undicesimo dodicesimo secolo, forse si potrebbe pensare che si tratti del monaco-donna Eufrosina di Alessandria, che si fece monaco per non essere costretta al matrimonio, spacciandosi per un eunuco per giustificare la sua mancanza di barba. Nel dipinto il santo  rappresentato con la tonsura. Prese il nome di Smaragdo (Smeraldo) e prima di entrare in monastero visse in una grotta come eremita.
Non mancano altre incognite in questo piccolo cimitero suburbicario, come i due personaggi sepolti abbracciati ritrovati sotto la scala di accesso, e sette tombe a fossa con ricco corredo di ceramica, vetro, metallo e tesoretti in monete.
Infine, in un piccolo corridoio privo di sepolture, c' un pozzo per l'acqua abitualmente presente nei cimiteri sotterranei e necessaria per intonacare le pareti e per sigillare le tombe con la calce.
L'emissario del lago di Nemi
Per i pi avventurosi a Nemi, un borgo dei Castelli Romani famoso per le sue fragoline, ma anche per il suo lago che per secoli ha nascosto le navi di Caligola intrigando le persone, c' un percorso misterioso che va a sommarsi alle varie leggende che circondano la zona.
 l'emissario del lago di Nemi, un'incredibile opera dell'ingegneria antica. Dalle rive del lago, dopo un percorso di circa 1600 chilometri con un dislivello di dodici nel cuore del monte dove sorge Genzano, arriva nella Valle di Ariccia. Il cammino, complessivamente,  poco pi di tre chilometri, perch per uscire occorre tornare indietro.
Quando fu realizzata l'opera? Purtroppo l'assenza di fonti storiche e bibliografiche non ci consente di risalire al periodo storico. A parte alcune notizie fornite da Strabone, l'unica documentazione sull'emissario fu realizzata nei primi anni del Novecento dall'ingegnere Guido Ucelli (1885-1964) in occasione del recupero delle navi imperiali.
Chi scav il tunnel? E per quali motivi? Correntemente si ritiene che esso fu opera degli antichi abitanti del luogo per prelevare l'acqua del lago indirizzandola verso la piana di Ariccia al di l del monte, affinch il livello del lago rimanesse costante e per impedire che questo, in caso di piogge abbondanti, allagasse il santuario di Diana Nemorense.
Il lago  di natura vulcanica, ha una profondit di trentatr metri, non ha emissari naturali;  alimentato dalle sorgenti che si trovano lungo le sponde e, appunto, dalle piogge. Il prosciugamento del bacino  stato continuo nei millenni. Ai giorni nostri,  causato sia dal prelievo d'acqua fornita dai molti fiumiciattoli che lo sostentano sia dai pozzi scavati negli ultimi decenni.
Perci, i resti del tempio sono visibili a monte, piuttosto lontani dalle sponde lacustri; le sue strutture murarie sono datate tra la fine del secondo e l'inizio del primo secolo a.C., ma poich il culto  piuttosto arcaico, sembra certo che l doveva esserci un santuario gi dal sesto secolo a.C.
Un altro enigma intreccia questo sito dedicato al culto di Diana, signora dei boschi e delle acque, con il mito del rex nemorensis.
Una leggenda descritta dallo storico e antropologo James Frazer (1854-1941) nel suo volume Il ramo d'oro narra che, nel santuario di Nemi, crescesse un albero sacro alla divinit, dal quale nessuno poteva spezzare un certo ramo, se non uno schiavo fuggitivo. Se questo fosse riuscito a strappare il ramo d'oro della pianta, aveva il diritto di combattere un duello mortale per uccidere il sacerdote di Diana e regnare al suo posto come rex nemorensis, cio re del bosco. Un omicidio rituale, magico-religioso, una sorta di ordalia, che secondo l'antropologo spiegherebbe l'origine sacra della regalit. Questo combattimento, comune anche ad altre civilt primitive, nella realt serviva a confermare o a smentire (e quindi a far morire) le capacit di un capo che doveva essere a un tempo custode della comunit, capo militare, politico e religioso e doveva possedere una straordinaria prestanza fisica.
L'imperatore Caligola in un'incisione su rame del 1832.
La visita dell'emissario  svolta da associazioni culturali; chi  intenzionato a farla deve sapere che il percorso  semplice ma vario, con alcuni passaggi difficoltosi perch in certi tratti bisogna camminare curvi, giacch la volta della galleria si abbassa, e a volte si incontra la strettezza del budello, alla quale si somma l'accumulo di grosse pietre e una condotta utilizzata fino agli anni Novanta (installata negli anni Settanta per prelevare acqua) e poi dismessa, ma mai smantellata. Gli aspiranti speleologi, inoltre, potrebbero aumentare il brivido strisciando letteralmente pancia a terra, in uno dei tanti bypass dell'emissario.
L'incile, cio l'imbocco da cui parte il canale, immette in una prima camera di manovra a pianta cuneiforme, che affascina per la grandiosit e per il sistema costruttivo a grossi blocchi di pietra. Serviva a filtrare, tramite fori circolari praticati su lastre di marmo, l'eventuale sporcizia grossolana, (legname, rami o altro) per impedire l'ostruzione del condotto e anche per il troppo pieno. Poco pi avanti, sulle pareti laterali sono visibili delle coppie di scanalature che dovevano servire a far scendere delle paratie, per bloccare anche se non a tenuta stagna l'acqua, ed eventualmente procedere a lavori di manutenzione del tunnel. Secondo alcuni studiosi potrebbero essere state utilizzate per il varo delle navi dell'imperatore.
Sin dall'antichit si pensava che il lago di Nemi custodisse tesori sommersi perch spesso, nelle loro reti, i pescatori trovavano impigliati oggetti preziosi. Perci gi dal quindicesimo secolo fino al xix, si tent di recuperare quello che il lago nascondeva in tre successivi tentativi, mai riusciti. Si trovarono diversi reperti, soprattutto a fine Ottocento, il cui bottino prezioso fu acquistato dallo Stato italiano, ma le imbarcazioni furono molto danneggiate.
Le navi di Caligola furono ripescate avventurosamente solo all'inizio del Novecento.
Dal 1928 al 1932 il livello del lago, grazie a potenti idrovore, fu progressivamente abbassato fino a lasciare il bacino all'asciutto. Una volta recuperate le navi, il livello del lago torn ad aumentare lentamente fino a sfiorare l'incile. Oggi, a causa dei prelievi d'acqua di cui s' detto, rispetto all'ingresso dell'emissario artificiale il bacino si trova almeno cinque metri pi in basso.
Per le navi fu allestita una grandiosa esposizione permanente sulle rive dello specchio lacustre, dove nel 1932 furono trasportate e alate. Nella notte tra il 31 maggio e il 1 giugno del 1944 un furioso incendio (forse doloso?) devast e mand in fumo quelle meraviglie dell'antichit.
Solo pochi fortunati, quindi, riuscirono a vedere i due scafi nella loro imponenza; la prima nave misurava 71,25 metri di lunghezza ed era larga 20; la seconda era lunga 73 metri e larga 24. Oggi dobbiamo accontentarci di due modelli fedeli in scala 1:5, perci possiamo vedere degli scafi lunghi 15 metri e larghi 6. Tuttavia la grandezza del museo delle navi di Nemi, un immenso e desolato hangar ormai orfano delle sue figlie, ci fa intuire la magnificenza delle navi di Caligola che, ricordiamolo, non erano state costruite per navigare: il lago di Nemi ha una superficie di soli circa due chilometri quadrati. Erano soltanto delle piattaforme galleggianti, ricchi palazzi acquatici per il piacere e lo svago dell'imperatore. In ogni caso gli scafi erano stati costruiti in tutto e per tutto secondo le regole della perfetta tecnica navale, quindi per noi erano preziosi documenti della marineria romana.
La seconda nave di Caligola sulla riva del lago di Nemi, in una fotografia d'epoca.
A Nemi c' anche un piccolo gioiello nascosto nel bosco dove un'eventuale escursione - riservata solo ai pi temerari - va fatta con cautela; il sito  abbandonato e in situazione precaria; il sentiero, un tempo frequentato dai fedeli,  ripido e franoso.  lo Speco di San Michele Arcangelo, una chiesetta semipogea di epoca medievale, ricavata da una grotta naturale, che ancora conserva alcuni affreschi piuttosto rovinati. Il primo documento che nomina il luogo sacro risale al 1255 come dipendenza dei monaci di Sant'Anastasio alle Tre Fontane. A met del 1600 pass alla parrocchia di Nemi che cinquant'anni dopo lo consegn ad alcuni eremiti perch lo custodissero. Tuttavia, nel 1770 fu abbandonato a causa dello stato di rovina in cui si trovava.
All'interno c' un altare con ciborio e nelle pareti dei dipinti tra i quali San Michele Arcangelo che stringe con la mano destra una spada mentre nella sinistra ha un serpente, simbolo del demonio; e San Giovanni Evangelista con l'abitato di Nemi alle spalle; si vedono il campanile di S. Maria del Pozzo, il castello, il lago e il monte Cavo.

2. DA PIAZZA VENEZIA A VIA APPIA ANTICA.

NOTIZIE STORICHE.

Campidoglio, via delle Terme di Caracalla, via Latina, via di Porta San Sebastiano, via Appia Antica, via Ardeatina, via Cristoforo Colombo.

Il Campidoglio  il pi piccolo dei sette colli di Roma; si spinge fino al Tevere ed  la punta pi avanzata del sistema collinare.  sicuramente il pi importante, non solo perch qui si celebravano le cerimonie ufficiali dello Stato romano e alcune delle pi rilevanti iniziative politiche, ma anche per la sua posizione strategica e la sua conformazione geomorfologica.
La collina si erge tra le valli del Velabro e del Campo Marzio e domina il guado sul Tevere e l'isola Tiberina.  una rocca difesa dalla sua struttura di rupe inaccessibile, tranne il lato rivolto all'interno della citt. In epoca arcaica i nemici di Roma, i Sabini, riuscirono a entrare solo perch, racconta una leggenda, Tarpea, una donna romana, apr loro le porte tradendo i suoi concittadini.
Il colle  formato da due cime, il Capitolium (a destra, con il tempio di Giove) e l'Arx (a sinistra, dov' la chiesa di Santa Maria in Aracoeli), separate da una depressione che oggi si riconosce nell'attuale piazza del Campidoglio, chiamata Asylum, perch quando fond Roma, qui Romolo accolse gente proveniente da altri centri laziali con l'obiettivo di popolare la citt. Il luogo era ricordato anche con il toponimo inter duos lucos, tra i due boschi sacri che nei tempi antichi verdeggiavano sulle alture.
Il ritrovamento di ceramiche dell'Et del Bronzo nell'area sacra di Sant'Omobono, e altri dell'Et del Ferro al Tabularium, confermano che la rupe era abitata gi in epoca arcaica. Una leggenda narra che a fondare qui il villaggio pi antico sarebbe stato Saturno.
Sul Campidoglio fu eretto il grande tempio a Giove Capitolino, di cui ancora osserviamo gli imponenti resti all'interno dei musei, che sub gravi danni dopo il primo importante incendio dell'83 a.C. quando si perse anche la collezione dei libri Sibyllini. Sul Campidoglio ci furono altri due incendi, nel 69 d.C. e nell'80 d.C.
Sul colle si saliva tramite il clivus Capitolinus, continuazione della via Sacra, di cui ci  rimasto un tratto importante; c'erano anche le Scalae Gemoniae accanto al Carcere Tulliano dove, sembra, erano gettati i corpi dei giustiziati, e i centum gradus che salivano partendo dall'area sacra di Sant'Omobono.
Nell'antichit, via delle Terme di Caracalla era la valle delle Camenae, un luogo verdeggiante ricco di boschi, grotte e sorgenti d'acqua dove Numa Pompilio, secondo re di Roma, s'incontrava nottetempo con la divina ninfa Egeria che lo ispirava e gli indicava i riti sacri e le leggi da instaurare nel suo governo.
Tito Livio lo racconta in modo molto romantico.
Vi era un bosco irrigato nel mezzo da una fonte d'acqua perenne che sgorgava da un'ombrosa grotta. Numa spesso vi si recava senza testimoni per incontrarsi con la Dea; consacr quel bosco alle Camene a sud est del Celio poich ivi esse si ritrovavano con Egeria sua sposa.
Le Camene erano divinit arcaiche, ninfe protettrici delle acque che avevano il dono di prevedere avvenimenti futuri, e considerate delle muse ispiratrici. Erano quattro: oltre a Egeria c'erano Carmenta, Antevorta e Postvorta.
Forse proprio dal loro appellativo potrebbe derivare la denominazione di Porta Capena, collocata oggi nel punto in cui s'incontrano tre colli: Celio, Palatino e Aventino, tra l'inizio della Passeggiata Archeologia (via delle Terme di Caracalla) e la via di Valle delle Camene. Tuttavia, poich da questa porta iniziava la via Appia (312 a.C.), che arrivava fino a Capua, quest'ultima potrebbe essere l'origine del termine che sarebbe diventato, per corruzione, Capena.
La porta si trovava, quindi, di fronte al lato curvo del Circo Massimo che attribuisce il nome a via dei Cerchi, inizialmente chiamata via del Cerchio, dove c'era gi un antico tracciato che ricordava il dio Conso, vicus Consinius e dove, in epoca arcaica, ad agosto e a dicembre, si celebravano i Consualia.
Il Circo Massimo  legato alla storia pi antica di Roma e, forse per la sua geomorfologia,  stato sempre un luogo destinato alle corse dei carri. La tradizione narra che il primo a installare nella Valle Murcia un circo destinato a questi giochi fu Tarquinio Prisco, ma non si esclude che il fondatore di queste gare fosse stato Romolo; lo stesso ratto delle Sabine si sarebbe svolto proprio qui, nella valle tra il Palatino e l'Aventino.
Via dei Cerchi fu aperta da papa Sisto quinto (1585-1590), presumibilmente per spostare i due obelischi che in epoca romana erano collocati sulla spina del circo. Oggi si trovano a piazza di San Giovanni in Laterano e a piazza del Popolo.
Proprio alle spalle della suddetta strada, all'angolo con via di San Teodoro, in una piazzetta ai piedi del Palatino, c' la basilica di Sant'Anastasia, uno dei venticinque titoli cristiani del quarto secolo. Oggi, bench essa sia in una zona centrale, sembra essere quasi nascosta, poco frequentata o sconosciuta.
Eppure  una chiesa speciale.
Un catalogo delle chiese di Roma del settimo secolo la elenca al terzo posto, subito dopo le due importanti basiliche del Laterano e di Santa Maria Maggiore; dove forse si celebr la prima messa di Natale e che aveva diversi privilegi.
La chiesa fu fondata in epoca costantiniana su propriet imperiali; era la cappella ufficiale della corte e faceva parte della casa di Augusto, come asserisce l'archeologo Andrea Carandini, il quale presume che fu fatta edificare dalla sorellastra di Costantino, Anastasia. La principessa risiedeva con il marito, Bassiano, cesare dell'Italia, appunto nella casa di Augusto. Essendo una chiesa a carattere privato, dapprima prese il nome dalla proprietaria dell'edificio e solo in seguito fu intestato alla santa con lo stesso nome, quando le reliquie di questa martire furono portate a Roma (sesto secolo).
Nei suoi sotterranei, assolutamente chiusi al pubblico, ci sono importanti testimonianze delle sue origini imperiali.
Le parti pi evidenti del complesso augusteo si trovano a nord-est dell'abside. Qui, nella zona meridionale, sono state ritrovate due stanze esterne all'edificio, una sorta di avancorpo che  stato interpretato come il maenianum, una terrazza che consentiva alla famiglia imperiale di osservare le corse del Circo Massimo. Tra il 325 e il 326, Anastasia avrebbe sfruttato il primo piano di questa costruzione per edificare la chiesetta, che in un primo tempo fu contenuta in questo spazio, priva di navate laterali.
Nel muro di fondo del suddetto avancorpo, sono state trovate le tracce di una porta che  collocata esattamente sull'asse mediano dell'intero edificio imperiale e che, secondo le ricostruzioni degli archeologi, portava al santuario del Lupercale, identificato nel 2007 dallo stesso Carandini in una cupola dorata del diametro di sei metri e mezzo, scoperta con un laser scan.
Il monumento sotterraneo si trova nel versante sud-ovest del Palatino, tra le chiese di San Teodoro e di Santa Anastasia, nove metri sotto il piano attuale del colle.
Le centinaia di foto registrate dalla minicamera, calata attraverso un foro di trenta centimetri, e rielaborate con il computer, hanno restituito le misure esatte dell'ambiente, che affonda nel cuore della collina fino a sedici metri, ed  quasi interamente colmato con terra da riporto. Le immagini hanno ricomposto come in un puzzle le decorazioni della cupola, che  ornata con disegni di tipo geometrico imitanti una copertura a lacunari realizzati a mosaico con scaglie di vetro, pietra pomice e valve di conchiglie, mentre nell'oculo  rappresentata un'aquila bianca su fondo azzurro.
La raffigurazione corrisponde esattamente alla descrizione che fece, nel 1526, l'antiquario romano Bartolomeo Marliano il quale, calandosi da un cunicolo del Palatino ubicato evidentemente nella stessa posizione dell'attuale scoperta, raccontava di aver visto un Tempio di Nettuno - come lo chiamarono nel Rinascimento - stupendamente ornato di varie conchiglie marine e pietruzze composte insieme [...] non vi si riconosceva alcuna immagine eccetto quella di un'aquila candida [...] nella sommit della volta.
Rodolfo Lanciani (1845-1929), grande archeologo e studioso, profondo conoscitore di Roma, era convinto che il sito visto nel Cinquecento fosse proprio il Lupercale.
Sotto il maenianum, c'erano delle strutture abitate che potrebbero corrispondere a quelle che si vedono nei sotterranei di Santa Anastasia, dove si trovano altri importanti organismi in opera quadrata; si tratta di un portico costituito da sei pilastri allineati lungo una strada basolata, parallela al Circo Massimo e distante da esso una trentina di metri. Questi piloni sembrano appartenere ad ampie tabernae rettangolari, estranee al complesso augusteo, databili a epoca giulio-claudia, forse opera dell'imperatore Claudio o forse risalenti a Nerone.
In alternativa alla via Appia, nell'antichit l'arteria pi importante per il Mezzogiorno era la via Latina vetus che, contrariamente alla Regina viarum, la quale correva parallela alla costa, raggiungeva Capua (Casilinum) passando per l'interno.
La sua origine si fa risalire addirittura all'et del ferro (fine nono-ottavo secolo a.C.). Il suo nome deriva dal fatto che essa attraversava il territorio della Lega Latina e il percorso che conosciamo  quello che fu ripristinato in epoca romana alla fine del quarto secolo a.C., quando i popoli italici degli Equi e dei Volsci furono sottomessi a Roma.
Lo storico e geografo greco Strabone (60 a.C.-20 d.C.) la definiva praeclarissima; lungo il suo asse viario sorsero ville aristocratiche di cui restano notevoli rovine (Vignacce, Sette Bassi, Casal Morena, Centrona, Giostra, Senni); la strada era affiancata da diversi tratti degli acquedotti dell'Acqua Claudia e della Marcia. A quest'ultimo si sovrappose nel sedicesimo secolo l'acquedotto Felice.
Oggi il suo percorso originario sopravvive, in parte, nell'impianto della moderna via Casilina e nel tratto della via Anagnina tra via Tuscolana e Anagni. Anche l'Autostrada del Sole ha ricalcato verso sud la stessa rotta naturale gi preferita dall'antica via Latina.
Dal punto di vista funerario  molto difficile ricostruire una situazione storico-archeologica di epoca paleocristiana. Lungo l'arteria sono stati fatti grandi e interessanti scoperte e ancora oggi vengono alla luce gallerie sotterranee.
Tuttavia  singolare notare che i due ipogei funerari pi celebri, emersi nel tratto urbano, presentino delle caratteristiche che li distinguono completamente dalla tradizione cristiana, come gli ipogei di via Dino Compagni (visitabile con richiesta speciale) e di Trebio Giusto (chiuso al pubblico). Quest'ultimo  un originale monumento funerario nascosto sotto un'abitazione privata, in cui fu sepolto un giovane: una sorta di album fotografico di famiglia affrescato sulle pareti ci restituisce le scene della sua vita.  una camera funeraria della quale  difficile stabilire la datazione, che non ci informa se il defunto fosse cristiano oppure no.
Sulla situazione funeraria della via Latina non ci aiutano neanche le fonti storiche basilari per l'archeologia cristiana - soprattutto gli Itinerari altomedievali - che non ricordano santuari n, fino a oggi,  emersa alcuna testimonianza di carmi damasiani che possa indicarci la presenza di tombe di martiri monumentalizzate.
Malgrado ci, lungo la via dovevano esserci almeno tre catacombe comunitarie: di Gordiano ed Epimaco, ubicata nei pressi della Porta Latina; di Tertullino (mai ritrovata), e infine di Aproniano o di Santa Eugenia. Entrambi i cimiteri sono chiusi al pubblico.
Il cimitero dei Santi Gordiano ed Epimaco  detto anche dell'Acqua Mariana, perch si trovava nei pressi del rivo omonimo canalizzato, che trasportava acqua potabile dalle fonti di Squarciarelli e dai Colli Albani.  una delle catacombe pi tarde della Roma paleocristiana. Le prime gallerie, molto devastate, furono scoperte nell'aprile del 1933 durante alcuni lavori edilizi. Altri lavori, interrotti a causa della guerra, furono condotti tra il 1940 e il 1941 confermando la presenza di una vasta necropoli cristiana sotterranea. Gli ultimi scavi furono fatti nel febbraio del 1955, fruttando agli archeologi un cubicolo affrescato e datato alla seconda met del quarto secolo, ma in parte tagliato gi dalle ruspe e salvato dalla distruzione totale.
La catacomba doveva essere molto estesa e articolata su pi livelli, vista la presenza di alcune scale che portano a piani inferiori non scavati. In una regione molto tarda furono ritrovate in situ due iscrizioni con date consolari del 361 e del 362, dell'epoca di Giuliano l'Apostata (361-363). Nella catacomba sono stati ritrovati numerosi monogrammi costantiniani. Alcune gallerie di questa regio sono intatte con le tombe integre. L'intenso sfruttamento di quest'area orienta gli studiosi verso un grande cimitero comunitario e anche verso la possibile presenza di una basilica nel sopratterra. Oltre a Gordiano ed Epimaco nel cimitero erano sepolti anche Quarto, Quinto e un certo Trofimo.
Il cimitero di Aproniano, articolato su quattro livelli, era molto esteso. Qui lavorarono abili maestranze capaci di riprodurre nel sottoterra le ardite costruzioni dei mausolei subdiali. I cubicoli, le tombe e gli arcosoli sono caratterizzati da un'architettura ricavata al negativo nella roccia, che propone colonne intagliate nel tufo arricchite da capitelli ben lavorati, stucchi e arabeschi come si possono vedere anche nel Cimitero Maggiore o nella catacomba di Ippolito.
La necropoli sotterranea era ricca di monumentali cappelle funerarie completamente affrescate e ha conservato, per noi posteri, una rarit: una decorazione musiva a copertura di un loculo in cui  rappresentato il ciclo di Giona.
Via di Porta San Sebastiano parte da piazza Numa Pompilio e arriva alla porta omonima da dove inizia la via Appia antica, che in realt partiva da Porta Capena (lato curvo del Circo Massimo ai piedi del Celio); le miglia si contavano da qui. La strada quindi ripercorre il tratto urbano della Regina viarum e, infatti, in antico Porta di San Sebastiano si chiamava Porta Appia.
Subito dopo la biforcazione con la via Latina c' la chiesa (a destra) di San Cesareo costruita su un edificio del secondo secolo d.C., probabilmente le Terme Commodiane citate dai Cataloghi Regionari. Qualche metro sotto il pavimento della chiesa c' un mosaico ben conservato in bianco e nero, decorato con soggetti marini, che si pu osservare chiedendo al sagrestano.
Sulla stessa via, poco pi avanti sulla sinistra c' il sepolcro degli Scipioni, mentre poco prima dell'arco di Druso, tra via di Porta San Sebastiano e via Latina, si trovano i tre colombari di Vigna Codini e quello di Pomponio Hylas.
Porta San Sebastiano in un'incisione di Giuseppe Vasi.
La via Appia Antica, Regina viarum, l'autostrada pi famosa dell'antichit, inizialmente fu progettata per motivi bellici; partendo da Porta Capena congiungeva Roma con il Mezzogiorno e consentiva il traffico militare, commerciale e turistico verso l'Africa, la Grecia e l'Oriente.
Il suo ideatore  stato Appio Claudio il Cieco, nel 312 a.C., con l'obiettivo di risparmiare un giorno di marcia per raggiungere Capua, testa di ponte durante la seconda guerra sannitica. Qui arrivava gi la via Latina ma il suo tracciato, oltre a essere pi lungo, era anche pi esposto al nemico. Verosimilmente un percorso preistorico gi collegava Roma ad Albalonga e ai centri urbani dei Castelli Romani e della pianura pontina; lungo questa strada si svolsero importanti avvenimenti della storia arcaica della citt come il duello tra Orazi e Curiazi.
La via Appia richiese ingenti opere costruttive e di manutenzione, basti pensare che ancora oggi il suo percorso, dopo aver superato i Colli Albani e le paludi pontine che furono bonificate, si snoda in un lungo rettilineo di novanta chilometri fino a Terracina. Trenta chilometri prima di giungere nella cittadina laziale, la strada era affiancata da un canale tuttora esistente, che era utilizzato dalle imbarcazioni per il trasporto di merci e di passeggeri. A Terracina una rupe calcarea di trentasei metri bloccava l'accesso verso la piana di Fondi, che fu fatta tagliare dall'imperatore Traiano (98-117), peraltro non nuovo a queste imprese, per aggirare il valico del monte e per aprire una strada costiera. Questa importantissima arteria era ancora regolarmente attiva ed efficiente sotto Teodorico (493-526).
La strada arrivava fino a Brindisi, ma l'intero percorso fu realizzato in tempo diversi, strettamente connessi con le conquiste e con l'avanzare di Roma verso il Sud. In un primo momento la via Appia si fermava a Capua, dove si ricongiungeva con la via Latina, dalla quale si era distaccata poco oltre Porta Capena. Nel 286 a.C., pochi anni dopo la sconfitta di Pirro, re dell'Epiro, la Regina viarum fu prolungata fino a Benevento, superando le forche caudine e la piana di Caudium. Quasi subito fu portata fino a Venosa poi a Taranto e nel 191 a.C. si ferm a Brindisi. Infine, superato il mare, proseguiva per Tessalonica e Costantinopoli, dove vi giunse nel quarto secolo d.C. Questo lungo percorso si dipartiva a Y dalle citt di Apollonia e Durazzo per diventare un unico asse viario; all'interno della Grecia prese il nome di via Egnatia.
La guerra gotica e la frantumazione dello Stato causarono rapidamente il declino della strada che aveva bisogno di continui e costosi interventi di manutenzione. Rimase attivo solo il tratto tra Roma e Albano, lungo il quale sorsero i castelli e le torri delle famiglie medievali pi importanti, che pretendevano un pedaggio per il transito. La strada fu progressivamente abbandonata mentre si cre un percorso alternativo rappresentato dall'attuale via Appia nuova, gi esistente nel sedicesimo secolo e sistemata in via definita da papa Pio sesto (1775-1799). Gi da allora si cominci a pensare a un ripristino dell'antica arteria come testimone dei gloriosi tempi passati, ma solo nella met dell'Ottocento, grazie anche alla pressione di uomini di cultura, la fettuccia tra le mura urbiche e Frattocchie fu liberata dalla macchia e dalle macerie e fu restaurata.
Con l'avvento del cristianesimo la via Appia antica conserv il suo ruolo preminente. Lungo i suoi bordi sorsero le necropoli sotterranee pi visitate e i santuari pi celebri dell'Urbe, come la cripta dei papi nel cimitero di San Callisto e la Memoria Apostolorum in San Sebastiano in Catacumbas. Nelle vicinanze, lungo una strada secondaria, oggi via Pignatelli, fu scavato il cimitero di Pretestato. Le catacombe di San Callisto e di San Sebastiano sono aperte regolarmente al pubblico, il cimitero di Pretestato si pu visitare con associazioni culturali.
Nella zona, tuttavia, sono presenti altre emergenze funerarie chiuse al pubblico ma aperte ai pellegrini medievali i quali, nell'ordine, procedendo verso Roma, incontravano prima la basilica di Santa Sotere o Soteride, una chiesa funeraria del sopratterra restaurata da papa Stefano secondo (725-757) e mai ritrovata. Lasciata l'Appia Antica, i fedeli vedevano il santuario dei Martiri greci, che si potrebbe identificare con la piccola chiesa semipogea cosiddetta Anonima della Via Ardeatina. Secondo un itinerario medievale, qui erano venerati cinque martiri di origine greca: Ippolito, Adria, Paolina, Maria e Neone, che erano stati sepolti in un ambiente sotterraneo al primo miglio della via Appia in un santuario sito presso la basilica di papa Marco.
Attorno agli anni Novanta del Novecento fu proposta l'identificazione della chiesa Anonima della via Ardeatina con la basilica extraurbana fatta costruire da papa Damaso, il quale durante il suo pontificato fece edificare due basiliche: San Lorenzo in Damaso, ritrovata negli anni Ottanta del Novecento da archeologi tedeschi nel cortile del Palazzo della Cancelleria a corso Vittorio, e un'altra sulla via Ardeatina, dove venne sepolto con la madre Lorenza e con la sorella Irene.
In seguito, i fedeli medievali incontravano la basilica funeraria di papa Marco che fu ritrovata il 3 settembre del 1991 quando, nel terreno seminato a erba medica, si mostr improvvisamente e con estrema chiarezza la sagoma di un edificio dalla tipica planimetria delle basiliche funerarie circiformi. Anche la sua dimensione coincideva in modo straordinario con tre delle cinque chiese costantiniane dalla pianta a circo che conosciamo: quella di San Sebastiano, l'Anonima della via Prenestina e quella dei Santi Marcellino e Pietro, mentre le altre due, San Lorenzo e Sant'Agnese, sono pi piccole. Il saggio di scavo all'altezza dell'abside mostr un edificio in sostanza raso al suolo, forse per motivi agricoli, e perci interrato. Lo scavo della basilica marciana ha riportato alla luce numerose sepolture che occupavano il pavimento interno ed esterno.
Papa Marco era festeggiato il 6 ottobre e la sua chiesa  ricordata dalle fonti storiche a volte sulla via Appia Antica altre sulla via Ardeatina ed effettivamente l'ubicazione dell'edificio coincide proprio con la porzione di territorio compresa tra le due vie.
In questo vasto parco c' anche la catacomba di Marco, Marcelliano e Damaso, da identificare con quello che gli Itinerari chiamavano il cimitero di Basileo ad sanctum Marcum et Marcellianum. Secondo le fonti storiche i tre personaggi erano sepolti in due basiliche del sopratterra.
La catacomba fu scoperta nel 1902 per un cedimento nel cortile dell'istituto di San Tarcisio, allora gestito dai frati trappisti (oggi ci sono i salesiani). Poich i due martiri erano sepolti nel sopratterra, in questa catacomba non esistono tracce di culto martiriale: non ci sono ambienti monumentalizzati, n retrosanctos, n scale per il percorso devozionale, che sono le classiche spie della presenza di tombe venerate. La sua monumentalit la riscontriamo nella sua regione principale, la pi antica e la pi ricca, verosimilmente prerogativa di un'utenza del clero romano di alto livello, come farebbero supporre le molte epigrafi recuperate nelle gallerie.
Accanto a queste importantissime emergenze cristiane comunitarie si formarono anche piccoli ipogei di diritto privato, slegati dall'organizzazione pubblica, e voluti da quanti desideravano mantenere la loro sepoltura in ambito familiare. In questi cimiteri non  raro trovare deposizioni di cristiani accanto ai pagani o ai seguaci di altre sette religiose, come avviene nell'ipogeo delle Monachelle. Qui ci sono piccoli nuclei funerari di famiglie che aderivano al culto di Sabazio e Mitra, che furono intercettati dallo scavo di una catacombetta cristiana, quella di Vibia (met quarto-fine quarto secolo), detta appunto delle Monachelle, alludendo ad alcuni personaggi velati dipinti nell'affresco principale.
Sulla via Ardeatina, e soprattutto sul suo tratto urbano, ancora oggi vi sono molte incertezze circa l'identificazione dell'antico percorso; dubbi che gravano anche sulla vicina via Laurentina, entrambe appaltate, sembra, a un unico costruttore. Per quanto riguarda la prima arteria, alcuni studiosi ritengono che essa uscisse dalla Porta Aureliana, tra via Ostiense e via Appia Antica. Altri ipotizzano che da qui partisse la via Laurentina, mentre il percorso dell'Ardeatina prendesse il via dalla posterula omonima (o di Vigna Casali) che ancora vediamo su una breve salitella prima dei quattro fornici aperti sulla Mura Aureliane in via di Porta Ardeatina (direzione Cristoforo Colombo). In questo caso si pensa che la via Ardeatina procedesse in senso obliquo alle suddette mura scavalcando il fiume Almone e dirigendosi verso Ardea, lungo un cammino che in alcuni tratti ricalcherebbe il tracciato delle due vie moderne.
In via Ardeatina sorgono due catacombe cristiane: il complesso di Domitilla, oggi in via delle Sette Chiese, aperto regolarmente al pubblico, e la catacomba dell'Annunziatella (chiusa), un piccolo cimitero del suburbio al quarto miglio dell'Ardeatina, oggi su via di Grotta Perfetta, all'altezza del moderno quartiere di Roma Settanta. Prende il nome dalla vicina chiesetta medievale, la pi antica di Roma dedicata alla Santissima Annunziata. Non presenta tracce di sepolture venerate e perci non  citata dalle fonti letterarie.  una piccola catacomba di campagna che fu utilizzata soprattutto dagli abitanti della zona. La presenza di una vasta necropoli del sopratterra datata dall'et repubblicana testimonia la presenza di una comunit e una continuit dell'uso funerario fino a epoca tardoantica. La necropoli sotterranea, non completamente scavata, era gi stata vista da Antonio Bosio (1575-1629) che la ricorda nella Roma sotterranea, accennando a un cubicolo con la figura del Buon Pastore che non  stato ritrovato; fu indagata nel 1877 da Giovanni Battista de Rossi (1822-1894), che aveva trovato l'ingresso.  costituita da una galleria che si raggiunge tramite una scala moderna a circa sei metri sotto il livello di campagna e da due bracci laterali, uno a destra l'altro a sinistra, e un piano inferiore molto breve con un'occupazione funeraria sporadica. L'ampiezza delle gallerie fa ipotizzare la preesistenza di cave di pozzolana.
Sul fondo del tunnel principale si trova un cubicolo affrescato con una scena di Giudizio nella volta: il Cristo, seduto su una cattedra rappresentato nel gesto della parola, regge nella mano sinistra il rotolo della Legge. Nella pittura formata da clipei concentrici, sono presenti altre figure e colombe in volo; sulla base degli elementi stilistici e decorativi  datata alla met del terzo secolo.
Via Cristoforo Colombo  una strada moderna progettata nel 1937 per collegare la citt con la sede dell'Esposizione Universale di Roma (eur, gi E42), che non si tenne mai a causa dell'inizio della seconda guerra mondiale. Da qui doveva proseguire verso Ostia, secondo il progetto mussoliniano di espansione di Roma verso il mare. La strada fu completata nel 1954 come tutto il quartiere dell'eur che, con opportune modifiche, fu ultimato alla fine degli anni Cinquanta, in vista dei Giochi della diciassettesima Olimpiade del 1960.
Nel 1940 le fu attribuito il nome di via dell'Impero come proseguimento dello stradone aperto tra piazza Venezia e il Colosseo; la denominazione riguard anche l'attuale via di San Gregorio (tra l'Arco di Costantino e il Circo Massimo) e via delle Terme di Caracalla, cosicch tutto il percorso dal centro di Roma a Ostia avesse un'unica denominazione.
La via, a scorrimento veloce, inizia a Porta Ardeatina in direzione sud-ovest, a piazza dei Navigatori piega verso ovest. Dopo l'eur, all'incrocio dei viali dell'Oceano Pacifico e dell'Oceano Atlantico coincide con il tratto iniziale della via Pontina, dalla quale si distacca dopo ottocento metri per terminare, dopo poco pi di sedici chilometri, a Ostia nel piazzale Cristoforo Colombo.
In occasione dei lavori di sterro e durante la demolizione di un casale agricolo espropriato per consentire l'apertura della via dell'Impero, il 20 settembre del 1940, all'altezza dell'incrocio con l'attuale circonvallazione Ostiense, poco pi avanti sulla destra, in direzione fuori Roma fu scoperto presso la ex propriet Vighi [...] un grande rudero rotondo con pilastro centrale e due muri a reticolato e a ridosso verso la via Imperiale [...] una grande abside a cortina con un pilastro nel mezzo (poi crollato). I lavori per liberare l'edificio dalle terre che lo avevano sepolto per secoli iniziarono da subito e furono completati nei primi dieci giorni di ottobre dello stesso anno. Tuttavia occorrer aspettare fino al 1946 per il suo completamento e solo allora, quello che era ritenuto essere un tumulo funerario o un edificio templare, definito come Mausoleo della Garbatella, si scopr essere una cisterna per l'acqua, grazie alle sue tecniche costruttive e al rivestimento in cocciopesto al suo interno.
Il monumento  articolato in due edifici circolari. La cisterna vera  propria ha un diametro di circa 16,50 metri,  collegata con l'esterno tramite un vestibolo e una scalinata ed  progettata secondo un disegno architettonico veramente originale, composto da tre ghiere concentriche voltate che delimitano due corridoi anulari attorno a un ambiente centrale. Il primo e pi esterno  suddiviso in dieci stanze disposte a raggiera e intercomunicanti tramite delle aperture ad arco, mentre i vani del secondo corridoio sono cinque. I due anelli erano collegati da due aperture arcuate mentre l'accesso al vano centrale, chiuso da una cupola, avveniva tramite una bassa apertura quadrangolare. Le pareti furono rivestite di cocciopesto. La maggior parte dei bolli laterizi risale al primo e al secondo decennio del secondo secolo d.C.
Durante il restauro del tetto della cisterna si scopr un impianto di spremitura di prodotti agricoli (per il vino o per l'olio), che si realizz sopra la cisterna prima dell'edificazione del casale agricolo, entrambi difficilmente databili, com' altrettanto difficile valutare quando la cisterna smise di funzionare e mut destinazione.
Bench sia stato attentamente studiato, questo importante reperto dell'antichit conserva ancora molti lati oscuri e, seppure il suo continuo riutilizzo gli abbia permesso di essere tramandato fino a noi, proprio questo continuo sfruttamento, con le modifiche che possono essere intervenute nei secoli, lo rende difficilmente rileggibile nella sua primitiva realizzazione.
I lavori di scavo della cisterna hanno portato al ritrovamento di una serie di epigrafi e di manufatti marmorei di natura funeraria reimpiegati come materiale da costruzione, che testimoniano nella zona una vasta area sepolcrale, cronologicamente datata tra il secondo e il quarto secolo d.C., come testimonia anche la sepoltura di epoca severiana e tre tombe a cappuccina rinvenuti nei pressi di via Padre Semeria.



ITINERARIO

L'insula dell'Ara Coeli.

Per rivivere con l'immaginazione le case in affitto in cui vivevano i Romani in epoca imperiale, oggi nell'insula dell'Ara Coeli si entra da una finestra del primo piano, quasi come un ladro, perch l'ingresso principale non  praticabile.  possibile vederlo nove metri circa sotto l'attuale livello stradale sporgendosi dal parapetto che si trova su via del Teatro Marcello.
L'insula, che si fa risalire al secondo secolo d.C., si appoggiava alla collina del Campidoglio e doveva avere pi dei quattro piani, oltre il mezzanino, che sono rimasti. Fu riportata alla luce in occasione dei lavori sulla via del Teatro Marcello nella prima met del Novecento, e oggi si mostra come un monumento piuttosto singolare per la presenza, tra i muri antichi, di un'edicola sacra e di un piccolo campanile. La costruzione rimane anche un po' mimetizzata a causa della vicina mole del Vittoriano e dell'imponente scala della chiesa dell'Ara Coeli che nasconde, sotto la sua ripida trama in salita, alcune zone piuttosto originali dell'edificio.
I sotterranei dello stabile, non visitabili, ma ai quali si pu accedere da una stanza del primo piano tramite una scala a pioli di ferro aggrappata al muro, sono costituiti dalle tabernae, che di solito occupavano il piano terreno delle insulae. Le stanze, ancora in parte intonacate, si aprivano su un cortile porticato. Al loro interno sono ancora visibili i supporti di marmo per sostenere il piano mezzanino realizzato in legno dove abitava, casa e bottega, il proprietario o il gestore del negozio.
Al primo piano, in origine, doveva esserci una domus; la planimetria dell'ambiente  piuttosto diversa rispetto al piano superiore. Ampie stanze, a diversi livelli, riutilizzate in epoca medievale per la costruzione della chiesetta di San Biagio de Mercatello, si affacciano su quella che doveva essere una balconata sulla strada, sopra le botteghe. Salendo per una scala moderna si accede al secondo piano; qui un criptoportico, che corre parallelo al fianco della collina, consente di entrare in due corridoi ortogonali, che si aprono sul lato destro e lungo i quali si affacciano, uno di fronte all'altro, gli appartamenti, tre per ogni lato, costituti da un monolocale quadrato, di dimensioni veramente ridotte, dove  difficile poter immaginare la situazione di una casa normale. Il terzo piano, di cui restano bassi muretti, si affaccia su un terrazzamento sul quale si proietta il piccolo campanile della chiesetta, mentre tracce limitate del quarto piano si possono osservare salendo la scalinata dell'Ara Coeli.
Il piccolo edificio sacro, che and a occupare alcuni ambienti dello stabile romano,  stato realizzato a cura della famiglia dei Boccabella nell'undicesimo secolo e dedicato a San Biagio detto de Mercatello per la presenza di un mercato che qui si svolgeva fin dall'anno Mille, e sembra fino alla fine del Quattrocento, quando fu trasferito a piazza Navona. Alcune fonti lo ricordano anche come San Biagio in Campitello o San Biagio alle scale d'Aracoeli. Alla fine del diciassettesimo secolo, il parroco della chiesa, monsignor Giuseppe Cruciano da Cascia, ottenne da papa Alessandro settimo (1655-1667) che la chiesa fosse dedicata alla congregazione della sua citt, la Corona di Spine di Nostro Signore Ges Cristo, e per questo ne modific il nome in Santa Rita, dopo che venne ricostruita dall'architetto Carlo Fontana (1638-1714). Secondo quanto riporta Mariano Armellini (1852-1896) nel suo volume Le chiese di Roma, in un documento dell'Archivio Vaticano, aveva letto la seguente annotazione: Ho inteso dal padre Casimiro (dell'Aracoeli) che entrandosi dalla beata Rita da alcuni ed in specie da un guardiano dell'Aracoeli giunsero fin sotto la cappella di S. Antonio d'Aracoeli e videro degli archi antichi con un pavimento di musaico.
Sempre Armellini, nel suo volume, aveva vaticinato la distruzione della basilichetta; di San Biagio de Mercatello scriveva: oggi  denominata della beata Rita da Cascia presso la scala dell'Aracoeli nella via della Pedacchia, chiesa forse destinata a scomparire (era in corso la realizzazione del Vittoriano).
La chiesa fu demolita e ricostruita nel 1940 poco pi avanti in via Montanara, presso il Teatro Marcello. Oggi appartiene al Comune di Roma che la utilizza come museo.
Nell'insula  rimasta l'absidiola con l'affresco della Deposizione del Cristo tra il compianto della Madonna e di San Giovanni, del quattordicesimo secolo, e il piccolo campanile romanico con bifore, dell'undicesimo secolo.
La scalinata dell'Aracoeli e il Campidoglio in un'incisione di Giovanni Battista Piranesi.
Le insulae
I turisti dell'antichit che arrivavano nella Capitale dell'Impero dovevano avere, molto probabilmente, la stessa sensazione che hanno i viaggiatori che oggi si avvicinano all'isola di Manhattan, a New York: palazzi altissimi, grattacieli spettacolari che dominano lo skyline della metropoli e tracciano un disegno della citt tutto in verticale.
Roma, accanto ai palazzi imperiali, ai templi, ai grandi edifici pubblici, alle terme, alle domus, aveva una moltitudine di costru-
zioni alte, sembra, fino a dieci piani, non proprio conformi alle norme sulla sicurezza, dove viveva la maggior parte della popolazione, le insulae, che narrano di una citt sospesa nell'aria, mentre Capua, scriveva Cicerone (106-43 a.C.),  confortevolmente distesa sulla piana della Campania.
Secondo i dati desumibili dalle fonti antiche, nel momento della sua massima espansione, Roma aveva ben 46.602 insulae contro 1797 domus, in un rapporto di 26 a 1.
In questi edifici scomodi da vivere, si ammassavano i cittadini romani che vivevano in affitto o in subaffitto in piccoli appartamenti a prezzi salati, i coenacula, oppure in monolocali bui, privi di comfort, senza riscaldamento e servizi igienici.
Questi condomini dell'antichit, delimitati da quattro strade in modo da costituire un isolato, apparvero a Roma forse a partire gi dal quarto secolo a.C., per ospitare un numero sempre crescente di popolazione; nel terzo secolo a.C. raggiungevano gi il terzo piano. Lo sappiamo dal curioso incidente che ci viene tramandato da Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) di cui si rese partecipe un bue il quale, fuggito dal Foro Boario, penetr in un'insula salendo le scale e lanciandosi nel vuoto, appunto, dal terzo piano. Fu uno dei tanti fatti straordinari che accaddero a Roma nel 218-217 a.C. che, secondo lo scrittore, annunciavano l'arrivo di Annibale.
Con il passare dei secoli, le insulae divennero sempre pi alte e sempre pi insicure; spesso erano devastate dagli incendi, perch il legno era un elemento fondamentale del caseggiato e l'acqua non era a portata di mano. Erano soggette a crolli, perch le fondazioni non erano adeguate all'altezza, i muri non erano resistenti, la materia prima utilizzata era spesso scadente. Erano per fonte di grosso guadagno per chi costruiva e per chi dava in affitto questi stabili. Nell'ultimo secolo della Repubblica il ricco Crasso (114-53 a.C.) comprava a prezzi stracciati gli edifici distrutti dalle fiamme che ricostruiva rapidamente e affittava, ricavando una rendita molto superiore al capitale investito.
Con l'imperatore Augusto (27 a.C.- 14 d.C.) si fissarono alcune norme che limitavano l'altezza degli edifici a non oltre 21 metri mentre, circa un secolo dopo, l'imperatore Traiano (98-117) ridusse ancora il valore portandolo a 18 metri. Chi var un vero e proprio piano regolatore fu l'imperatore Nerone (54-68). Dopo
l'incendio del 64 d.C. eman delle regole che proibivano i soffitti di legno, almeno nei piani inferiori, vietando costruzioni di edifici che avessero pareti in comune e che non rispettassero una pianificazione ortogonale. Le case private dovevano osservare un'altezza doppia rispetto alla larghezza della strada e avere dei portici per i passanti.
Sulla scomodit e sull'altezza di questi fabbricati c' una vasta letteratura tramandataci dagli antichi. Marziale (40-103) fa sapere che un suo vicino di casa doveva salire ben duecento gradini per arrivare nel suo appartamento, perci se consideriamo che un gradino possa essere di almeno 15-17 cm il palazzo doveva raggiungere 30-34 metri di altezza, corrispondenti a uno stabile di oggi di dieci piani. Giovenale (55/60-127 d.C.), invece, rappresenta una situazione abbastanza drammatica, perch scrive che in caso d'incendio, mentre il fuoco ha gi raggiunto il terzo piano, gli abitanti che vivevano pi in alto, non ne hanno ancora avuto sentore. Tertulliano (160-230), a sua volta, deridendo gli eretici valentiniani paragona la famosa insula Felicles, tra il Portico d'Ottavia e il Pantheon, ai cieli degli gnostici, accusandoli di aver trasformato l'universo in una specie di palazzo ammobiliato che lancia verso il cielo tanti piani quanti se ne vedono a Roma nell'edificio di Felicula.
Dal punto di vista architettonico, al livello stradale le insulae hanno generalmente i negozi (tabernae). In un'iscrizione ritrovata all'inizio dell'Ottocento, presso piazza della Consolazione, si legge che l'insula Sertoriana, composta di sei piani, aveva a livello stradale dieci tabernae. Sopra le tabernae pu trovarsi la domus del proprietario o dell'affittuario del fabbricato, come nell'insula dell'Ara Coeli. Questo era il piano nobile dello stabile; di norma qui arrivava l'acqua, mentre gli attici, tanto apprezzati dalla nostra cultura, erano vere e proprie soffitte scomode e dove la stessa vita dell'abitante era continuamente a rischio.
Se nessuna citt, per quanto riguarda l'altezza delle costruzioni, poteva paragonarsi a Roma, come garantisce Plinio, e se Giovenale assicura che affacciarsi da un piano alto era causa di capogiri,  anche vero che non solo la Capitale dell'Impero poteva vantare simili grattacieli. A Napoli, gli stabili potevano raggiungere anche cinque piani (Filostrato), a Cartagine sei (Appiano), a Motya otto (Diodoro), a Tiro il regolamento edilizio prevedeva un'altezza massima di circa 30 metri.
Delle molte insulae che formavano il reticolo cittadino di Roma  rimasto ben poco da vedere, anche perch, in caso di fortunose scoperte,  possibile osservare soltanto il piano terra e non la relativa elevazione; tuttavia l'insula dell'Ara Coeli, a piazza Venezia, e quella di San Paolo alla Regola, nel Campo Marzio, sono delle eccezioni e delle ottime testimonianze del passato.
Rodolfo Lanciani (1845-1929) ricorda che dell'insula Sertoriana sono state trovate solo due delle dieci taberne e che l'insula Vitaliana, sotto l'abside di San Pietro in Vincoli, non si  potuta studiare per pericolo di crolli. L'insula Bolaniana, invece, sotto il monastero di San Pasquale Baylon, a Trastevere, scoperta gi nel marzo del 1743, negli ultimi anni ha dato nuove soddisfazioni agli archeologi. Nel 2000, infatti, in occasione di lavori di restauro realizzati dal Collegio universitario internazionale, che ha rilevato lo stabile in precedenza occupato dalle suore,  emersa una situazione archeologica di un certo rilievo. L'insula era stata occupata da una domus di epoca imperiale, affrescata e mosaicata. In epoca medievale la zona sub successive trasformazioni.
Quel che resta dell'insula all'Aventino fu scoperto tra il 1951-1953. Diversi muri in opera reticolata, laterizia e listata sono stati ritrovati nella zona sottostante tra le chiese di Santa Maria del Priorato, di Sant'Alessio e il Parco degli Aranci. Gli ambienti, ricoperti a volta, sono affrescati con decorazioni geometriche; restano anche lacerti di pavimento mosaicato in bianco e nero. Nel 1914 altri muri e mosaici furono rinvenuti sotto la sede dell'Istituto nazionale di Studi romani che sorge proprio sopra antichi edifici, in parte studiati nel 1941 e visibili, per una minima parte, anche nelle cantine. Questi ritrovamenti si mettono in relazione anche con un'altra situazione sotterranea similare rinvenuta dall'Ottocento sotto la chiesa di Santa Sabina. Parte delle murature che dovevano essere pertinenti ad abitazioni, tabernae e magazzini, forse collegati con l'antico porto fluviale, sono visibili lungo le pendici dell'Aventino.
Lungo la via Aurelia Vetus, oggi ripercorsa da via della Lungaretta, dovevano affacciarsi diverse insulae a pi piani. Resti di due grossi condomini sono visibili sotto il convento di Santa Rufina e Seconda, nella via suddetta a Trastevere, al n. 92. Gli ambienti rimasti, circa quattro-cinque metri sotto il livello stradale, sono stati utilizzati come cantine; forse  per questo motivo che sono ben
conservati, anche se ricostruire la situazione antica  piuttosto difficile. La situazione sotterranea si presenta con una serie di stanze che si aprono alla destra del visitatore, il quale percorre un lungo corridoio inframezzato da archi. Secondo la ricostruzione degli studiosi, si tratterebbe di due insulae risalenti al secondo secolo divise da un vicolo. In una delle due  stata ipotizzata la presenza di una domus con una serie di stanze comunicanti. L'attuale piano di calpestio non coincide con il piano della stanza romana, ma si colloca a met tra il pavimento e il soffitto; sarebbe comunque il quinto piano delle abitazioni. Nelle murature si notano diversi interventi medievali, come resti di scale e riutilizzo di materiali anche scultorei.
L'insula ai Monticelli in Campo Marzio, ritrovata al di sotto di un negozio di fiori,  impossibile da vedere. Gli ambienti, vasti e spesso invasi dall'acqua, che  una caratteristica della zona, sono articolati in due livelli, il pi profondo dei quali si raggiunge tramite un'ampia scala di epoca rinascimentale. Nel sottosuolo i resti romani, quelli pi profondi, si mescolano con rifacimenti medievali e rinascimentali, mentre alcune zone sono state con molta probabilit usate come nascondiglio durante l'ultima guerra, perch sono stati ritrovati dei giacigli improvvisati e tracce di focolari.
Un'altra situazione interessante, ma raggiungibile solo calandosi con un'imbragatura in un tombino che si apre dalla strada,  quella identificata sotto via Giovanni Lanza. L'insula o il gruppo di insulae sembrano risalire alla fine del primo secolo a.C., poi ristrutturate in epoca imperiale, con rifacimenti anche di epoca medievale. Nel sottosuolo si transita da un livello all'altro senza tuttavia poter rileggere con correttezza la situazione. Le murature sono realizzate in opera reticolata e in opera laterizia.
La Galleria Lapidaria
Nel luglio del 2005, a trent'anni di distanza dalla sua chiusura causata da infiltrazioni d'acqua e di umidit,  stata riaperta al pubblico la Galleria Lapidaria dei Musei Capitolini. Lo scavo della Galleria di Congiunzione fu realizzato tra il 1939 e il 1941 proprio per collegare i tre palazzi che si affacciano sulla piazza del Campidoglio: Palazzo Senatorio, sul fondo, sede del Comune di Roma, e i due palazzi che ospitano i musei, Palazzo dei Conservatori, a destra, e Palazzo Nuovo, a sinistra.
Nel 1957, cogliendo l'occasione del terzo Congresso internazionale di epigrafia greca e latina, nel corridoio sotterraneo fu inaugurata la nuova Galleria Lapidaria dei Musei Capitolini, dove furono sistemate circa 1400 iscrizioni antiche (latine e greche) che fino allora erano state conservate presso l'Antiquarium comunale al Celio e negli stessi Musei Capitolini.
L'ingresso al sottopasso si trova al piano terra del Palazzo dei Conservatori, a sinistra del grande scalone che porta ai piani superiori.
Due rampe di scale in discesa immettono in una sorta di stradone sotterraneo, avvolto nella penombra e in un sottofondo musicale che, a mano a mano che si procede, si perde alle nostre spalle. In quest'ambiente crepuscolare, quasi a immagine e somiglianza delle grandi strade consolari, sono state ricollocate, a destra e a sinistra, le epigrafi funerarie ordinate per settori tematici, che forniscono uno spaccato eloquente della Roma antica, per quanto riguarda il linguaggio, le professioni, il gioco, i sepolcri, il culto, il diritto, la viabilit e gli acquedotti, i militari, l'aristocrazia romana.
Lungo il percorso che conduce al Palazzo Nuovo, sono visibili alcune strutture romane tornate alla luce durante i lavori novecenteschi avviati all'altezza del basamento di Marco Aurelio. In quell'occasione, infatti, si fecero delle sorprendenti scoperte.
Nel Medioevo era stata realizzata la piazza del Campidoglio interrando la depressione esistente tra l'Arx e il Capitolium, la cosiddetta zona dell'Asylum, dove secondo la tradizione Romolo ospit i profughi provenienti dai centri laziali limitrofi con l'intenzione di popolare la sua citt. L'area  ricordata dagli antichi anche con il toponimo inter duos lucos, cio tra i due boschi sacri che si trovavano, appunto, sulle due suddette alture. I due pendii erano sostenuti da potenti muri di contenimento di cui possiamo avere un'idea osservando la parte rimasta visibile lungo la scala del Palazzo Nuovo.
Si scopr inoltre che, in antico, la valle era attraversata da una strada che probabilmente si ricollegava con quelle del Foro Romano. Il tratto ritrovato arrivava fino a met del Palazzo Senatorio; nel sottopasso il tracciato  evidenziato con delle bande in metallo poste sul pavimento.
Durante l'epoca imperiale la collina fu occupata da edifici in laterizio, presumibilmente delle insulae con tabernae, che sorgevano lungo il percorso stradale. Le murature sono state datate tra la fine del primo e l'inizio del secondo secolo d.C., di certo posteriori ai due incendi che devastarono il Campidoglio, nel 69 d.C. e nell'80 d.C. Le murature erano addossate a grossi blocchi di tufo di Fidene che molto verosimilmente facevano parte delle suddette strutture di sostegno dell'Arx e del Capitolium.
Prima di risalire sulla piazza del Campidoglio attraverso il Palazzo Nuovo, a met circa del percorso, una scalinata sulla destra conduce al tempio di Veiove e alla galleria porticata che si affaccia sul Foro Romano.
Il Campidoglio nel sedicesimo secolo in un'incisione tratta da Operum Antiquitates Romanorum Reliquiae di H. Koch, 1562.
Il tempio di Veiove
Il tempio di Veiove, dedicato a Giove giovanile nel suo aspetto negativo di dio cattivo e degli inferi,  stato riportato alla luce nel 1939 durante i lavori di sterro per la realizzazione della Galleria di Congiunzione che, sotto piazza del Campidoglio, mette in comunicazione il Palazzo Senatorio con il Palazzo dei Conservatori e il Palazzo Nuovo. Il santuario, infatti, si trova nascosto sotto le strutture del Palazzo Senatorio e si raggiunge attraverso la Galleria Lapidaria, al piano interrato del Museo dei Conservatori. Il tempio, di cui vediamo il lato posteriore,  protetto dentro una vetrata in cristallo.
Le fonti storiche tramandano che il piccolo edificio di culto era stato edificato inter duos lucos, cio nell'avvallamento compreso tra i due boschi sacri che si trovavano sulle due alture del Campidoglio, l'Arx a nord e il Capitolium a sud. Quest'area  ricordata anche come l'Asylum, la zona in cui Romolo accolse i cittadini profughi delle altre citt laziali per favorire lo sviluppo della sua citt, appena fondata.
Il tempio, forse a causa dello spazio a disposizione, era pi largo che lungo (15 x 8,90 m) con la cella di dimensioni quasi doppie rispetto alla profondit, che non trova riscontro in altri templi romani. La cella si trovava su un alto podio rivestito di travertino, la facciata aveva un pronao a quattro colonne preceduto da una scalinata. I resti che oggi vediamo risalgono alla ricostruzione sillana (138-78 a.C.) e presenta un restauro in mattoni di epoca domizianea (81-96), eseguito forse dopo l'incendio dell'80 d.C. Nell'edificio si riconoscono almeno tre fasi costruttive.
Nel corso degli scavi fu ritrovata la statua della divinit, rappresentata come un giovane nudo in posizione stante, con il mantello appoggiato sulla spalla sinistra. La scultura purtroppo  acefala, ma la sua iconografia  stata ricostruita basandosi su un bronzetto ritrovato nei pressi di Viterbo e di alcune monete di epoca repubblicana. La statua di Veiove  collocata nel corridoio che porta alla Galleria porticata, con la fronte rivolta ai resti templari.
Il tempio di Giove Capitolino
Se le intenzioni di Tarquinio Prisco (616-579 a.C.), quinto dei sette leggendari re di Roma, erano di lasciare sul Monte Tarpeo memoria perenne del suo regno e del suo nome, occorre riconoscere che effettivamente  riuscito nel suo intento.
Gli straordinari ritrovamenti delle indagini archeologiche sul Campidoglio (1998-2002) hanno definitivamente confermato quanto gi si sapeva sulle dimensioni del Tempio di Giove Ottimo Massimo, suprema autorit della Triade Capitolina (Giove, Giunone Regina e Minerva), voluto proprio del primo re etrusco, aggiungendo nuove informazioni.
Oggi, dopo circa ventisei secoli ammiriamo stupiti quello che resta di quella struttura religiosa, circa 54 x 62 metri (oltre tremila metri quadrati), ritenuta impossibile per l'arcaicit dell'epoca e considerando le dimensioni dei santuari coevi. Il tempio della vicina area sacra di Sant'Omobono, ad esempio, misura 10,6 x 10 metri e anche il tempio grande di Vulci arriva a soli 28 x 42,6 metri.
Di questo grande tempio della Roma monarchica non resta alcuna testimonianza dell'apparato decorativo, ma le fondamenta, oggi all'interno dei Musei Capitolini, consentono di comprendere appieno l'imponenza dell'opera realizzata dalla dinastia etrusca. Le strutture di fondazione, riemerse in tutta la loro estensione, occupano il piano terra del Palazzo Caffarelli (ex Museo Nuovo), un settore del Giardino Romano (tra il Palazzo dei Conservatori e il Palazzo Caffarelli) e del Braccio Nuovo.
Le scoperte che hanno gettato nuova luce sul tempio di Giove in Campidoglio sono state fatte in occasione dei lavori di ristrutturazione e ampliamento degli spazi espositivi dei Musei Capitolini, e per la realizzazione della grande esedra vetrata, dove  stata collocata la statua equestre restaurata dell'imperatore Marco Aurelio. E proprio alla sua destra, su un lato della sala, affacciandosi da un parapetto  possibile osservare, in uno scavo in profondit, le murature realizzate in blocchi di tufo granulare grigiastro, cosiddetto cappellaccio, disposti alternativamente in filari di testa e di taglio.  un tratto del muro di fondazione orientale alto circa otto metri per ventiquattro in lunghezza e sei in larghezza.
Le nuove scoperte hanno aperto uno spaccato sul modo di lavorare degli operai del tempio di Giove per la realizzazione delle fondazioni che, vista la grandiosit dell'impianto templare, dovevano necessariamente essere molto solide. La predisposizione della piattaforma di base fu eseguita scavando delle profonde trincee, che andarono a intercettare lo strato del banco tufaceo; i primi blocchi di cappellaccio delle mura di fondazione sono incuneati al suo interno. La sostruzione che doveva sostenere il tempio  composta di una rete di quattro elementi murari, sistemati in senso longitudinale con uno spessore di circa 4 metri che in alcuni punti raggiunge gli 8 metri di altezza, raccordati nei punti critici dell'alzato del tempio da setti trasversali (in parte inglobati nelle murature di Palazzo Caffarelli). Lo spazio vuoto tra le murature, a mano a mano che avanzava l'innalzamento delle pareti, era riempito con argille o blocchi tufacei spezzati. Per maggiore stabilit questa griglia di base fu racchiusa in una fascia perimetrale continua, larga circa sette metri.
Di fronte a questo scavo  visibile, in alzato, il cosiddetto muro romano, elemento architettonico di grande rilievo gi ritrovato nel 1680 in occasione dei lavori eseguiti dalla famiglia Caffarelli e incorporato, nel primo Novecento, nella parete museale di confine con il giardino. La struttura muraria appartiene al podio che era alto circa quattro metri;  solo la parte anteriore del primo filare longitudinale delle sostruzioni templari ed  conservato ancora fino all'altezza originale. Ci ha consentito di capire le dimensioni reali del santuario, che aveva il pavimento calpestabile all'altezza del grande terrazzo di Palazzo Caffarelli, dove ora si trova il bar del museo. Oggi il muro, liberato dalle sovrastrutture del secolo scorso,  stato completamente inglobato nelle sale espositive.
Nel visitare queste emergenze archeologiche  interessante rendersi conto che ci si muove all'interno del podio del Tempio di Giove e che il visitatore moderno cammina in uno spazio che un tempo non era frequentabile.
Oggi  difficile ricomporre l'aspetto del pi grande tempio tuscanico di epoca arcaica e, d'altro canto, le testimonianze storiche tramandateci da Dionigi di Alicarnasso e da Vitruvio fanno riferimento all'edificio di epoca repubblicana, ricostruito dopo un incendio; tuttavia le loro informazioni sono preziose e possono certamente orientarci, anche perch il santuario fu riedificato esattamente sulle medesime fondazioni.
Il tempio che si ergeva sull'alto podio era rivolto a sud, aveva tre file di colonne sulla fronte e una su ognuno dei lati lunghi. Il lato posteriore era chiuso da un muro sul quale poggiavano le tre distinte celle delle divinit: Giove al centro, Giunone a sinistra e Minerva a destra. Le tre celle occupavano, in profondit, circa met dello spazio templare. Secondo Vitruvio il tempio aveva le colonne molto distanti tra di loro (aerostilo), che potevano sostenere soltanto architravi di legno. Il fatto sembra confermato dal rilievo degli intercolumni eseguito nelle strutture conservate; hanno una distanza di 12,50 metri nel colonnato centrale e di 8 metri in quelli laterali: insomma, all'apparenza un tempio basso e largo, dall'aria piuttosto tozza, eppure grandioso.
L'alzato e la dotazione decorativa si possono ricostruire solo sulla base del confronto con santuari coevi, perch i rari ritrovamenti non sono sufficienti a orientarci sull'aspetto originario.  probabile che le colonne fossero in legno o in tufo intonacato. Il tetto, forse, era ricoperto con tegole e coppi e gli spioventi dovevano avere lastre decorate con motivi floreali. La sommit del tempio doveva essere arredata con una quadriga in terracotta eseguita forse a Veio. Secondo le notizie di autori antichi, il re commission la statua di Giove, sempre in terracotta, al famoso artista coroplasta di Veio, Vulca.
Nell'edificio sacro erano conservati i libri Sibyllini e la collezione delle divinazioni greche introdotte da Tarquinio il Superbo. Il tempio era il simbolo della citt di Roma, ormai egemone su tutto il territorio circostante; qui si svolgevano i riti propiziatori per le guerre di conquista e qui erano accolti in trionfo i generali vittoriosi.
Il tempio fu edificato per un voto fatto da Tarquino Prisco alla divinit, in cambio della vittoria sui Sabini. Questo re, tuttavia, riusc solo a realizzare le prime opere spianando la collina e costruendo murature di rinforzo e contenimento delle fondazioni. Il cantiere fu completato cinquant'anni dopo dal figlio Tarquinio il Superbo (535-509 a.C.), perch il suo successore, Servio Tullio (578-535 a.C.) prefer sospendere i lavori ed edificare il tempio di Diana, sull'Aventino. Neanche Tarquinio il Superbo inaugur il tempio di Giove Capitolino, ma durante il suo regno riusc a completare l'opera utilizzando pi ditte che lavorarono contemporaneamente. Dopo aver cacciato il tiranno da Roma, l'edificio religioso fu consacrato dal console Orazio Pulvillo il 13 settembre del 509 a.C., nel primo anno della Repubblica romana.
Nel periodo repubblicano il tempio fu continuamente ristrutturato e il suo apparato decorativo arricchito. Nel 269 a.C. la quadriga in terracotta del fastigio fu sostituita con una nuova di bronzo, mentre nel 149 a.C. fu eseguita una nuova pavimentazione delle celle. Il 6 luglio dell'83 l'edificio venne distrutto da un incendio che danneggi gran parte della struttura in tufo e legno per questo, nel ricostruirlo, venne utilizzato il marmo e la pietra. Il lavoro iniziato da Silla fu proseguito dal console Quinto Lutazio Catulo, che lo inaugur nel 69 a.C. Dal punto di vista archeologico, sono veramente rari gli elementi strutturali riconducibili a questo periodo.
Successivi restauri si ebbero in epoca augustea, nel 9 a.C., e ancora fu riedificato e dedicato nel 75 d.C. da Vespasiano; un altro incendio sotto Tito port a una ricostruzione da parte di Domiziano che, forse, concluse i lavori iniziati dal fratello, consacrandolo di nuovo nell'82 d.C.
Al Palazzo dei Conservatori, sul pianerottolo dopo la prima rampa di scale si pu osservare un rilievo marmoreo che raffigura l'imperatore Marco Aurelio (161-180) mentre compie un sacrificio di fronte al Tempio di Giove Capitolino.
Con la progressiva decadenza dell'impero romano anche questo simbolo della potenza di Roma conobbe anni bui: dal quarto secolo d.C. inizi l'opera di spoliazione del materiale pi prezioso. All'inizio del quinto secolo, per ordine di Stilicone, furono staccate le lamine d'oro; in seguito le tegole dorate restaurate da Domiziano furono saccheggiate da Genserico (455). Malgrado ci, Cassiodoro nel sesto secolo ancora lo cita come una mirabilia dell'umanit. Nel Medioevo il Colle Capitolino era ormai un'area in completo abbandono; la zona fu denominata Monte Caprino, toponimo che ancora conserva nella topografia moderna, e il tempio pi importante della romanit divenne preziosa fonte per materiale da costruzione.
I primi resti del Tempio di Giove tornarono alla luce nel gennaio del 1545 nel giardino di Palazzo Caffarelli, edificato con materiale antico sui terreni in possesso della famiglia e fortemente condizionato nel suo impianto proprio dalla presenza delle strutture templari. Da un documento di Flaminio Vacca (1538-1605) sappiamo che sopra il Monte Tarpejo dietro il Palazzo de' Conservatori, verso il Carcere Tulliano, so essersi cavati molti pilastri di marmo statuale con alcuni capitelli tanto grandi che in uno di essi vi feci io il leone per il Gran Duca Ferdinando nel suo giardino alla Trinit.... Altro importante ritrovamento fu, come si  detto, quello del muro romano, nel 1680, sempre a seguito di lavori nel Palazzo Caffarelli. Altre scoperte risalgono al 1875 e al 1919 quando, per cercare di individuare il perimetro del tempio ritornarono alla luce l'angolo sud-est (oggi anch'esso musealizzato e visibile, dietro una vetrata, anche da via del Tempio di Giove), quello sud-ovest nel giardino Caffarelli, e la parte posteriore nord nel piazzale antistante.
L'antica prigione di Stato
Anche Roma ha avuto la sua torre di Londra, dove i prigionieri di Stato erano gettati e poi strangolati, oppure lasciati morire tra atroci sofferenze.
Nel carcere c' un settore denominato Tulliano scriveva Gaio Sallustio Crispo (86-34 a.C.) nella Congiura di Catilina, per raggiungere il quale bisogna salire un po' a sinistra, per poi scendere circa dodici piedi sotto terra; lo chiudono da ogni lato delle pareti e, al di sopra, una volta formata da archi di pietra; ma per lo squallore, il buio, il fetore  un luogo dall'aspetto ripugnante e terribile.
La descrizione fa riferimento al profondo pozzo, il Tullianum, sottostante il carcere vero e proprio, il Mamertino, nel quale si era calati dalla camera superiore, tramite un foro nel pavimento. Oggi  raggiungibile con una scala moderna che scende nel buio sotterraneo, rivestito all'interno da grossi blocchi di tufo quadrato, forse in origine una caverna nella collina del Campidoglio.
Il cupo edificio carcerario  aperto al pubblico e si pu visitare tutti i giorni, al clivo Argentario, di fianco alla chiesa dei Santi Luca e Martina al Foro Romano e al quarto livello sottostante la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami.
L'identificazione di questo luogo con la prigione di Roma  sicura perch il monumento coincide con le descrizioni delle fonti storiche. Plinio la descrive collocata a ovest della Curia; si sa inoltre che la galera si trovava nei pressi del Tempio della Concordia e del Foro.
La struttura  suddivisa in due livelli, forse di epoche diverse: il carcere vero e proprio, il Mamertino, al quale si accede dal livello stradale tramite una ventina di gradini, e il Tullianum, nel quale si scende dal Mamertino con una stretta scaletta moderna. Si ritiene che quel che resta del carcere sia solo la parte pi segreta, mentre sono andati perduti gli ambienti di servizio o destinati alle guardie carcerarie, le Lautumiae, cosiddette perch scavate nelle antiche cave di tufo.
Il primo livello  formato da una stanza di forma trapezoidale, con il lato in facciata lungo 8,60 metri e quello di fondo, appoggiato alla collina, di 5,50 metri. L'ingresso originario potrebbe essere stato quell'apertura che si vede sulla destra entrando, pi alta rispetto al pavimento, ora sigillata. Sulla parete di sinistra  stata ricavata la scala che scende nel Tullianum, un vano rotondeggiante con una finta volta ribassata, alto solo due metri circa. La parete  composta di tre file di blocchi di peperino sovrapposte senza cemento, che poggiano su una quarta interrata.
La parete di facciata del penitenziario  costituita da due muri distinti: il pi esterno in travertino  di epoca imperiale, come testimonia la grande incisione nella cornice con i nomi dei consoli C. Vibio Rufino e M. Cocceio Nerva (tra il 39 e il 42 d.C.); il muro pi interno  costituito da tufo di Grotta Oscura, mentre la stanza trapezoidale  costruita con blocchi di tufo di Monteverde e dell'Aniene, datata alla seconda met del secondo secolo a.C. Quanto alla camera pi profonda, si ritiene anteriore al 184 a.C., ma alcuni saggi di scavo hanno rivelato l'esistenza di una fase precedente, con la stessa planimetria, costruita in blocchi di cappellaccio, perci databile a epoca arcaica.
La storia tramanda la fine miserevole che qui fecero diverse personalit dei tempi antichi. Il primo di cui si ha testimonianza e di cui scrive Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.)  Q. Pleminio, imprigionato perch riconosciuto colpevole di abusi durante il suo governo di Locri (204 a.C.). Tra le vittime del Tulliano ricordiamo i partecipanti alla rivolta di Catilina: Lentulo, Cetego, Statilio, Gabinio e Cepario. Cicerone, testimone di quei giorni turbolenti, scrive che il carcere era stato istituito dai re per punire i crimini pi atroci. Tra le altre vittime illustri si ricordano il re mauritano, Giugurta, lasciato morire di fame, e Seiano, ministro di Tiberio, gettato insieme con i figli dalle Scalae Gemoniae che scendevano a fianco del carcere dal Campidoglio. Lungo la stessa gradinata fu scaraventato anche il corpo decapitato del fratello dell'imperatore Vespasiano (69-79), Flavio Sabino, assassinato dai soldati di Vitellio.
Il costruttore del carcere e la sua denominazione, Tullianum, restano ancora di difficile attribuzione. Secondo Tito Livio la prigione fu costruita dal re Anco Marzio (640-616 a.C.), stando invece a Varrone (116-27 a.C.) fu opera di Servio Tullio che, pertanto, assegnerebbe anche il nome al vano inferiore. Alcuni studiosi ritengono che il carcere vero e proprio, cio il Mamertino, sia da attribuire ad Anco Marzio, mentre Servio Tullio avrebbe fatto realizzare il vano pi profondo. La terza ipotesi spiega l'appellativo Tullianum come derivazione da tullus o tullius che sta a indicare una sorgente d'acqua. Nel pavimento del Tulliano, infatti, si trova un pozzetto d'acqua profondo 65 centimetri con un diametro di 38.
L'agiografia cristiana ricorda questo luogo come il carcere degli apostoli Pietro e Paolo prima che fossero condotti al martirio, il primo nel Circo Vaticano, il secondo sull'Ostiense. Proprio la presenza della polla d'acqua, tra l'altro, avrebbe fatto nascere la leggenda del miracolo della fonte, scaturita improvvisamente per opera di Pietro, il quale pot battezzare e quindi convertire al cristianesimo i suoi due carcerieri, Processo e Martiniano. A questi due ultimi personaggi fu intitolata una catacomba perduta e ancora non identificata sulla via Aurelia. Dei due carcerieri, comunque, non abbiamo notizie sicure, n sull'epoca in cui vissero n sul loro martirio.
Nel carcere sono state sistemate le reliquie, che testimonierebbero la presenza dei due illustri prigionieri: un incavo nella roccia dove Pietro avrebbe battuto il capo, la colonna dove i due apostoli furono legati, il pozzo della fonte miracolosa. In entrambi gli ambienti, inoltre, sono stati installati due altari.
Recentemente, nel Tulliano, sarebbe stato individuato un lacerto di affresco, che si fa risalire all'ottavo secolo, con una mano benedicente. Tuttavia non si riesce a datare con sicurezza il momento in cui il carcere di massima sicurezza dello Stato romano divenne un luogo di culto dedicato agli apostoli. Secondo la tradizione papa Silvestro i, nel quarto secolo, trasform il carcere nella chiesetta di San Pietro in Carcere. Sembrerebbe invece, che nella seconda met del quarto secolo, esso fosse ancora utilizzato per la detenzione. Sopra il carcere Mamertino si trovano la cappella-santuario del Crocifisso; ancora un piano sopra la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami che, nel 1597, ha preso il posto della preesistente suddetta chiesetta dedicata a San Pietro.
Sezione della secentesca chiesa di San Giuseppe
dei Falegnami
con i sottostanti ambienti del Carcere Tulliano,
dove vennero imprigionati
i sostenitori di Catilina.
I segreti delle Terme di Caracalla
Iniziate dall'imperatore Caracalla nel 212 d.C., le terme note con il suo nome furono inaugurate nel 217, dopo la morte dello stesso imperatore. Il nome ufficiale  in realt Thermae Antoniniane, dal nome completo di Caracalla, della dinastia dei Severi, i quali vollero aggiungere nei loro nomina un chiaro riferimento agli Antonini, per riallacciarsi come forma ideale di continuit.
Furono le pi grandi terme mai costruite a Roma, prima delle Terme di Diocleziano, ed erano al servizio dei residenti del centro cittadino, in particolare dell'Aventino, del Celio e del Circo Massimo. Si  stimato un bacino di utenti dalle seimila alle ottomila persone al giorno su pi turni.
Le sue strutture si ergevano tra i rigogliosi giardini, come una grande cittadella del benessere, un circolo in cui si passava la giornata tra saune e massaggi, tra palestre e campi sportivi. Questa beauty farm dell'antichit era organizzata con biblioteche, ristoranti e servizi di ogni genere, da quelli culturali a quelli dediti al piacere del sesso. Non mancava neanche l'aspetto religioso. In uno dei sotterranei delle terme, nelle vicinanze della grande esedra di nord-est, s'install il pi grande e spettacolare mitreo della Roma pagana.
Allo spazio di superficie, dedicato alla salute e al piacere, si contrapponeva un altro aspetto segreto, sconosciuto agli stessi frequentatori, che doveva far funzionare la grande macchina delle terme.
I suoi sotterranei erano il cuore pulsante dello stabilimento. Una rete carrabile larga e alta sei metri faceva transitare carri carichi di legna destinati ad alimentare cinquanta forni, che funzionavano giorno e notte, per far s che la mattina successiva l'acqua nelle sette piscine del Calidarium fosse sempre alla giusta temperatura.
I carri entravano sotto un ampio arco e arrivavano fino a una rotonda, che serviva per rallentare e controllare il materiale in entrata, ma anche per smistare il traffico, poi proseguivano fino ai forni fermandosi ai piedi di una breve scalinata, dove gli addetti scaricavano il legname.
L sotto lavoravano almeno ottomila operai, schiavi in un girone dantesco, che caricavano sulle loro spalle ceste colme di legna da riversare nel fuoco sempre acceso per il bollitore sempre in funzione.
Queste gallerie erano dotate di ampi lucernai per l'illuminazione e il ricambio d'aria; erano su due livelli, il primo destinato ai servizi, il secondo per il drenaggio delle acque e lo smaltimento dei liquami, che confluivano con dei condotti in una grande fogna che si riallacciava poi alla Cloaca Massima.
Le terme erano ancora in funzione nel 537, quando durante le guerre gotiche Vitige, re degli Ostrogoti, ordin il taglio degli acquedotti che portavano acqua a Roma.
I sotterranei furono scavati nei primi anni del Novecento. Dal 2012  stato allestito un Antiquarium, dove sono raccolti capitelli, bassorilievi e altri apparati decorativi delle terme. La visita di questi spettacolari ambienti  possibile in occasione di mostre o visite speciali.
Il mitreo, maestoso e terrificante, fu scoperto nel 1938.
Con questi due aggettivi si potrebbe definire l'edificio sacro scoperto nelle Terme di Caracalla, il pi grande e misterioso tempio di Roma dedicato a Mitra. And a installarsi nei pressi della grande esedra di nord-ovest, sfruttando una parte della fitta rete sotterranea dell'impianto termale utilizzata per i servizi.
L'aula di culto  preceduta come di consueto dal vestibolo; ha una dimensione di duecento metri quadrati (25 x 8 m) e occupa quattro alti vani con volte a crociera sostenute da massicci pilastri. In fondo c'era la statua di Mitra.  ancora conservato il pavimento originale, mosaicato con tessere bianche a fasce nere, mentre i podi laterali destinati al banchetto rituale sono rivestiti di marmo, anch'esso in bianco e nero.
Che cosa rende particolarmente degno di attenzione questo santuario, a parte la maestosit degli ambienti?
Al centro del grande salone, preceduta da un pozzetto per l'acqua lustrale costituito da un'anfora interrata, si trova una grande fossa alla quale corrisponde, nel sottosuolo, un corridoio, un vero e proprio cunicolo che si raggiunge sottopassando il bancone di destra. Si tratta della fossa sanguinis dove l'adepto, vestito con una tunica di seta e una corona d'oro nei capelli, scendeva per farsi battezzare dal sangue del toro il quale, addobbato anch'esso con corone di fiori, veniva sacrificato al di sopra, facendo colare il sangue attraverso una grata.
Che in quest'ambiente fosse realmente celebrato il sacrificio taurino sembra essere confermato da un'altra stanza a corredo del mitreo, che  interpretata come la stalla per le bestie per l'esistenza di una struttura assimilabile a una mangiatoia.
Non tutti gli studiosi, comunque, sono convinti che questo fosse lo scopo della fossa. Alcuni ritengono che servisse per far apparire miracolosamente e in modo spettacolare, qualche personaggio. Altri suppongono che la religione mitraica diffusa nel mondo romano non avrebbe mutuato questo rituale purificatorio che era tipico, invece, del culto greco-romano e orientale della dea Cibele.
Questo grandioso monumento si pu visitare, ma sempre in concomitanza di eventi speciali. Negli ultimi anni il sito  stato restaurato, riportando all'antico splendore il pavimento musivo, con microtessere bianche e nere, che era stato coperto da uno spesso strato di fango. Sono stati ripuliti tutti gli intonaci dell'aula, compreso l'affresco di Mitra che era stato cancellato gi in antico, cos com' stato pulito il rilievo marmoreo della petra genetrix, dove doveva esserci il busto di Mitra, e sul quale  individuabile un serpente tra le rocce. Con il restauro, la fossa sanguinis  stata messa in sicurezza e protetta con una recinzione.
Sono stati reintegrati i pilastri della grande navata e i banconi sui quali i fedeli si sdraiavano. Anche la volta  stata sistemata, e soprattutto sono stati chiusi i muri crollati che lo illuminavano impropriamente, per ricomporre quell'ambiente buio e impenetrabile che lo distingueva all'epoca e che consente anche di mantenere un costante microclima. L'illuminazione  stata affidata a lampade a luce fredda, cosicch i visitatori del ventunesimo secolo potranno rivivere quelle stesse emozioni e immaginare di trovarsi nuovamente immersi in quella semioscurit nella quale si svolgeva il rito mitraico.
Il colombario di Pomponio Hylas.
Chi passeggia rilassato lungo i viali ombrosi del Parco degli Scipioni a Porta Latina difficilmente pu immaginare che sotto il piccolo edificio nei pressi dell'ingresso, che sembra una cabina per attrezzi, sia conservato il colombario pi interessante che ci abbia tramandato la romanit. Si tratta di un piccolo gioiello, con un ricco apparato decorativo a stucco e a fresco, molto ricercato nei particolari: il colombario di Pomponio Hylas.
Il nome  suggerito da una tabella in mosaico policromo, incorniciata da incrostazioni di conchiglie e un piccolo motivo a girali, incassata in alto, in una nicchia della ripida scala originaria che conduce nel sotterraneo. Fu dedicata alla memoria del defunto dalla moglie Pomponia Vitalinis; sotto la targa ci sono due grifoni affrontati a una cetra forse con significato apotropaico, contro il malocchio. L'urna con le ceneri, non in situ, si trova oggi nella cattedrale di Ravello, trafugata forse nel Medioevo. L'identificazione  stata fatta grazie ai nomi incisi su di essa, che coincidono con l'iscrizione del pannello mosaicato del colombario.
Pomponio Hylas, tuttavia, non fu il proprietario del sepolcro che sta, invece, nella parte pi importante del sotterraneo. A destra della scala, una tabella marmorea contenuta nell'edicola a forma di tempietto segnala i nomi dei defunti e presumibilmente fondatori del colombario: Granius Nestor e Vinileia Hedone. Forse sono gli stessi personaggi rappresentati nel dipinto della parete principale: un uomo togato a sinistra e una donna con manto sulla destra. Entrambi stringono tra le mani un rotolo, mentre al centro, tra di loro, c' una cesta mistica, oggetto tipico di cerimonie misteriche legate al culto di Dioniso. Anche le raffigurazioni del fregio e del timpano fanno pensare ai culti dionisiaci. L'edicola  sovrastata da un'abside dipinta con leggiadri tralci di fiori, all'interno dei quali si muovono delle figure femminili alate.
Cos apparve al marchese Giampietro Campana, direttore del Sacro Monte di Piet, figlio e nipote di collezionisti d'arte, noto negli ambienti degli antiquari romani, che lo scopr, completamente intatto, nel 1831. Allo stesso Campana va assegnata anche la scoperta di due dei tre colombari fatta nel 1840 e nel 1847 nella vicina Vigna Codini. Il colombario  rettangolare (4 x 3 m), in parte scavato nella roccia, con volta a botte.  realizzato in opera cementizia rivestita di mattoni le cui nicchie, con una sola olla, simulano architettonicamente piccoli tempietti.  stato datato ai primi decenni dell'impero, tra l'epoca di Tiberio (14-37) e quella di Claudio (41-54).
Fu utilizzato anche durante la dinastia Flavia (69-96), epoca cui risale l'iscrizione a paste vitree di Pomponio Hylas. Sono dello stesso periodo anche tutte le sepolture contenute nel lato lungo, a sinistra dell'abside che, soprapponendosi alle precedenti, coprirono il partito architettonico pi antico. Sulla parete di epoca flavia, proprio davanti a chi scende dalla scaletta, furono costruite due ampie edicole con fregio e timpano dipinte con colori rosso e azzurro, una delle quali presenta delle decorazioni a stucco con Chirone e Achille e il supplizio di Ocno. Nella volta, sul lato destro, si apre un ampio lucernario in corrispondenza del quale, sotto una grata pavimentale,  stato trovato un sarcofago in terracotta.
I tre colombari di Vigna Codini
I tre colombari di Vigna Codini, lungo la via Latina in una propriet privata, poco distanti da quello di Pomponio Hylas, furono ritrovati nel 1840, nel 1847 e nel 1852, rispettivamente dal marchese Campana i primi due e dallo stesso proprietario del terreno, Pietro Codini, il terzo.
Furono realizzati in tempi diversi, hanno differenti planimetrie e appartengono a distinti ceti sociali.
Costruito nel 30 d.C., il cosiddetto primo colombario, venuto alla luce nel 1840,  articolato secondo una pianta rettangolare, la cui volta  sostenuta da un ampio pilastro quadrangolare centrale nel quale, come nelle pareti, sono state ricavate le nicchie per le urne cinerarie. Una scaletta originale di venti gradini porta il visitatore a sei metri di profondit in un ambiente (7 x 6 m circa) che ospita circa 500 sepolture a incinerazione. Dalle iscrizioni (targhette dipinte sui loculi) si capisce che il sepolcro ha ospitato servi e liberti degli imperatori Tiberio (14-37) e Claudio (41-54), rivelando anche alcune curiosit. Qui furono deposte le ceneri di un buffone di corte dell'imperatore Tiberio e di un esattore fiscale proveniente dalla provincia di Lione. Nel colombario si conserva un rilievo marmoreo non pertinente del terzo secolo, nel quale  rappresentata la dextrarum iunctio tra coniugi, la stretta di mano cerimoniale che gli sposi si scambiavano nel matrimonio.
Il colombario di Vigna Codini in una foto del catalogo di Lodovico Tuminello.
Scoperto nel 1847, il secondo colombario in realt  stato il primo a essere costruito. Alcune iscrizioni lo fanno risalire al 10 d.C. Dal punto di vista planimetrico  il pi semplice dei tre, perch costituito da una sala quadrata sprofondata di sette metri sotto il livello stradale con pareti ricoperte da nove file di loculi arcuati, contenenti ciascuno due olle cinerarie per un totale di circa 300 sepolture. Alle pareti si notano tracce di pitture ornamentali e, al posto delle targhette dipinte, qui ci sono delle tavolette marmoree. Nel sepolcro sono stati rinvenuti tre ritratti i cui originali, oggi, sono presso il Museo delle Terme. Uno dei tre appartiene a una donna ed  stato datato a epoca neroniana, gli altri due, maschili, sono datati rispettivamente a epoca claudio-neroniana e flavia. Anche questo colombario fu costruito in cooperativa autofinanziandosi, da liberti della corte imperiale che si suddivisero la propriet dei loculi. Un cospicuo numero di olle appartiene a un'associazione di musicisti, i sinfoniaci.
A una societ di ceto pi agiato appartiene invece quello convenzionalmente noto come terzo colombario, rinvenuto nel 1852. Una scala a due rampe consente di accedere a un sepolcro dalla pianta a U, con i tre bracci comunicanti; contiene circa 150 sepolture. Le pareti, nelle quali sono presenti nicchie rettangolari, edicole e arcosoli, sono architettonicamente organizzate con paraste e capitelli in marmi colorati con pitture, visibili in gran parte della volta. Il marmo  la caratteristica principale di questo monumento sepolcrale, il quale ha mantenuto nelle pareti alcune mensole in travertino che dovevano essere utilizzate per soppalchi di legno, cos da consentire l'accesso agli ultimi piani delle tombe. Sarebbe stato realizzato in epoca giulio-claudia (27 a.C.- 68 d.C.) e utilizzato fino ad Antonino Pio (138-161), come rivela il sarcofago di Elia Veneria nell'arcosolio che attesta pure la sepoltura a inumazione, come si  visto anche nel colombario di Pomponio Hylas.
Tra le varie iscrizioni, con nomi di servi e liberti imperiali, si nota quella di un certo Tiberio Giulio Donato, esattore delle imposte, che specul sull'acquisto di trentasei olle cinerarie.
L'ipogeo di via Dino Compagni
Nel 1955, mentre si gettavano le fondamenta di un nuovo palazzo in via Dino Compagni, una strada che incrocia la via Latina, il terreno cedette aprendo una voragine. L'incidente di lavoro riport alla luce un monumento funerario, a carattere privato, eccezionale per la sua architettura, ma soprattutto per la sua policroma e variegata decorazione utilizzata in modo cos intenso che gli studiosi dell'arte paleocristiana l'hanno, a ragion veduta, definita la Pinacoteca del quarto secolo.
Le maestranze che vi lavorarono, infatti, non furono mai ripetitive nella ricerca delle forme architettoniche e neanche nella decorazione. All'interno della catacomba si assapora il gusto del bello, si respira un'aria barocca, la cui gioia esuberante si rinviene nella variet, nella particolarit e nella capricciosit delle varie soluzioni architettoniche, ma anche nella profusione e nell'abbondanza di creativit delle pitture e degli stucchi che si ritrovano ovunque. Non solo i vani principali diventano la tela del pittore, ma colonne e architravi, timpani e zoccolature, pareti laterali e d'ingresso sono l'occasione per colorare a fresco immagini sempre diverse. Ovunque sono dipinte ghirlande, fiori stilizzati, genietti in volo, amorini, serti di fiori, uccelli e animali. Le volte sono spesso lavorate a imitare cassettoni con mattonelle di varie figure geometriche: quadrati, triangoli, esagoni, ottagoni, croci.
Chi commission quest'ambiente funerario tanto ricco e prezioso? Difficile dare una risposta perch la catacomba, essendo privata, non  citata dalle fonti ecclesiastiche, tuttavia si ritiene che sarebbe stata fatta scavare e decorare in quattro momenti successivi da quattro gruppi familiari, probabilmente legati da vincoli di parentela, perch tutto il monumento comunque risponde a criteri di unitariet.
L'ipogeo  composto di un lungo corridoio di circa 40 metri;  attraversato da due gallerie di circa 30 metri parallele tra di loro e distanti circa 18 metri l'una dell'altra. La planimetria del piccolo cimitero  molto originale; le cappelle funerarie furono aperte sempre attorno ad ampi vani di passaggio quadrati o poligonali. Le stesse cappelle variano continuamente dal quadrato all'ovale all'esagono, in una continua ricerca di forme rare e capricciose. Il cimitero si trova a una quota sotterranea che varia da meno 10 a meno 18, con un pozzo per attingere l'acqua che scende fino a meno 21 metri sotto il livello stradale. La necropoli ospit poche inumazioni (circa 400) e fu utilizzato fino al 350-360 d.C.
Alla pittura, vera protagonista della catacomba, e all'architettura, anch'essa interprete basilare del monumento, si aggiungono altri particolari che rendono questo monumento un unicum nel panorama dell'archeologia cristiana. Intanto il suo ritrovamento ha chiarito le varie problematiche cui va incontro questo tipo di cimiteri. Ad esempio, qui ancora una volta si vedono pagani e cristiani tumulati insieme, infatti, in via Dino Compagni non tutti i componenti dei gruppi familiari erano convertiti al cristianesimo. Moltissime scene sono pagane, come ad esempio quelle dipinte nei cubicoli della Tellus e di Ercole. Dal punto di vista artistico e iconografico, inoltre, gli affreschi non hanno eguali sia per l'alta qualit della tecnica pittorica, sia per la ricercata scelta dei soggetti, spesso piuttosto rari nelle immagini paleocristiane, sia per la quantit delle scene rappresentate. Architettonicamente, inoltre, si percepisce una raffinata ricerca delle forme, che fa pensare ai mausolei del sopratterra.
Quando per la prima volta gli studiosi scesero nella catacomba, si trovarono di fronte a un monumento che mise in tutti un grande entusiasmo, ma cre anche qualche perplessit e sconcerto. Uno dei primi cubicoli visti, infatti, fu quello che oggi  definito della Tellus, simbolo della Terra, ma che in un primo momento fu interpretato come la morte di Cleopatra. Nell'arcosolio principale,  rappresentata una figura femminile mollemente adagiata in un campo di grano, tra spighe e papaveri, con un serpente attorcigliato attorno al braccio sinistro. Nella volta  visibile la figura della Gorgone, mentre nelle pareti veleggiano le aurae velificantes, leggiadre danzatrici alate che personificano le brezze.
Anche il cubicolo di Ercole  uno dei pi singolari della catacomba. La stanza, quadrata,  coperta da una volta a crociera; ai quattro angoli ci sono colonne in tufo impreziosite da capitelli di marmo greco, di cui solo due in situ e da basi anch'esse in marmo. Dadi e mensoloni tufacei dipinti sostengono ai quattro lati frontoni triangolari smussati. Ai lati, destro e sinistro, in due profondi arcosoli,  rappresentata la commovente storia d'amore e di morte del re Admeto e della sua sposa, Alcesti, la quale accett di morire per lui. Tuttavia l'intercessione di Eracle (Ercole per la religione romana) le consent di tornare sulla Terra. Nella raffigurazione del cubicolo s'inserisce cos il mito di Ercole, che  rappresentato in altre quattro pareti mentre s'incontra con Atena, mentre sconfigge un nemico, mentre uccide la mostruosa Idra di Lerna dalle cento teste, e mentre rapisce i pomi d'oro custoditi dalle Esperidi in un giardino presso il monte Atlante.
Le cappelle cristiane, invece, sono decorate con scene tratte dall'Antico e dal Nuovo Testamento con la rappresentazione di episodi difficilmente affrescati in catacomba come Rahab che mette in salvo gli esploratori (Giosu 2,15), Assalonne pendente dalla quercia (Samuele ii, 18:1-32), lo zelo di Fines (Numeri 25:6-8), Mos salvato dalle acque (Esodo 2:1-6), Abramo e la visione di Mambre (Genesi 18:1-8). Nella ricerca delle immagini, in generale, i pittori dell'ipogeo di via Dino Compagni scelsero sempre soggetti diversi; le uniche scene cristiane ripetute due volte sono la resurrezione di Lazzaro, il passaggio del Mar Rosso e l'orante.
Non mancano poi fondali complessi, difficili da interpretare come quello della cosiddetta lezione di medicina nella quale un personaggio barbato, vestito alla cinica, circondato da altri in tunica e pallio, mostra un bambino sdraiato in terra, mentre un altro indica l'addome con un'asta lunga e sottile. Secondo le interpretazioni correnti va interpretata come scena filosofica legata verosimilmente alla figura di Socrate riunito con gli allievi; c' un mosaico siriaco coevo ritrovato ad Apamea dove una simile scena  intitolata, appunto, al filosofo greco e ai suoi scolari, con una didascalia che non lascia adito a dubbi. Le perplessit invece riguardano la figura del bambino e la tipologia di lezione che era impartita: sull'immortalit dell'anima? Forse, se si considera che gli antichi localizzavano nell'addome la sede dello spirito.
Il breve ma intenso viaggio sotterraneo termina con un cubicolo quadrato con volta a botte e con delle nicchie laterali, separato dalla cappella precedente con una transenna marmorea traforata, forse fornita nell'antichit di un cancelletto. Il marmo  l'elemento che caratterizza questo piccolo tempietto funerario, che si trova all'estremo opposto della catacomba.  un vano solare; fa pensare alle lunghe giornate d'estate dove, forse, si riuniva tutta la famiglia per stare insieme all'aria aperta: nelle pareti della volta e negli altri spazi di risulta sono dipinti serti di fiori e di spighe.  un cubicolo declinato tutto al femminile. Forse la defunta  proprio quella giovanetta dai profondi occhi scuri con i capelli annodati dietro la nuca, il cui volto  stato dipinto nel tondo del sottarco dell'arcosolio. Le altre immagini di donna si trovano nella volta e ai lati di alcune pareti: immagini muliebri che fanno pensare ai tipi di Cerere e Abbondanza, perch reggono in mano delle spighe di grano. In questo solo ambiente sono affrescate per la seconda volta due scene gi dipinte nel primo sepolcro a doppio vano che s'incontra ai piedi della galleria d'ingresso: il passaggio del Mar Rosso e la resurrezione di Lazzaro.
Il sepolcro degli Scipioni
Fu scoperto in parte nel 1614, in parte nel 1780. Nel 1880, scrive Rodolfo Lanciani (1845-1929) nel suo volume Rovine e scavi di Roma antica, questo venerabile ipogeo e il terreno che lo copre vennero comprati, per mio suggerimento, dallo Stato. Si entra da Via di Porta San Sebastiano n. 12.
Nel 1780, mentre i proprietari della vigna e del casale procedevano all'ampliamento della loro cantina che ospitava botti di vino, si ritrov quel sepolcro gi depredato una prima volta nel 1614.  ancora Lanciani che ricostruisce le vicende dal diciottesimo secolo (in poi) quando si ritrovarono due sarcofagi: il primo del questore (167 a.C.), L.Cornelius Scipio e il secondo del console (259 a.C.), L. Cornelius, figlio di Scipione Barbato, il quale venne frantumato per prelevare l'iscrizione che fu venduta a un tagliapietre che aveva la sua bottega presso Ponte Rotto. Qui fu vista il 25 settembre del 1614 e fu acquistata per 20 scudi e ceduta o venduta alla famiglia Barberini che la collocarono in una parete della scala a chiocciola del loro palazzo, vicino alla porta della biblioteca.
La zona d'ingresso al sepolcro degli Scipioni e ai colombari lungo la via di Porta San Sebastiano, in un disegno di Carlo Labruzzi.
La situazione non and diversamente un secolo e mezzo dopo.  ancora l'archeologo a scrivere che i sarcofagi furono frantumati, le iscrizioni finirono in Vaticano, gli oggetti mobili si dispersero e l'aspetto delle cripte trasformato. L'anello-sigillo di uno degli eroi, con una figura di Vittoria, fu venduto al francese Louis Dutens che, a sua volta, lo rivendette a Lord Beverley. Infine, sarebbero scomparse persino le ossa di quell'illustre famiglia se non fosse stato per il pietoso intervento di Angelo Quirini, senatore di Venezia, che riscatt le reliquie di L.Cornelio Scipione, figlio del Barbato e le deposit in un'urna di marmo nella villa dell'Altichiero, presso Padova. Con sdegno e sorpresa Rodolfo Lanciani non riesce a spiegarsi come mai questi metodi barbari e distruttivi dei fratelli Sassi siano potuti accadere senza che papa Pio sesto (1775-1799), il cui amore per le antichit  fuori questione, intervenisse.
Comunque, il sepolcro fu restaurato e completamente scavato nel 1926, quando copie delle iscrizioni furono ricollocate al loro giusto posto.
Il monumento, riaperto al pubblico da qualche anno dopo un lungo periodo di restauri, affiora ancora nei miei ricordi com'era prima dei lavori: un ipogeo tenebroso e nascosto, visitato in un freddissimo giorno di gennaio.
Il sepolcro degli Scipioni fu scavato in un banco di tufo nei primi decenni del terzo secolo a.C.;  situato su una traversa tra l'Appia Antica e la via Latina.  un ambiente vasto, con soffitto basso, di forma quasi quadrata con dei grossi pilastri ricavati nella roccia che suddividono lo spazio in due gallerie cruciformi e una perimetrale con sarcofagi incassati lungo pareti e piloni. La tomba ne conteneva circa trenta; ne restano sedici frammentari, sette dei quali con iscrizione.
Fu realizzato dal capostipite (o forse dal figlio) della famiglia, Lucio Cornelio Scipione Barbato (console nel 298 a.C.) che fu sepolto, per primo, in posizione dominante di fronte all'ingresso, in un'arca in peperino conservata ai Musei Vaticani. Il sarcofago  l'unico che presenti una lavorazione elaborata mentre gli altri erano formati solo da lastre di pietra accostate o scavati in un unico blocco. Nell'iscrizione si legge che Lucio Cornelio Scipione Barbato, figlio di Gneo, era un uomo forte e sapiente, il cui aspetto fu in tutto pari al valore, fu console, censore, edile [...] Prese Taurasia e Cisauna nel Sannio, assoggett tutta la Lucania e ne port via ostaggi.
La seconda deposizione  quella del figlio, Lucio Cornelio Scipione, di cui resta una parte del sarcofago originale e copia dell'iscrizione, nella quale si legge che fu console nel 259 e censore nel 258.
Non  chiaro se la terza deposizione, quella di Publio Cornelio Scipione, riguardi il figlio di Scipione l'Africano il quale, invece, non venne sepolto nella tomba di famiglia, ma presumibilmente presso la sua villa di Literno, dove pass gli ultimi anni della sua vita. Secondo Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), in entrambe le citt si trovava una tomba di Scipione l'Africano, quindi  difficile sapere con esattezza dove fu effettivamente sepolto. Sappiamo che Seneca (4 a.C.-65 d.C.) inviando una lettera a Lucilio (lett. 86) si esprimeva dicendo: Ti scrivo queste righe dalla villa di Scipione Africano, dopo aver reso omaggio alla sua memoria e venerato l'altare che io credo sia la sua tomba. A Roma, comunque, non  mai stata trovata.
Il sepolcro fu utilizzato fino alla met del secondo secolo quando (tra il 150 e il 135 a.C.) fu necessario ricavare un secondo ipogeo, cosicch sul lato che dava sull'Appia Antica venne scavata una galleria che, in origine, non comunicava con la tomba di famiglia. Il costruttore di questo secondo spazio funerario potrebbe essere stato Scipione l'Emiliano che, si presume, venne sepolto in questo ipogeo. Qui fu tumulata anche la moglie Sempronia, sorella dei Gracchi.
Scipione l'Emiliano provvide anche a restaurare la facciata del monumento che abbracciava il vecchio e il nuovo ipogeo. La parete monumentale, di cui rimangono scarsi resti, aveva un basamento sul quale si aprivano tre ingressi simmetrici: il centrale portava all'ipogeo principale, quello a destra verso la nuova galleria cimiteriale, mentre il vano di sinistra fu aperto, forse, solo per simmetria. In tempi successivi vi s'install una calcara medievale che ha distrutto questa parte del sepolcro. Sul basamento s'impostavano delle colonne, coronate da una cornice sagomata, che inquadravano tre nicchie con altrettante statue, identificate dagli antichi con Scipione Africano, Scipione Asiato e il poeta Ennio, che aveva cantato le gesta della famiglia. Il basamento era dipinto con scene storiche, forse a carattere militare. Sono stati individuati diversi strati sovrapposti, alcuni pertinenti al periodo della sua realizzazione, altri datati tra la met del secondo secolo a.C. e l'inizio del primo secolo a.C. quando, verosimilmente, cessarono le sepolture a inumazione.
In epoca imperiale il sepolcro pass in eredit alla casata dei Corneli Lentuli che, desiderando porre l'accento sul proprio legame di parentela con questa famiglia, vi colloc le proprie tombe a incinerazione.
Nel 1927, accanto a questa considerevole area archeologica, sono state rinvenute nuove situazioni funerarie, in particolare un colombario a pianta rettangolare e una piccola catacomba a poca distanza da una casa romana a pi piani, che nel terzo secolo d.C. s'install sul sepolcro degli Scipioni, danneggiandolo.
La catacomba di San Callisto
La catacomba di San Callisto, lungo la Via Appia Antica,  stata il cimitero ufficiale della Chiesa di Roma. Qui vennero sepolti quattordici pontefici, nove dei quali si trovano nella Cripta dei papi, luogo di grande culto sin dall'antichit, mentre tre (o forse quattro) sono stati tumulati in altre regioni del complesso funerario e uno nel sopratterra.  la pi antica di Roma e la sua origine, grazie ad alcuni documenti storici, si fa risalire tra la fine del secondo e l'inizio del terzo secolo.
Le sue gallerie, su quattro piani, raggiungono una lunghezza di circa venti chilometri. Prende il nome da papa Callisto (217-222), che gest il complesso funerario per venti anni. Stranamente lo stesso Callisto, custode e papa di questa catacomba, non fu sepolto qui, ma nel cimitero di Calepodio al terzo miglio della via Aurelia. Le circostanze della morte di Callisto, dopo cinque anni di pontificato, sono raccontate nella sua passio. Mor martire mentre officiava una riunione liturgica in Trastevere. La sua tomba  stata effettivamente ritrovata nella suddetta catacomba, ma il suo corpo, secondo la biografia di papa Gregorio quarto (827-844), si trovava nella basilica di Santa Maria in Trastevere gi dal nono secolo.
La catacomba di San Callisto era gi nota all'epoca di Antonio Bosio (1575-1629), il Colombo della Roma sotterranea, ma fu identificata con precisione da Giovanni Battista de Rossi (1822-1894) dal 1844. Il vasto complesso cimiteriale si articola in diversi nuclei, alcuni di epoca precostantiniana, come le Cripte di Lucina (una delle aree sotterranee pi antiche di Roma), la Cripta dei papi, il retrosanctos di Santa Cecilia e la regione di Gaio ed Eusebio, mentre al periodo costantiniano risalgono le regioni di Santa Sotere e quella Liberiana, il Labirinto e la Regione tredicesima.
Ai nostri giorni la Cripta dei papi e l'annesso cubicolo di Santa Cecilia sono ancora le zone pi frequentate della catacomba di San Callisto. Il luogo di culto nell'antichit era secondo solo alla necropoli vaticana.
Nella cripta papale vennero sepolti i pontefici a partire dal 235 al 283: Ponziano, Antero, Fabiano, Lucio, Stefano, Sisto ii, Dionisio, Felice ed Eutichiano. Per molto tempo la cripta fu conosciuta come cappella di Sisto ii, il papa sorpreso e decapitato dai soldati di Valeriano (253-260) mentre celebrava messa nel sopratterra. Era il 6 agosto del 258 e l'imperatore aveva emanato un editto con il quale confiscava i beni della Chiesa, compresi i coemeteria, e proibiva le riunioni in questi luoghi.
La cripta si trova nell'Area i della catacomba che fu scavata, come di consueto, sotto una zona (30 x 75 m) ben delimitata nel sopratterra, perch la legislazione romana stabiliva la precisa coincidenza tra il sopra e il sottoterra. Nel quarto secolo papa Damaso (366-384) monumentalizz i sepolcri ampliando l'ingresso, aprendo dei lucernari e decorando la cappella con colonne a spirale e transenne marmoree. Nello stesso tempo fu creato un collegamento con il cubicolo di Santa Cecilia che si trovava nel retro, cos chi visitava la cappella dei papi poteva poi proseguire il percorso devozionale entrando nella cripta con la tomba della santa.
Accanto alla Cripta dei papi si apre una galleria rettilinea, dove si affacciano i sei cubicoli dei Sacramenti, le cui pareti sono affrescate con scene simboliche piuttosto originali dal punto di vista iconografico, e rese con tecnica impressionistica. Le pitture realizzate tra la fine del secondo e i primi decenni del terzo secolo rappresentano scene tratte dalla vita di Ges come il battesimo, il banchetto eucaristico presso il lago Tiberiade e la moltiplicazione dei pani.
Papa Gaio (283-296) e papa Eusebio (morto nel 310 in Sicilia e traslato nel 311) furono tumulati in due tombe affrontate e in posizione privilegiata ai piedi di una grande scala che scende dal sopratterra. Accanto alle loro tombe si trovano i sepolcri dei martiri Calocero e Partenio, uccisi forse durante la persecuzione dioclezianea nel 304.
Relativamente vicina alle loro sepolture, ma in una diversa area della catacomba,  stata ipotizzata anche la tomba di papa Milziade (311-314), per la presenza di un ambiente monumentale decorato che ospit soltanto un sarcofago importante, di cui resta solo il coperchio.
Papa Cornelio (251-253), invece,  sepolto nelle Cripte di Lucina, che si raggiungono dopo l'incrocio cosiddetto dei Quattro Pilastri, subito dopo un cancello di ferro, normalmente chiuso. Da questa zona piuttosto periferica della catacomba, sono emerse le prime pitture paleocristiane che evocano simbologie eucaristiche (il pesce con cestino sul quale poggia un recipiente con, forse, del vino e dei pani). Il papa visse durante la persecuzione di Decio (249-251) e mor esiliato da Treboniano Gallo (251-253) a Civitavecchia, l'antica Centumcellae. Il suo corpo fu traslato nel cimitero di San Callisto, forse, intorno al 258.
Anche papa Zefirino (199-217), che incaric Callisto di gestire questo importante cimitero della cristianit, fu sepolto qui, ultimo pontefice ricordato dalle fonti come tumulato in quest'area ma nel sopratterra, dove sarebbe stato inumato anche Tarcisio, il giovane ucciso, forse nel 257, perch non volle consegnare le ostie consacrate ai pagani.
La catacomba di San Sebastiano, Memoria Apostolorum
La catacomba di San Sebastiano, sull'Appia Antica nei pressi del circo di Massenzio,  un monumento particolarmente importante per la cristianit non tanto per le gallerie cimiteriali, che si presentano veramente spoglie a causa delle distruzioni perpetrate dai corpisantari (ottavo nono secolo), quanto per l'importante palinsesto di memorie storiche e archeologiche che racchiude nei suoi sotterranei.
La circostanza pi indicativa, che rende di rilevante valore la catacomba,  il ricordo degli apostoli Paolo e Pietro che qui ebbero, dalla met del terzo secolo, una venerazione speciale in un monumento che  chiamato Triclia, scoperto nel 1915. Una fonte storica della met del quinto secolo ricorda che il 29 giugno del 258 si celebravano Pietro in Vaticano, Paolo sull'Ostiense ed entrambi in Catacumbas. La precisione della data  legata alla citazione del consolato di Tusco e Basso che, appunto in quel periodo, ricoprirono il prestigioso incarico. Molto probabilmente a causa degli aspri provvedimenti presi contro i cristiani dall'imperatore Valeriano (253-260), le reliquie dei due martiri furono trasferite in quest'ambiente pagano, ma in via di cristianizzazione, perch ritenuto pi sicuro. D'altro canto, oltre 600 graffiti, che invocano i due santi e ancora visibili su un muro della Triclia, confermano con certezza che qui affluivano grandi masse di fedeli a invocarli. La struttura che si pu vedere sotto il pavimento della basilica  comunque piuttosto ermetica e incomprensibile. Si tratta di un ampio cortile pavimentato con mattoni, costruito sopra tre mausolei pagani, che furono intenzionalmente obliterati, con una loggia sopraelevata di circa un metro dove si trova un bancone in muratura. Di fronte, in posizione decentrata,  visibile un'edicola che contenne verosimilmente le reliquie di Pietro e Paolo e un pozzo per attingere l'acqua. All'inizio del quarto secolo, passato il pericolo, le reliquie tornarono rispettivamente in Vaticano e sull'Ostiense, mentre sulla Triclia sorse la basilica costantiniana.
La Triclia, come si  detto, fu edificata sopra tre mausolei pagani che, dopo il buio delle gallerie, si presentano all'improvviso davanti al visitatore come una visione onirica in una zona definita la Piazzola, nove metri sotto il livello della basilica. Il soffitto alto d l'illusoria impressione di trovarsi a cielo aperto. L'aria magica della piccola piazza si mescola con l'atmosfera mistica che si respira al di sopra, nella Triclia, alla quale si accede tramite una scala di ferro, addossata alla robusta parete sud delle fondazioni della chiesa sovrastante. Qui si trovano tre splendidi sepolcri pagani, quelli di Marcus Clodius Hermes e degli Innocentiores e quello dell'Ascia, detto cos per via dell'utensile scolpito in facciata. Prima di essere chiusi per realizzare il pavimento della Memoria Apostolorum, sei metri sopra, furono accuratamente sigillati con anfore e malta. Tornarono a vedere la luce con gli scavi del 1919.
Le indagini archeologiche, iniziate nel 1892 e riprese nel 1915 in corrispondenza dell'abside della chiesa, hanno invece consentito di ritrovare un altro ambiente funerario cristiano, la Platonia, ritenuta nel Medioevo luogo di sepoltura dei due apostoli anche per la presenza di un sepolcro bisomo al centro della cripta. Si  accertato che fu un nucleo funerario privato di propriet di una comunit originaria della Pannonia (all'incirca l'attuale Ungheria), dove tra la fine del quarto e gli inizi del quinto  furono deposte le spoglie di San Quirino di Siscia, vescovo e martire.
Sette metri sotto l'attuale livello basilicale, tra l'altro, sono state scoperte delle abitazioni, le cosiddette Villa Grande e Villa Piccola, che si fanno risalire al secondo secolo e che potrebbero essere appartenute a un collegio funeraticio.
Nella catacomba, della quale si visita solo il piano pi antico, si trova il noto cubicolo di Giona, con il ciclo dedicato al profeta che, dato in pasto al mostro marino e rigettato dopo tre giorni, prefigura la resurrezione del Cristo, e il sarcofago di Lot, entrambi scoperti nel 1950. L'arca di Lot lo rappresenta nella sua fuga da Sodoma in fiamme, tenendo le figlie per mano, mentre la moglie, impietrita, guarda la citt; appartiene alla scultura del quarto secolo e rientra nel cosiddetto stile bello; si fa risalire all'et di Costanzo (337-361) e fu ritrovato completamente interrato.
Il cimitero sotterraneo  datato alla met del terzo secolo, quasi contemporaneo della Triclia, ma si svilupp soprattutto durante il iv. Inizialmente era formato da diversi nuclei funerari indipendenti, ciascuno con propria scala d'ingresso; in seguito si fusero per diventare un'unica catacomba, spesso confusa con la vicina San Callisto. In questo cimitero venne sepolto san Sebastiano che, secondo quanto tramanda il suo racconto agiografico (met del quinto secolo), era un ufficiale di origine narbonense al comando della prima coorte pretoria di Massimiano (286-305), associato all'impero di Diocleziano (284-305). Per la sua fede fu condannato a morte e fu ucciso con il martirio delle frecce, come viene iconograficamente sempre rappresentato, anche se la passio ci informa che la morte fu causata perch ulteriormente bastonato e gettato nella Cloaca Massima. Le sue spoglie mortali furono traslate in Vaticano nel nono secolo dove rimasero fino al 1218, quando Onorio terzo (1216-1227) le riport sull'Appia Antica. Oggi si trovano in due cassette di piombo presso l'altare di San Sebastiano, nella basilica superiore.
In origine, la cripta di San Sebastiano era una galleria che fu trasformata gi nel quarto secolo per consentire una visita pi comoda da parte dei fedeli. L'ambiente fu ingrandito distruggendo le sepolture circostanti, per isolare il suo loculo al centro di una cappella sotterranea, mentre nella volta fu aperto un vano per avere visione del luogo venerato anche dalla chiesa superiore. La sistemazione rimase tale fino all'inizio del Seicento quando la basilica assunse le forme attuali per volere del cardinale Scipione Borghese (1576-1633).
Questa chiesa dalla sobria facciata ha sostituito la basilica costantiniana, ma  molto pi piccola rispetto all'originaria, poich occupa soltanto la navata centrale dell'edificio paleocristiano, del quale si sa pochissimo circa il suo costruttore e della relativa datazione. La sua funzione era prettamente funeraria e architettonicamente rientra tra le cosiddette basiliche circiformi o a dembulatorio. Gli studiosi propendono per una datazione piuttosto precoce dell'edificio, tanto da ritenere che possa essere stata il prototipo delle altre basiliche costantiniane con questa planimetria a noi note.
All'interno, presso l'ingresso, sulla parete di sinistra si pu vedere un altro documento storico rilevante, la lastra damasiana con l'elogio al martire Eutichio, la cui tomba  stata confermata dalla suddetta placca e da diversi graffiti, ma non raggiungibile perch collocata in una zona della catacomba soggetta a frane. L'epigramma, scritto nell'esametro eroico virgiliano, graficamente ispirato all'epigrafia monumentale classica,  opera del grande maestro calligrafo Furio Dionisio Filocalo (quarto secolo), stretto collaboratore di papa Damaso (366-384), il papa-poeta di origine spagnola (o forse nato a Roma), che dedic la maggior parte del suo pontificato recuperando le tombe dei martiri, con il preciso intento di promuovere e diffondere la venerazione verso gli eroi della fede, testimoni di Cristo fino alla rinuncia della propria vita. Per loro compose almeno ottanta carmi.
Il toponimo in catacumbas, che per estensione ha finito per denominare cos tutti i cimiteri sotterranei cristiani di Roma, nella versione pi convincente  tradotto letteralmente come presso le cavit, cio presso quelle cave di pozzolana che si trovavano a dieci metri di profondit, le quali diedero origine dapprima a una piccola necropoli pagana, in seguito riconvertita in cimitero cristiano. Le catacombe di San Sebastiano furono sempre visibili anche durante il Medioevo insieme con quelle di San Lorenzo, San Pancrazio e San Valentino.
Le ville sotto la catacomba di San Sebastiano
Sotto la catacomba di San Sebastiano sulla Via Appia Antica giace una situazione archeologica di grande interesse. Si tratta di due edifici correntemente noti come la Villa Grande e la Villa Piccola, dei quali ancora non  stata chiarita la funzione.
Vicine tra di loro, nell'antichit si affacciavano entrambe su una strada basolata, parallela all'Appia Antica, che si trovava a una quota inferiore rispetto alla Regina viarum a causa di un forte dislivello del terreno. Il profondo avvallamento andava, infatti, da est verso ovest. Il nord  orientato, in parte, con lo spigolo destro della facciata della chiesa, avendo alle proprie spalle l'Appia Antica la quale, qui, era sostenuta da un argine, mentre sul fondo della vallata si trovavano delle cave di pozzolana. La particolare conformazione del terreno diede origine al toponimo ad catacumbas.
Alle due ville si accedeva tramite delle scale che, per quanto riguarda la Villa Piccola, s'innalzavano di almeno cinque metri rispetto alla carreggiata. Accanto alle ville c'erano dei colombari, in particolare tre di essi sono addossati a una parete della Villa Grande che sorgeva a est, sotto la navata sinistra della chiesa di San Sebastiano.
Entrambe le abitazioni sono a due piani; al secondo di tutte e due si trova un cortile o un atrio, attorno al quale si aprono gli ambienti. I due edifici sono datati diversamente. La Villa Grande si fa risalire a epoca flavia (69-89), mentre la Villa Piccola entro la prima met del terzo secolo. Tutte e due furono danneggiate e cancellate dalla memoria storica quando fu edificata, al di sopra, la basilica circiforme costantiniana, forse nei primi trent'anni del quarto secolo.
Le due dimore sono riccamente abbellite con decorazioni pittoriche, che si sviluppano anche nelle pareti del cortile e si estendono lungo le scale. Lo stile pittorico che le contraddistingue  molto dissimile, cos mentre nella prima gli affreschi sono ancora legati alla pittura naturalistica e ai paesaggi dal vero, nella seconda predomina lo stile lineare tipico del terzo secolo, che richiama il secondo e il quarto stile del periodo a cavallo tra Repubblica e Impero, poi ampiamente sfruttato nella pittura funeraria delle catacombe cristiane del terzo e quarto secolo d.C.
Come si  detto, la Villa Grande, del cui primo piano resta poco o niente, ha il secondo livello affacciato su un cortile pavimentato con tessere di mosaico di colore bianco, piuttosto grossolane, e le pareti dipinte a pannelli con scene di genere. Nel cortile si trovano una vasca e un pozzo. Sul patio si apre la stanza principale della dimora, che doveva avere tutte e quattro le pareti organizzate secondo uno schema pittorico a colonnato, con quadri dipinti nello spazio compreso tra una colonna e l'altra. L'unico affresco noto della villa, una scena marina-campestre, si trova in questo immenso salone. Al centro della raffigurazione si vede un lungo molo porticato che funge da cerniera tra il mare e la campagna, con la torre rotonda del faro in primo piano. Si prolunga verso l'orizzonte con una linea spezzata per dare profondit e prospettiva all'immagine, suddividendola in due frammenti di vita.
A destra, la scena marina ha un cavaliere in primo piano che cavalca verso sinistra. Alle sue spalle c' un monumento equestre. Nel mare, al largo, un veliero. Nella zona di sinistra, invece sono dipinti degli alberi e alcune persone, che stanno banchettando all'aperto protette da un tendone. Secondo alcuni studiosi, la rappresentazione non ha alcun valore simbolico, ma raffigurerebbe soltanto un paesaggio dal vero; ricorda quelli marittimi ritrovati a Pompei. Questo soggetto ha i suoi corrispettivi anche in ambito romano, come la veduta di Villa Albani proveniente dalla Villa dei Quintili. Il pavimento della sala, piuttosto lacunoso, era mosaicato con forme geometriche; al centro rimangono tracce di uno stemma scomparso. In questo secondo piano della villa si conservano altri due piccoli ambienti, forse stanze da letto, con decorazioni pi semplici.
Anche la Villa Piccola, a nord-ovest, era composta di due piani, di cui il primo seminterrato, articolato in tre ambienti, uno dei quali ci consente di apprezzare nella sua quasi totalit una decorazione antica nella sua originaria estensione, grazie all'eccezionale stato di conservazione dei dipinti. La stanza  rettangolare con volta a crociera e un grande lucernario centrale che la illuminava. Su tre pareti ci sono dei sedili in muratura contenuti in nicchie sormontate da archi. La decorazione pittorica evidenzia la struttura muraria con l'utilizzo di fasce rosse o verdi di vario spessore. Al centro delle zone campite da queste linee colorate, ci sono delle figure ornamentali in cui si alternano teste antropomorfe, soggetti vegetali e animali reali o fiabeschi, pi o meno stilizzati. La scala conduce al piano superiore; lungo le pareti  tinteggiato uno zoccolo rosso che segue l'andamento in salita dei gradini, mentre nel resto della muratura prosegue la pittura lineare.
Anche qui, al piano superiore, c' un cortile, al centro del quale c' il lucernario che illuminava la sala inferiore; la muratura  verniciata, mentre il pavimento  coperto da un mosaico in bianco e nero. Da questo terrazzo, nel quale si presuppone l'esistenza di un portico coperto con sedili in muratura, si accedeva alla zona sepolcrale dei colombari.
Che senso dare a due ville suburbane in questa zona a carattere prettamente funerario? Per quanto riguarda quest'ultimo complesso, il suo collegamento diretto con le tombe, i banconi in muratura del portico e l'ambiente inferiore munito di sedili, nel quale si potrebbe riconoscere una sorta di sala riunioni o d'attesa, fa pensare alla sede di un collegio funeraticio che amministrava la zona sepolcrale. Per la Villa Grande si  pi propensi a credere che fosse proprio una villa suburbana, forse di propriet di liberti, che aveva a fianco anche il proprio luogo di sepoltura. Non si esclude tuttavia che anch'essa possa essere appartenuta a un collegio preposto alla cura e alla sepoltura dei defunti.
Le ville romane
Verso la fine dell'epoca repubblicana il paesaggio della campagna romana inizi a popolarsi di ville suburbane di propriet dei ricchi rappresentanti della classe dirigente e degli aristocratici, luogo di svago e tranquillit. In una prima fase, tuttavia, pi che rifugio di delizie, la villa fu soprattutto un centro agricolo e rurale, dove si coltivava la terra e si produceva non solo per s ma anche per la commercializzazione, tanto che si pu parlare anche di aziende agricole a conduzione familiare.
La villa tardorepubblicana si fa derivare dalle case rurali ellenistiche; era di norma articolata in due zone separate: la pars urbana e la pars rustica. Nella prima viveva il proprietario e poteva avere anche altri ambienti come terme, ninfei, piccoli teatri, se non quando circhi, ippodromi o tombe familiari. La seconda, invece, era abitata dal fattore e dagli schiavi, che invece si occupavano del lavoro agricolo. In alcuni casi si parla di horti per indicare abitazioni ubicate generalmente subito fuori le Mura della citt, con appezzamenti di vasto territorio coltivato che doveva superare, secondo quanto spiega Plinio il Vecchio, la parte costruita. Lo scrittore, autore dell'imponente Storia naturale, nel distinguere questo tipo di abitazione parla di villa urbana, considerata la residenza di campagna, nei pressi della citt, dove trascorrere il week-end, differenziandola dalla villa rustica, dove la servit viveva in modo permanente occupandosi della propriet.
Le ville suburbane diventarono molto numerose durante il primo periodo dell'impero ed ebbero un momento di massima espansione durante il secondo secolo d.C. Nel tempo esse finirono per essere annesse, per una serie di circostanze, al demanio imperiale. Le ultime costruzioni si fanno risalire al quarto secolo, poi progressivamente furono abbandonate, anche se alcuni restauri sono attestati anche fino al sesto secolo. A volte la villa era donata alla Chiesa che la riconvert, spesso, in monastero.
Molte di queste ricche abitazioni, a Roma, sono ancora visibili nel loro alzato come la Villa dei Quintili al quinto miglio della via Appia Antica o la Villa dei Sette Bassi sull'antica via Latina o la Villa di Livia a Prima Porta. Altre, invece, sono ritrovate in modo fortunoso durante lavori di urbanizzazione.
Un caso clamoroso  quello della villa romana all'Auditorium al
quartiere Flaminio, ritrovata durante i lavori di scavo per la realizzazione del Parco della Musica. La struttura si trovava quattro metri sotto il livello stradale di viale Maresciallo Pilsudski. La villa, suddivisa in due distinte zone da un'ampia fascia di terreno, aveva la zona abitativa a ovest, mentre quella a est era utilizzata per le attivit agricole. La costruzione  stata datata alla seconda met del sesto secolo a.C. e fu utilizzata fino al secondo secolo d.C., quando venne abbandonata probabilmente a causa delle frequenti inondazioni del Tevere. La struttura degli edifici, infatti, demolita gi nell'antichit, era sepolta da sedimenti alluvionali. All'inizio la villa era una semplice e rustica fattoria che in seguito, tra la met del terzo secolo e il secondo secolo a.C., fu ampliata e divenne una residenza rustica molto importante. In epoca augustea fu ulteriormente ingrandita e fornita di una muraglia, forse proprio per proteggersi dall'acqua del vicino fiume. Oggi i resti della villa e l'annesso piccolo museo sono visitabili andando all'Auditorium.
Nel 2000 durante lo scavo di un collettore fu trovata un'altra villa suburbana sotto il Grande Raccordo Anulare, nei pressi di via Lucrezia Romana. La casa di campagna, lunga una settantina di metri, si fa risalire al secondo secolo a.C. Sono stati ritrovati dei pavimenti a mosaico bianco e nero, conservati perfettamente, e una fontana decorativa poco distante.
Diverse ville infine sono emerse negli scavi dello sdo, nell'escavazione della Necropoli di Fidene alla Bufalotta e nella realizzazione dei vari parcheggi sotterranei realizzati negli ultimi anni.
La catacomba di Pretestato
La catacomba di Pretestato si trovava lungo un diverticolo dell'Appia Antica (oggi  sull'Appia Pignatelli). Sorse a cavallo tra il secondo e il terzo secolo d.C., tra il primo e il secondo miglio della via Appia, nei pressi di un possedimento appartenuto a Erode Attico (101-177), una personalit molto in vista e piuttosto discussa.
 un monumento di straordinario interesse perch, contrariamente a molte altre strutture cimiteriali sotterranee composte di strette gallerie, ha un vasto e alto ambulacro centrale lungo cento metri e largo circa due, collegato al sopratterra con due scale terminali. Nel 1964, dopo gli studi e gli scavi condotti dall'ingegnere-archeologo Francesco Tolotti, la Spelunca magna, com'era chiamata negli Itinerari altomedievali, fu riconosciuta come un vasto complesso idraulico che attorno al terzo secolo d.C., per motivi ancora sconosciuti, pass nelle mani dei cristiani, i quali iniziarono da subito a utilizzarlo come luogo di sepoltura. In seguito, partendo da un recinto del sopratterra (30 x 36 m) si scavarono in senso ortogonale al corridoio centrale due gallerie servite da due scale: la Scala maior (a sinistra) e la Scala minor (a destra), che s'incontravano al centro della Spelunca magna, dove si trovava una vasto lucernario.
L'identificazione del nucleo principale della catacomba con un complesso idraulico ha chiarito anche l'esistenza di alcuni cubicoli, che sembravano incompatibili con un ambiente funerario e del tutto dissimili da altre situazioni catacombali. Si  capito che un cubicolo, dalla forma e dalla posizione insolita, doveva essere all'origine una cisternetta del sopratterra, aperta in seguito per consentire l'alimentazione della cisterna principale (la Spelunca magna), e che alcune camere disposte una di seguito all'altra, con andamento curvo, probabilmente avevano il compito di accrescere la capienza della riserva d'acqua. Altri ambienti simili ad arenari, ma rifiniti e levigati con accuratezza, inoltre, che si trovano nei pressi di una terza scala posta a una certa distanza, appartenevano a un'ulteriore riserva d'acqua. Anche il palinsesto dei tre pozzi che si aprono attorno a quello centrale, che si abbassa tramite tre rampe di scale a una quota di meno 16-17 metri sotto il livello della Spelunca, doveva servire come scarico di fondo del grande serbatoio.
Questa catacomba, tra l'altro, ci ha restituito l'unico vestibolo monumentale mai trovato in una necropoli sotterranea, datato al quarto secolo, quando essa era diventata gi un famoso santuario e presso il quale era annessa la casa del custode, della quale  rimasto soltanto il livello inferiore con gli ambienti di servizio, la cucina, la cantina e una latrina.
Da ricordare, in questa catacomba, l'importante scena della Coronatio, scoperta in un cubicolo ai piedi della Scala maior, ritrovata dall'archeologo Giovanni Battista de Rossi (1822-1894), rara scena dell'incoronazione di spine che suggerisce l'episodio evangelico descritto da Matteo.
Catacomba di Pretestato, veduta del cubicolo delle Stagioni,
ancora invaso dalle terre, in un disegno di fine Ottocento.
L'ambiente era
erroneamente ritenuto
il luogo della sepoltura
del martire Gennaro.
In questo grandioso cimitero, che prende il nome di Pretestato, forse dallo sconosciuto fondatore o donatore del terreno su cui sorse, erano presenti tre importanti centri di culto: due nel sopratterra e uno nel sotterraneo. Degli edifici in superficie non  stata ritrovata alcuna traccia, mentre nella Spelunca magna ci sono almeno quattro importanti cripte storiche anche se, a oggi, ne  stata identificata con certezza soltanto una: la stazione devozionale dove si trovava la tomba del martire Gennaro.
In questo vasto santuario visse per un certo periodo il pontefice romano Giovanni terzo (561-574), il quale vi consacr anche dei vescovi, come ci informa la sua biografia ricordata nel Liber Pontificalis.
La catacomba ebraica di Vigna Randanini
Nel 1859 in una propriet conosciuta come Vigna Randanini, compresa tra via Appia Antica e via Appia Pignatelli, nei pressi della catacomba cristiana di Pretestato, si trov un cimitero sotterraneo di religione ebraica. La catacomba fu scavata nel fianco di una collina. Non  particolarmente estesa e raggiunge una profondit di dieci metri circa.  una delle meglio conservate delle cinque ebraiche che si conoscono a Roma.
Nel maggio del 1862 furono fatte nuove scoperte: si trovarono degli arcosoli con delle fosse molto profonde, nelle quali trovavano posto pi deposizioni sovrapposte e sostenute da tegole intramezzate, e diverse sepolture a kochim.
All'esterno c' un ambiente di cui non  ancora chiara la funzione; forse qui sostava il feretro prima di essere inumato.  un'area rettangolare, ma in origine quadrata, circondata da muri e orientata secondo le coordinate est-ovest, nella quale si riconoscono due fasi costruttive. Nella prima met del secondo secolo d.C. c'erano solo due piccole absidi in opus mixtum e una nicchia. In seguito si fecero dei lavori di ampliamento prolungando i muri e rivestendoli in opus listatum, dove furono ricavati altri arcosoli. Lo spazio pavimentale fu suddiviso longitudinalmente da un basso muretto e arredato con un mosaico in bianco e nero.
Dall'ingresso partono due gallerie, una molto corta, mentre quella principale contiene tombe pavimentali e a parete. La catacomba  composta da pi ipogei con caratteristiche diverse, collegati gi in antico. L'area pi lontana (a sud) ha dei corridoi ortogonali con sepolture intense: questa regione aveva un'uscita sull'Appia Antica con tre rampe di scale. La parte nord, invece, ha diverse sepolture a kockim e un cubicolo decorato con motivi floreali. Nella necropoli fu riutilizzato anche un cubicolo doppio che faceva parte di un mausoleo pagano del sopratterra.
Quando fu scoperta, si videro molti loculi chiusi con mattoni intonacati con calce e dipinti in rosso; altri avevano ancora la lastra di marmo. Nelle tombe trovate aperte, invece, non sono state rinvenute tracce di essenze odorose, tele, vasetti in terracotta, anche se accanto ad alcuni sepolcri furono scoperti alcuni vasi in vetro, tipo alabastro. Si rinvennero inoltre diverse casse di marmo e terracotta; molti sarcofagi erano stati deposti nella fossa su un pavimento marmoreo.
Come tutte le catacombe ebraiche, anche qui i dipinti non hanno immagini umane; le pareti sono ornate solo con candelabri o con partiti geometrici o floreali. Le fosse pavimentali sono addossate alla parete e chiuse con tegole appoggiate a spiovente, caratteristiche di queste catacombe. La maggior parte di queste tombe si  conservata integra grazie al terreno dilavato dalle acque piovane, che le ha in qualche modo nascoste e preservate dai tombaroli di ogni epoca.
Il mausoleo del divo Romolo
Per l'automobilista distratto che uscendo da via di San Sebastiano gira obbligatoriamente a sinistra sull'Appia Antica,  difficile immaginare che dietro quell'imponente casale rustico che si palesa davanti ai suoi occhi, piuttosto sprofondato rispetto al livello stradale, collocato nel bel mezzo di un'ampia area aperta, si nasconda un mausoleo appartenuto a una dinastia imperiale: quella di Massenzio.
L'imperator Caesar Marcus Aurelius Valerius Maxentius Augustus (306-312) rimase al potere solo sei anni. In questo periodo, nel tentativo di legittimare la sua posizione e riconfermare Roma come capitale morale dell'Impero, fece realizzare grossi lavori edilizi che arricchirono la citt di nuovi monumenti: nel Foro Romano avvi la costruzione della Basilica Nova, detta di Massenzio, poi completata da Costantino; restaur il tempio adrianeo di Venere e Roma sulla collina della Velia; fece erigere, sempre al foro, il Tempio di Romolo e fortific le Mura Aureliane. Al Laterano fece costruire una residenza per la sorella Fausta, moglie di Costantino, dando inizio al complesso di palazzi che vi si fabbricarono in seguito e, stando ai miliari intitolati a suo nome, provvide a far restaurare una notevole parte della rete stradale dell'impero, sia in Italia che nelle province. Sull'Appia Antica, infine, tra il secondo e il terzo miglio, nei possedimenti che erano stati di Erode Attico (secondo secolo d.C.), diede forma a un importante insediamento imperiale articolato in una grande villa suburbana ancora poco indagata, un circo che, unico, conserva intatto il perimetro murario e le torri dei carceres e, accanto, un mausoleo di famiglia.
Solo sei anni che, in aggiunta alle convulse vicende imperiali, furono funestati anche dalla morte del suo figlioletto Romolo Valerio, di nove anni appena, ma che gi era stato nominato console associato al padre per ben due volte (nel 308 e nel 309). Un figlio dal nome simbolico, che alla sua morte fu divinizzato, il divo Romolo, e per il quale verosimilmente fece costruire un mausoleo sull'Appia Antica, che doveva diventare la tomba dinastica, considerando la numerosa presenza di loculi che avrebbero dovuto accogliere i membri della sua famiglia.
Tuttavia l'imperatore non aveva fatto bene i conti con il proprio destino. Il 12 ottobre del 312, a Saxa Rubra, lo aspettava un appuntamento speciale: combattendo contro il cognato per la conquista del potere, perse la vita annegando fra le acque del Tevere nel corso della nota battaglia di Ponte Milvio, sulla via Flaminia.
Nel 1825 il ritrovamento di due iscrizioni dedicatorie (una perduta) al Divo Romulo consent ad Antonio Nibby (1792-1839), che scavava il circo su commissione di don Giovanni Torlonia, di identificare il mausoleo e il resto del vasto complesso edilizio come appartenente, appunto, alla famiglia imperiale di Massenzio. Nell'epigrafe, il giovanetto  definito uomo di nobilissima memoria, console ordinario per la seconda volta, figlio del nostro signore Massenzio, invitto e perpetuo Augusto, nipote del divino Massimiano Seniore e del divino Massimiano Iuniore per due volte Augusto. All'interno della Porta Trionfale del circo  stata affissa una copia dell'iscrizione.
Romolo e il suo mausoleo sono ricordati anche su una moneta in rame coniata nella Zecca di Ostia con l'immagine del ragazzo sul dritto e la scritta Divo Romulo n(obili) v(iro) bisc(onsuli); sul rovescio  inciso un tempio sormontato da una cupola rotonda sulla quale c' un'aquila, simbolo di apoteosi. L'edificio poggia su un gradino e ha i battenti socchiusi mentre si legge la scritta Aeternae memoriae.
Il sepolcro si trova al centro di un vasto quadriportico impostato su un poligono dalla forma imperfettamente quadrangolare, i lati misurano, infatti, circa 110 metri nel lato sud (Appia Antica) e circa 108 metri nel lato nord (Appia Pignatelli). A est e a ovest misurano rispettivamente circa 122 e 121 metri. Del vasto ambulacro restano soltanto i muri di cinta esterni in opera listata per un'altezza di circa 11 metri (a nord, est e parte del lato ovest), mentre a sud si vedono solo murature di fondazione. Ancora in situ vi sono tracce d'imposta dei pennacchi per le volte a crociera e alcuni pilastri cruciformi. Il quadriportico comunicava con il circo tramite due porte sul lato est (nei pressi della Tomba dei Servili), tanto che alcuni studiosi hanno ipotizzato il suo uso come scuderia o come punto di sosta per gli animali prima che iniziassero a gareggiare nell'arena.
Il mausoleo fu oggetto di studi approfonditi degli architetti del Rinascimento che hanno documentato, tuttavia, solo la sua planimetria, mentre pochissimo hanno tramandato sulle condizioni in cui si trovava l'edificio in quel periodo. Il primo a lasciare una descrizione del monumento  stato l'architetto Sebastiano Serlio (1475-1554) il quale scriveva: Questo edificio  fuori di Roma appresso San Sebastiano et  tutto atterrato fin al piano del terreno, et massimamente le loggie intorno; ma l'edificio di mezzo, per essere opera solidissima,  tutto integro, et  opera di pietra cotta, et  tenebroso per non havere altre luci che dalla porta et dai quattro nicchi alcuni piccioli finestrini.... Nei suoi schizzi, invece Francesco da Sangallo (1443-1516) annotava che bisogna andarvi con torce accese.
Un disegno ricostruttivo di Andrea Palladio (1508-1580), conservato in Inghilterra e ritenuto il pi attendibile, d un'idea abbastanza precisa del mausoleo. Lo schizzo presenta il monumento con una visione sia di prospetto sia di profilo;  rappresentata inoltre non solo la pianta del sotterraneo, ma anche la cella superiore con il pronao e la scala di accesso.
Il tempio-mausoleo aveva la forma di un piccolo pantheon: un'aula circolare di circa trentatr metri di diametro preceduta da un pronao rettangolare colonnato al quale si accedeva da una scalinata, che  stato totalmente rioccupato dal casale settecentesco. L'edificio era di due piani e verosimilmente ricoperto da una cupola grandiosa; la scala elicoidale che immetteva al piano superiore (ora inesistente) si trova sulla sinistra ed  tamponata.
Oggi resta soltanto la camera sepolcrale ipogea, con volta a botte, la quale ruota attorno ad un grosso pilastro centrale;  conservata fino al livello pavimentale della cella superiore, la cui superficie era stata riutilizzata come terrazza del casale. Nel muro perimetrale sono aperte sette nicchie alternativamente a pianta rettangolare e absidata, dove sono collocate piccole finestre a bocca di lupo. Attorno al masso centrale si aprono otto nicchie, che ripetono lo stesso schema perimetrale.
Esternamente, alla base del cilindro, durante alcuni lavori di consolidamento e di restauro del mausoleo (nel 1979),  stato scoperto un muro laterizio, pavimentato con delle triplici fila di mattoni bipedali, che avvolge la cella sotterranea come una cintura. Si tratta di un contrafforte architettonico, all'interno del quale  stata ricavata una fogna a cappuccina ancora perfettamente conservata nella quale si aprono, tutt'attorno, sette pozzetti di forma trapezoidale alla distanza di circa tredici metri uno dall'altro. I vani sono forniti d'incavi per le pedarole, che consentivano di scendere per la manutenzione, oltre a funzionare da bocche di aereazione dell'ambiente fognante.
La cella superiore completamente scomparsa, come si  accennato, era forse destinata alle cerimonie pubbliche di celebrazione del divo Romolo.
Presumibilmente, dopo la morte di Massenzio il complesso edilizio rimase di propriet imperiale ancora per un certo periodo, poi entr a far parte dei possedimenti ecclesiastici. Nei secoli dodicesimo e tredicesimo  l'area del mausoleo appartiene legittimamente alla chiesa dei Santi Bonifazio e Alessio. Tra il Cinquecento e il Seicento, per errore, il circo fu attribuito a Caracalla. Un disegno di Sallustio Peruzzi (1573) porta la scritta Circus caracalle estra porta capena; l'architetto riproduce la pianta dell'arena con alcuni particolari come l'alzato dell'obelisco e della loggia dei giudici.
Nel 1618 la giostra era di propriet della famiglia Cenci e nella prima met del Settecento l'area del sepolcro fu acquistata da un particolar francese che v'impiant una vigna e vi fece un comodo casino, cio l'attuale casale che vediamo. In seguito le stalle di Caracalla, com'era comunemente chiamato il criptoportico, e la giostra passarono ai Torlonia e, come si  accennato, si pot riconsegnare ai monumenti la giusta attribuzione grazie ai lavori di scavo presso il circo e al ritrovamento delle epigrafi al divo Romolo.
Malgrado ci, alla fine dell'Ottocento il Mausoleo di Romolo era stato trasformato in una Caciara, dove si produceva formaggio. L'accorata testimonianza verso un simile sacrilegio  testimoniata da Rodolfo Lanciani, il quale, in una sua relazione, scrive che nel pomeriggio del 22 novembre 1884 andando a fare un sopralluogo presso il mausoleo di Romolo lo aveva trovato ridotto in azienda casearia, sebbene il signor Felice Ferri avesse dichiarato essere affatto insussistente la voce corsa che circolava in proposito. L'archeologo fa presente che ha trovato la bella e grande cripta del mausoleo riempita di formaggi in corso di salazione. Inoltre scrive che il piano della cripta  stato asfaltato, le pareti intonacate, le finestre-feritorie munite di ferrata, ramata e di vetri e aggiunge che ora stanno rinnovando la terrazza che copre il mausoleo per impedire che l'umidit trapeli, e danneggi il deposito di formaggi, che sono tutti collocati su degli scaffali di legno murati nel pavimento e nella volta.
Rodolfo Lanciani ritiene intollerante una tale trasformazione di un monumento di interesse nazionale e sollecita a prendere delle decisioni rapide, perch i lavori di riconversione stanno procedendo con la massima velocit e ritenendo che saranno completati in due settimane; suggerisce che il signor Felice Ferri e il Principe Torlonia proprietario effettivo rinuncino alla costruzione di un capannone lungo l'Appia e a qualsiasi altro lavoro che deturpi il monumento auspicando che il Ministero non consenta la chiusura dell'area chiedendo che almeno il nuovo muro in costruzione abbia, come minimo, tre aperture munite di cancelli di ferro per consentire agli studiosi e al pubblico di entrare e di vedere da vicino il mausoleo.
Nel 1943 tutta l'area fu espropriata dal Comune di Roma.
Al muro est del quadriportico, ma sul lato esterno, verso il circo,  addossato un altro casale oggi ancora abitato.
Le cave di tufo di Cecilia Metella
Dopo l'avvallamento all'altezza delle catacombe di San Sebastiano, la via Appia Antica procede in salita sollevandosi fino a un'altezza di circa sessanta metri verso la tomba di Cecilia Metella, che fu realizzata esattamente dove si arrest l'enorme colata lavica di Capo di Bove che dai Colli Albani, circa 300.000 anni fa, flu lentamente per chilometri fin qui.
Un affioramento della parte terminale del fiume lavico si pu vedere scendendo al piano inferiore del cortile del Castello Caetani, accanto ai servizi igienici. In terra, vicino alle rocce vulcaniche sono visibili anche le tracce del carrello che fu utilizzato dagli operai romani per trasportare il materiale estratto dalla cava di tufo.
Quattro metri sotto il mausoleo di Cecilia Metella e dell'annesso Palazzo Caetani, inoltre, si trovano delle gallerie, sempre di epoca romana, che furono utilizzate per estrarre la pozzolana, utile per l'edilizia. I cunicoli sotterranei sono piuttosto pericolosi ed erano noti anche durante il Medioevo; all'interno del castello, infatti, si trova un condotto verticale ancora oggi visibile, chiamato il Pozzo, che portava alle gallerie di cava.
La tomba di Cecilia Metella come appariva nel Seicento.
Il distretto vulcanico dei Colli Albani dista circa trenta chilometri dalla Capitale e appartiene da sempre al panorama romano. Inizi la sua attivit 600.000 anni fa con una violenta eruzione piroclastica, simile a quella che seppell la citt di Pompei, collassando nella parte centrale e formando un'enorme caldera. In una fase successiva, della durata di circa 100.000 anni (da 300.000 a 200.000 anni fa), riprese la sua attivit attraverso un vulcano pi giovane, che si era formato all'interno della suddetta cinta calderica, chiamato edificio delle Faete, il quale produsse la colata di Capo di Bove riempiendo una piccola valle con un magma molto fluido. La sua solidificazione diede origine a un tavoliere liscio, con uno spessore lavico di circa sei-dieci metri e una lunghezza di circa dieci chilometri da Frattocchie di Marino fino alla tomba di Cecilia Metella.
Nel corso dei millenni, l'erosione causata dagli agenti atmosferici e dai due fossi della Caffarella-Almone (nord-est) e di Tor Carbone-Grotta Perfetta (sud-ovest), trasform il plateau in un percorso rettilineo, topograficamente sollevato rispetto alla campagna circostante. Il suo tracciato fu sfruttato dagli antichi Romani che vi costruirono la strada consolare pi importante dell'Urbe, la via Appia Antica. La terza e ultima fase vulcanica del distretto dei Colli Albani sul versante ovest si arrest circa 20.000 anni fa, formando i crateri di Ariccia, Nemi, Castiglione, Prata Porci, Pantano Secco, Valle Marciana e per ultimo, Albano. Alcuni di questi crateri sono oggi dei laghi.
La tomba di Cecilia Metella, tra il secondo e il terzo miglio dell'Appia Antica, fu edificata proprio nel punto terminale della colata di Capo di Bove. Cos  chiamata tutta la zona circostante per la presenza di un fregio ornamentale nella parte superiore del sepolcro formato da scudi, ghirlande di frutta e bucrani.
Il mausoleo s'inquadra nell'ambito delle tombe cosiddette a tumulo;  composto di un basamento quadrato di circa 18 metri di lato sul quale  stato eretto un cilindro di circa 30 metri di diametro e 11 di altezza. L'originario rivestimento in travertino  oggi conservato in gran parte soltanto nel corpo circolare. Nelle fonti medievali  ricordato anche come il monumento pizzuto, pertanto si ritiene che esso dovesse terminare a forma di cono.
Qui venne sepolta la nobile Cecilia Metella, le cui uniche informazioni sulla sua vita ci provengono dall'epigrafe funeraria affissa sul monumento, figlia di Quinto Metello Cretico, conquistatore di Creta e moglie di Crasso, forse figlio del triumviro e generale di Cesare in Gallia. Il mausoleo  cronologicamente datato alla fine del primo secolo a.C., tra gli anni 30 e 20 a.C.
Nel 1302 il monumento fu inglobato nel Castrum della famiglia Caetani, diventando il mastio del castello medievale gi appartenuto, nell'undicesimo secolo, ai conti di Tuscolo.

Entrando nel mausoleo la cella ipogea si trova sul lato sinistro ma il sotterraneo si pu osservare solo dall'alto entrando nel corridoio che si apre sotto un arco: qui dalla balaustra ci si affaccia sulla camera sepolcrale, contenuta nel basamento del sepolcro, che si sviluppa per tutta l'altezza del monumento. Alzando lo sguardo si pu avere una visione del cilindro rastremato verso l'alto che la sovrasta. Poche tracce fanno capire che la camera, rivestita di cortina laterizia, era anche decorata con degli stucchi.
La catacomba di Domitilla
La catacomba di Domitilla sulla via Ardeatina (oggi su via delle Sette Chiese) prende il nome dalla proprietaria del fondo messo a disposizione dei cristiani, Flavia Domitilla, imparentata con la famiglia imperiale dei Flavi. Probabilmente era nipote dell'imperatore Vespasiano (69-79) e moglie di Flavio Clemente, console nel 95, forse cugino di Domiziano (81-96). La coppia, insieme con una nipote, anch'essa di nome Flavia Domitilla, per motivi politici, secondo Svetonio (70-126) o religiosi, secondo Dione Cassio (155-229), fu condannata a morte e all'esilio con la confisca dei loro beni per decisione di Domiziano. Flavio Clemente fu assassinato, la moglie deportata nell'isola di Pandataria, odierna Ventotene, mentre la nipote fu confinata a Ponza.
Il cimitero sotterraneo, per,  intitolato ai Santi Nereo e Achilleo, per i quali si ritiene che verso la fine del quarto secolo papa Damaso (366-384) costru una basilica semipogea sulla loro tomba, una delle due chiese in catacomba a Roma ancora praticabile e spesso utilizzata per funzioni liturgiche; l'altra  Sant'Alessandro sulla via Nomentana. La denominazione completa della necropoli, tuttavia, contempla anche il ricordo di santa Petronilla, leggendariamente ritenuta figlia dell'apostolo Pietro, forse per la somiglianza dei nomi, la cui immagine  ricordata nel cubicolo di Veneranda, come poi si vedr.
Il cimitero sotterraneo  composto di una serie di nuclei funerari primitivi, alcuni anche pagani, in seguito confluiti tutti in un unico grande complesso, la cui origine si fa risalire ai primi decenni del terzo secolo. Gli scavi archeologici iniziati nel 1926 stabilirono che il sepolcreto si inser all'interno di una vasta necropoli all'aria aperta, come hanno confermato le indagini condotte tra il 1959 e il 1960.
In origine, il vasto monumento sotterraneo era su due livelli dei quali si visita soltanto il secondo, quello pi antico, dove si trova il materiale tufaceo pi solido. In seguito furono scavati anche un terzo e un quarto piano, non accessibili per la presenza di falde freatiche.
La visita alla catacomba parte dalla bella basilica progettata, sembra, proprio dal papa-poeta Damaso e verosimilmente completata dopo la sua morte dal successore Siricio (384-399).
L'edificio, seminterrato, ha una lunghezza di 30 metri e una larghezza di 19.  composto di tre navate e un nartece. Ai piedi della scala di accesso, seppure in frammenti,  visibile il carme che papa Damaso dedic ai due santi martiri, il cui testo  stato ricostruito grazie alla raccolta delle epigrafi fatta in epoca medievale. Nel carme, scolpito con le classiche lettere filocaliane, Damaso ricorda Nereo e Achilleo, due soldati uccisi per la loro fede durante la persecuzione di Diocleziano (284-305). Diversamente narra la loro leggendaria passio altomedievale (quinto o sesto secolo) che invece, mescolando storia e fantasia, li immagina eunuchi al servizio della nipote di Flavio Clemente, Flavia Domitilla, uccisi con la loro signora a Terracina da dove, poi, sarebbero stati traslati nel cimitero della via Ardeatina a Roma.
Difficile affermare quale sia la verit. Di Achilleo, tuttavia ci resta una testimonianza scolpita nella pietra perch, in quello che resta di una colonnina del ciborio che sovrastava l'altare sulle tombe venerate, c' un personaggio in tunica discinta con la didascalia Acilleus, che sta per essere decapitato da un soldato. Si pu immaginare, con ampio margine di certezza, che la seconda colonna, di cui abbiamo un frammento con tracce di decorazione, ripresentasse la stessa scena con il nome di Nereo.
Da alcuni resti nella zona absidale della basilica, si presuppone che prima della chiesa qui dovesse esserci una sorta di cripta, poi monumentalizzata, denominata ipogeo dei martiri. Con la costruzione dell'edificio di culto, le gallerie circostanti furono stravolte e interessate da diversi tagli per ricavare lo spazio necessario per il tempio. In seguito, alle spalle della basilica si cre un interessante retrosanctos: cos  definita da alcune iscrizioni questa zona privilegiata, dove si collocavano le tombe delle persone che volevano essere sepolte accanto alle tombe dei martiri.
Il retrosanctos della catacomba di Domitilla si compone di tre gallerie disposte a raggiera con camere funerarie affrontate. In una di queste c' il cubicolo di Veneranda (scoperto nel 1874), una matrona romana dipinta mentre entra nel giardino paradisiaco accompagnata dalla martire Petronilla, come si legge nella didascalia, Petronella mart(yr) che, come si  detto, la fantasia degli itinerari altomedievale indica come figlia di san Pietro. Nel Seicento, a santa Petronilla, alla sua sepoltura e alla sua chiamata in cielo, Guercino (1591-1666) dedic la straordinaria e grandiosa pala d'altare d'impronta caravaggesca oggi conservata presso i Musei Capitolini.
Una delle regioni tagliate per la costruzione della basilica  il cosiddetto ipogeo dei sarcofagi, dove restano solo due vasche strigilate con protomi leonine, datate alla prima met del terzo secolo, e un terzo con ritratto di giovinetto, forse di epoca gallienica (253-268).
Un altro antico settore sottoposto al taglio delle gallerie  l'ipogeo dei Flavi, erroneamente attribuito alla famiglia che abbiamo ricordato. Si tratta, invece, di un sottoterra funerario privato, inizialmente pagano, datato alla fine del secondo secolo che fu scavato in un costone tufaceo della via Ardeatina. L'ambiente, conosciuto gi nel Settecento,  composto di un'ampia galleria alla quale si accede tramite una piccola scala. Nelle nicchie lungo le pareti dovevano esserci i sarcofagi della famiglia, mentre sul fondo vi furono presumibilmente sepolti la servit e i liberti.
Al terzo secolo si fa risalire l'ambiente di sinistra, dove fu scavato un pozzo e costruiti una fontana e un sedile in muratura. L'ambiente era verosimilmente utilizzato per il rito del refrigerio, un banchetto funebre che trae le sue origini dalla tradizione pagana mediterranea. Sul lato destro, verso la fine del terzo secolo fu invece ricavato il piccolo cubicolo detto di Amore e Psiche con simbologia funeraria, per seppellire i bambini. L'ambiente  protetto da una grata metallica;  decorato con tenere ghirlande di fiori e uccellini svolazzanti. Psiche, dipinta con ali di farfalla,  una bimbetta che coglie frutti nel giardino paradisiaco con Amore.
L'ipogeo dei Flavi  affrescato con immagini di vendemmia; una vite colma di grappoli campeggia nella volta della galleria, mentre amorini nudi sono intenti a raccogliere l'uva. La rimanente decorazione delle pareti e nelle nicchie dei sarcofagi  affrescata con uno spartito lineare rosso-verde e con immagini stilizzate. Gli affreschi dell'ipogeo sono datati agli anni 220-230. A questa figurazione di genere e verosimilmente di origine pagana, a un certo punto del secolo, s'inserirono due storie tratte dalla Bibbia: Daniele tra i leoni e No nell'arca, che segnano la riconversione dell'ipogeo in sepolcro cristiano.
Tutti gli ambienti visti finora, se escludiamo la basilica semipogea, sono di epoca precostantiniana. A questo stesso periodo si colloca il cubicolo doppio di Ampliato, il proprietario pagano del sepolcro, datato agli inizi del terzo secolo.  difficilmente visitabile. Anch'esso entr a far parte della catacomba. Lo studio della decorazione ha rivelato la sovrapposizione di quattro fasi (inizio iii-met iv). L'ornamento contiene semplici motivi lineari e finte architetture, decorazioni e scene bucoliche di genere che rappresentano l'autunno con tralci di vite e grappoli d'uva.
In questa catacomba c' anche il cubicolo di Diogene, il fossore probabilmente responsabile della corporazione addetta all'escavazione della catacomba. Si sa che ogni cimitero sotterraneo aveva le proprie maestranze, a capo delle quali c'era il direttore dei lavori. Purtroppo il dipinto, eseguito sopra la sua tomba di fronte all'ingresso,  stato completamente rovinato, ma noi lo conosciamo grazie ai disegni rimastici dei primi esploratori. Il fossore veste l'abito da lavoro. Sulla spalla destra poggia il piccone, mentre con una mano sorregge la lucerna. A terra ci sono l'ascia, la pala e la mazza. Il mestiere si trasmetteva di padre in figlio. La coesione del gruppo consent loro di acquisire sempre pi potere soprattutto nel quarto secolo; nel periodo aureo dei santuari, i fossori divennero commercianti, non sempre onesti, di tombe. Da alcune epigrafi emerge che c'erano dei veri e propri contratti di compravendita, a volte si pu risalire addirittura al prezzo d'acquisto. Diversi papi, da Sisto terzo (432-440) a Gregorio Magno (590-604) cercarono delle soluzioni riformando la categoria ed eliminando gli abusi. Nel frattempo era iniziato l'abbandono dei cimiteri, cos anche la corporazione dei fossori si assottigli fino a scomparire. Ancora oggi gli addetti alla manutenzione e allo scavo nelle catacombe sono chiamati fossori.
Catacomba di Domitilla, rappresentazione del fossore Diogene
in un disegno dell'Ottocento.
Il rifugio antiaereo dell'eur
All'eur, il Palazzo degli Uffici domina la zona compresa tra via Ciro il Grande, via della Civilt del Lavoro e piazzale Konrad Adenauer. Lo spettacolare edificio, seimila metri quadrati coperti, fu progettato nel dicembre del 1937 e inaugurato nel 1939. Era la sede principale dell'Ente autonomo che era stato istituito nel 1936 per la realizzazione dell'Expo42. Fu il primo edificio a essere costruito in ogni sua parte, prima della seconda guerra mondiale.
Al secondo piano interrato del palazzo (meno 8 m), proprio al centro del corpo di fabbrica dell'edificio, fu realizzato anche un rifugio antiaereo ancora perfettamente conservato. Era destinato al personale che lavorava negli uffici dell'ente.
L'ambiente sotterraneo ha muri spessi venti centimetri e una dimensione di circa cinquecento metri quadrati. Fu costruito in cemento armato, con portelloni metallici antigas delle Officine aeronautiche Gambarotta. Il rifugio  indipendente dall'impianto strutturale del Palazzo degli Uffici e isolato perimetralmente da un'intercapedine di circa un metro e venti.
Oggi, dopo la sua riscoperta e il restauro,  aperto al pubblico, che pu visitarlo in occasione di manifestazioni artistiche occasionalmente allestite all'interno dei vani ipogei.
Sui muri delle stanze campeggiano ancora i cartelli con scritte che esortano alla calma - Silenzio e Calma, Parlare a voce bassa - o che invitano il personale a non fumare (Vietato fumare); i dipendenti, in caso di attacco aereo, si sarebbero dovuti radunare in questi sotterranei secondo le gerarchie dei piani superiori. Altre scritte sui muri, infatti, indicano le diverse postazioni: Presidenza, Impiegate, Servizi tecnici e Gruppo Servizi Logistici. Dopo la guerra, il ricovero  stato per un certo periodo un alloggio di fortuna per la comunit giuliano-dalmata, che si era rifugiata a Roma. Nel sotterraneo ci sono ancora i servizi igienici e i ganci al muro per le panche.
Il rifugio antiaereo era autonomo anche dal punto di vista energetico: c'era una doppia dinamo, una sorta di bicicletta a pedali, che era in grado di attivare il sistema di ventilazione e d'illuminazione.
Molte altre gallerie, comunque, attraversano il moderno quartiere dell'eur, ma nei tunnel non si trova alcun reperto archeologico. Infatti, si tratta di una rete sotterranea che fu scavata contestualmente alla costruzione del nuovo quartiere fieristico destinato all'Esposizione Universale di Roma del 1942, che non si svolse a causa degli eventi bellici. La maggior parte di questi sotterranei, in totale circa venti chilometri, sono quasi tutti percorribili e circondano il quartiere attraversandolo in tutti i suoi punti nevralgici e collegando i principali edifici.

3. DA PIAZZA VENEZIA A OSTIA ANTICA.

NOTIZIE STORICHE

Via del Teatro di Marcello, Bocca della Verit, Aventino, Piramide, via Ostiense, Ostia antica.

Via del Teatro di Marcello e il suo proseguimento, via Luigi Petroselli, sono strade moderne, frutto degli interventi degli anni Trenta del Novecento, che portarono alla demolizione di tutto il quartiere, che era sorto in epoca medievale e nei secoli successivi, tra il Campidoglio e il Foro Boario, in analogia a quanto si fece per la via dell'Impero ai piedi e a destra del Vittoriano.
La distruzione del rione, a sinistra del suddetto monumento, era finalizzata all'apertura della via del Mare, una grande arteria stradale che doveva congiungere questo distretto centrale di Roma con la zona sud-est e la via Ostiense fino al Lido di Ostia. All'angolo del Teatro di Marcello con via Montanara c' il cippo stradale che indica l'inizio della strada.
Nel 1937 nella zona del vicus Jugarius, sotto la chiesa di Sant'Omobono, si fece una scoperta strepitosa; una stratificazione archeologica la cui origine si fa risalire a epoca monarchica. La zona, denominata area sacra di Sant'Omobono, dal nome della chiesa,  ricca di emergenze religiose: nel terrazzamento quadrato in tufo, sono state individuate due celle sacre, un ambiente sotterraneo, due grandi are in marmo peperino, pozzi devozionali e una stratificazione di pavimenti che testimonia una frequentazione e un uso continuo del territorio fin dall'epoca del bronzo.
In quest'area sono stati identificati due piccoli templi arcaici, quello di Fortuna (ovest) e quello di Mater Matuta (est), che la tradizione antica attribuisce a Servio Tullio (578-535 a.C.), nella prima met del sesto secolo a.C.
Il tempio di Mater Matuta, l'esempio pi antico di tempio tuscanico in ambiente romano, fu il primo a essere costruito; fu affiancato dal secondo tempio dedicato alla Fortuna in occasione della sua ricostruzione dopo un incendio. Doveva avere un'altezza di circa sette metri e mezzo, mentre la cella della dea era alta circa cinque. Nel sesto secolo d.C. divenne la fondazione di una chiesetta paleocristiana che, trasformata e restaurata nei secoli,  l'attuale chiesa di Sant'Omobono.
Durante gli scavi si ritrovarono un ex voto e un'iscrizione arcaica etrusca, che fanno riferimento a una famiglia originaria di Tarquinia (fine settimo-met del sesto secolo), confermando la presenza di questa popolazione in area romana e dando credito, indirettamente, alla tradizione sulla cosiddetta dinastia dei Tarquini. L'abbandono e la distruzione dell'area si datano con la cacciata di Tarquinio il Superbo (535-509 a.C.), ultimo re di Roma.
I due templi sono considerati un santuario emporico, espressione con la quale s'intendeva (sia in Grecia sia in Etruria) un'area sacra collocata in un sito di particolare importanza commerciale, di norma sede di mercati, posti sotto la protezione di divinit internazionali. I santuari emporici erano amministrati da sacerdoti che assicuravano l'autonomia e garantivano la libert da ingerenze politiche esterne.
Dopo la presa di Veio (396 a.C.) la zona fu sopraelevata di circa sei metri con un terrapieno e con una pavimentazione in lastre di cappellaccio; al di sopra furono nuovamente eretti due templi che, rispetto ai precedenti, ebbero un diverso orientamento. In una fase successiva fu realizzata una nuova pavimentazione in tufo di Monteverde e dell'Aniene e riedificati i due santuari. A questo periodo si fa risalire anche il grande donario rotondo in marmo peperino al centro dell'area.
Con la dicitura Bocca della Verit si vuole indicare la piazza tra via Petroselli e via del Circo Massimo, sulla quale si affacciano due importanti monumenti antichi, il tempio di Portunus e quello circolare di Hercules Olivarius e un'importante basilica cristiana, Santa Maria in Cosmedin con il suo bel campanile romanico, considerato tra i pi belli di Roma, che nasconde una cripta scavata in un'ara arcaica. La chiesa stessa ha sfruttato un edificio di epoca romana.
I turisti, tuttavia, la affollano e fanno la fila soprattutto per andare a vedere in massa quel mascherone che, secondo la leggenda popolare, morderebbe la mano degli incauti mentitori che giurassero il falso inserendola dentro la sua marmorea bocca spalancata. Si tratta di un marmo rotondo che rappresenta un volto maschile barbuto, interpretato come Oceano o Giove, presumibilmente un tombino per far defluire l'acqua piovana. Fu murato nel nartece della chiesa nel diciassettesimo secolo.
A sinistra della basilica, all'interno di un cortile e dietro un cancello, c' l'ingresso per il mitreo del Circo Massimo.
Il colle pi a sud dei sette su cui fu fondata Roma  l'Aventino. Si erge isolato, quasi sulle sponde del Tevere, come una rocca ripida e di difficile accesso. Quando si parla di Aventino, si fa generalmente riferimento al monte che si affaccia sul Tevere e sul Circo Massimo. C' tuttavia un Aventino minore o Piccolo Aventino - oggi San Saba - che, come dice il nome,  una collina pi piccola situata est, collegata con il monte principale tramite una sella.
Secondo la leggenda, sul Piccolo Aventino venne Remo, in competizione con il fratello Romolo, affidandosi alla pratica antica degli auspici e alla volont divina che si manifestava attraverso il volo degli uccelli per fondare la citt.
L'Aventino ebbe da subito un carattere popolare e mercantile, determinato anche dalla sua vicinanza al porto fluviale dell'Emporium, al contrario del Palatino, che invece fu sempre abitato dai patrizi. Sull'Aventino, si arrocc il tribuno della plebe Gaio Sempronio Gracco (154-121 a.C.), al quale si devono le Leges Semproniae, che perse la sua battaglia a favore del popolo contro i conservatori, rimettendoci la vita.
Questo colle, che in epoca repubblicana pi di una volta aveva ospitato secessioni plebee contro i patrizi, nel 250 d.C.  invece una delle zone pi esclusive di Roma. I ricchi costruiscono qui le loro domus. Nell'area dell'attuale piazza del Tempio di Diana, l'imperatore Decio (249-251) fece edificare le terme, che da lui presero il nome di deciane, a uso e consumo delle famiglie aristocratiche che abitavano l'Aventino.
Una parte delle fondazioni si trova sotto piazza del Tempio di Diana, e sotto il Casale Torlonia, un villino costruito in un'ex vigna passato attraverso varie propriet. Sotto la strada, a una profondit di circa dieci metri,  stato trovato un grosso muro in opera cementizia. Si tratta di una parete di sostegno dell'edificio termale, che ha diviso il vano di una casa preesistente datata alla prima met del secondo secolo d.C., in epoca tardo traianea-antoniniana: una domus importante, dalle pareti affrescate alte almeno dodici metri, della quale sono visibili soltanto sei stanze che coincidono proprio con la piazza suddetta. Le altre sale si immaginano sotto il Casale Torlonia, ma sono inaccessibili a causa di una grossa frana che arriva fin quasi al soffitto delle volte; nell'Ottocento furono identificati altri sedici vani.
Ebbene, proprio in questi vasti ambienti si pensa di riconoscere la casa privata di Traiano, che ha subto proprio la stessa sorte della Domus Aurea di Nerone, cancellata dall'imperatore di origine spagnola con le sue terme sul Colle Oppio. La Privata Traiani  chiusa al pubblico anche perch si raggiunge solo attraverso un tombino aperto sulla strada.
La Privata Traiani, come sono definite le rovine - molto probabilmente si tratta di un insieme di edifici di propriet imperiale -, fu edificata sopra una casa repubblicana del secondo secolo a.C., inglobandola nelle sue fondamenta.
Nei pressi delle chiese di Sant'Alessio e Santa Sabina, sotto via di San Domenico, si trova il santuario romano dedicato a Giove Dolicheno (detto Dolocenum), dio locale di Dolich un'antica citt nella Commagene, a sud-est dell'attuale Turchia, ai confini con la Siria. La statua che gli era stata dedicata venne ritrovata nel 1935 durante alcuni scavi per la realizzazione di lavori urbanistici.
L'area scoperta, parzialmente indagata, faceva parte di una domus pi ampia che presenta diverse fasi edilizie. Si trovarono varie stanze comunicanti con volta a botte e a carattere semipogeo, data la presenza di finestre cosiddette a bocca di lupo.
Il sacrario era articolato in tre ambienti: un atrio, la sala di culto vera e propria e un vano, dietro l'altare, forse destinato agli officianti. Il culto di Giove Dolicheno arriv a Roma intorno al 71 d.C.  considerato di epoca antoniniana (138-161) per la presenza di mattoni bollati e di un'iscrizione con la data del 150 d.C. Fu restaurato e coperto con un tetto nella seconda met del secondo secolo e fu restaurato a pi riprese fino al terzo secolo, tempo della sua massima diffusione.
Durante gli scavi furono recuperate molte statue dedicate a diverse divinit, ma anche iscrizioni e rilievi che attesterebbero la tendenza sincretistica del culto proveniente dall'Asia Minore. Qui c'erano anche Diana, divinit principale dell'Aventino, Iside, Serapide, Mitra, i Dioscuri, il Sole, la Luna. Il santuario fu frequentato fino a epoca costantiniana e fu distrutto forse durante le invasioni barbariche.  citato da diverse fonti storiche. Tutti i reperti di scavo e la statua di Giove Dolicheno sono conservati ai Musei Capitolini nelle sale dedicate ai culti orientali. Il sito  chiuso al pubblico.
La Piramide Cestia e la Porta San Paolo sono senza dubbio tra i luoghi pi affascinanti di Roma, bench la porta, isolata com' al centro della piazza, sia ridotta a isola spartitraffico.
La Porta Ostiensis (dal Medioevo denominata Porta San Paolo)  la meglio conservata del circuito murario aureliano insieme con l'Appia (San Sebastiano). Da qui partiva la via Ostiense, che portava al mare e al porto di Roma. Cos come la vediamo  il risultato di varie fasi: in origine (275 d.C.) aveva due ingressi e due torri semicircolari; sotto Massenzio (306-312) fu dotata di due muri a tenaglia con la controporta, unico esempio conservato a Roma. Altre modifiche si fecero sotto Onorio, tra il 401 e il 403, che ridusse gli ingressi a uno, rialzando le torri. Ebbe nuovi restauri in epoche successive.
Nel 1920, per facilitare il traffico della zona, fu abbattuta una parte delle Mura Aureliane che scendevano da San Saba, mentre il tratto murario tra la porta e la piramide cadde durante i bombardamenti del 1943.
Dal 1954 Porta San Paolo ospita il Museo della via Ostiense, dove sono conservati i plastici dei porti di Claudio e Traiano, e altre testimonianze sulla strada. Ci sono anche vari reperti funerari di epoca romana e resti di affreschi bizantini; qui  conservato anche il calco della lastra di chiusura della tomba di Paolo.
La Piramide Cestia in un'illustrazaione
tratta da J.J. Boissard, La Piramide di Gaio Cestio, 1569.
La via Ostiensis, come naturale proseguimento della Salaria verso sud, fu costruita nel quarto secolo a.C. per raggiungere le cave di sale che sorgevano alla destra della foce del Tevere. Il nome le deriva dal latino ostium (porta o foce), che aveva battezzato anche il centro urbano sorto nei pressi, la citt romana di Ostia Tiberina, letteralmente Porta del Tevere.
In epoca monarchica la via usciva dalla Porta Trigemina delle Mura Serviane, che doveva trovarsi all'incirca all'altezza del clivo di Rocca Savella, all'Aventino. Durante l'impero part dalla Porta Ostiense, oggi detta Porta San Paolo, aperta nella cinta muraria di Aureliano (270-275).
L'attuale tracciato ricalca quello della strada romana; si dipanava alla sinistra del fiume fino all'Emporium, costeggiava la Piramide Cestia e il fosso di Grotta Perfetta e proseguiva verso il mare, attraversando un territorio considerato sacro, dove si trovava una vasta necropoli pagana e dove fu sepolto Paolo. Oggi molta parte della via Ostiense  nascosta sotto i riporti alluvionali del Tevere. Era pi breve della strada odierna di almeno quattro o cinque chilometri che si sono aggiunti a causa dell'avanzamento della foce del fiume nel corso dei secoli.
Gi dall'epoca tardo-repubblicana, la via venne probabilmente potenziata e come tutti i percorsi consolari continu a rispettare i criteri della progettazione ingegneristica romana, che prevedeva precisi e lunghi rettifili stradali. Tutto ci al fine di giungere rapidamente alla meta evitando lungo il percorso eventuali insediamenti urbani, che avrebbero richiesto deviazioni del tracciato con conseguente allungamento dei tempi di percorribilit.
Un tratto della strada, all'inizio dell'itinerario monumentale del parco di Ostia antica, pu dare un'idea della via Ostiense, che fu lastricata con basalto.
All'altezza del terzo miglio (tra la via Laurentina e il Forte Ostiense) si trovava il vicus Alexandris, un piccolo insediamento sorto probabilmente per lo sfruttamento di antiche cave di pozzolana e di tufo. Alla stessa latitudine, sul Tevere, c'era un approdo con un molo detto della Pozzolana.
Nella piazza antistante alla basilica di San Paolo, sotto una tettoia,  visibile il cosiddetto sepolcreto ostiense, una vasta necropoli pagana di epoca repubblicana che svolse la sua funzione fino al quarto secolo d.C., con insediamenti di tombe cristiane. Al cimitero  legato il ricordo di san Paolo, decapitato in localit Aquas Salvias (Tre Fontane), il cui corpo sarebbe stato sepolto qui nel 63 d.C. nella propriet di una certa Lucina. A poca distanza dalla chiesa, probabilmente presso il costone tufaceo conosciuto come rocce di San Paolo, doveva essere ubicato il cimitero di San Timoteo, ricordato dagli itinerari del settimo secolo. A un chilometro di distanza da qui furono scavate le catacombe di Commodilla, mentre poco pi avanti prima del bivio della Via Laurentina si trova l'area cimiteriale di Santa Tecla. I due sepolcreti erano i pi importanti della zona ostiense.
Ostia antica nell'antichit era chiamata Ostium ovvero porta o foce del fiume, Ostia Tiberina o Porta del Tevere. Secondo la leggenda fu fondata dal sabino Anco Marzio (640-616 a.C.), quarto re di Roma, a sedici miglia da Roma, circa ventisei chilometri, per raggiungere le saline alla foce del fiume.
Un tempo il mare era molto pi vicino, oggi dista almeno cinque chilometri. Il Tevere stesso, che la costeggiava a nord, dopo la frana causata dall'alluvione del 1557, si allontan con un'ampia curva ancora pi verso settentrione.
Porta del Tevere, quindi, ma anche Porta del mare, ed effettivamente per molti secoli Ostia ebbe un ruolo importante dapprima per la politica militare e, in seguito, commerciale di Roma. Almeno fino a quando Claudio non costru il vero porto di Ostia, nei pressi dell'aeroporto Leonardo da Vinci, che a causa di una progettazione logistica errata, s'insabbi nell'arco di cinquant'anni costringendo Traiano a realizzarne un altro pi interno, raggiungibile con un canale dragato in continuazione al centro del vecchio bacino portuale.
Una ricerca fatta da un team di studiosi italo-inglesi ipotizza che Ostia fosse una citt molto pi grande di Pompei e che il Tevere la percorresse dividendola in due, come il fiume fa con Roma. Secondo questi ricercatori, che hanno tracciato una nuova mappa per futuri sviluppi negli scavi, di l del Tevere c' ancora una notevole parte di citt, con torri, mura di cinta, strade e magazzini.
Ostia fu la prima colonia romana e il primo porto fluviale. Gi dal secondo secolo a.C., con Roma ormai padrona del Mediterraneo, l'aspetto commerciale prevalse su quello militare; al tempo di Adriano contava almeno centomila abitanti. Fu quindi una citt cosmopolita dove viveva gente proveniente da tutte le parti del mondo conosciuto, con costumi e culture diverse, e differenti religioni.

ITINERARIO

I templi romani di San Nicola in Carcere.

La chiesa di San Nicola in Carcere, lungo via del Teatro di Marcello, sta l come un'isolata testimonianza cristiana in mezzo a ricordi romani, circondata dal traffico che le scorre veloce accanto. A ben guardare, per, la basilica si presenta quanto mai originale come costruzione e, a addentrarsi ancor pi nelle sue viscere e nelle sue vicende edilizie, ci si rende conto che effettivamente  stata un tempio pagano trasformato in edificio religioso. A essere ancora pi precisi, la chiesa ingloba, tra le sue murature, ben tre edifici di culto di epoca repubblicana, correntemente noti come i tre templi del Foro Olitorio, il grande mercato delle erbe di Roma antica, ricordato anche dalla strada che la costeggia lungo la navata di sinistra.
I tre santuari attribuiti ai culti di Janus, Junio Sospita e Spes erano affiancati e allineati e bench sia difficile far coincidere i loro nomi con le emergenze rimaste, si ritiene molto probabile che, dal Teatro di Marcello a via del Foro Olitorio, sia proprio quella la sequenza dei tre edifici di culto, cio Giano, Giunone Salvatrice e Speranza. Accanto al tempio di Janus doveva essercene un quarto, intitolato alla Pietas, che venne per distrutto per la costruzione del teatro.
Vicini, ma architettonicamente dissimili, gli edifici sacri, tutti e tre costruiti su podi con ampie scalinate, furono edificati in tempi diversi, con differenti dimensioni e con disuguale materiale. Il tempio di Giano, a nord presso il Teatro di Marcello (26 x 15 m), fu innalzato durante la prima guerra punica (264-241 a.C.) e fu restaurato da Tiberio nel 17 d.C. Sul fronte aveva due ordini di sei colonne ioniche in peperino. Il colonnato, assente sul retro, proseguiva sui due lati con otto colonne, sette delle quali sono state inglobate nel muro perimetrale della navata destra della chiesa, mentre altre due superstiti sono visibili all'esterno, ancora poggiate sul podio costruito in opera cementizia e rivestito con lastre di travertino.
 pi grande (34 x 15 m) il tempio centrale dedicato a Giunone Salvatrice che oggi, di fatto,  la chiesa di San Nicola in Carcere. Era anch'esso di ordine ionico esastilo; era circondato da un ampio colonnato, anch'esso realizzato in peperino, con tre file sul lato frontale, mentre posteriormente dovevano essercene due. La struttura odierna risale a un restauro del 90 a.C., ma il tempio originario fu eretto almeno cento anni prima, tra il 197 e il 194 a.C.
La chiesa di San Nicola in carcere in un'incisione di Giuseppe Vasi.
Il tempio pi esterno, a sud - quello della Speranza - era invece di ridotte dimensioni (25 x 11 m); aveva colonne di ordine dorico ed era circondato da colonne in travertino grezzo, originariamente stuccate, su tutti e quattro i lati: sul fronte due file di sei colonne, sui lati undici. Anch'esso, come quello di Janus, fu costruito al tempo della prima guerra punica. Fu ripristinato nel 212 a.C. dopo un incendio e ancora una volta ristrutturato nel 17 d.C. da Germanico.
Probabilmente tra l'ottavo e il nono secolo, il tempio centrale di Giunone Salvatrice fu trasformato nella chiesa di San Nicola in Carcere, anche se testimonianze certe dell'edificio risalgono al dodicesimo secolo, quando papa Onorio secondo (1124-1130) lo restaur nel 1128. La basilica  condizionata dalle strutture templari di cui mantiene lo stesso orientamento, con fronte su via del Teatro di Marcello. In una prima fase, forse, la chiesa occup soltanto il pronao e la cella dell'edificio pagano e solo in seguito fu ampliata, andando a occupare anche lo spazio che intercorreva, a nord e a sud, tra il tempio centrale e gli altri due, dei quali sfrutt il colonnato esterno. Se si osserva la muratura esterna della navata sinistra, si possono vedere le colonne di ordine dorico del tempio della Speranza, mentre la parete esteriore della navata di destra conserva le colonne di ordine ionico del tempio di Giano. Le colonne incastonate nei muri perimetrali furono evidenziate da Antonio Muoz (1884-1960) nel 1932.
Nei sotterranei della basilica si cammina tra i due vicoli che separavano le antiche strutture cultuali. Sotto la navata sinistra sono visibili le alte piattaforme delle colonne doriche del tempio dedicato a Spes e lo zoccolo del tempio di Juno Sospita. A met circa si apre una cella a tre fornici utilizzata come basilichetta in epoca bizantina. Fino a poco tempo fa c'era un affresco di Madonna con Bambino attribuito ad Antoniazzo Romano (1430-1508), staccato ed esposto nella chiesa superiore nella navata destra. Nel pavimento della cappella  stata scavata una tomba familiare.
Sotto la navata centrale si trovano alcuni depositi di ex voto, le favisse, trovate anche nel vicino Campidoglio. Alla base del tempio centrale, lungo gli assi maggiori, furono ricavati piccoli ambienti a volta, in un primo momento ritenuti delle celle carcerarie; potevano chiudersi molto saldamente dall'interno quindi si pensa che possano essere stati degli uffici bancari o di cambiavalute, poich il luogo di culto si trovava in una zona portuale e commerciale molto frequentata.
Sotto la navata destra della basilica c' la fiancata sinistra del tempio ionico di Giano con lo stilobate e le colonne incassate nella parete dell'edificio ecclesiastico.
Nel 1807, mentre si restaurava la basilica, l'architetto Giuseppe Valadier (1762-1839) inizi grandi lavori di recupero archeologico che furono completati nel 1848 da Luigi Canina (1795-1856). Furono resi evidenti i podi dei templi e si fecero importanti opere di sistemazione e conservazione delle strutture ipogee con l'intento di aprirli al pubblico.
Pu sembrare bizzarro che un tempio pagano fosse convertito in basilica, ma a Roma di casi simili ce ne sono tantissimi. Per restare in zona  sufficiente ricordare che la chiesa di Santa Maria in Cosmedin, pi nota come Bocca della Verit, conserva nell'ipogeo l'Ara Massima di Ercole, che fu trasformata in cripta della chiesa superiore. Un esempio per tutti  il Pantheon, oggi Santa Maria ad Martyres, il monumento costruito nel 27 a.C. dal genero di Augusto, Marco Agrippa, restaurato poi da Adriano (117-138). Nel 609 papa Bonifacio quarto (608-615) lo dedic alla Madonna e a tutti i martiri cristiani, e proprio grazie a questa trasformazione il monumento  giunto a noi quasi intatto.
La trasformazione degli edifici di culto pagano in edifici di culto cristiano  datata alla fine del quinto secolo, come conseguenza del decreto di Teodosiosecondo(408-450), che modific la politica fino allora seguita, e nel novembre del 435 disponeva la metamorfosi dei templi politeisti in strutture ecclesiastiche. I motivi che portarono a questa decisione furono certo molteplici, non soltanto legati a questioni di natura simbolica, bens anche pratica. Con il cristianesimo, sancito definitivamente religione di Stato (380) da Teodosio i il Grande (379-395), i templi pagani furono distrutti o abbandonati, avviati verso una progressiva fatiscenza. Gli investimenti necessari allo smantellamento, uniti alla considerevole presenza di monumenti, produssero alla fine la decisione di riutilizzarli a uso pubblico, come chiese o diaconie. Riconvertirli in edifici cristiani fu perci una scelta quasi obbligata.
La chiesa di via del Teatro di Marcello fu dedicata a San Nicola, vescovo di Mira, in Turchia; le sue reliquie, nel maggio del 1087, furono portate da alcuni marinai a Bari, di cui divenne patrono. Il vescovo, protettore delle giovani e dei navigatori,  considerato anche paladino dei carcerati. Si ritiene che nell'ottavo secolo il tempio a nord fosse stato trasformato in carcere di Stato. Forse non a caso si decise di erigere l una chiesa a uso delle prigioni e di dedicarla proprio a San Nicola.
Gli di del mondo romano
I primi di della religione romana sono legati a un'organizzazione sociale a carattere agreste, alla terra e alla sua produttivit. Da sempre il rapporto dell'uomo romano con la divinit assume caratteristiche funzionali, cosicch specifiche attivit sociali possono essere realizzate solo dopo essersi garantiti la protezione celeste. Nel mese di aprile si celebravano diverse feste riferite all'agricoltura, alla vinicoltura e alla pastorizia. Per Tellus, dea protettrice della Terra e della fecondit, si sacrificava una vacca gravida (Fordicidia); per garantire la salute e la bont delle piante coltivate, ed evitare malattie che potessero colpirle, e per le greggi c'erano i Vinalia, i Parilia, gli Ambarvalia, che venivano organizzati dal collegio dei fratres arvales, i quali purificavano i terreni. Nei mesi di agosto e di dicembre si svolgevano altre cerimonie religiose consacrate a divinit dell'abbondanza e del raccolto, gli Opiconsivia e i Consualia, in onore rispettivamente degli di Ops e Consus.
Ad Anzio  stata scoperta una copia del pi antico calendario romano che ci sia giunto, dal quale possiamo ricavare le uniche notizie sul patrimonio religioso romano arcaico; sembra essere anteriore alla riforma cesariana, perch  ancora presente il mese intercalare, ed  sicuramente precedente alla consacrazione del tempio di Giove Capitolino (509 a.C.), perch manca il riferimento alla Triade Capitolina (Giove, Giunone Regina e Minerva). Si ritiene perci che sia il calendario in uso gi in epoca monarchica e, d'altro canto, la stessa tradizione romana assegna al secondo re, Numa Pompilio, l'organizzazione delle prime istituzioni religiose di Roma.
Le feste erano numerosissime. Nel primo mese dell'anno, che si rinnovava il 15 marzo con la dedicazione ad Anna Perenna, prima dea del calendario romano, si svolgevano le celebrazioni dedicate a Marte, collegate perci con le attivit belliche. In questo mese c'erano gli Equicurria (le corse dei cavalli), l'Armilustrium (la purificazione delle armi) e il Tubilustrium (la purificazione delle trombe di guerra). L'anno militare, cio il periodo pi adatto per una guerra, terminava a ottobre con l'October Equus.
L'organizzazione statale della religione romana aveva un collegio di sei pontefici, che provenivano dalle famiglie patrizie ed erano gli ingegneri, cio i costruttori di ponti, e quello dei sei auguri, che interpretavano il volere degli di attraverso il volo degli uccelli. Inoltre c'erano: il collegio delle vestali, sacerdotesse che vegliavano sul fuoco sacro; quello dei flamini, sacerdoti particolari addetti al culto di varie divinit; dei duoviri (poi decemviri), con l'incarico di consultare i Libri Sibillini, e dei feziali, che si occupavano di diritto e delle dichiarazioni di guerra; infine altri collegi minori.
In ambito familiare, la religione privata aveva come centro di riferimento il genius del paterfamilias. Quest'ultimo presiedeva ai rituali religiosi della casa: accendeva il sacro fuoco domestico, faceva sacrifici, si rivolgeva agli di per la protezione della famiglia. Inoltre c'erano i Penati, protettori delle provviste di cibo e dell'abitazione, e i Lari che erano i paladini dello spazio esterno e dei confini.
Il mondo religioso romano si arricch, nel corso dei secoli e con un processo molto lungo, di culti, riti e divinit grazie al contatto con altre popolazioni, in primis con quelle italiche: i Sabini, gli Etruschi, in seguito con i Greci. Durante l'epoca repubblicana diversi di e rituali loro connessi persero d'importanza, mentre altri la guadagnarono tornando in vita con rinnovata forza. Tra il secondo e il primo secolo a.C., l'ellenismo ebbe una grande influenza sul pantheon romano, che assunse nuove connotazioni. Tuttavia tra il mondo greco e quello romano rimase sempre, in questo campo, una grandissima differenza: a Roma non si elabor mai quel mondo mitologico cos ricco, fantasioso e denso di significato tipicamente greco. Il mito per i Romani acquista un diverso significato, diventa racconto storico come nella saga romulea o come in altri episodi dell'epoca arcaica, nella quale si riconoscono personaggi appartenenti a epopee di altri popoli.
Quando Augusto assunse il potere, il suo programma di rinnovamento nazionale interess anche il campo religioso ripristinando i culti antichi, ridando vigore ai collegi sacerdotali, proibendo le religioni orientali e inserendo nuove devozioni, molte legate alla sua famiglia, come quella del divo Giulio e di Venere genitrice, cio capostipite della famiglia Giulia. La sua restaurazione, tuttavia, non fu sufficiente a ripristinare i mores maiorum; ormai gli antichi valori erano superati perch era cambiato il contesto sociale. Roma era diventata una grande citt cosmopolita nella quale si agitavano fermenti ed esigenze diverse.
Nei primi tre secoli dell'impero la religione statale  caratterizzata da un forte politeismo e dalla presenza di credenze esotiche
provenienti da varie parti del mondo romano. Si diffusero religioni orientali e greche, che rispondevano ai bisogni di superare l'incognita della morte e di raggiungere la salvezza, oppure pi legate ad aspetti cosmici: il dionisismo, i culti di Cibele e Attis, quello di Iside e Serapide, il culto del Sole, il culto di Mitra. In questo clima religioso, al politeismo si contrappone una nuova esigenza, il monoteismo, sentita anche dai pagani, soprattutto in particolari ambienti intellettuali, nei quali emerge la necessit di trovare un punto di sintesi.  per soddisfare questa nuova esigenza della persona che si diffonde il cristianesimo, il quale sapr dare la risposta giusta a un'istanza sentita da vasti gruppi sociali, e sar capace di ridare personalit a una realt morale ormai allo stremo.
L'Ara Massima di Ercole
I tanti turisti che affollano la chiesa di Santa Maria in Cosmedin per provare il brivido della paura, inserendo la propria mano nelle fauci spalancate della Bocca della Verit - un mascherone marmoreo che fu probabilmente la copertura di un antico tombino romano -, certamente ignorano che a pochi passi da l, sotto il presbiterio della basilica, c' una piccola e preziosa cripta ricavata all'interno dei resti monumentali del primo centro cultuale della zona: l'Ara Massima di Ercole.
Doveva trattarsi di un monumento di grandi dimensioni secondo lo stile dei santuari greci, una caratteristica che conserv fino all'et imperiale. La tradizione tramanda la presenza di mercanti ellenici che in quest'area, presumibilmente, organizzarono un primo mercato delle bestie, quello che sar poi il Foro Boario. La loro presenza sarebbe confermata da alcuni ritrovamenti di ceramica di provenienza greca dell'ottavoi secolo a.C.
Nell'ottavo secolo d.C., invece, papa Adriano primo (772-795) decise di ingrandire la piccola chiesa che, nel sesto secolo, si era insediata all'interno di una sorta di loggia porticata, da alcuni ritenuta la Loggia Annonaria, ma forse era solo un sacello legato funzionalmente all'altare. In quell'occasione si decise di ricavare una cripta all'interno del grande nucleo del santuario (in tufo dell'Aniene), che va identificato, probabilmente, con l'Ara Massima di Ercole.
La chiesa di Santa Maria in Cosmedin come appariva nel Settecento. Incisione di Giuseppe Vasi.
Nella navata di destra un cancelletto e pochi gradini consentono di accedere al minuscolo sotterraneo, organizzato come una vera e propria basilica in miniatura, fornita di un atrio, tre navatelle colonnate, un transetto e un'abside con altare.
Le colonnine, tre per lato, sono romane di recupero del sesto secolo e hanno capitelli d'arte ravennate: quattro in sienite e due di marmo. Su alcune sono incise delle croci. Nelle pareti laterali ci sono otto nicchie per lato con mensole. L'altare  stato ricavato da un cippo romano sormontato da una mensa e inciso sul fronte e sul retro da una croce. Come tutte le cripte, anche qui erano conservate delle reliquie, contenute verosimilmente nel profondo pozzetto scavato all'interno del cippo.
Poich la chiesa era stata assegnata ai Greci che si erano stabiliti nei pressi dell'Aventino, si chiam in un primo momento Santa Maria in Schola Graeca, poi fu detta anche in Cosmedin, forse in ricordo di un antico monastero di Costantinopoli.
La tradizione tramanda che l'ara fu edificata dal re Evandro in onore di Ercole che aveva liberato la sua popolazione da un mostro orribile. Ed  proprio il re che, nell'Eneide, racconta a Enea la storia di Ercole e Caco secondo la quale, in questo luogo, il mitico eroe avrebbe ucciso il mostro, che lo aveva derubato dei buoi catturati in Spagna al gigante Gerione. Simbolicamente  la vittoria del Bene sul Male. Dal punto di vista etimologico, infatti, il nome Caco sarebbe tradizionalmente tradotto con il termine cattivo, mentre la letteratura indica variamente il personaggio o come un pastore o come un brigante che derubava le popolazioni che vivevano nei paraggi.
Con questa narrazione, Virgilio vuole ricordare che il culto di Ercole a Roma risale a tempi arcaici e italici, richiamando cos i suoi contemporanei a rispettare il culto degli di locali.
L'eroe nostrano, espressione italica dell'Eracle greco, rispetto a questo ha una maggiore disposizione a essere una divinit protettrice degli scambi commerciali. Per questo motivo molti santuari dedicati a Ercole erano edificati in zone mercantili.
Nel Foro Boario, inoltre, nei pressi dell'Ara Massima si trovavano altri due templi; uno detto aedes Aemiliana Herculis, probabilmente perch fatto costruire da Scipione Emiliano nel 142 a.C., l'altro  il tempio rotondo che ancora vediamo nello spiazzo antistante la chiesa dedicato a Hercules Victor detto Olivarius dopo il ritrovamento di una iscrizione in cui si legge parzialmente il nome. L'edificio di culto fu fatto costruire da un commerciante di olio, un certo Marcus Octavius Herrenus.
Il mitreo del Circo Massimo
Nel 1931, sotto l'ex pastificio Pantanella, oggi sede del Deposito dei costumi del Teatro dell'Opera, in via dell'Ara Massima di Ercole si avviarono indagini archeologiche che portarono a interessanti scoperte.
Quest'area romana  particolarmente ricca di testimonianze antiche. Ci troviamo, infatti, nella Valle Murcia, dal nome del nume protettore della vallata, dove insiste il pi grande ippodromo mai realizzato, il Circo Massimo (600 metri di lunghezza x 140 di larghezza), fondato dall'etrusco Tarquinio Prisco, terzultimo re di Roma. Tuttavia la leggenda lo legherebbe alla stessa nascita della citt, perch proprio qui si sarebbe consumato il ratto delle Sabine, in occasione dei giochi indetti in onore del dio Conso. Le rovine che si vedono oggi risalgono all'epoca domiziano-traianea, quando il circo venne quasi completamente ricostruito dopo essere stato pi di una volta distrutto e restaurato. Siamo anche molto vicini al Foro Boario, il pi importante mercato dei buoi dell'antica Roma, perch ubicato in un punto strategico per la citt, ancor prima della sua fondazione. Qui, infatti, all'altezza dell'isola Tiberina, comodo punto di collegamento, s'incontravano il Tevere, importante via fluviale allora navigabile dalla foce a Orte, e la strada che collegava, da nord a sud, l'Etruria e la Campania.
Proprio in questa zona, quindi,  stato scoperto un mitreo notevole, che offre ai romani di oggi l'opportunit di fare un percorso sotterraneo molto emozionante in un tempio di Mitra affatto originale.
Si entra da piazza della Bocca della Verit, che all'epoca deve essere stato un ingresso secondario del santuario, proprio accanto alla chiesa di Santa Maria in Cosmedin. Verosimilmente l'accesso principale si trovava sul lato est prospicente i carceres del Circo Massimo. Proprio per questa posizione il mitreo potrebbe essere messo in relazione con la corporazione degli atleti che gareggiava nel circo stesso, analogamente come quello di San Clemente viene in qualche modo collegato con i gladiatori del Colosseo.
La struttura   piuttosto mossa e, come si diceva, molto singolare; rispetto agli altri mitrei noti, questo ha pareti e pavimenti rivestiti di marmo, seppure di spoglio. Aveva sfruttato alcune sale rettangolari di un precedente edificio pubblico di epoca imperiale, al quale si accedeva dall'attuale via dell'Ara Massima di Ercole tramite due monumentali scalinate che si estendevano per quasi tutta la facciata del palazzo.
La scala per scendere al mitreo sbarca il visitatore nel vestibolo, alla destra del quale si trova una piccola stanza di servizio, considerata una sorta di sacrestia. Cautes e Cautopates davano il benvenuto al fedele; le loro statue dovevano trovarsi nelle nicchie, oggi vuote, a destra e a sinistra del percorso verso l'altare. Superati i dadofori si entra in quattro ambienti comunicanti grazie anche a un grande arco aperto per rendere pi ariosa l'area di culto, al di sotto del quale si apre un pozzetto profondo sessantacinque centimetri, realizzato con un'anfora inserita nel pavimento. Al momento della scoperta, al suo interno, sono state ritrovate delle ossa animali e due denti di suino.
Nella parete di fondo, al posto dell'ara sacrificale c' un'edicoletta in mattoni all'interno di un altro un arco, rivestito in pomice nell'intradosso, nella quale doveva trovarsi la statua del dio. In questa stanza c' un pregevole pavimento marmoreo caratterizzato da un ampio cerchio in alabastro inscritto in un quadrato di marmo cipollino.
Tuttavia siamo attratti ancora da altre peculiarit. Nel primo ambiente, per mancanza di spazio, per l'agape c' solo un bancone invece dei soliti due, mentre in fondo e ai lati ci sono diverse nicchie. Prima di entrare nel luogo pi sacro del santuario, sulla destra, c' una sorta di acquasantiera ricavata da un'olla in terracotta all'interno di un'edicola.
Anche l'attuale posizione in un ambiente laterale della scena della tauroctonia  incerta. Si tratta di una lastra marmorea molto descrittiva; accanto ai personaggi consueti  mostrato anche l'episodio del transitus, in altre parole il trasporto del toro nella grotta dopo la sua cattura, simbolo della fatica del percorso eroico di Mitra.
Il quadro marmoreo  racchiuso tra due colonne scanalate impostate sui lati corti, e anche qui notiamo che quella di sinistra (in corrispondenza di Cautes e del Sole)  rappresentata nella sua posizione eretta con la base in terra e il capitello in alto; l'altra, invece (corrispondente a Cautopates e alla Luna)  capovolta, con la base in alto e il capitello in basso. Oltre a suggerire la simbologia del Giorno e della Notte, forse allude anche alla circolarit dei fenomeni cosmici.
L'iscrizione incisa nella cornice in alto informa che quest'opera d'arte  stata donata da Tiberio Claudio Hermes al dio Mitra, Sole Invitto. In fondo, sulla destra,  presente un altro piccolo rilievo con la tauroctonia.
Qual era l'edificio che, con il suo riutilizzo, ospit il mitreo? Al pianterreno, dove s'install il tempio, la costruzione era composta di cinque sale rettangolari parallele e comunicanti tra di loro. Il piano superiore, non conservato, al quale si accedeva tramite l'ampia scalinata di cui si  detto, era formato da uno o pi saloni. Considerata l'ubicazione e la tipologia dell'edificio, si  proposto di identificarlo con il Secretarium Circi Maximi, sede di un tribunale del prefetto della citt ricordato dallo storico Cassiodoro. Sotto questo edificio, invece, a quattordici metri sotto il livello stradale  stata individuata una parte di cloaca risalente a epoca repubblicana.
La domus di largo Arrigo settimo
Scendere in cantina e trovarsi proiettati, come in un sogno, in un altro secolo non succede tutti i giorni. Tuttavia, a Roma pu succedere di tutto cos, a largo Arrigo settimo all'Aventino, il villino Bellezza (dal cognome del proprietario) pu vantare questa singolarit.
Scendendo per una scala a chiocciola, che in realt s'inoltra sotto il livello delle cantine fino a una quota di meno dodici metri, ci si ritrova in ambienti ipogei affrescati, collegati da un criptoportico. Furono scoperti negli anni Cinquanta del Novecento, quando l'abitazione fu ristrutturata. Le zone scavate si estendono in parte sotto lo stabile, occupano il giardino e si prolungano fin sotto la strada, ma ce ne sono altre ancora sepolte e inesplorate.
Sotterraneo fin dalla sua nascita, l'organismo sembra aver avuto quattro fasi di vita e cess di esistere, all'improvviso, nel terzo secolo d.C., quando l'imperatore Decio (249-251) decise di costruire sul colle le terme che portano il suo nome, sacrificando le costruzioni che insistevano sull'area scelta.
Proprio questa circostanza storica ha fatto presupporre che tali ambienti possano essere pertinenti agli stabilimenti termali, ma poich nella zona si sono fatte altre importanti scoperte collegate alla domus privata dell'imperatore Traiano, l'altra affascinante ipotesi  che possano appartenere alla sua abitazione.
I sotterranei sono costituiti da tre stanze affacciate su un criptoportico. Una delle tre, in uno scavo precedente,  stata colmata di terra e murata. Essendo ipogei da sempre, gli ambienti prendevano luce da alte feritoie; nel criptoportico, infatti, vi sono delle bocche di lupo, mentre nella stanza pi importante ci sono tre lucernai. Tutta la zona  pavimentata con una tecnica molto particolare, l'opus scutulatum, un tipo di pavimento formato da scaglie irregolari di pietra o marmo, di colori e dimensioni diversi, inserite in un fondo costituito da tessere uniformi.
Il criptoportico ha una volta ad arco ribassata e le pareti intonacate di bianco, ma forse aveva una precedente pittura con fondo giallo e fasce a scacchi rossi e verdi, all'interno delle quali vi erano dei clipei. Parte di questa decorazione  ancora visibile in un angolo della volta. L'opus scutulatum del pavimento  stato realizzato a fondo rosso con inserti bianchi e rare tessere di colore nero e giallo.
Su questo corridoio sotterraneo si affacciano la stanza grigia e la rossa, cos chiamate dalla tinta predominante, ma non conviene farsi ingannare dal colore perch la stanza grigia, delle due,  la pi interessante. Il soffitto della volta, affrescato,  sostenuto su due architravi longitudinali, che poggiano sopra colonne ioniche, quattro per parte. Le pareti avevano una zoccolatura di marmo alta ventidue centimetri. La stanza rossa ha una volta a botte decorata con grossi cerchi sovrapposti su di un fondo rosso come il pavimento, che contiene tessere quadrate bianche e nere. Della zoccolatura marmorea resta solo un lacerto in un angolo.
Negli ambienti sono state individuate quattro fasi di vita. Le pitture del criptoportico (ii stile) e la tecnica pavimentale fanno risalire la struttura alla prima met del primo secolo a.C. Poco dopo, nella prima stanza, vennero chiuse le finestre e inserite le colonne. Un successivo intervento, ipotizzato sempre sulla base dello stile pittorico (iv stile avanzato), si colloca agli anni 70-90 d.C. La quarta e ultima fase si fa risalire al terzo secolo, quando la domus fu utilizzata come sostruzione di un monumentale edificio superiore.
Il mitreo di Santa Prisca
Nel 1935, alla ricerca di una chiesa perduta - quella domus ecclesiae di Aquila e Prisca di cui parlano le fonti, ancora oggi mancante all'appello insieme con la basilica del quinto secolo - i padri agostiniani di Santa Prisca all'Aventino s'imbatterono invece in un mitreo che giaceva ai loro piedi, oltre l'abside della chiesa, probabilmente dalla fine del quarto secolo d.C., quando la religione mitraica fu bandita definitivamente.
Non  un caso che la maggior parte dei mitrei che si conoscono siano stati rinvenuti sotto luoghi di culto. In quello scorcio di secolo la cristianit, nel suo intento di cancellare e far dimenticare quella religione cos simile per certi versi a se stessa, invece di abbattere gli edifici, li sotterr e li sigill coprendoli con il suo stampo, togliendoli alla vista dei fedeli e dei passanti. Il tempo avrebbe pensato a disperdere la loro memoria.
Oggi possiamo affermare che quella decisione fu un'ottima scelta perch quando l'archeologia riporta alla luce simili monumenti, possiamo riappropriarci di un segmento di storia dell'umanit. In particolare, il mitreo che giace sotto la chiesa di Santa Prisca  veramente una perla tra tutti quelli conosciuti in quanto, pur nella sua limitata espansione, ci restituisce tutti gli ambienti che i fedeli di Mitra frequentavano nelle loro misteriose e ascetiche riunioni.
La chiesa di Santa Prisca in un'incisione di Giuseppe Vasi.
Il tempio fu riaperto al pubblico il 28 ottobre 2007 dopo alcuni anni di chiusura per la messa in sicurezza del sito. L'ingresso si trova nel giardino della chiesa; una breve rampa di scala introduce al livello sotterraneo, che non giace a grandi profondit.
Prima di arrivare al santuario vero e proprio si attraversano gli ambienti di una domus del secondo secolo d.C., che per alcuni  la Privata Traiani; ipotesi non condivisa dalla maggior parte degli studiosi che identificano l'abitazione di Traiano, prima che fosse eletto imperatore, nei maestosi resti scoperti sotto la vicina piazza del Tempio di Diana.
La visita inizia in un piccolo locale absidato, un ninfeo, poi attraverso un ampio e basso arco si attraversa un corridoio, dove ci sono alcune colonne di marmo peperino incastrate nel muro e senza alcuna funzione di sostegno; si entra quindi nella cripta della chiesa (dodicesimo secolo) affrescata nel Seicento.
Da qui mancano ancora pochi passi e quattro gradini per entrare nell'aula mitraica composta, come di consueto, dalla sala di culto rettangolare, con volta a botte e lunga poco pi di undici metri; in seguito fu prolungata a circa diciotto, utilizzando il vestibolo. In fondo c' l'abside-grotta con la tauroctonia.
Il santuario sfrutt alcuni ambienti della domus di epoca traianea; fu realizzato agli inizi del terzo secolo, esattamente il 20 novembre del 202 d.C. Cos bisognerebbe interpretare l'iscrizione-graffito che si legge sul fianco sinistro della tauroctonia, che perci restituirebbe una data precisa, un vero unicum nel panorama dei mitrei romani. Neanche venti anni dopo, nel 220, l'aula fu restaurata, come sembra attestare la sovrapposizione delle pitture sulle pareti (datate tra il 200 e il 220 d.C.), quasi completamente evanite e poco leggibili, ma di estrema importanza perch mostrano alcuni momenti salienti della liturgia mitraica.
Lungo le pareti si svolgono due diversi cortei. A destra alcuni personaggi tunicati, in rappresentanza dei sette gradi iniziatici, si dirigono verso un personaggio seduto, il Pater Patrum, il livello pi alto, con la mano destra alzata, in segno di benedizione. I personaggi portano dei doni: un gallo, un suino o reggono delle candele oppure un catino con l'acqua. A sinistra le persone, gi a livello di leones, proseguono la cerimonia liturgica muovendosi verso la grotta, dove sono riuniti Mitra e il Sole per il banchetto celeste. I personaggi sono identificati da iscrizioni didascaliche.
Prima di entrare nell'aula c' un recinto in muratura nel quale si faceva il sacrificio: l'uccisione rituale dell'animale, forse un gallinaceo, oppure un suino o una pecora. Molto difficilmente un toro che invece, sembra, si sacrificasse nel Mitreo di Caracalla.
All'ingresso, in due nicchie affrontate, erano sistemate le statue policrome dei due dadofori dei quali rimane solo Cautes. In asse con il varco, nell'abside, si trova un'insolita tauroctonia realizzata con anfore ricoperte in stucco policromo. Il gruppo  contenuto in un'edicola che vuole riprodurre la grotta nella quale  avvenuta l'uccisione del toro, e presenta una variante all'iconografia comunemente nota. Ai piedi di Mitra, infatti, giace un personaggio che si tende a identificare con Oceanus. Presumibilmente reggeva tra le mani un'anfora dalla quale fuoriusciva dell'acqua, che andava a cadere in un pozzetto di scolo proprio al di sotto. L'altorilievo si presenta quasi del tutto devastato da incursioni vandaliche, forse commesse dai cristiani.
Dal podio di sinistra si entra in tre altri ambienti comunicanti: la sacrestia per i paramenti liturgici, il Coelus e la sala cosiddetta delle iniziazioni. Quella che pi affascina delle tre,  la centrale, il Coelus, l'ambiente nel quale i fedeli venivano battezzati o purificati forse con l'acqua contenuta in un'anfora ancora interrata proprio davanti all'immagine della parete, in fondo, che riproduce l'universo con le sette sfere. Rimane ben poco dell'originale decorazione;  solo possibile individuare la matrice di un tondo con sette cerchi concentrici, al centro del quale dovevano esserci la testa del Coelus, in stucco, e forse i segni dello Zodiaco. La terza, invece,  la pi imperscrutabile. Che cosa accadesse nella sala delle iniziazioni dove gli adepti erano introdotti ai misteri non lo sappiamo con precisione, n conosciamo il rituale, bench alcuni parlino di prove del freddo (forse l'adepto era immerso nell'acqua gelida) e prove del sangue (forse l'adepto si feriva con una lama o beveva il sangue dell'animale sacrificato), tutte finalizzate a dimostrare l'autocontrollo e l'atteggiamento stoico dell'individuo.
Le abitazioni di Santa Sabina
Sotto la basilica paleocristiana di Santa Sabina sull'Aventino si cela un palinsesto di emergenze archeologiche comprese tra il sesto secolo a.C. e il quarto secolo d.C. prima che l'area fosse interessata, tra il 422 e il 440, dall'edificio di culto edificato durante i pontificati di Celestino i (422-432) e Sisto terzo (432-440) grazie all'evergetismo del presbitero Pietro d'Illiria.
La visita sotterranea consente di vedere solo una delle quattro aree archeologiche individuate nei sotterranei della chiesa, cio il sistema abitativo di epoca imperiale che s'incardin sull'antica cinta di fortificazione delle Mura Serviane, affacciandosi direttamente sul Tevere.
Le prime casuali scoperte si fecero alla met dell'Ottocento, mentre i frati domenicani lavoravano nel convento alla realizzazione di un giardino. Gli scavi sistematici furono iniziati tra il 1855 e il 1857 e ripresi nel Novecento con varie campagne tra il 1914 e il 1919, il 1936 e il 1939.
Sotto l'archivio e il giardino della chiesa, nel versante prospiciente il Tevere (nord-ovest), restano sedici metri circa delle cosiddette Mura Serviane databili tuttavia all'et repubblicana e, parallele al corso del fiume, che furono interessate da due fasi costruttive. Quella arcaica (sesto secolo a.C.) fu realizzata in cappellaccio, un tufo granulare friabile di colore grigiastro proveniente dal territorio romano e adoperato esclusivamente tra il settimo e il quinto secolo a.C. La fase successiva (inizio del quarto secolo a.C.), dovuta presumibilmente a un rafforzamento della cinta difensiva, fu realizzata con tufo di Grotta Scura, un materiale semilitoide, poroso, di colore giallastro proveniente dalle cave di Veio, che si cominci ad utilizzare a partire dalla conquista della citt etrusca (396 a.C.).
Nel secondo secolo a.C., alcune case private costruite in opera incerta con pavimenti a mosaico di tipo lithostroton, cio con inserzioni di pietre colorate, si addossarono al lato interno delle mura. In epoche successive, tra la fine della Repubblica e il primo secolo d.C., altre abitazioni in opera reticolata con pavimenti musivi a disegno geometrico si svilupparono invece sul lato esterno. Per mettere in comunicazione gli ambienti interni con quelli esterni, che si trovavano a un livello inferiore per il pendio del terreno, furono aperti quattro passaggi nella cinta fortificata che ormai non aveva pi una funzione difensiva. Alla fine del secondo secolo d.C., una parte delle abitazioni che si trovava all'interno delle mura fu occupata e restaurata da una comunit di isiaci di origine greca e di condizione servile che abitava il colle, la quale vi install un iseum a carattere privato. Nel corridoio lungo e stretto, ricavato dividendo una sala rettangolare con un muro in opera reticolata, restano ancora tracce di pitture e graffiti. Una nuova trasformazione del sistema abitativo si ebbe alla fine del terzo secolo d.C. quando diverse costruzioni vennero decapitate, rivestite di cocciopesto (opus signinum) e adoperate come cisterne di un impianto termale.
Nella zona dell'abside, sul versante che d su via di Santa Sabina, s'individua un tempietto in antis, con le due colonne frontali in peperino tra le due ante di muro che prolungavano sul davanti le pareti laterali della cella. L'edificio di culto, uno minore dei tanti che si trovavano sull'Aventino, potrebbe essere attribuibile a Juppiter Liber oppure a quello di Libertas, anche se i due culti potrebbero identificarsi. Si fa risalire al terzo secolo a.C. e cess di essere utilizzato tra la fine della Repubblica e i primi anni dell'Impero, quando gli intercolumni furono sigillati con una muratura in opus reticulatum e l'area riutilizzata, nel primo secolo d.C., per l'edificazione di una ricca domus.
 singolare accorgersi come a volte, forse solo casualmente, un territorio continui a mantenere nel tempo una sua specifica vocazione, in questo caso sacra. Nell'area in cui si colloca la basilica paleocristiana di Santa Sabina si respira un'aria di misticismo che si conf a una situazione di religione e di ascesi: una posizione collinare, una zona isolata, ma dove l'occhio pu spaziare all'infinito lungo la vallata dove scorre il Tevere, una visione particolarmente emozionante che induce alla meditazione e che, in passato, senza l'odierna, ingombrante presenza delle abitazioni, doveva presentarsi ancora pi emozionante. Forse questo potrebbe essere uno dei motivi per cui qui andarono a insediarsi progressivamente un tempietto pagano, un luogo di culto isiaco e una basilica paleocristiana.
 pur vero che il colle Aventino, rimasto fino al tempo di Claudio (41-54) separato dal contesto urbano circostante per la sua morfologia piuttosto accidentata,  sempre stato un colle di Roma particolarmente ricco di luoghi di culto dedicati a varie divinit, anche straniere. La sua vicinanza con gli scali del Tevere favor l'insediamento di popolazioni diverse, prevalentemente di condizione servile o artigiana, almeno fino al primo secolo d.C., quando l'Aventino divenne sede di famiglie aristocratiche. La trasformazione fu facilitata anche dal decentramento dello scalo portuale a Ostia dopo la costruzione del porto di Claudio, iniziato nel 42 d.C. e inaugurato da Nerone (54-68), e del successivo di Traiano (98-117), inaugurato nel 113 d.C.
La chiesa di Santa Sabina in un'incisione di Giuseppe Vasi.
In epoca medievale, proprio per la sua posizione, sull'Aventino s'installarono i primi nuclei monastici e oggi, in un territorio non particolarmente esteso, si trovano diverse chiese, quasi una accanto all'altra: Santa Prisca, Santa Sabina, Sant'Alessio, Sant'Anselmo, Santa Maria del Priorato.
Gli scavi degli anni Trenta del Novecento hanno riportato alla luce il tracciato di una strada antica che correva lungo la cresta della collina, presumibilmente il vicus Altus ricordato in un'iscrizione. Il vicus era parallelo all'odierna via di Santa Sabina, l'antico vicus Armilustri, che portava verso il luogo sacro dove si celebrava il rito della purificazione delle armi, chiamato Armilustrium, che viene ipotizzato tra l'attuale piazza di Sant'Alessio e piazza dei Cavalieri di Malta.
Sul versante che si affaccia sul Tevere, il vicus Altus costeggiava lateralmente l'area antistante alla chiesa, dove forse si trovava un quadriportico di cui non ci sono emergenze archeologiche certe, tanto che sulla sua reale esistenza ci sono opinioni contrastanti. In ogni caso quest'area ha restituito una stratificazione antica in cui sono state individuate tre diverse costruzioni: un edificio termale (seconda met del secondo secolo d.C.), una sua ristrutturazione (quarto secolo d.C.) cui sono, forse, pertinenti alcune vasche rotonde, e un edificio che riutilizz le fondamenta delle terme.
Due metri sotto il nartece e la navata centrale della chiesa fino alla prima campata si trovano i resti di una ricca domus, il cosiddetto edificio del dromos, di cui resta uno splendido pavimento in opus sectile, e un corridoio, appunto il dromos, largo 3,40 metri, dalla funzione ancora incerta, con due parapetti allineati secondo l'asse della basilica. Il pavimento del corridoio si trova a due quote diverse, quello inferiore  rivestito con un mosaico a tessere bianche e nere, mentre quello superiore presenta solo le impronte di una pavimentazione in opus sectile presumibilmente simile ad altri ambienti laterali. Solo una grata collocata nei pressi del portale all'interno della chiesa consente di osservare parte di questa struttura. Un saggio di scavo ha evidenziato che il corridoio prosegue anche sotto il nartece; qui il pavimento in opera settile  integro. Sul lato ovest, inoltre, sono emerse due colonne incastrate nel pavimento con delle scanalature atte ad alloggiare dei plutei.
Le fonti ecclesiastiche ricordano sull'Aventino un titulus Sabinae cos che alcuni vorrebbero riconoscere nella suddetta installazione con dromos alcuni elementi dell'antica parrocchia. Altri studiosi sono pi cauti e, considerando le poche informazioni conosciute sull'organizzazione liturgica dell'epoca, ritengono sia azzardato riconoscere nel dromos la solea di tale titulus. Secondo la teoria di uno studioso contemporaneo, l'archeologo Federico Guidobaldi, alcune di queste strutture andrebbero riconosciute in domus aristocratiche tardoantiche, anche di grande dimensione, riutilizzate dalla stessa chiesa. Nelle pareti della basilica di Santa Sabina sarebbero riconoscibili murature antiche. In particolare, il fianco perimetrale destro sembrerebbe inglobare parte del piano terra di un'insula del secondo secolo d.C., poi ristrutturata nel iv, per un tratto di muro che si allungherebbe fino alla cappella rinascimentale di San Giacinto.
Sotto la chiesa di Santa Sabina, infine, si estende una fitta rete di gallerie scavate gi dal secondo secolo a.C. per l'approvvigionamento idrico delle abitazioni della zona. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento questi cunicoli sono stati spesso indagati, studiati e restaurati. Queste gallerie, comunque, non sono le uniche esistenti nel colle Aventino, il quale per la sua composizione geologica, costituita in massima parte da depositi piroclastici,  stato ampiamente svuotato dagli antichi Romani per ricavare pietra da costruzione. L'altura perci si presenta completamente perforata da una rete di gallerie che arrivano fino a quattordici metri dentro il cuore della collina. Ad esempio, sotto via di San Giosafat ci sono cave sotterranee che si estendono fino a piazza Albania. I cunicoli sono stati indagati attraverso pozzi di esplorazione, utilizzando anche delle telecamere per tracciare un profilo geologico del colle e realizzare un catasto delle cave, al fine di tenere sotto controllo la situazione.
Le abitazioni
I primi abitanti di Roma sul Palatino vivevano in capanne realizzate con una intelaiatura in legno, con pareti e il tetto conico in paglia, circondate da un terreno che rappresentava la propriet familiare, dove si coltivava un orto e si seppellivano i morti, delimitata da alberi sacri. Anche la casa del pastore Faustolo, che raccolse Remo e Romolo, era una capanna. La Casa Romuli, nei pressi della quale Augusto costru la sua dimora, si trovava in cima alle Scalae Caci, il gigante con il quale, secondo la leggenda, lott Ercole. Nel 1948 uno scavo archeologico riport alla luce i resti di tre capanne dell'Et del Ferro, la cui fase pi antica  datata all'ottavo secolo a.C.
Dalle capanne sul Palatino alle insulae cittadine, il passo  relativamente breve. Secondo le fonti storiche, gi nel 455 a.C. a Roma si introdussero le case in affitto. Secondo quanto racconta Dionigi di Alicarnasso (60-7 a.C.), i plebei decisero di dividersi i lotti abitativi in funzione delle loro necessit; alcune famiglie, non avendo i mezzi necessari per costruire in proprio si accordarono per realizzare un'abitazione comune a due o tre o pi gruppi, stabilendo ciascuno il piano dove abitare.
Quanti cittadini vivevano a Roma? Il dato  sempre stato oggetto di studio e di grande interesse sin dal Rinascimento. In base ai documenti, nel periodo di maggiore concentrazione cittadina a
Roma esistevano 1790 domus, ricche abitazioni di norma a uno o due piani dove viveva una famiglia con la propria servit, e 46.602 insulae, grossi complessi abitativi, sviluppati in altezza, composti da vari piccoli appartamenti (cenacula), delimitati da una porzione di terreno libero che, appunto, le isolava dalle vicine propriet e dove si concentrava la massa della popolazione romana che viveva in affitto.
Dal primo secolo a.C. alla met del primoi d.C. la popolazione romana and progressivamente aumentando, fino a raggiungere la sua massima espansione nell'epoca degli Antonini (96-192). Si  stimato con una buona approssimazione che durante il periodo augusteo (27 a.C.-14 d.C.) la popolazione romana raggiungesse un milione di abitanti, mentre durante il periodo di maggiore concentrazione un milione e duecentomila.
I dati sul numero di abitanti e sull'incremento della popolazione sono stati variamente calcolati, ma il metodo pi fedele sembra essere quello che fa riferimento al numero delle persone che avevano diritto alla distribuzione gratuita di grano e alla quantit di frumento, che annualmente era immagazzinata per il loro vettovagliamento. L'aumento della popolazione, inoltre, sembra andare di pari passo con l'aumento dei quartieri (vici) che si trovavano a Roma, nell'ambito delle quattordici regioni augustee. Verso la fine del primo secolo d.C., Roma contava 265 vici, alla met del quarto secolo d.C. ne furono registrati 307.
Sia che abitassero nelle domus oppure vivessero nelle insulae, i cittadini romani erano circondati tutti dalle stesse strade anguste, tortuose, realizzate senza un piano regolatore e rumorose, sia di giorno che di notte. Per volont di Cesare (100-44 a.C.), infatti, i trasporti e i carri, tranne alcune rare eccezioni (i carri delle cerimonie religiose, quelli dei costruttori edili), dovevano spostarsi durante le ore notturne, una norma che continuer a essere rispettata a lungo anche in epoca imperiale. La notte romana, oltre che rumorosa era anche molto pericolosa. Prive di illuminazione pubblica, le strade diventavano infatti terreno privilegiato di ladri e assassini.
Le vie romane, per, stando a Giovenale (55/60-127 d.C.) erano rischiose anche di giorno. Camminare a Roma in ore diurne, oltre alla folla che frenava, che urtava, che spingeva alle spalle, che calpestava i piedi, si correva il rischio di schiacciare chiodi, di essere colpiti da travi, di essere investiti da un carico di marmi. E se si abbatte un carro pieno di liguri macigni?, scriveva, e su la calca fa precipitare quel rovinio? che resta pi dei corpi? Chi pi l'ossa trova?.
Dalla met circa del primo secolo a.C., a Roma, si sviluppa un fenomeno residenziale molto particolare: gli horti. Oltre alle domus, status symbol della ricca aristocrazia romana, addossate al centro urbano cominciano a sorgere grandi propriet private, residenze lussuose immerse tra parchi verdeggianti e monumentali, con ninfei, terrazze fiorite, statue e portici dove vivono persone di alto rango. Sono delle propriet private che in seguito passano per varie circostanze al demanio imperiale;  un fenomeno residenziale che resiste fino alla tarda antichit.
L'oratorio dei monaci greci
L'affascinante chiesa di San Saba, sull'Aventino minor, fu innalzata sopra un antico oratorio negli ultimi decenni del decimo secolo, anche se l'iscrizione sull'architrave dell'attuale porta d'ingresso sembrerebbe indicare la data del 1205, settimo anno del pontificato di Innocenzo terzo (1198-1216), che potrebbe fare riferimento solo al lavoro di decorazione cosmatesca e non alla realizzazione dell'edificio.
Le ultime pitture ancora visibili nella basilichetta sotterranea, infatti, si fanno risalire al 950; a quell'epoca, perci, l'oratorio sotterraneo esisteva ancora. Tuttavia l'iscrizione del vescovo Giovanni di Nepi (a sinistra dell'altare nella chiesa superiore) porta come data della sua morte il 994; si deve perci ritenere che, a quella data, l'odierna basilica fosse gi esistente. Inoltre, le iscrizioni latine e il vestiario di alcuni monaci ritratti in un affresco fanno pensare che quest'ultima sia stata edificata da una comunit benedettina proveniente da Montecassino, che subentr ai monaci greci i quali, invece, avevano fondato l'oratorio oggi sotterraneo.
I primi saggi di scavo furono condotti nel diciannovesimo secolo, ma gli ipogei che si conservavano sotto San Saba furono rimessi in luce solo nei primi anni del Novecento, mentre si procedeva ad alcuni lavori di consolidamento.
L'oratorio fu edificato nel settimo secolo da una comunit religiosa ellenica in un periodo in cui anche le fonti letterarie informano dell'arrivo di un primo nucleo di monaci orientali. Si pu assegnare al settimo secolo anche la muratura della primitiva costruzione, realizzata con corsi di tufelli e mattoni allettati in uno strato di calce spesso circa 3-4 centimetri.
Per l'edificazione della chiesetta i religiosi sfruttarono la preesistenza di alcune murature pi antiche risalenti a una grande costruzione romana di epoca imperiale dalla quale, forse, provengono le grandi cornici riutilizzate nelle porte dell'edificio odierno.
Verso l'abside, da un lato all'altro dell'ambiente basilicale sotterraneo, resta una zona e un muro in opera reticolata intonacato di rosso, che doveva far parte di un edificio dove si svolgeva un'attivit artigianale, giacch  stato ritrovato un bacino circolare con resti di lavorazione per l'estrazione del ferro. In epoca imperiale, nei pressi della basilica si trovavano diverse residenze di ricchi Romani, tra cui quella di Ummidia Quadratilla. Il muro potrebbe appartenere ai magazzini di questa propriet, ma alcuni studiosi ritengono che, invece, tali resti vadano assegnati molto pi verosimilmente alla caserma dei vigili del fuoco, in particolare alla quarto coorte, che diverse iscrizioni documentano in quest'area.
I monaci orientali facevano parte di una grande comunit sabaitica proveniente dalla Palestina, dispersa dopo l'invasione persiana e la successiva conquista araba, che nei primi decenni del settimo secolo colpirono la Grande Laura, un villaggio fondato da san Saba in una zona desertica e abitato da religiosi che vivevano in solitudine per cinque giorni alla settimana, riunendosi il sabato e la domenica per la celebrazione ecumenica dell'eucaristia.
All'Aventino e alla chiesa di San Saba si annoda la tradizione di papa Gregorio Magno (590-604), fondatore di un monastero sulla sua casa al Celio, presso il clivus Scauri, e della madre, santa Silvia, che viveva in una localit presso la Porta di San Paolo nota come Cella Nova (in ricordo della Grande Laura), dove si trovava un oratorio dedicato al suo nome e il monastero di San Saba.
In seguito i monaci decisero di seppellire i loro confratelli nella chiesetta sotterranea perci rialzarono il pavimento di sessantacinque centimetri sopraelevando il resto dell'edificio. Le decorazioni che restano oggi nel sotterraneo, nell'abside e nelle pareti laterali sono datate all'ottavo secolo che indica, probabilmente, l'epoca dei lavori di rifacimento dell'oratorio.
L'ingresso all'ipogeo  situato nel portico della chiesa odierna; la visita  sottoposta a una specifica richiesta. Due rampe di scale consentono l'accesso a un'aula rettangolare, purtroppo oggi completamente irriconoscibile sia perch occupato dai pilastri in mattoni realizzati per sostenere la basilica superiore, sia perch le tombe dell'ottavo secolo sono state ricavate sopraelevando dei muri.
Le fasi di vita dell'oratorio sono distinguibili osservando i differenti livelli in cui si trovano le due basi di colonne che sorreggevano l'arco della porta centrale; la loro posizione fa presupporre l'esistenza di un edificio con ingresso a polifora, architettonicamente organizzato con tre grandi fornici con l'apertura centrale fiancheggiata da colonne, mentre le due aperture laterali erano sorrette alle estremit da due pilastri ancora riconoscibili nella struttura muraria interna della facciata sotterranea.
Per la presenza della necropoli, l'aula rettangolare sotterranea presenta un corridoio centrale longitudinale con bracci trasversali, dove si trovano le sepolture che sono sigillate con tegole e hanno epigrafi incise in greco e latino.
Resta ben poco della decorazione che doveva occupare tutto l'ambiente, ma abbastanza per darci un'idea del periodo storico di passaggio tra l'epoca d'oro dell'arte paleocristiana e l'avvento dell'arte romanica. Per la datazione delle pitture sono suggeriti tre periodi: il primo risalente alla seconda met del settimo secolo, il secondo alla prima met dell'ottavo e il terzo tra la fine del nono e la prima met del decimo secolo. La decorazione pertinente a quest'ultimo periodo si trova ancora quasi tutta in situ nell'oratorio, mentre quanto resta della precedente decorazione e alcuni brani del nono-decimo secolo si possono vedere nei corridoi della odierna parrocchia.
Gli affreschi dell'abside hanno un motivo a cortine come nella chiesa di Santa Maria Antiqua (Foro Romano) oppure come sotto la basilica orientale di San Lorenzo fuori le Mura. Sopra le cortine dovevano esserci diciotto figure (apostoli, santi, monaci) delle quali restano solo calzature e bordi di vestiti. Al centro s'individuano due personaggi, forse due angeli, e la figura del Signore.  ipotizzata anche la presenza di San Pietro e di San Paolo ai suoi lati. Quanto alle navate laterali, soltanto quella di sinistra mantiene una decorazione interessante costituita da quattro pannelli, in uno dei quali  stato letto il nome di un Sergius pictor, mentre nel successivo si trova un'iscrizione misteriosa ispirata alla pseudoprofezia della Sibilla. Anche il quarto riquadro, seppure lacunoso, ha una situazione di grande interesse. Qui  stata individuata la figura di un monaco pittore che regge in mano presumibilmente un pennello, ai lati un trapano e una spatola, infine una squadra e un fusto di colonnina dove doveva essere appoggiato un quadro da dipingere. Nell'iscrizione a lato si legge il suo nome: Martinus monachus magister, scritto a caratteri latini, quindi relativa evidentemente alla comunit di monaci latini subentrata a quella orientale.
La Piramide Cestia
Una piccola porta non originale e un cunicolo dove occorre camminare leggermente curvi consentono di arrivare a una camera funeraria rettangolare (5,85 x 4 m) con volta a botte e pareti affrescate. All'interno non c' alcuna testimonianza della sepoltura, non un'urna n un sarcofago. Sopra la cella, il monumento si eleva fino a circa 37 metri dal suolo:  la Piramide Cestia a Porta San Paolo. Gi nell'anno 271 era affossata di almeno quattro-cinque metri rispetto al piano stradale, quando fu inglobata nelle Mura Aureliane. Fino al 1943, prima del bombardamento su Roma, era collegata con Porta San Paolo. All'inizio del Novecento era gi stata isolata dalle mura per facilitare lo scorrimento del traffico veicolare.
La tomba fu costruita in meno di 330 giorni, come avverte l'iscrizione sul lato est. Apparteneva a Gaio Cestio Epulone, figlio di Lucia, della trib Polibia, pretore, tribuno della plebe, settemviro preposto ai banchetti sacri. Questa lunga dicitura viene ripetuta due volte su due lati della piramide, che ha una base quadrata di circa trenta metri.
Chi fu Gaio Cestio? Non  chiaro. Secondo l'incisione, tra le varie cariche che rivest in vita, fu anche membro del collegio sacerdotale degli Epuloni, con il compito di organizzare annualmente il banchetto sacro in memoria della fondazione del Tempio dedicato a Giove Massimo Capitolino.
Forse fu quel pretore del 44 a.C., probabilmente costruttore dell'antico Ponte Cestio tra l'isola Tiberina e Trastevere? O forse un commerciante o un appaltatore d'imposte, un cavaliere con lo stesso nome, residente in Asia Minore tra il 62 e il 51 a.C., come farebbe pensare la menzione agli arazzi pergameni (attalica).
La Piramide Cestia e Porta San Paolo come apparivano nel Settecento. Incisione di Giuseppe Vasi.
Il defunto, infatti, avrebbe voluto che questi oggetti preziosi fossero deposti nella sua tomba, ma una nuova norma governativa che vietava il lusso non consent di dare seguito alle sue volont, per questo furono venduti e con il ricavato si realizzarono due statue di bronzo che andarono ad arredare la tomba. Oggi sono conservate ai Musei Capitolini.
Nel Medioevo la piramide era conosciuta come Meta Remi, cio la tomba di Remo, in contrapposizione con la Meta Romuli, la piramide di Borgo, che si trovava in Vaticano lungo l'attuale via della Conciliazione. Quest'ultima fu eliminata nel 1499 per volere di papa Alessandro sesto (1492-1503) per ampliare la strada in vista del Giubileo del 1500. A Roma, all'inizio dell'antica via Lata (attuale via del Corso), c'erano altre due piramidi che furono sostituite nel diciassettesimo secolo con le due chiese gemelle di Santa Maria in Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, sipario barocco di piazza del Popolo.
La ricca decorazione della camera funeraria della piramide sull'Ostiense, ormai difficilmente leggibile,  datata al terzo stile pittorico, esempio pi antico conosciuto, per la presenza di alcuni pannelli dipinti con candelabri che incorniciano due figure femminili stanti oppure sedute. La volta del soffitto, ormai crollato, ma noto da disegni e incisioni dei secoli scorsi, rappresentava l'esaltazione del defunto verso il quale sono rivolte quattro Vittorie con corone.
Il monumento fu eretto tra la via Ostiensis e il vicus Portae Raudusculanae. Dal punto di vista architettonico rimanda ai modelli delle piramidi nubiane di epoca ellenistica. La tomba fu costruita in opera cementizia e rivestita con marmo lunense. Ai quattro lati aveva quattro colonne, due delle quali rialzate in epoca secentesca (1660), durante i lavori di scavo fatti eseguire da papa Alessandro settimo (1655-1667).
Alla base delle due statue di bronzo menzionate, furono incisi i nomi di alcuni eredi di Cestio, tra i quali Marco Vipsanio Agrippa (63-12 a.C.), genero di Augusto, un nome importante anche perch aiuta a fissare un termine per la datazione del sepolcro che si pu collocare tra il 18 a.C., anno in cui fu promulgata la legge contro il lusso, e il 12 a.C., data della morte di Agrippa.
Il monumento si pu visitare in giornate diverse a seconda dell'associazione culturale. Non sono ammesse pi di 7-8 persone per la ristrettezza dell'ambiente, la visita dura circa dieci minuti. La porta di accesso  quella aperta nei lavori del Seicento, mentre la scala fu realizzata attorno al 1930.
Commodilla e Santa Tecla sull'Ostiense
La catacomba di Commodilla prende il nome dal donatore del terreno sul quale sorse il cimitero che tra il quarto e il quinto secolo era chiamato anche dei Santi Felice e Adautto, due fratelli (forse di fede) entrambi presbiteri martirizzati lungo la via Ostiense, nei pressi di un tempio pagano dove sorgeva una pianta sacra. Le informazioni ci sono fornite da papa Damaso (366-384) che scrisse un carme e dispose lavori di ristrutturazione e abbellimento delle loro tombe. Il cimitero si articola su tre livelli, dei quali il pi vasto e interessante  il secondo, l'arenario, che ospitava la tomba dei martiri, e dove sorse una basilichetta ipogea trasformando la galleria cimiteriale, allargata e decorata con delle pitture e dove si celebrava la messa. Le gallerie cimiteriali sorsero attorno a questa cava di pozzolana la cui origine s'intuisce dalle gallerie con volte stondate e curvilinee. Spie di quest'origine sono anche i pozzi di estrazione collocati agli incroci dei tunnel sotterranei, dove si cavavano il conglomerato giallo, un tufo vulcanico reperibile nella parte pi superficiale della roccia, e le pozzolane rosse, che invece erano a uno strato inferiore.
La catacomba fu scavata dagli archeologi agli inizi del Novecento (1903-1905). Tutta la struttura funeraria sembra essere piuttosto tarda (met del quarto secolo), come attestano numerose lapidi ritrovate in situ, datate inequivocabilmente tra il 383 e il 395, anche se possiede alcune caratteristiche tipiche delle catacombe dei primi decenni del quarto secolo (monogrammi costantiniani e lucerne).
 un cimitero poverissimo, privo di cubicoli e di arcosoli, mentre le epigrafi sono scritte con molti errori di ortografia.
Le tombe di rilievo sono soltanto tre: quella di Turtura, decorata con un grande affresco votivo fatto eseguire dal figlio della donna che la fa rappresentare insieme con la Vergine e il Bambino e i due santi eponimi del cimitero. Negli anni Settanta del Novecento tentarono di trafugare l'affresco con l'unico risultato di ridurre la pittura in pezzi minutissimi, tessere di un puzzle diligentemente raccolte e ricomposte. Ora l'affresco, montato su un pannello, decora ancora la tomba della donna che era rimasta vedova a ventiquattro anni e che non si era voluta risposare per dedicarsi completamente al figlio.
L'altra tomba di rilievo appartiene a Leone, un ufficiale dell'annona che commission la cripta per se stesso e la sua famiglia; fu scoperta nel 1953 quando si scav una nuova regione della catacomba che, in un primo momento, si ritenne estranea al cimitero.
Infine una sepoltura cosiddetta a forno, esempio rarissimo nelle catacombe romane, ma consuete in quelle ebraiche, chiamata kochim, dedicata a una Santa Merita, anche se gli archeologi sono propensi a credere che si tratti del riuso di una sepoltura e di una tomba privilegiata di cui non si conosce il nome del defunto.
Un altro aspetto singolare di questa catacomba  la presenza di molte tombe cosiddette a pozzo scavate verticalmente in profondit, dove sono state riscontrate fino a venti deposizioni sovrapposte che, evidentemente, erano finalizzate a sfruttare al massimo lo spazio. Deposizioni del tutto diverse dalle altre catacombe cristiane ma che, fatto curioso, si ritrovano anche nella vicina Santa Tecla. Ci ha fatto supporre che nella zona lavorassero le stesse maestranze, che rispettavano delle tradizioni funerarie differenti. Le sepolture a pozzo, infatti, occludevano la visibilit delle tombe pi profonde impedendo ai parenti di svolgere il rito del refrigerio, contravvenendo in qualche modo a una delle principali tradizioni degli antichi.
Santa Tecla  uno dei rari cimiteri sotterranei romani dove una volta entrati non si corre il rischio di perdersi; il suo sviluppo, infatti,  molto limitato e ha un percorso circolare. Una volta entrati, infatti, girando subito a destra (o a sinistra) si percorre la catacomba tornando sempre al punto di partenza.
Il cimitero al ponticello di San Paolo, cos chiamato dall'archeologo Giovanni Marangoni (1673-1753) che lo aveva scoperto all'interno della Vigna Cucurni nel maggio del 1703,  un complesso molto singolare, essendo articolato in tre vasti e ariosi ambulacri disposti a triangolo, che differiscono molto dalle strette e buie gallerie dei cimiteri comunitari cui siamo abituati. Lungo questi tre vasti ambienti si aprono ventidue cameroni; in dodici di essi, sono state rinvenute delle sepolture intensive eseguite con una tecnica mai utilizzata prima e mai pi vista dopo.
Le ultime indagini archeologiche hanno consentito di capire che, in un primo momento, le sepolture erano realizzate regolarmente scavando loculi orizzontali nelle tre pareti disponibili delle cappelle. Dopo aver occupato tutto lo spazio sfruttabile, si provvedeva all'abbassamento del solaio, scendendo di circa due-tre metri rispetto al piano di calpestio del corridoio, cosicch lo stanzone alla fine si sviluppava per un'altezza globale di circa cinque metri, dei quali una met in altezza e l'altra met in profondit. Dopo l'approfondimento, le sepolture continuavano a essere ricavate secondo gli standard soliti, cio loculi orizzontali a parete e, a questo punto, anche tombe terragne.
Tuttavia, nel caso delle dodici cappelle suddette, dopo aver sfruttato il suolo e i vani laterali inferiori, si cominci a riempire i cameroni iniziando a seppellire con il sistema a cappuccina, ricoprendo cio le tombe con mattoni disposti a spiovente, come il tetto di una casa. Queste sepolture si andavano sovrapponendo dal pavimento e, per strati successivi, dal basso verso l'alto fino al soffitto, cinque metri sopra.
Infine, una volta occupato tutto l'ambiente, la camera veniva sigillata con un muro che in effetti chiudeva completamente la parete frontale, lasciando nella pi totale anonimit tutte le sepolture contenute all'interno.
Questa tecnica di sepoltura  effettivamente piuttosto originale e anche disagevole per i parenti, i quali non potevano pi guardare la tomba del loro congiunto che, a quel punto, diventava solo un numero: quello del camerone dove il proprio caro era stato deposto.
La singolarit di questo tipo di inumazione ha dato dei grossi grattacapi agli studiosi che hanno proposto varie ipotesi, dalla pestilenza, che determinava l'urgenza di una sepoltura intensiva, alla presenza di comunit estranee di provenienza probabilmente orientale.
Forse, molto pi semplicemente, questo sistema di sepoltura fu legato solo all'esigenza di ottimizzare la spazio sotterraneo a disposizione che, secondo la legislazione vigente, doveva coincidere con una propriet del sopratterra. In questo caso, la presenza (sette metri sopra) di un cimitero pagano subdiale verosimilmente impediva una maggiore espansione nel sottoterra.
Il sepolcreto pagano ha restituito dei mausolei molto interessanti. Le tombe sono simili a quelle ritrovate all'Isola Sacra, forse meno ricchi, ma comunque appartenuti alla media borghesia romana. Tra le diverse iscrizioni colpisce in modo particolare quella dedicata dai genitori alla loro Doride, perch specifica le cause della morte improvvisa a sette anni e ventidue giorni per una malattia infantile, la risipola, un male acuto caratterizzato da un esantema cutaneo. Alla fanciulla viene augurato che per lei la terra sia lieve.
Tutto questo importante complesso cimiteriale fu riportato alla luce nel 1961 in occasione dei lavori di un edificio moderno, che ora lo sovrasta che ha inglobato e lasciato visibile, in parte, il cimitero pagano, visibile attraverso una lastra trasparente nell'atrio dell'edificio.
In occasione dei lavori d'indagine archeologica sono emerse diverse stratificazioni di occupazione del territorio. All'inizio, nella seconda met del primo secolo d.C., fu una cava di pozzolana, della quale  stato trovato un magazzino chiuso da una porta; all'interno sono state rinvenute cinquanta mazze di ferro del peso da uno fino a dieci chili, e una buona quantit di tessere musive bianche, nere e colorate. In seguito vi s'install una tintoria; di questa fullonica sono emerse alcune vasche, i canali e le condotte di scarico. Dopo l'abbandono del sito industriale, verso la fine del terzo secolo, la zona fu riconvertita a uso funerario con il sepolcreto pagano e quello cristiano.
L'identificazione del cimitero al ponticello di San Paolo con il santuario di Santa Tecla lo dobbiamo a Mariano Armellini (1852-1896), che lo riconobbe gi nel 1874; non sappiamo nulla della martire; non conosciamo neanche una passio medievale che ci aiuti a fare luce sul personaggio che alcuni studiosi ipotizzano essere Tecla, la santa morta a Seleucia, discepola di san Paolo, che tuttavia non pu essere la titolare del cimitero perch le traslazioni dei corpi iniziarono a essere praticate solo dall'ottavo secolo.
Per Tecla fu costruita una delle primissime basiliche della Roma sotterranea, un ambiente molto irregolare come sono, d'altro canto, tutte queste strutture chiesastiche ipogee, che devono adattarsi alle condizioni preesistenti del sottosuolo. Nella sua asimmetria, comunque, la chiesetta di Santa Tecla fu concepita secondo un disegno unitario, articolata oggi in due navate, poich la terza fu forse abbattuta nel Seicento quando, mutando la destinazione d'uso, l'ambiente religioso divenne un deposito per botti da vino; una situazione molto simile occorre anche nella catacomba di San Valentino, ai Parioli.
La tomba di Paolo.
Entrando nel vasto e silenzioso spazio basilicale di San Paolo fuori le Mura, una vera e propria foresta di colonne (complessivamente ottanta) sembra avvolgere il visitatore, il cui sguardo  tuttavia attratto dall'altare maggiore e dal sovrastante ciborio che Arnolfo di Cambio realizz nel 1285, monumentalizzando la sepoltura dell'Apostolo delle Genti e impreziosendo cos il luogo pi sacro di tutta la basilica: la confessione.
Cinque metri sotto, infatti, c' la tomba di Paolo, che oggi si pu vedere direttamente con i propri occhi e non soltanto intuire ingabbiata tra le pareti della mensa sacra, entrando in contatto visivo diretto e tanto ravvicinato da poterlo quasi toccare con mano, se solo si potesse accedere allo spazio antistante al sarcofago che contiene, forse, le reliquie del santo. Poter guardare cos da vicino la tomba di un Grande della Storia umana, non solo del cristianesimo, emoziona profondamente in egual misura credenti e miscredenti.
La grande arca poggiata sul pavimento del transetto della basilica teodosiana (390) segnalava sin d'allora la tomba dell'apostolo. La cassa marmorea, di cui distinguiamo soltanto una porzione, misura due metri e mezzo di lunghezza,  larga un metro e trenta e alta uno. Nel corso dei lavori di rifacimento dell'edificio (diciannovesimo secolo) le cronache del monastero segnalavano il ritrovamento di un grande sarcofago di marmo sovrastato da due lastre dedicatorie, proprio sotto la confessione.
Monastero di San Paolo fuori le Mura in un'incisione di Giuseppe Vasi.
Tra il 2002 e il 2006 sono stati eseguiti diversi lavori per consentire ai fedeli di visitare pi da vicino la tomba di Paolo. Le indagini archeologiche hanno consentito di verificare anche lo stato di conservazione degli interventi imperiali, che si avvicendarono nel corso del quarto secolo: quello costantiniano (320) e quello cosiddetto dei tre imperatori (390).
I lavori hanno riportato alla luce un settore dell'abside della basilica costantiniana che ha confermato le dimensioni modeste dell'edificio, il quale aveva l'ingresso orientato sull'attuale Via Ostiense, ribaltato rispetto alla basilica odierna. Per via dei lavori  stato definitivamente rimosso l'altare di San Timoteo sotto il quale si  scavato. Il vano sotterraneo si pu vedere protetto da una lastra di cristallo nella cripta ai piedi dell'altare maggiore, da dove si pu osservare il sacello di Paolo dietro una grata.
Se una macchina del tempo ci consentisse di riavvolgere il filmato dei secoli fino a ritrovarci all'epoca della sua sepoltura, ci troveremmo in aperta campagna. Qui, nell'antichit correva la Via Ostiense, che partiva dalla vicina Porta Ostiensis distante solo due chilometri. Dopo il sesto secolo fu chiamata Porta San Paolo. In quest'area sorgeva una necropoli pagana che si allineava lungo il suo asse viario e nelle strade limitrofe.
Alcuni resti di questa necropoli, che ebbe una vita lunghissima - dal primo secolo a.C. al quarto d.C. -, sono visibili sotto la tettoia nella piazza alle spalle della basilica; sono resti funerari che furono scoperti negli anni 1917-18 in occasione dello scavo di una trincea per la realizzazione di un grande collettore per le acque urbane.
Proprio in quest'ambiente funerario pagano venne sepolto Paolo, presumibilmente nel 67 d.C., sotto Nerone, dopo essere stato decapitato ad aquas Salvias, cio alle Tre Fontane, una zona non molto distante. L'apostolo fu inumato probabilmente in una fossa terragna, come si fece anche per Pietro in Vaticano, di propriet di una certa Lucina, tra colombari e altre tombe a cielo aperto, in una zona paludosa perch soggetta ad alluvioni per la sua vicinanza con il Tevere. In seguito l'area fu eruditamente denominata area Lucinae, dal nome della suddetta matrona romana citata pi volte dalle fonti e in diverse epoche come soccorritrice di martiri romani, tanto da diventare un clich per gli amanuensi quando dovevano raccontare la vicenda di donne votate al recupero e alla sepoltura degli eroi della fede.
Fino a oggi le uniche informazioni archeologiche provenivano dai disegni degli architetti Virginio Vespignani (1808-1882) e Paolo Belloni (1815-1889), che nel 1838 vennero incaricati di restaurare l'altare papale dopo l'incendio del 1823, che distrusse la basilica paleocristiana sopravvissuta fino ad allora. C'erano a nostra disposizione anche le precise osservazioni di Hartmann Grisar (1845-1932), pubblicate nel 1892. Quando si ricostru l'altare, non si fecero scavi pi sistematici.
Sulla tomba dell'apostolo si trova una lastra di marmo (2,12 x 1,27 m) nella quale venne incisa un'iscrizione dedicatoria a paulo apostolo mart(yri). Ci sono inoltre tre fori: uno circolare, che si ritiene possa essere coevo all'iscrizione stessa, altri due quadrati e certamente successivi, in quanto hanno tagliato il nome dell'apostolo. Le tre aperture immettono in altrettanti pozzetti di diversa dimensione all'interno dei quali erano calate delle stoffe che, a contatto con la tomba del martire, si riteneva che s'imbevessero del suo potere taumaturgico diventando reliquie preziose per i pellegrini. Un calco della lastra  visibile nella pinacoteca annessa al monastero, un'altra copia si trova nel piccolo museo di Porta San Paolo.
Ora questo manufatto redatto in lingua latina ha un suo corrispettivo in greco. Nel 1999 la missione archeologica italiana a Cipro, nell'ambito dell'area paleocristiana di Paphos, ha ritrovato un frammento marmoreo che ricostruisce con le dovute integrazioni la stessa dicitura: Paolo apostolo martire. Purtroppo  andata persa la prima lettera, cos non sappiamo se qui l'apostolo era chiamato con il suo primo nome, Saul, oppure Paulus.
L'edificio nel quale riposa Paolo  una basilica paleocristiana martiriale, come quella di Pietro, realizzata ad corpus, innalzata cio sulla tomba del santo. Fu fatta costruire tra il 384 e il 386 dai tre imperatori allora regnanti, Valentinianosecondo(375-392), Teodosio (379-395) e Arcadio (395-408). La costruzione, completata da Onorio (395-423), aveva ampliato la piccola memoria costantiniana che a sua volta, all'inizio del quarto secolo, nell'ambito del vasto programma edilizio-religioso dell'imperatore Costantino, aveva sostituito il sacello costruito originariamente sulla tomba dell'apostolo Paolo. Si trattava, molto probabilmente, del trofeo di cui, nel secondo secolo, secondo la citazione di Eusebio, riferisce il presbitero romano Gaio che segnalava un altro Tropaion per Pietro, in Vaticano.
Alla fine del quarto secolo la basilica si ergeva maestosa con l'ingresso principale rivolto verso il fiume. Il suo timpano mosaicato, esposto ai rossi raggi del sole al tramonto, doveva suscitare nei fedeli una profonda impressione. D'altro canto ai giorni nostri, transitando per il Ponte Marconi all'imbrunire, il mosaico realizzato nella nostra epoca ancora emoziona chi guarda. Oggi, dopo l'innalzamento degli argini del Tevere che l'ha preservata dalle inondazioni e la nuova situazione viaria, la basilica appare piuttosto compressa nell'urbanizzazione.
La chiesa  veramente enorme, tra le pi grandi basiliche del mondo, seconda a Roma solo a quella vaticana. Le sue dimensioni sono 131 metri di lunghezza, 65 di larghezza e 30 di altezza. Ha cinque navate e solo la mediana  larga 24 metri.
La basilica cosiddetta dei tre imperatori perdur fino al 15 luglio del 1823, quando un furioso incendio, divampato nella notte tra il 15 e il 16, la distrusse quasi completamente. Una volta domato il fuoco, la scena del disastro era di totale desolazione: i tetti della navata centrale e delle navate laterali sinistre erano completamente crollati, cos com'era andata distrutta parte del colonnato della navata centrale stessa. Restava invece in piedi tutto il fianco sud con le sue colonne, seppure danneggiate, e soprattutto era ancora integra o quasi la parete superiore, dove si trovavano i famosi affreschi medievali di Pietro Cavallini (1240?-1330?). A guardare una stampa dell'epoca sembrano integri anche il tetto del transetto, l'arco trionfale di Galla Placidia e l'abside.
La fase della ricostruzione vide due prese di posizioni contrapposte tra chi voleva ripristinare l'edificio secondo le forme precedenti (in pristinum) e quanti invece sostenevano un progetto ex novo, che desse un nuovo aspetto architettonico alla basilica di San Paolo, come a suo tempo era stato fatto per quella di San Pietro. Tra questi ultimi, l'architetto Giuseppe Valadier (1762-1839) offriva gratuitamente la sua opera e nel progetto prevedeva uno spostamento dell'asse basilicale con una rotazione di novanta gradi, per consentire all'edificio di mettersi in relazione dialettica con la citt. Nominato in un primo tempo direttore dei lavori, venne ben presto sostituito con l'architetto Pasquale Belli (1752-1833), che inizi la ricostruzione in pristinum della basilica consegnandoci un edificio forse paleocristiano nelle forme, ma piuttosto algido nella sua resa finale. Dieci anni dopo gli subentr l'architetto Luigi Poletti (1792-1869), che dedic a San Paolo tutta la sua vita.
L'attuale edificio mantiene le stesse dimensioni della basilica del quarto secolo. Nella ricostruzione sono rimasti immutati i muri perimetrali, ma le modifiche rispetto al passato sono diverse. Basti pensare al portico gregoriano, dal nome del pontefice allora sul soglio pontificio, Gregorio sedicesimo (1831-1846), che prospetta verso la citt, riprendendo quindi l'idea della rotazione della facciata progettata da Valadier. Il portico  montato sulle colonne originali del quarto secolo. A noi interessa la prima colonna a destra della seconda fila, perch proprio sotto il capitello, una sorta di fascia di marmo in parte mancante contiene l'iscrizione di papa Siricio (384-399), che fa riferimento alla costruzione della chiesa teodosiana (o dei tre imperatori).
A sinistra del portico lo stesso Poletti costru il campanile in travertino e articolato in blocchi sovrapposti di diverse forme geometriche che, in qualche modo, dovrebbe dare all'osservatore l'idea che la chiesa sia rivolta verso Roma.

I lavori di ricostruzione della basilica durarono in sostanza un secolo. Il cantiere fu aperto nel 1825: nel 1840 veniva consacrata la confessione, mentre la basilica lo fu nel 1854. Gli ultimi lavori a essere consegnati furono l'atrio colonnato e il portale bronzeo dell'ingresso principale che, simbolicamente, nel 1931 chiuse i battenti sul pi grande cantiere dell'Ottocento.
Il borgo di Giovannipoli a San Paolo fuori le Mura.
Una galleria espositiva che introduce al chiostro, ricca di pannelli didattici accompagnati da disegni ricostruttivi che rendono comprensibili i resti archeologici, e migliaia di reperti ritrovati, ci ragguagliano su un pezzo di vita altomedievale nei pressi di San Paolo fuori le Mura.
I lavori di scavo eseguiti negli orti dell'abbazia tra il 2008 e 2009 hanno consentito di far emergere interessanti testimonianze dell'antichit, che ora rientrano in un percorso archeologico che va ad arricchire il patrimonio storico culturale della basilica papale.
Si tratta di memorie che emergono da un tempo lontano, risalente gi al momento dello sviluppo del santuario nel quarto secolo, e giunge fino alla seconda met del nono secolo; cinque secoli in cui la situazione urbanistica e abitativa conobbe grandi cambiamenti.
Qui, verso la fine del nono secolo, nacque la cittadella fortificata di Giovannipoli, dal nome di papa Giovanni ottavo (872-882) che la fond.
Dopo l'incursione saracena dell'846 che distrusse San Paolo e San Pietro, nel timore di nuove devastazioni, attorno alle due basiliche sorsero dei borghi muniti di mura difensive. Al Vaticano nacque la Citt Leonina, grazie al papa Leone quarto (847-855), e venticinque anni dopo Giovanni ottavo realizz, come si  detto, Giovannipoli. Del borgo fortificato, che doveva avere tutte le caratteristiche di una piccola citt, con abitazioni, chiesa, mulino e forse uno scalo sul Tevere, non avevamo testimonianze; ora  riaffiorato in parte dalle terre dell'abbazia paolina, suggerendoci la vita quotidiana che vi si svolgeva.
Tornando indietro nel tempo, gli archeologi hanno appurato che tra il quarto e quinto secolo, a causa dei frequenti straripamenti del fiume che scorre poco lontano, l'area indagata (lato sud della chiesa) era rimasta abbandonata. In epoca tardorepubblicana e durante il primo impero, invece, era sempre stata sfruttata come terreno da coltivare.
Le prime costruzioni cominciano a vedersi tra la fine del quinto e gli inizi del sesto.
Sorgono le pauperibus habitacula, un comprensorio destinato alla povera gente, credibilmente fatte edificare da papa Simmaco (498-514). Il recupero di un condotto di piombo con il bollo che attesta la sua appartenenza alla basilica - Pe(r)t(inentia) S(an)c(t)i Pauli - fa pensare che tali abitazioni fossero fornite di tutti i servizi necessari a una comunit.
La scoperta di mura, ambienti diversi e altri fabbricati suggerisce che, nell'ottavo secolo, la situazione abitativa s'intensific.
Papa Giovanni ottavo in un'incisione tratta
da Vite dei pontefici del Platina (1715).
Papa Gregoriosecondo(715-731) fece realizzare un nuovo monastero, dove confluirono Santo Stefano (femminile) e San Cesareo (maschile). Del convento sono emersi una sala o forse un cortile fornito di un pozzo e la probabile corsia di un dormitorio. Sul lato occidentale del quadriportico fu ricostruita l'antica via porticata, che era troppo vicina al fiume e poco sicura. Era utilizzata dai pellegrini che dalle Mura Aureliane giungevano alla basilica lungo un percorso di due chilometri. Infine, addossate alla basilica, sono emerse le mura di edifici promossi da Adriano i (772-795), tra cui spicca un piccolo campanile, eccezionale unico esempio altomedievale a Roma.
Le campagne di scavo condotte dai Musei Vaticani e dal Pontificio istituto di archeologia cristiana hanno aperto uno spaccato importante sulla vita che si svolgeva attorno ai monasteri delle grandi basiliche martiriali, dove viveva la povera gente e i pellegrini che arrivavano a Roma per visitare i santuari di cui era costellata la citt.
Il porto di Roma
Roma sotterranea  anche un porto insabbiato e un mare perduto. Oggi, l'imponente infrastruttura che l'imperatore Claudio (41-54) deliber nel 42 d.C. si pu attraversare in macchina, mentre lo scalo che Traiano (98-117) solo cinquant'anni dopo fu costretto a ricostruire, per via del suo insabbiamento,  uno specchio lacustre a qualche chilometro dal mare.
Per l'automobilista inconsapevole  difficile immaginare che via Alessandro Guidoni, un tempo ormai lontano, facesse parte di un'area allagata e costituisse il bacino di quello che  considerato uno dei porti artificiali pi maestosi dell'antichit, un'imponente opera dell'ingegneria romana voluta dall'imperatore per sopperire all'inadeguatezza del porto fluviale sul Tevere, in un momento in cui la sua funzione commerciale prevaleva ormai su quella militare.
Via Alessandro Guidoni  una breve arteria che inizia all'altezza del monumento dedicato ai tredici aviatori italiani caduti a Kindu l'11 novembre del 1961, alla fine dell'autostrada per l'aeroporto di Fiumicino; si lascia sulla destra il Museo delle Navi e termina alcuni metri pi avanti, alla rotonda di piazza Umberto Nobile.
Una breve sosta al Museo delle Navi e una rapida lettura dei pannelli didattici permetteranno di comprendere la situazione topografica e rintracciare visivamente quell'enorme bacino. Inoltre, i pochi resti emergenti nell'area circostante aiuteranno a ricostruire la zona portuale.
L'ampio porto  oggi la vasta distesa verde di fronte al museo, attraversata appunto dalla via Guidoni e da altre strade di servizio dell'aeroporto. Alle sue spalle ci sono alcuni resti in laterizio che consentono di individuare le fondazioni della banchina destra, lunga circa 500 metri. Si pu vedere anche quanto rimane della cosiddetta capitaneria di porto (secondo secolo d.C.), che si trova all'altezza del monumento ai Caduti italiani. Era una costruzione di servizio in opera listata ubicata nella parte terminale del bacino portuale, verso terra. All'interno si vedono tracce di una decorazione dipinta.
In direzione del mare si notano i resti del lungo molo foraneo, circa un chilometro, che proteggeva il porto dagli assalti delle acque e dai venti di maestrale, ponente e libeccio. La struttura si estende all'interno del recinto dell'aeroporto: oggi  tagliata da via dell'Aeroporto di Fiumicino e da via Francesco De Pinedo.
Di fronte a via Guidoni, nei pressi dell'imbocco dell'autostrada Roma-Fiumicino, nella zona archeologica di Monte Giulio a sud-est, sono tornate alla luce una cisterna e delle terme, anch'esse databili al secondo secolo. Spaziando ancora con lo sguardo verso la stessa direzione, una cortina di verde nasconde il porto esagonale di Traiano, pi interno e riparato.
Il Porto di Claudio era uno scalo importante, scavato al cinquanta per cento nell'entroterra, probabilmente in una baia preesistente, orientato a sud-ovest come la maggior parte dei porti collocati oggi nella fascia del Tirreno centrale. Pur nella sua importanza e nella sua grandezza il porto fu contestato dai contemporanei, come ci informa Dione Cassio (155-229), in primis per il grosso esborso di denaro che l'opera avrebbe richiesto. Inoltre, la scelta del sito a nord della foce del Tevere, distante solo tre chilometri, avrebbe potuto creare, come avvenne, problemi di insabbiamento e quindi grosse difficolt di navigazione per le navi in entrata/uscita e in sosta nello scalo marittimo.
Sulla base delle ultime ricostruzioni, favorite soprattutto dalla fotografia aerea, il Porto di Claudio si presenta come un ampio bacino contenuto tra due moli che si protendono a tenaglia verso il mare. Nella sua rilettura aiutano anche le mappe cartografiche rinascimentali, dalle quali si evince che il suo ingresso principale era posto a ovest, mentre quello a sud era all'altezza dell'odierna via di Fiumicino. Alcuni scavi del diciannovesimo secolo hanno evidenziato dei nuclei cementizi pertinenti forse al molo sinistro, che si allungava lungo il braccio minore del Tevere.
All'imboccatura del porto, in posizione centrale, era stato innalzato un faro di quattro piani che, secondo Plinio il Vecchio (23-79), sarebbe stato edificato utilizzando come cassaforma, affondandola, l'enorme nave ormai in disarmo di Caligola che aveva trasportato da Eliopoli d'Egitto (37 d.C.) l'obelisco per il Circo Vaticano, oggi in piazza San Pietro.
Anche in questo caso viene in aiuto la fotografia aerea che, in corrispondenza dell'area del faro, evidenzia una zona di forma ovoidale allungata, pi ampia della linea dei moli.
Quando nel 41 d.C. Claudio fu eletto imperatore, Roma era ormai una citt metropolitana, con circa un milione di abitanti e forti necessit di approvvigionamento. Bench geograficamente ubicata nei pressi del mare, la Capitale non aveva un porto commerciale adeguato, ma solo lo scalo fluviale di Ostia, che aveva la duplice funzione militare e commerciale, e quello di Pozzuoli, piuttosto lontano e non facilmente raggiungibile. Nell'antichit tra l'altro, si navigava sotto costa e solo da marzo a novembre.
Avviato nel 42, il porto fu completato dal successore di Claudio, Nerone (54-68), che verosimilmente lo inaugur nel 64 d.C., come sembra testimoniare una moneta commemorativa fatta coniare per l'occasione che ha, su una faccia, proprio la riproduzione del porto rappresentato graficamente come due semicerchi con un faro centrale.
La dimensione del bacino era spettacolare. Recenti studi ritengono che dovesse estendersi per circa 150 ettari e volendo fare solo un semplice raffronto con il vicino porto esagonale dell'imperatore Traiano (30 ettari circa), si pu affermare che quest'ultimo misurava circa un quinto rispetto a quello di Claudio. A sua volta, il porto di Traiano era tre volte pi grande di quello di Centumcellae, odierna Civitavecchia, e di Leptis Magna, in Libia.
Come avevano previsto gli ingegneri di Claudio, l'alveo portuale fu soggetto a un insabbiamento progressivo cosicch divenne necessario creare un nuovo invaso. L'infrastruttura di Traiano, scavata completamente nella terraferma, fu inaugurata nel 112, dopo dodici anni di lavoro.
Il bacino di Claudio rimase utilizzato come rada; qui passavano le navi dirette all'esagono, le quali percorrevano un canale centrale, dragato in continuazione. Il suo percorso si evidenzia nelle aerofotografie che tracciano una scia scura lunga e sinuosa che partendo dalla testata del molo di destra si ricollega con il porto di Traiano. All'interno del museo, il calco di un'iscrizione, datata al 210 d.C., elenca le opere di manutenzione che regolarmente erano effettuate per mantenerlo navigabile.
Il complesso portuale rimase attivo e funzionante fino alla fine del quarto secolo. Dopo il sesto secolo, tuttavia, il sito fu progressivamente abbandonato, mentre il Porto di Claudio andava interrandosi sempre pi e quello di Traiano si trasformava in una palude.
Oggi, di questa imponente realizzazione rimane pochissimo. Nell'arco di duemila anni il territorio  stato completamente stravolto. La terraferma  avanzata e il bacino portuale  stato completamente inghiottito. L'ex porto di Claudio ha ceduto il posto alla viabilit e alle costruzioni moderne, mentre l'autostrada Roma-Fiumicino taglia in pratica a met il bacino portuale.
Bassorilievo raffigurante il Porto di Claudio.
Tra il 1958 e il 1965, in occasione dei lavori per la costruzione dell'Aeroporto internazionale Leonardo da Vinci, vennero alla luce i resti di cinque imbarcazioni addossate una all'altra, che si trovavano in prossimit del molo destro del porto, profondamente insabbiate a circa cinque metri sotto il livello di campagna.
Per conservarle l dove erano state scoperte, fu realizzato il Museo delle Navi, aperto nel 1979. Le chiglie delle imbarcazioni romane denominate Fiumicino (da 1 a 5) rappresentano una collezione veramente unica al mondo, anche perch sembra che questa piccola flotta provenga tutta dallo stesso cantiere navale.
Dei cinque reperti, due sono naves caudicarie (Fiumicino 1 e Fiumicino 2, databili al quarto-quinto secolo d.C.), tipiche imbarcazioni per il trasporto fluviale utilizzate soprattutto per la navigazione sul Tevere. Presentano una chiglia piatta e una stiva molto ampia, adatte a trasportare dei grossi pesi. Esse risalivano la corrente del fiume con il sistema dell'alaggio: erano assicurate con robuste gomene a una pariglia di buoi, che camminavano lungo un sentiero sulla riva del Tevere per trainarle fino agli scali urbani.
Un altro gioiello del museo  una piccola barca chiamata del pescatore per via del pozzetto-vivaio a forma troncopiramidale che si vede al suo interno (Fiumicino 5 del secondo secolo d.C.). Si tratta di uno scafo eccezionale, unico nel suo genere. Il pozzetto serviva per mantenere vivo il pescato. Alla sua base, infatti, ci sono nove fori con altrettanti tappi (ne sono stati recuperati cinque), che permettevano l'ingresso dell'acqua di mare.  stata costruita con due tipi diversi di legno: quercus ilex per il fasciame e pino per le coordinate.
Delle altre due, la Fiumicino 3  anch'essa un'imbarcazione fluviale, mentre la Fiumicino 4 (secondo secolo d.C.) era utilizzata per la navigazione marittima.
I mitrei di Ostia antica
La religione di Mitra fu l'ultima in ordine di tempo a conquistare l'impero romano, pertanto fu anche l'ultima a diffondersi a Ostia, dove gi c'erano i culti di Cibele e di Iside e Serapide. Il primo riferimento al mitraismo a Ostia viene da una statuetta che porta la data consolare del 162 a.C. ritrovata nel cosiddetto Palazzo imperiale, all'interno del quale c'era un mitreo.
A oggi si conoscono circa venti mitrei; erano sparsi in tutti i quartieri della citt ed erano presumibilmente frequentati da commercianti, operai e soldati. Anche a Ostia non sembra attestata la presenza femminile, pure se a Roma abbiamo qualche notizia contrastante.
Come di consueto, anche il mitreo ostiense si colloca in uno o pi vani di edifici di varia natura, soprattutto sotterranei oppure zone pi interne o isolate.
Il mitreo della Casa di Diana, uno dei pi antichi, s'insedi nei vani pi segreti di un albergo, sulla via di Diana; quello di Lucrezio Menandro occup il cortiletto di una casa privata; quello delle Pareti Dipinte prese il peristilio di un'antica domus non pi abitata; quello delle Sette Sfere recuper un vano al termine di una fila di tabernae, mentre il mitreo dei Serpenti trov sede nel retrobottega di altre osterie. Il mitreo del Palazzo imperiale  stato trovato nella residenza di un alto magistrato. Un'iscrizione ci informa che il mitreo Fagan si trovava nella cripta di un palatium, forse proprio identificabile con il suddetto Palazzo imperiale collegato all'imperatore Commodo, che volle diventare un adepto dei misteri mitraici.
A volte occupavano edifici pubblici, come il mitreo delle Terme di Mitra, i cui fedeli, evidentemente, frequentavano anche i bagni termali, come accadeva nelle Terme di Caracalla a Roma; oppure ambienti commerciali, come quello della Planta pedis, o gli horrea, come il mitreo delle Sette Porte e il cosiddetto Sabazeo. Altri mitrei sono stati trovati in siti vari di cui non si conosce la destinazione d'uso: quello del campo della Magna Mater, quello sul Decumano e il mitreo Aldobrandini nei pressi di una torre romana di avvistamento; il mitreo di Fructosus invece scelse le favisse di un tempio collegiale, forse quello degli stuppatores.
Oggi sono quasi tutti a cielo aperto, tranne il mitreo delle Terme, sotterraneo, e quello della Casa di Diana, nascosto nel cuore dell'edificio.
Dal punto di vista architettonico non sono dissimili dai mitrei romani, tranne l'altare che a Ostia  normalmente staccato, inserito o poggiato sull'edicola a gradini, una sorta di cella del dio. Non  chiaro il motivo di questa discontinuit; tuttavia per il mitreo Aldobrandini e per quello delle Pareti Dipinte, alcune iscrizioni sembrano suggerire che l ci fosse un thronum. Gli altari possono essere di forma triangolare (Terme di Mitra) o quadrangolari con una nicchia per la lucerna (Sette Porte, Lucrezio Menando, Pareti Dipinte, Casa di Diana).
La decadenza del mitraismo inizi subito dopo la conversione di Costantino e in breve questa religione fu soppiantata dal cristianesimo. Molto presto iniziarono le devastazioni dei mitrei, la cui meteora si esaur definitivamente con l'editto di Tessalonica, alla fine del quarto secolo (380).
I segni delle distruzioni ostiensi sono visibili in diverse zone della citt. Le teste del dio e del toro del mitreo delle Terme di Mitra furono tagliate e disperse in una fogna interna, l'altare del mitreo delle Pareti Dipinte fu frantumato, il mitreo di Fructosus fu incendiato. La maggior parte di loro, soprattutto a Roma, fu obliterata e condannata per secoli alla damnatio memoriae sotto le chiese.
La grande suggestione che colpiva gli adepti che frequentavano il mitreo delle Terme di Mitra  ancora molto ben percepibile visitando quest'antro buio. Ancora oggi la statua del dio sul podio  illuminata con effetto drammatico da un lucernaio che fa piovere dall'alto una luce che mostra, nella semioscurit, Mitra con il braccio destro sollevato, in mano un pugnale, nell'atto di sgozzare il toro. Quella che vediamo tuttavia  una copia; il suo originale di marmo greco e con una buona qualit d'esecuzione si trova nel vicino museo; il nome dello scultore  inciso sul petto dell'animale: si tratta di Critone d'Atene, un artista di scuola attica.
L'iconografia di Mitra ostiense  insolita; il dio indossa abiti greci, quindi non  vestito all'orientale, e non  colto nel momento del sacrificio del toro, ma un attimo prima del gesto mortale. Come secoli pi tardi scelse di fare Michelangelo con il suo David. Il diverso modo di raccontare la tauroctonia si potrebbe addebitare alla datazione alta (epoca adrianea) in cui fu scolpita, quando il culto non era ancora molto diffuso e l'immagine mitraica non si era ancora consolidata nelle forme oggi note.
In epoca tarda, in due ambienti della Casa di Diana fu ricavato un mitreo con un'edicola di culto con nicchia ad arco, decorata con pomice, per imitare la grotta in cui nacque Mitra. L'altare marmoreo  un recupero di un'ara precedente dedicata all'Acqua Salvia e a Ercole. Al centro fu praticata un'apertura per accendere una lucerna.
Il mitraismo
Il mito del dio Mitra tramanda la tradizione della sua nascita sotto un albero sacro lungo le sponde di un fiume il 25 dicembre, giorno del solstizio d'inverno, emergente da una roccia, nudo, come una statua michelangiolesca. Alla nascita miracolosa assistettero alcuni pastori che lo accolsero, lo protessero, lo nutrirono.
In testa aveva il rosso berretto frigio, che suggerisce la sua provenienza orientale, impugna nella mano destra un coltello con il quale sacrificher il toro, dalla cui morte germoglier la vita sulla Terra e, nella sinistra, una fiaccola per rischiarare la via e allontanare le tenebre. Mitra  sceso tra gli uomini con un progetto ben preciso: combattere il Male e far trionfare la Giustizia.
Il resoconto stringato della leggenda fa immediatamente comprendere come e perch, soprattutto tra il secondo e il terzo secolo d.C., questa religione pagana monoteista fu per lungo tempo antagonista della fede cristiana.
Secondo lo storico francese dell'Ottocento, Joseph Ernest Renan (1823-1892), se il cristianesimo fosse stato fermato nella sua espansione per via di qualche malattia mortale, il mondo sarebbe stato mitraico. In realt,  difficile immaginare che cosa sarebbe realmente accaduto se Costantino (306-337) e Teodosio (379-395) non avessero liberalizzato il culto cristiano (editto di Milano 313 d.C.) e imposto il cristianesimo come religione di Stato, mettendo al bando il paganesimo (editto di Tessalonica 380 d.C.). Anche se il mitraismo era fondamentalmente organizzato come una societ segreta con tanti ma limitati gruppi, destinato esclusivamente agli uomini (in particolare ai militari), perci ben distante da un concetto di religione di massa, popolare ed ecumenico come il cristianesimo.
Per celebrare il rito religioso, i seguaci di Mitra usavano riunirsi in luoghi di culto sotterranei, di piccole dimensioni, che riproducevano artificialmente una grotta naturale, simbolo del cosmo. A Roma dovevano essere numerosi; uno studio degli anni Cinquanta del secolo scorso ha ricostruito a Roma almeno quarantacinque mitrei certi, su un totale ipotizzato di cento. Tra quelli facilmente visibili ricordiamo il notissimo mitreo di San Clemente, ma su richiesta possono essere visti anche i seguenti mitrei: Barberini, del Circo Massimo, di Santa Prisca, delle Terme di Caracalla. Una visita interessante per vederne diversi sono gli scavi di Ostia Antica, dove se ne possono ammirare una ventina, ormai tutti a cielo aperto, tranne uno, sotterraneo, quello delle Terme di Mitra. Vicino a Roma, c' anche il mitreo di Marino, uno degli ultimi scoperti.
In ambiente indo-iranico Mitra nasce come divinit solare, protettore del bestiame, dio che garantisce gli accordi stipulati tra le persone e la pace sociale nella vita agreste. La sua prima mossa, nascendo,  quella di stringere un patto di alleanza con il Sole, che gli concede l'aureola raggiata: Mitra diventa Sol invictus. Con il Sole consuma l'agape, un pasto a base di pane e vino, poi sulla quadriga solare trasvola in cielo, da dove continua ad assistere e a proteggere i suoi fedeli.
Quando giunse a Roma, nel suo percorso da Oriente a Occidente dopo aver accolto e sincretizzato diverse dottrine religiose e filosofiche, il mitraismo si era ormai trasformato. Nel suo viaggio verso ovest il dio della luce era diventato la divinit dei guerrieri, ai quali chiede prove di coraggio attraverso un percorso iniziatico arduo, che solo un eroe pu affrontare. Nella Capitale dell'impero il culto di Mitra, per come ci  stato tramandato, ha soprattutto l'aspetto di una religione profondamente spirituale, misterica e soteriologica, che medita sull'esistenza dell'anima, sulla sua salvezza e sull'eternit, che pu raggiungere attraverso le sette sfere planetarie - Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno - come sette sono le prove iniziatiche.
Con il sacrificio del toro selvaggio, che cattura e trascina nella grotta, Mitra diventa il demiurgo, l'artefice divino, l'ordinatore del mondo. Nelle spelonche mitraiche, non manca mai la tauroctonia, cio l'uccisione del toro, che campeggia sempre al centro della stanza o sotto forma di gruppo scultoreo, come nel mitreo del Circo Massimo oppure dipinto, come nel mitreo Barberini o addirittura in stucco colorato, come in quello di Santa Prisca.
Il dio persiano, congelato nell'attimo culminante dell'uccisione del toro,  rappresentato sempre vestito con un paio di brache aderenti, una tunica manicata e un mantello svolazzante sospeso nell'aria dall'impeto dell'azione, immagine del firmamento, dove sono incastonate le stelle. Indossa il berretto frigio e, stando alle spalle del toro che trattiene con il ginocchio sinistro e per le froge, lo uccide affondando la lama del suo coltello nel collo, dal quale fuoriesce, copioso, il sangue che dovr fecondare la terra.  il momento cruciale, durante il quale intervengono varie situazioni: il serpente e il cane lambiscono il sangue, lo scorpione aggredisce i testicoli dell'animale. La vita  stata concepita: dal tessuto liquido del toro germoglia la pianta della vite mentre dalla coda spuntano le spighe di grano. Il big bang  scattato, l'universo vitale ha iniziato la sua rotazione, la morte della bestia ha dato origine al movimento cosmico delle stelle e al dipanarsi del tempo.
Un'iconografia piuttosto insolita  quella del Mitra ostiense; il dio indossa abiti greci ed  colto un attimo prima del gesto mortale. Come secoli pi tardi scelse di fare Michelangelo con il suo David. Il diverso modo di raccontare la tauroctonia potrebbe derivare dall'epoca in cui fu scolpita (periodo adrianeo), quando il culto non era ancora molto diffuso e l'immagine mitraica non si era ancora consolidata nelle forme oggi note.
Mitra, uno e trino,  sempre affiancato da due personaggi, Cautes e Cautopates, una sorta di Giano bifronte, allegoria del giorno e della notte, della luce e del buio, della vita e della morte. Cautes regge in mano una fiaccola rivolta verso l'alto, accanto ai suoi piedi spesso c' un gallo; Cautopates, rivolge la sua torcia verso il basso. Nella foto di gruppo possono esserci anche il Sole e la Luna, omologhi di Cautes e Cautopates, e il corvo, latore del messaggio del Sole che ordina di uccidere il toro.
Non conosciamo con esattezza quali fossero i riti mitraici poich di questa religione non abbiamo fonti storiche scritte perci possiamo ricostruire la loro liturgia solo sulla base dei resti archeologici e su quello che ci  stato tramandato, forse con poca obiettivit, dalla controparte. Sappiamo che c'erano una prova del freddo, un battesimo dell'acqua e uno del sangue, ma le complesse simbologie, le formule liturgiche, le riflessioni cosmologiche e astrologiche, non ci sono note nel dettaglio. Per essere ammessi gli adepti dovevano superare sette livelli di iniziazione o di purificazione, ognuno con un preciso significato.
Il primo grado iniziatico,  rappresentato dal Corvo (corax) che ha accolto il messaggio salvifico e d il via al percorso con la morte simbolica della recluta che rinasce nel grado successivo come Crisalide (nymphus). Con il terzo livello, il soldato (miles) inizia la sua lotta, forse simbolicamente contro le tentazioni e il male, il cui superamento lo conduce davanti alla porta che gli aprir la visione paradigmatica dell'Aldil, il leone (leo). Il quinto grado iniziatico  rappresentato dalla figura del persiano (perses), cio Cautopates, custode dell'antro mitraico; il sesto dal messaggero del Sole (heliodromus), che corrisponde a Cautes. L'ultimo grado che si raggiunge, il superiore,  quello di rappresentante di Mitra sulla terra, il Padre (pater patrum), simbolo di Saturno. Spesso nelle grotte di Mitra  stata ritrovata una statua alata, dal corpo umano circondato dalle spire di un serpente e dalla testa leonina con le fauci spalancate:  Saturno-Chronos, immagine terribile del tempo che vola e divora.
L'aula, sempre sotterranea, dove si celebravano i riti  rettangolare, presenta degli incavi nella volta a botte che fotografa la cupola stellata con i suoi corpi celesti. La religione di Mitra  intrisa di concezioni astrologiche di origine caldea e babilonese. In fondo, sul lato corto del santuario, domina la tauroctonia, sacrificio che  ripetuto nelle cerimonie liturgiche ma, simbolicamente, utilizzando forse piccoli animali come il gallo o il suino. Nei due lati lunghi ci sono i banconi sui quali gli adepti, sdraiati e forse con il volto nascosto da maschere diverse secondo il grado raggiunto, come sembrano suggerire alcune immagini dipinte, mangiavano il pasto mitraico alla debole luce delle torce e celebravano il rituale cantando, forse sotto l'effetto di una bevanda inebriante, l'haoma, avvolti dall'aroma dell'incenso.
All'aula principale si affiancano, spesso, altri vani utilizzati per funzioni di servizio. In questo senso il Mitreo di Santa Prisca offre una visione abbastanza completa di una struttura mitraica.
Resta ben poco di questi ambienti sotterranei che, tra il secondo e il terzo secolo d.C., hanno coagulato delle persone attorno a un'idea eroica di vittoria sul Male. Anch'essi hanno conosciuto la damnatio memoriae e, forse, non  un caso che molti di questi siti siano stati ritrovati proprio sotto basiliche cristiane che subentrando ne hanno cancellato il ricordo, ma che a noi ce li ha restituiti quasi intatti nella loro forma.
La religione misterica, comunque, doveva avere attratto e affascinato pi di un intellettuale se lo stesso Tertulliano (160-230), apologista della Chiesa, fu anch'egli, sembra, iniziato ai misteri mitraici, dei quali scrive e di cui, poi, condann i rituali come opera del diavolo; defin i mitrei castra tenebrarum, accampamenti delle tenebre, in contrapposizione ai castra lucis, accampamenti della luce dei cristiani.
Oggi possiamo interpretare il mitraismo anche alla luce dell'archeoastronomia. Secondo alcuni studiosi i misteri mitraici nasconderebbero un codice astronomico che farebbe riferimento a un avvenimento e a una determinata posizione dell'equatore celeste databile a circa il 2000 a.C. L'iconografia di Mitra che uccide il toro corrisponderebbe a una precisa mappa stellare in cui l'animale rappresenta la costellazione del Toro che in quel momento si trovava sotto quella di Perseo. Anche le altre figure: il corvo, lo scorpione, il serpente e il cane sarebbero costellazioni che, nell'affresco mitraico, sono dipinte nella stessa sequenza in cui si trovavano nel cielo a quell'epoca.

4. DA PIAZZA VENEZIA A TRASTEVERE.

NOTIZIE STORICHE.

Via delle Botteghe Oscure, via Arenula, Trastevere, Testaccio, via della Magliana, via Portuense.

Via delle Botteghe Oscure, ad apothecas obscuras, deve il suo nome agli archi un tempo semisepolti del teatro e della crypta di Balbo, facendo riferimento alle varie attivit commerciali prive di finestre che in epoca medievale costellavano la via e che, di conseguenza, erano buie.
All'angolo con via Celsa sono visibili i resti di un edificio sacro che  stato identificato con il Tempio delle Ninfe, dove si ritiene che fossero conservati gli archivi dei censori con i nomi dei cittadini che avevano diritto alla distribuzione del grano. Per far scomparire questi cataloghi il santuario fu distrutto da un incendio doloso provocato da Clodio nel 57 a.C. Il tempio si trovava al centro di una piazza circondata da un quadriportico, che viene identificata come la nuova Porticus Minucia Frumentaria, allineata con la Vetus, ubicata nell'attuale largo Argentina, e della quale fu un ampliamento.
Sotto via Florida (tra via Paganica e largo di Torre Argentina), naturale proseguimento di via delle Botteghe Oscure, si trova ancora nascosta una parte del cosiddetto tempio D, dell'area sacra di largo Argentina.
Per l'apertura di via Arenula, nel 1880, furono demolite diverse chiese dedicate agli antichi mestieri e alle loro botteghe che si trovavano in questa zona: Santa Maria dei Calderari, San Bartolomeo dei Vaccinari, Sant'Anna dei Falegnami, Santi Vincenzo e Anastasio dei Cuochi; chiese scomparse che ora sopravvivono nella memoria storica con le vie che sono state loro intitolate. Fu distrutta anche parte di via delle Zoccolette, dove si trovava l'omonimo orfanotrofio, istituito p(er) le povere zitelle zoccolette (conservatorio dei Santi Clemente e Crescentino), chiamata cos perch verosimilmente faceva riferimento al mestiere di prostituta che queste donne, una volta uscite dall'istituto, erano costrette a svolgere, malgrado il conservatorio fosse nato proprio per evitare questo destino.
In ogni caso, il toponimo Arenula che nomina la via, e lo stesso quartiere Regola (per corruzione di Renella, la sponda del Tevere), serve a indicare la sabbia, la rena, che il fiume normalmente ancora deposita sulle rive e che nell'antichit formava delle vere e proprie spiagge dove il popolo andava a prendere il sole nei mesi estivi.
Trastevere, sulla riva destra del Tevere, fu la quattordicesima e ultima regio augustea. La zona era molto vasta - comprendeva il Trastevere vero e proprio a sud, il Gianicolo al centro, il Vaticano a nord e l'isola Tiberina - e, fino ad Augusto, era considerata fuori del centro cittadino.
La sua denominazione significa letteralmente al di l del Tevere, trans Tiberim, fu quindi la regio transtiberina, che tuttavia fino a Vespasiano rimase esclusa dal pomerio, mentre Aureliano (270-275) la incluse nelle sue mura.
In epoca arcaica era abitata dagli Etruschi, in competizione con la citt di Romolo per il controllo dal fiume e del guado costituito appunto dall'isola Tiberina, che lo divideva in due. Il Tevere costituiva una via di comunicazione strategica, essendo navigabile dalla foce a tutto l'entroterra laziale, importantissima per gli spostamenti militari e per gli scambi commerciali sia verso il nord, ma anche verso il sud, il Latium vetus, e ancora fino alla Campania.
Nella tarda repubblica e in epoca imperiale, per il suo carattere di zona suburbana, fu occupata da molte ville di aristocratici, basti pensare agli Orti di Cesare dove fu ospitata la regina Cleopatra che vi rimase dal 46 al 44 a.C., anno della morte di Giulio Cesare. Trastevere  ricco di emergenze romane, molte delle quali restituite dalle acque del Tevere. Tra i reperti pi importanti c' il gruppo dei tre monumenti recuperati all'altezza dell'Accademia dei Lincei e a Ponte Sisto: la casa romana denominata Villa della Farnesina, i magazzini vinari, che un'iscrizione consente di identificare come Cellae Vinariae Nova et Arruntiana, e il sepolcro detto dei Platorini.
Nella Villa della Farnesina si  voluto identificare la propriet della celebre Lesbia, amante fedifraga del poeta Gaio Valerio Catullo (84-54 a.C.), cio Clodia, sorella del tribuno Clodius, nemico di Marco Tullio Cicerone. Si tratterebbe invece della villa di Marco Vipsanio Agrippa (63-12 a.C.), fatta costruire in occasione delle sue nozze con Giulia maggiore (39 a.C.-14 d.C.), unica figlia naturale di Augusto (27 a.C.-14 d.C.). Agrippa aveva dei possedimenti in Campo Marzio e gli horti nella zona del Vaticano. La propriet dovette poi passare alla figlia Giulia Vipsania Agrippina (Agrippina maggiore), madre di Caligola (37-41) e di Agrippina minore (15-59), e nonna di Nerone. Nel Vaticano, come si sa, si trovava uno degli edifici pi importanti della zona, il Circo di Caligola, forse a carattere privato come quello di Massenzio sull'Appia Antica, che verosimilmente faceva parte della villa di Agrippina.
Nel 1880, dopo aver scavato e recuperato il prezioso apparato decorativo, l'edificio alla Farnesina fu distrutto. Gli affreschi e gli stucchi sono conservati al Museo Nazionale Romano. Qui  stato ricostruito, dopo averlo smontato, anche il sepolcro dei Platorini, ritrovato nei pressi di Ponte Sisto, che appartenne invece a un certo Artorius Priscus (prima met del primo secolo. d.C.).
Testaccio  un rione popolare e caratteristico della Roma contemporanea, che si trova in una zona pianeggiante a sud dell'Aventino; l'unica altura della zona  rappresentata dal cosiddetto Monte di Cocci, il mons Testaceus, che gli attribuisce il nome. La collinetta si form tra il 140 a.C. fino al terzo secolo d.C. ed  composta di migliaia di frammenti di anfore olearie che, a causa della rapida alterazione dell'olio, non erano recuperabili e quindi erano gettate in discarica. I frammenti studiati si possono considerare una sorta di archivio storico che ha restituito un ampio racconto economico del quartiere dalla tarda repubblica all'avanzato impero, uno spaccato di vita strettamente legato al vicino porto fluviale.
Qui nel 193 a.C. gli edili Lucio Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo costruirono il nuovo approdo dell'Emporium per sopperire all'insufficienza del pi antico Portus Tiberinus, che si trovava poco pi a monte, nell'ansa di fronte al Velabro e al Foro Boario.
Ai piedi di Ponte Sublicio, di fronte al settecentesco Arsenale Pontificio (sulla riva destra), sono stati fatti diversi lavori di scavo, che hanno riportato alla luce una buona parte del porto e del molo che si trovavano sulla riva sinistra. Nel sito sono tornate alla luce le banchine articolate su due livelli e i robusti ormeggi dove erano assicurate le gomene e, soprattutto, il lungo criptoportico costruito parallelamente alla riva del Tevere, che viene datato all'epoca degli imperatori Traiano (98-117) e Adriano (117-138). L'indagine archeologica ha inoltre riportato alla luce, liberandole dalla terra, ben ventiquattro tabernae e numerosissime anfore vinarie, ma ancora molto resterebbe da fare e molti diaframmi di terra ancora nascondono l'infrastruttura fluviale.
Alle spalle delle banchine, distante circa 100 metri, fu edificata la Porticus Aemilia, un immenso capannone nel quale si trovava il complesso dei magazzini, costruito in opera incerta di tufo, lungo circa 500 metri e largo 60. Internamente l'edificio era suddiviso in sette navate longitudinali, che digradavano verso il fiume, e in cinquanta navate ortogonali alla facciata. Circa vent'anni dopo, nel 174 a.C., fu perfezionato con un lastrico pavimentale e scale di discesa al Tevere. Facendo riferimento ancora alla mappa severiana, questo magazzino  l'edificio commerciale pi vasto costruito a Roma. Alcune rilevanti murature della Porticus Aemilia si vedono emergere lungo via Rubattino e via Franklin (nei pressi di piazza di Santa Maria Liberatrice).
In tutto il quartiere, comunque, durante la sua costruzione, sono emersi diversi resti di murature dei numerosi edifici, per la maggior parte magazzini, che furono edificati a mano a mano che crescevano i bisogni della citt. In quest'area si ricordano gli Horrea Sempronia, Galbana, Lolliana, Seiana e Aniciana, ma quelli maggiormente noti sono gli Horrea Galbana (gli ex Sulpicia repubblicani). L'Emporium fu scoperto durante i lavori ottocenteschi per i muraglioni del Tevere, tra il 1868 e il 1870; fu ulteriormente indagato nel 1952. La banchina del porto era lunga circa 500 metri e profonda un metro circa, fornita di rampe di discesa al fiume. Le strutture evidenziate dagli scavi appartengono al rifacimento di fine primo secolo.
Via della Magliana prende probabilmente il nome da un piccolo affluente di destra del Tevere che ha le sorgenti a circa una ventina di chilometri dalla citt e si getta nel fiume all'altezza del viadotto; il fiumiciattolo fa parte di un importante corridoio ecologico che rientra nella Riserva naturale della Valle dei Casali.
Alcuni ipotizzano che l'antica via Campana, tra Pozzo San Pantaleo e Ponte Galeria, ricalchi la strada odierna, passando per il porto fluviale di vicus Alexandri (all'altezza di Santa Passera). Nuove indagini ritengono invece che l'attuale via sia un percorso rinascimentale, se non pi tardo; secondo questi studiosi la via Campana, in realt, avrebbe seguito un percorso molto pi vicino alla sponda del Tevere, perch da sempre utilizzata come via di alaggio.
Nella localit Pozzo San Pantaleo (Ponte Bianco-via Oderisi da Gubbio), nel 1998,  stato scoperto un mausoleo romano circolare in opera laterizia risalente al primo o secondo secolo d.C., poi riutilizzato come cisterna e in seguito trasformato nella chiesetta di San Pantaleo, che in epoca rinascimentale  in abbandono.
La via Portuensis fu realizzata dall'imperatore Traiano (98-117) per raggiungere il nuovo porto esagonale - il Porto di Traiano - che fu scavato pi all'interno rispetto all'invaso di Claudio (41-54), il quale era stato realizzato al cinquanta per cento nell'entroterra, probabilmente in una baia preesistente e orientato a sud-ovest. Fu quest'ultimo un porto molto contestato non solo per i costi ma anche per la scelta del sito a nord della foce del Tevere, distante solo tre chilometri, che avrebbe potuto creare, come avvenne, problemi d'insabbiamento e quindi grosse difficolt di navigazione per le navi in entrata/uscita e in sosta nello scalo marittimo. Perci l'infrastruttura traianea fu scavata completamente nella terraferma e inaugurata nel 112, dopo dodici anni di lavoro.
Per raggiungere il suo porto, Traiano avvi il completo ripristino dell'antica via Campana gi monumentalizzata da Claudio, che l'aveva allargata rifacendo il tratto esistente e realizzando molte migliorie.
La Portuense-Campana, la cui denominazione deriva appunto dal Campus Salinarum Romanarum, le saline alla foce del Tevere che possiamo immaginare ubicate all'incirca dove oggi si trova l'aeroporto internazionale di Fiumicino, costeggiava la riva destra del fiume collegando Roma con il suo porto marittimo.
L'imperatore Traiano in un'incisione ottocentesca.
La strada ha origine arcaiche; alcuni interventi edilizi sono stati datati attorno alla met del 600 a.C., ed  legata proprio al commercio del sale. Fu quindi una rotta commerciale che collegava i giacimenti marini con il Foro Boario, il quale era solo il primo tratto di un importante asse viario che, congiungendosi con la Via Salaria, si dirigeva verso l'interno del Paese e la parte settentrionale dell'Italia centrale per trasportare il pregiato prodotto fino alla costa adriatica.
Sulla via Portuense, come lungo le altre consolari, trovarono spazio diverse sepolture.
Negli anni Novanta del Novecento, in via Portuense 313, fu aperto un supermercato veramente singolare: il Museum Drugstore. La peculiarit di questa attivit risiedeva non solo nel fatto che rimaneva aperta 24 ore su 24, trecentosessantacinque giorni l'anno, ma che - come suggerisce il nome anch'esso originale nel panorama dei supermercati romani - all'interno della struttura era visibile, musealizzato, uno scavo archeologico costituito da un sepolcreto che faceva parte della vasta necropoli Portuense. Ai giorni nostri il supermercato non c' pi e l'area archeologica  chiusa al pubblico e non  visitabile.
Il sepolcreto (detto di via Belluzzo) fu scoperto nel 1966 quando sulla collina che sovrasta questo tratto piuttosto avvallato della via Portuense si costruirono alcune palazzine. I lavori danneggiarono in parte cinque ambienti funerari, che furono scavati nel fianco del poggio e che rimasero in uso tra la fine del primo secolo e il terzo d.C.
Le cinque tombe sono state identificate con le prime cinque lettere dell'alfabeto, nell'ordine in cui furono recuperate. La prima a essere stata sterrata, la A,  anche la pi interessante, non solo per il pregiato tappeto musivo a tessere bianche e nere, ma anche per una nicchia centrale a forma di conchiglia che decora la parete funeraria. Nella tomba a carattere familiare, chiusa da una porta, vennero sepolti otto individui.  datata verso la met del secondo secolo, con rifacimenti successivi delle murature e delle decorazioni pittoriche.
Altrettanto interessante  la tomba D, alla quale si accede scendendo tre gradini laterali. Fu scavata in tufo e in muratura; fu inizialmente utilizzata come colombario e in seguito per le inumazioni;  datata tra la fine del primo e gli inizi del secondo secolo d.C.
Quanto alle altre tombe, si pu sinteticamente dire che la B  datata alla prima met del secondo secolo,  molto piccola e conteneva poche nicchie per olle funerarie; la C  una tomba a camera interamente scavata nel tufo e, in parte, interrata. Fu utilizzata dal primo secolo all'inizio del terzo per sepolture a inumazione; nella tomba erano stati tumulati un bambino di quattro anni e due adulti. Infine, la tomba E, che ha nel centro una sorta di vasca rettangolare profonda circa quaranta centimetri, non ha restituito sepolture.
Con l'avvento del cristianesimo, lungo la via si scavarono anche le catacombe. I pellegrini medievali incontravano alsecondomiglio la catacomba di Ponziano. Subito dopo le fonti storiche documentano l'esistenza del santuario di San Felice, non ancora ritrovato. Al sesto miglio visitavano la catacomba di Generosa.
La catacomba di Ponziano si trova all'interno della collina di Monteverde.  una tra le pi emozionanti necropoli sotterranee per la presenza di un battistero, oggi del tutto sommerso dall'acqua freatica, un vero unicum della Roma cristiana ipogea. La piccola costruzione completamente affrescata giace ai piedi di una scala maestosa, una delle tante che caratterizza la catacomba, conducendo a diramazioni inferiori di gallerie che, oggi come un tempo, affascinano il visitatore.
La piccola vasca battesimale di forma quasi quadrata (1,35 x 1 m) fu vista per la prima volta da Antonio Bosio (1575-1629). Perlustrando le anguste e buie gallerie di Ponziano, il ricercatore sbuc infine nei pressi della scalinata del battistero dove, nella volta intonacata e dipinta, individu il volto di un Cristo Pantocrator: era il 29 luglio del 1618. Dal pianerottolo si dipartono, a destra e a sinistra, due rampe di scale che conducono ad altre gallerie cimiteriali mentre, dopo ancora nove gradini, ci si trova sul bordo della vasca battesimale datata al sesto o settimo secolo, costruita perci quando ormai era cessato l'uso funerario delle catacombe. Il piccolo battistero fu presumibilmente realizzato a servizio della popolazione di un centro suburbano, una sorta di piccola pieve, che  comunque un fatto insolito per l'epoca.
La denominazione completa della necropoli,Cimitero di Ponziano ad Ursum Pileatum, ci fornisce il nome del probabile proprietario, Ponziano, che potrebbe essere quello stesso personaggio che ospit papa Callisto al tempo di Alessandro Severo (222-235), quando il pontefice si trovava a Trastevere. Il toponimo presso l'orso con il berretto frigio forse fa riferimento a un'insegna di locanda o a una qualche emergenza che rimandava a questo animale, che indossava il berretto tipico dei Re Magi.
Il complesso era molto vasto e articolato; oggi l'unico livello percorribile risale alla fine del iii-inizio del quarto secolo. Oltre al sotterraneo esisteva una vasta necropoli all'aria aperta con due o tre chiese/oratori e almeno due mausolei. Il sito doveva essere molto vasto, perch nelle guide medievali viene suggerito il percorso migliore per visitare tutti i luoghi venerati in questo santuario.
I martiri commemorati in questa catacomba furono molti, ma i documenti storici forniscono dati attendibili solo per Abdon e Sennen, molto popolari a Roma, e per Pigmenio. Il luogo della deposizione dei primi due non  stato trovato, probabilmente furono sepolti nel sopratterra; la loro leggenda agiografica, poco attendibile, tramanda che furono principi di un piccolo Stato orientale portati a Roma dall'imperatore Decio (249-251). Nel nono secolo papa Gregorio quarto (827-844) trasl le loro reliquie nella basilica di San Marco a piazza Venezia; vennero ritrovate nella cripta del nono secolo, sotto l'altare maggiore.
Poco distante dal battistero, in un breve braccio di galleria, chiuso da un tramezzo per creare un ambiente rettangolare, si trova il santuario venerato di Pigmenio, il quale fu dipinto nella parete di destra con Milex, mentre sul pannello divisorio sono rappresentati altri tre personaggi. Come si  detto, dal punto di vista storico solo Pigmenio si ritiene realmente esistito, anche se gravano sulla sua figura e anche sul suo nome diverse incertezze.

ITINERARIO

La cisterna di Domiziano.

In via delle Botteghe Oscure 31, sotto il Museo Nazionale Romano Crypta Balbi, a una quota di meno cinque metri, si trovano i resti di un edificio in opera laterizia a due piani lungo e stretto, che si and a collocare nell'intercapedine tra un ampio cortile porticato e la Porticus Minucia Frumentaria. Il patio era annesso a un teatro di fine primo secolo a.C. mentre la porticus destinata alla distribuzione gratuita del grano fu riedificata verosimilmente dall'imperatore Domiziano (81-96) dopo l'incendio dell'80 d.C., che doveva aver colpito anche l'edificio teatrale.
La presenza di un bollo laterizio data la costruzione dell'edificio tra gli anni 80 e 90 del primo secolo d.C. L'opera edilizia si presenta come un corridoio parallelo a via delle Botteghe Oscure ed  articolata in una serie di vani comunicanti con volte a botte, al di sotto dei quali corre un condotto fognario. In pi punti si sono evidenziati pozzetti collegati con il suddetto condotto, nel quale confluiva un sistema di raccolta delle acque. La presenza di uno spesso pavimento in cocciopesto, che risale a scarpa sul lato della cripta e sui tramezzi per un'altezza di sessanta centimetri, lo identifica come una cisterna d'acqua alimentata, si presume, attraverso la canalizzazione di un ramo dell'Acqua Marcia che arrivava fino al Campidoglio. Sul pavimento della cisterna si aprono dei chiusini che furono collegati ai pozzetti con un sistema di discendenti in terracotta.
Nel 1960 le indagini archeologiche di Guglielmo Gatti (1905-1981) nella zona sud di Campo Marzio, nei pressi delle Botteghe Oscure dove si riteneva si trovasse il Circo Flaminio, portarono all'identificazione del Teatro e della Cripta di Balbo che si pensavano ubicati presso il Monte dei Cenci.
Il teatro fu inaugurato nel 13 a.C. La sua fu un'inaugurazione bagnata perch in quell'occasione il Tevere strarip e fu necessario l'uso di imbarcazioni. Il costruttore fu Lucio Cornelio Balbo, spagnolo originario di Cadice, console nel 32 a.C., figura di spicco dell'entourage di Augusto dopo la vittoria su una popolazione libica, i Garamanti, nel 19 a.C. L'opera fu realizzata contemporaneamente al completamento del Teatro di Marcello da parte di Augusto.
Il Teatro di Balbo nella ricostruzione di G. B. Piranesi.
Il Theatrum Balbi era il pi piccolo dei tre allora esistenti a Roma: aveva un diametro di 90 metri e poteva ospitare 11.510 spettatori, secondo quanto tramandano i Cataloghi Regionari del quarto secolo, contro i 130 metri di diametro e 20.500 spettatori del Teatro di Marcello e i 150 metri di diametro e 17.850 spettatori di quello di Pompeo, edificato in Campo Marzio (tra 61-55 a.C.). Quest'ultimo fu il pi antico dei teatri romani e anche il pi tristemente famoso, perch nel grandioso porticato che si estendeva alle spalle della scena c'era l'aula del Senato (attuale via dei Chiavari) dove, il 15 marzo del 44 a.C., fu ucciso Giulio Cesare. Lo spazio occupato dall'edificio teatrale si pu rileggere in via di Grottapinta e in piazza dei Satiri, che ripercorrono con i loro edifici l'esedra semicircolare della cavea.
Ben poco  rimasto del Teatro di Balbo, che si deve considerare compreso in un'area delimitata dalle attuali via Caetani, via dei Funari, piazza Paganica e via delle Botteghe Oscure, in sostanza sotto i Palazzi Mattei-Caetani. Tre murature in opera reticolata e travertino, pertinenti a settori radiali, sono inglobate nelle cantine del Palazzo dell'Enciclopedia Italiana e la parte alta di una di esse si trova nel cortile. Altre emergenze sono visibili al primo piano, mentre altri muri sono conservati nelle cantine di Palazzo Caetani e in quelle di un'abitazione in via Paganica.
 completamente scomparsa la scena che bisogna considerare parallela e tangente (il lato posteriore) a via Caetani dove - racconta Plinio il Vecchio (23-79) - si trovavano quattro preziose colonne in onice.
Resta il vasto spazio della crypta, oggetto d'indagini tra il 1980 e il 2000, che ci hanno restituito una vicenda storica emozionante della citt, la quale ha continuato a vivere dopo l'et antica trasformandosi in continuazione e riutilizzando i monumenti dell'isolato per tutto il Medioevo fino al Rinascimento e ai giorni nostri.
Il grande cortile quadrangolare alle spalle della scena aveva un corridoio porticato, che doveva apparire come un ambiente piuttosto chiuso e per questo definito crypta. Era stato costruito in opera quadrata in tufo e rinforzi in travertino; riceveva luce da alcune finestre e presentava un'ampia esedra di ventidue metri di diametro nel lato rivolto a est (piazza Venezia).
La denominazione di crypta per questo settore del teatro viene ricordata soltanto dai gi citati Cataloghi Regionari, mentre nella mappa marmorea severiana viene menzionato solo il Theatrum. Il termine crypta - che starebbe a indicare un luogo in parte o del tutto interrato e che, per estensione, si pu applicare comunque a un luogo nascosto - verosimilmente faceva riferimento proprio a quel corridoio finestrato, rialzato da Adriano (117-138) che circondava il cortile, come si vede nei frammenti della Forma Urbis marmorea severiana.
Il patio occupava l'area compresa tra via Caetani, via dei Delfini, via dei Polacchi e via delle Botteghe Oscure.
Come si  detto, dopo l'incendio dell'80 d.C., a nord della Crypta Balbi (lato Botteghe Oscure) fu costruito un quadriportico che  identificato come la nuova Porticus Minucia Frumentaria in asse con la Vetus, ubicata nell'attuale largo Argentina, e della quale fu un ampliamento. All'interno di questa piazza si trovava l'antico Tempio delle Ninfe, dove alcuni studiosi ritengono che fossero conservati gli archivi delle distribuzioni di grano. I suoi resti monumentali si possono ammirare in via delle Botteghe Oscure, all'angolo con via Celsa.
Visitare la Crypta Balbi significa rivivere l'affascinante percorso storico dell'isolato e del suo recupero, compiuto grazie a un'accurata indagine di archeologia urbana, orientata a mettere in luce le diverse fasi di un insediamento cittadino. L'archeologia della citt, infatti, utilizza come strumento lo scavo stratigrafico e, senza privilegiare nessun periodo storico ben definito, si preoccupa invece di ricostruire l'intera sequenza abitativa.
Solo per fare un esempio, in epoca adrianea, l'esedra nel quadriportico fu trasformata in una latrina monumentale a uso del teatro stesso, che continu a tenere spettacoli fino a tutto il quarto secolo. Dopo il suo abbandono vi s'install una vetreria (quinto secolo) e in seguito la canalizzazione scavata nell'emiciclo per l'utilizzo della latrina fu riusata come spazio funerario. Nel settimo secolo l'esedra fu abbandonata e il luogo divenne una discarica. Tra l'ottavo e il nono si costru una calchera per la produzione della calce, poi abbandonata. Altre trasformazioni gi dal terzo secolo parlano di un mitreo, di un'osteria, di un ricovero per le bestie, di un ospizio per i pellegrini, di un monastero, di una torre medievale e di un castellum aureum.
La grande muratura del quadriportico del teatro appare gi, mentre si scende nel sotterraneo, dalla prima rampa di scale. Con la seconda si arriva a livello del pavimento antico. Da qui si pu osservare la parete in opera quadrata, immaginando di trovarsi all'interno del cortile del teatro e contemporaneamente, nelle tracce delle murature, si pu individuare la sua vita secolare; ci sono sepolture risarcite e scarichi idraulici delle abitazioni medievali. Da questa zona si pu accedere ad altri vani riutilizzati come abitazioni o latrine.
Tornando sui propri passi e attraversando il muro della crypta si entra nel grande corridoio parallelo alla soprastante via delle Botteghe Oscure: sono le cantine delle case che si addossarono alla cripta fin dall'undicesimo-dodicesimo secolo. Procedendo verso destra si possono vedere le cisterne domizianee e il sistema di canalizzazione. Andando invece a sinistra si entra nella Porticus Minucia Frumentaria e in alcuni vani riutilizzati. Lungo il percorso, lasciati a vista ai diversi livelli, ci sono brevi tratti di strade tardoantiche o altomedievali. Dal quinto secolo, lungo questo muro meridionale della porticus si form un percorso stradale che collegava Campo Marzio con il Campidoglio e con la zona dei Fori.  la stessa strada che i pellegrini, in visita ai monumenti religiosi della citt, percorrevano da San Pietro a San Giovanni in Laterano.
Un settore dei sotterranei  visibile anche esternamente da un grosso finestrone in cristallo sulla via. Dall'ingresso del museo  gi possibile osservare dall'alto e apprezzare l'imponenza delle murature della Crypta Balbi.
L'insula di San Paolo alla Regola.
Abitare in una casa romana, di epoca cio antica, pu sembrare impossibile eppure a via di San Paolo alla Regola n. 16 l'impossibile si avvera. Qui c' Palazzo Specchi, edificato nel Cinquecento inglobando rovine romane continuamente ristrutturate nel corso dei secoli. Nell'antichit c'era un'ampia insula con i suoi negozi, magazzini e case di abitazione che si elevavano fino al quarto piano, le cui murature sono ancora visibili in facciata. Basta alzare lo sguardo e guardare sopra e a fianco del balcone che sovrasta l'ingresso dell'edificio, che al primo piano ospita la Biblioteca comunale dei ragazzi, mentre nei piani superiori delle abitazioni private. In un ampio spazio di muro, volutamente non intonacato, sono visibili le strutture di epoca romana che si sono conservate fino a tredici metri sopra il manto stradale, corrispondenti agli ultimi due piani degli antichi stabili. Gli altri due, infatti, si trovano nel sottosuolo. E c' anche una monofora gotica di tufo risalente alla fase medievale del quattordicesimo secolo.
La sensazionale scoperta fu fatta tra il 1978 e il 1982 quando il Comune di Roma, proprietario di alcuni fabbricati tra via del Conservatorio e la chiesa della Santissima Trinit dei Pellegrini, cur il loro restauro mettendo in luce le strutture antiche.
Nel sottosuolo si trova un caleidoscopio dell'antichit: spazi, murature, livelli pavimentali e destinazione degli ambienti s'intersecano secondo varie fasi temporali formando una narrazione illeggibile per i profani, che solo un occhio esperto pu aiutare a comprendere. Nell'ipogeo c' un palinsesto di vita vissuta che parte della dinastia Flavia (69-96) e dura con restauri e riutilizzi fino al quarto secolo d.C. Tra il quinto e il sesto secolo c' un totale cambio di destinazione d'uso. Da questo periodo in poi e fino a tutto l'undicesimo-dodicesimo secolo la zona venne abbandonata fino alla ripresa edilizia, che riport a nuova vita le rovine antiche. Il casuale rinvenimento di alcuni anni fa ha consentito di restituire loro l'identit.
Per andare alla scoperta delle antiche vestigia  necessario tuffarsi fino allo strato pi profondo delle costruzioni e scendere per circa otto metri (secondo piano sotterraneo). Si raggiunge per un ampio scalone moderno che immette in due vani con volta a botte di epoca domizianea, ben conservati; le porte furono tamponate nel Medioevo. Durante l'impero di Domiziano (81-96) la zona era a cielo aperto; qui l'imperatore fece edificare dei magazzini che le fonti tramandano come Horrea Vespasiani i quali si affacciavano, a pettine, su un vicolo parallelo al fiume e dovevano occupare un'area che si pu immaginare compresa tra via Arenula, il Tevere, piazza della Quercia e oltre via Arco del Monte.
Risalendo al piano superiore (primo sotterraneo) si arriva alla stanza della colonna, chiamata cos proprio per la presenza di questo elemento architettonico, che in epoca costantiniana (306-337) fu eretto per sostenere un grosso arco di epoca severiana (193-235).  un livello intermedio dei sotterranei, articolati in varie quote pavimentali, che testimoniano distinte fasi di costruzione. In origine l'ambiente era un cortile sul quale confinava il muro posteriore del magazzino domizianeo e la facciata (visibile) di un edificio di abitazione.
Durante la dinastia dei Severi, all'inizio del terzo secolo d.C., le costruzioni furono ristrutturate per ricavare due magazzini mentre il muro di quelli domizianei fu foderato. In epoca costantiniana (primi decenni del quarto secolo d.C.) e a seguito di un incendio, il complesso abitativo fu nuovamente restaurato interrando il pianterreno. Le finestre del primo piano furono trasformate in porte, perci il primo livello del palazzo divenne il piano terra.
Alcuni gradini in salita immettono nei magazzini severiani, anch'essi costituiti da due ambienti. A quest'altezza sono visibili le due grandi volte di epoca cinquecentesca sulle quali si  sviluppato il Palazzo Specchi.
Uno scavo stratigrafico ha reso evidente la presenza di un altro cortile e ha riportato alla luce la cosiddetta stanza della pittura, cos chiamata per via di un affresco parietale che riproduce un finto marmo simulando il porfido rosso e verde, giallo, nero e rosso antico. Sono emerse anche due piccole vasche realizzate in modo grossolano, forse appartenenti a una lavanderia-fullonica.
Il saggio di scavo ha consentito di ricostruire anche le successive destinazioni d'uso delle strutture, che furono dapprima un deposito di anfore e poi una discarica dopo un'alluvione.  stato trovato un assortimento di conchiglie Spondylus che si fanno risalire all'inizio del quinto secolo, mentre al sesto si ritiene appartengano i diversi denti di maiale rinvenuti, che fanno pensare alla presenza di una macelleria per la lavorazione dei suini. La zona and nel tempo degradandosi, mentre crolli e depositi alluvionali innalzarono il suolo molto probabilmente fino a quello attuale, nascondendo sotto la strada il secondo piano del palazzo romano severiano.
A questo livello del sottosuolo sono visibili anche un piccolo vano con pavimento mosaicato con tessere bianche e nere e una decorazione a cerchi, che fa parte di un ambiente pi vasto collocato al di sopra dei primi magazzini, quelli domizianei. Qui  stato scoperto un deposito di ceramica medievale.
Tornando alla quota intermedia della sala della colonna e scendendo alcuni gradini ci si trova al primo piano degli Horrea Vespasiani con lo stesso pavimento mosaicato visto nel vano precedente. L'opera musiva di entrambi, per, appartiene al periodo severiano; la tipica decorazione consente di datare il rivestimento, con pi precisione, all'epoca di Elagabalo (218-222). In questa zona sono evidenti le ristrutturazioni medievali.
La basilica di San Crisogono.
L'ambiente barocco che accoglie il visitatore della basilica di San Crisogono a Trastevere non deve confondere perch, dietro quelle fastose decorazioni volute dal cardinale Scipione Borghese, si cela un edificio di culto edificato nel dodicesimo secolo (1124-1129), del quale restano a testimonianza il maestoso pavimento cosmatesco, uno dei meglio conservati di Roma, e il campanile romanico, al quale  stata aggiunta la cuspide nel 1623.
Se poi dalla sagrestia si decide di scendere per la moderna scaletta di ferro al piano inferiore della basilica si scoprir all'improvviso che il sotterraneo nel quale ci si trova  invece risalente al quarto quinto secolo d.C. ed   relativo alla chiesa paleocristiana, che prese il posto di alcune strutture preesistenti.
La basilica di San Crisogono in un'incisione di Giuseppe Vasi.
Il santo al quale  dedicata la chiesa ha tuttavia una storia piuttosto incerta: forse fu vescovo di Aquileia o forse un martire romano. La leggenda narra comunque che san Crisogono fu decapitato sotto Diocleziano. Secondo tale tradizione, fu maestro del suo carceriere Rufo, che convert al cristianesimo e intitolato santo, e di santa Anastasia, una donna devota romana dedita a opere di bene. I tre - Crisogono, Rufo e Anastasia - sono dipinti insieme nella cripta della basilica sotterranea.  difficile stabilire a chi appartenesse la domus di Trastevere poi trasformata in titolo.
Che sotto la basilica di San Crisogono si celasse qualcosa d'interessante era noto gi da qualche tempo, perch la curva dell'abside della chiesa paleocristiana era visibile in un vano adibito a cantina sotto l'attuale sacrestia; l'organismo circolare, tra l'altro, era percepibile anche attraverso alcune caditoie che si aprivano su via di San Gallicano.
Intorno al 1878 perci i padri trinitari L. Manfredini e C. Piccolini iniziarono a indagare con maggiore accuratezza, scoprendo sotto la sacrestia interessanti reperti. Gli scavi archeologici veri e propri furono condotti in due fasi nel primo ventennio del Novecento. L'archeologia ha consentito cos di riportare alla luce uno degli edifici di culto paleocristiani pi antichi e interessanti che ci ha tramandato la storia.
La chiesa di San Crisogono fu costruita sul luogo in cui c'era il Titulus Chrysogoni, ricordato nel Concilio romano del 499 d.C. Nel quartiere di Trastevere si trovavano altre due parrocchie: Callisti, oggi Santa Maria in Trastevere, e Caeciliae, Santa Cecilia. L'edificio  datato tra la fine del quarto e l'inizio del quinto secolo; fu ricostruito dal cardinale titolare Giovanni da Crema (dodicesimo secolo) che lo interr per circa sei metri, costruendolo con lo stesso orientamento, ma spostandolo pi verso il Tevere rispetto al precedente. L'attuale basilica, infatti, non si sovrappone alla sottostante se non per un breve tratto.
La chiesa paleocristiana aveva un'unica vasta aula rettangolare absidata (circa 34 x 18 m) . Ai lati dell'abside sono stati ritrovati due ambienti di servizio che richiamano i pastofori orientali. A destra c' un'aula quadrata con lacerti di un pavimento a mosaico. Ebbe forse funzioni di sacrestia; in seguito fu riutilizzata come sepoltura.
La stanza a sinistra, opposta e non simmetrica, eccedente il perimetro della chiesa,  rettangolare (8 x 4 m); si affacciava su via di San Gallicano tramite una porta, poi tamponata e ancora visibile.
Qui gli scavi hanno riportato alla luce delle vasche rettangolari tra loro comunicanti con canali di scolo, che confluivano in una fogna a cappuccina. Ci ha fatto supporre la sua estraneit alla basilica e la sua preesistenza con funzioni molto probabilmente di fullonica. La tintoria-lavanderia dell'antichit, aperta direttamente sulla strada e a una quota inferiore, fu inglobata nell'edificio ecclesiastico. Le vasche furono interrate tranne una, la centrale, che venne monumentalizzata e forse trasformata in un battistero a immersione. L'aula e la vasca, rotonda, sono visibili attraverso una cancellata di ferro battuto. Un muro medievale le taglia a met, mentre sul fondo della stanza si vede ancora parte dell'ingresso arcuato, chiuso da un muro e una finestra, anch'essa sigillata.
La posizione anomala dell'ingresso della basilica  un'altra singolarit dell'edificio. L'accesso non avveniva come di consueto attraverso il nartece, bens lateralmente, dove oggi vediamo tre grosse arcate, ora tamponante, forse appartenenti a un portico. Al posto della facciata, invece, ci sono le mura di una casa romana del terzo secolo.
Nell'ottavo secolo, papa Gregorio terzo (731-741) ordin la sua ristrutturazione creando una cripta anulare, per consentire la vista delle reliquie del santo tramite due fenestellae confessionis. I fedeli vi accostavano dei panni bianchi, che erano ritirati imbevuti di santit dopo il contatto con le spoglie sacre. Per realizzare questi lavori il pavimento del presbiterio fu rialzato di circa due metri. Si cre cos un vano a forma di ferro di cavallo tipico delle cripte sotterranee semianulari; l'ambiente s'individua immediatamente non appena ci s'immette sulla scaletta di ferro, che porta il visitatore al suo interno.
Il breve corridoio rettilineo che conduceva al vano delle reliquie fu dipinto. Bench sbiadito dal tempo, l'affresco sulla parete di sinistra consente ancora di vedere il santo titolare affiancato da San Rufo (alla sua destra) e da Santa Anastasia (alla sua sinistra). San Crisogono veste una tunica bianca e un pallio rosso mentre San Rufo  vestito con clamide rossa, su una tunica gialla, trattenuta sulla spalla destra da una fibula. Sant'Anastasia indossa una veste sontuosa e un manto bianco sulle spalle, la testa  coperta da un velo stellato, e regge tra le mani una corona gemmata.
Nel sotterraneo, l'affollamento delle diverse murature distorce la percezione dello spazio e, a prima vista, potrebbe suggerire la suddivisione dell'originaria basilica in tre navate, ma la totale assenza di basi di colonne ha escluso questo tipo di planimetria. Il lungo muro a destra che restringe l'aula originaria  quello di fondazione della basilica superiore.
La chiesa paleocristiana doveva essere completamente affrescata. Nella parete superiore dell'abside  visibile ancora parte di una decorazione realizzata con medaglioni e forme geometriche, che imitano marmi policromi risalenti all'epoca della creazione della cripta per le reliquie.
Lungo il muro di destra, nel registro superiore, sono visibili le storie di San Benedetto (decimo secolo). In basso una decorazione a trompe l'oeil suggerisce la morbidezza delle tende. Nel lato sinistro ci sono i resti di grossi medaglioni dipinti con immagini di santi.
Nel corso del tempo la chiesa fu utilizzata anche come cimitero; sono stati ritrovati diversi sarcofagi, anche di pregio, lasciati nei sotterranei.
Le basiliche cristiane
La prima basilica cristiana fu costruita dopo la pace della Chiesa quando l'imperatore Costantino (306-337) con l'editto di Milano (313) liberalizz il culto, i cui seguaci erano ancora sotto choc per l'ultima cruenta persecuzione dioclezianea (303-304). Proprio al primo imperatore cristiano si deve l'avvio di un'importante e prolifica attivit edilizia, che nell'arco di poco pi di un ventennio consegn a Roma, e non solo, i primi significativi monumenti della religione cristiana.
Subito dopo la sua fatale vittoria nella battaglia di Ponte Milvio (312), Costantino fece costruire la basilica dei Santissimi Giovanni Battista ed Evangelista in Laterano (314-318), inizialmente dedicata al Salvatore, che divenne la sede ufficiale del vescovo di Roma. L'edificio fu innalzato nell'aria occupata dalle caserme degli equites singulares, la guardia speciale a cavallo dell'imperatore, sciolta dal vincitore perch si era schierata con l'antagonista Massenzio (306-312).
Nel 320, fu la volta di Santa Croce in Gerusalemme - detta anche basilica Sessoriana perch occup una sala del Sessorium, il palazzo imperiale di Settimio Severo (193-211) - per conservarvi le reliquie della Vera Croce che la madre di Costantino, l'imperatrice Elena, aveva recuperato in Terra Santa.
Negli anni Venti del quarto secolo si avvi la trasformazione delle cellae memoriae di Pietro e Paolo con l'edificazione delle due basiliche dedicate agli Apostoli, costruendole ad corpus, cio sulla loro tomba.
Per la basilica di San Pietro, che riposava nella necropoli pagana della via Cornelia ancora attiva nel quarto secolo, l'imperatore interr il cimitero, spian la collina vaticana portando via quarantamila metri cubi di terra, ed edific la chiesa che divenne la sede definitiva del papato dopo l'esilio di Avignone. Anche Paolo era stato sepolto in una necropoli pagana sulla via Ostiense. Qui fu costruita San Paolo fuori le Mura, una basilica a tre navate che fu ingrandita e portata a cinque dagli imperatori Valentinianosecondo(375-392), Teodosio i (379-395) e Arcadio (395-408).
Agli architetti costantiniani dobbiamo anche alcuni edifici di culto molto particolari, le cosiddette basiliche circiformi, per la loro forma ispirata al circo, dove le due navate laterali proseguono a deambulatorio incontrandosi dietro l'abside, senza soluzione di continuit. Sulla via Appia Antica, ricordiamo quella di San Sebastiano con funzioni principalmente di cimitero coperto, edificato sulle catacombe dove venne sepolto il santo eponimo, giovane soldato al servizio dell'imperatore Diocleziano, martirizzato con il supplizio delle frecce. La basilica fu dedicata alla Memoria degli Apostoli perch si ritiene che le reliquie di Pietro e Paolo, intorno alla met del terzo secolo e per una cinquantina d'anni, riposassero qui. Le altre chiese circiformi di Roma, tutte risalenti alla prima met del quarto secolo, sono Santa Agnese sulla Nomentana, San Lorenzo sulla Tiburtina, Santi Marcellino e Pietro sulla Labicana, l'Anonima sulla Prenestina e l'ultima scoperta, la basilica fatta realizzare da papa Marco, dove per non sembra esserci una devozione martiriale.
Se i primi edifici di culto risalgono all'inizio del quarto secolo d.C., nei primi tre secoli del cristianesimo dove si riunivano i cristiani per celebrare la loro sinassi liturgica, la messa?
In quel tempo i fedeli s'incontravano nella domus ecclesia, letteralmente casa-chiesa, di norma un'abitazione privata messa a disposizione da un cristiano benestante. Qui, in un ambiente dell'appartamento, si riunivano e pregavano come avevano fatto la Madonna e gli Apostoli dopo la morte di Ges, raccolti nel Cenacolo, prima stanza di culto ricordata dalla tradizione evangelica, chiamata Camera Alta perch si trovava al piano sopraelevato di un edificio.
Di questa fase storica del cristianesimo a Roma non abbiamo resti monumentali, anche se sotto la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, al Celio,  emersa una casa di abitazione sulle cui pareti  stata dipinta un'orante, l'immagine di una donna con le braccia tese e le mani aperte in un gesto d'invocazione, nella classica iconografia della pittura paleocristiana.
L'unica emergenza monumentale e certa di una domus ecclesia va cercata oltre i confini italici, a Dura Europos, oggi in Siria, sulle rive dell'Eufrate. Nell'avamposto militare distrutto dai Persiani Sassanidi nel 256 d.C., poi abbandonato,  stato ritrovato un edificio che doveva essere almeno di due piani. Al piano terra di quest'abitazione privata  stato individuato un organismo che fu certamente una domus ecclesia; era articolata in un cortile-atrio, una sala di culto e un battistero.
La caserma dei pompieri
Un vigile del fuoco trasteverino, all'inizio del terzo secolo, ci ha lasciato un'accorata invocazione tracciata sul muro intonacato della sua caserma: Lassum sum, successorem date (sono stanco, datemi il cambio!. Il sito si trova in via della settima coorte, nei pressi della chiesa di San Crisogono, a Trastevere.
Nel 1866 un muro antico che faceva bella mostra di s nel giardino di una casa ora scomparsa, in via di Monte Fiore, port alla scoperta degli uffici della settima coorte dei vigili del fuoco, la militia vigilum creata da Augusto nel 6 d.C., il quale riorganizz il corpo di polizia creato in epoca repubblicana, addetto alla sicurezza dei cittadini e della citt. Il nuovo organismo aveva compiti simili a quelli dei nostri vigili del fuoco, quindi doveva spegnere quei fuochi cos frequenti a Roma, dove il legno era il materiale predominante nelle abitazioni. I vigili svolgevano anche il servizio di polizia notturna pattugliando le vie dell'Urbe e vegliando contro assassini, piromani, malandrini.
L'edificio, i cui resti sembrano appartenere a una casa privata del secondo secolo, fu probabilmente comprato o affittato dalla pubblica amministrazione per alloggiare il corpo dei vigili. Giace otto metri sotto il livello stradale. Un ingresso e una scala moderni consentono di entrare in un ambiente particolarmente affascinante per la sua ampiezza e per la presenza di una fontana, leggermente decentrata e piuttosto originale nelle forme. Si tratta di una vasca esagonale con i lati esterni convessi, che le danno il tipico aspetto stellare.
Di fronte al bacino si apre un'edicola sacra, nella quale era venerato il nume protettore del corpo dei vigili, il Genius Excubitorii, ricordato nei diversi graffiti trovati sul muro. La cappella ha un ingresso ad arco aperto tra due paraste corinzie sormontate da un timpano. L'edicola  realizzata in laterizio. Le pitture, gli intonaci dipinti e il corpus di circa cento graffiti ritrovati in quest'ambiente sono purtroppo andati perduti, cos come si  perso il magnifico pavimento mosaicato in bianco e nero, che  stato saccheggiato durante la seconda guerra mondiale.
Delle pitture, del mosaico e dei graffiti ci restano la documentazione scritta, i disegni e le fotografie che furono fatti prima della loro scomparsa. D'altro canto l'incredibile monumento - unico nel suo genere a Roma con tale grandiosit - fu sistemato e adeguatamente protetto nel 1966, ben cento anni dopo il suo ritrovamento! Il restauro della decorazione architettonica e di quanto era rimasto delle pitture fu eseguito nel 1986.
Una stampa dell'Ottocento mostra l'ambiente a cielo aperto con mura alte fino al secondo piano delle case moderne, che si scorgono oltre le pareti antiche. Nell'illustrazione la fontana sembra essere ben conservata fino a una certa altezza, mentre oggi  rimasto soltanto un basamento quasi radente il terreno.
Nelle facciate di fronte e a destra dell'edicola sacra si aprono altri ambienti di cui  difficile comprendere la funzione. In uno di questi si  voluto riconoscere un bagno, per via del pavimento in coccio pesto e di un chiusino, mentre in altre due stanze comunicanti c' un pavimento in mattoni disposti a spina di pesce che fa pensare a un ambiente di servizio a cielo aperto. La pavimentazione, tra l'altro, si sovrappone a un mosaico con tessere bianche, ritrovato venticinque centimetri pi in basso. L'opus spicatum prosegue anche lungo il corridoio e in un altro passaggio, ricavato nel muro di fondazione del palazzo sovrastante, che consente di raggiungere un magazzino. Oltre una soglia di marmo, infatti, si trova una stanza rivestita con lo stesso pavimento, dove c' un recipiente interrato, un doglio utilizzato per conservare sia il grano, ma anche legumi, olio, vino.
L'Excubitorium della settima coorte.
dei vigili del fuoco, in un disegno di Harold B. Warren.
I numerosissimi graffiti datati tra il 215 e il 245, purtroppo perduti, hanno fornito notizie interessanti sulla vita dei pompieri del Transtiberim, la quattordicesima regione augustea, che sorvegliava anche la nona (Circus Flaminius) o l'undicesima regione (Circus Maximus).
Negli scritti murari, sono indicati generalmente la data, il nome e il numero della coorte, e il nome dell'ufficiale che comandava la compagnia. Chi scriveva dichiarava anche il suo ruolo e i motivi che lo spingevano a tracciare sul muro quei graffiti, che erano fondamentalmente due: esprimere auguri di felicit e lunga vita agli imperatori e ringraziare gli di o il Genius Excubitorii per aver terminato i sebaciaria. Ancora oggi non  stato chiarito il significato di questo termine, anche se si  voluto spiegare con il turno di guardia notturno che i vigili svolgevano equipaggiati con torce di sego.
Come si  detto, nei graffiti sono nominati gli imperatori e in loro onore la coorte era chiamata, di volta in volta, Severiana, Antoniniana, Mammiana, Alexandriana e Gordiana. Ci sono rimasti anche i nomi di venticinque comandanti. Chi scrive  generalmente un soldato semplice, ma ci sono anche i sottoufficiali (adiutores centurionis), gli addetti agli interrogatori dei prigionieri (quaestionarii), i carcerieri (carcerarii), gli addetti all'acqua (aquarii), i vigilanti dei bagni pubblici (balnearii) e quelli dei magazzini (horrearii).
Il corpo dei vigili - articolato in sette coorti - era comandato dal praefectus vigilum, scelto dall'imperatore tra le file dell'ordine equestre. Ogni coorte doveva assicurare la sua sorveglianza su due regioni augustee e aveva la stazione (statio) principale in una delle due di sua competenza mentre, nella seconda regio, era distaccato un corpo di guardia (excubitorium).
Ogni coorte - suddivisa in sette centurie da 100-160 unit - era composta di circa 1000-1200 uomini reclutati tra i liberti, che dopo sei (poi tre) anni di servizio potevano ottenere la cittadinanza romana. Sulla funzione della stazione ritrovata a Trastevere ci sono ancora delle incertezze: era solo un distaccamento della settima coorte che doveva forse avere la sua caserma in Campo Marzio o come altri ritengono era proprio la statio, cio la caserma principale?
L'excubitorium della settima coorte dei vigili del fuoco si pu visitare al n. 9 della via omonima.
Il rione di San Pasquale Baylon.
Nel 1997 il restauro del conservatorio di San Pasquale Baylon in via Anicia in Trastevere, oggi sede del cuir, Collegio universitario internazionale di Roma, ha riportato alla luce un quartiere dell'antica Roma compreso tra le odierne via Anicia (est), via dei Genovesi (sud), via della Luce (ovest) e via dei Salumi (nord); strade che dovevano gi appartenere all'urbanistica romana e delle quali sono stati individuati diversi lastricati antichi nel corso dei primi decenni del Novecento.
Tali emergenze archeologiche si devono collocare nell'ambito degli altri ritrovamenti che si sono fatti in zona, dalla settima coorte dei vigili del fuoco e, a due passi dal collegio, le strutture abitative che si trovano sotto la basilica di Santa Cecilia o ancora le scoperte fatte nella vicina via dell'Atleta, dove nel 1849 fu scoperta la statua dell'Apoxyomenos, che ritrae uno sportivo mentre si deterge il sudore con lo strigile dopo la gara. La statua  una copia romana dell'opera greca realizzata in bronzo da Lisippo (370-300 a.C.) ed era probabilmente pertinente alle strutture che sono state identificate come un complesso termale da Luigi Canina (1795-1856).
Alcune compagini dell'isolato erano gi state individuate nel 1743 durante la costruzione del conservatorio, nel quale allora erano ospitate le ragazze povere, cui era insegnato un mestiere in attesa di sposarsi o di pronunciare i voti. I resti degli edifici antichi furono identificati come l'insula Bolaniana, di cui parla anche Rodolfo Lanciani, cos denominata da M. Vettio Bolano, un console sostituto sotto Nerone o da suo figlio, e omonimo, console nel 111 d.C., che aveva dedicato un sacello alla Bona Dea, come si evince da un'iscrizione rinvenuta all'epoca.
Le maggiori evidenze archeologiche del quartiere trasteverino si fanno risalire al secondo, al terzo e al quarto secolo d.C., quando in successione furono edificate delle insule, grandi caseggiati multifamiliari a carattere popolare. Tuttavia alcuni ritrovamenti fatti nel settore ovest mostrano che quell'area di Trastevere aveva avuto precedenti insediamenti anche in epoca repubblicana. Si tratta di strutture edificate in opera quadrata con conci di tufo, di cui restano le pareti d'angolo di un edificio monumentale e, poco pi avanti, le rimanenze di una muratura lungo un tracciato stradale, che conserva la ghiera di un arco. Alcuni resti repubblicani furono rinvenuti anche sotto Santa Cecilia, dove sono stati individuati dei tramezzi in tufo di Grotta Scura e una domus datata al secondo secolo a.C.
Dopo gli importanti lavori del 1997, che hanno trasformato l'antica casa delle zitelle in un elegante e importante centro universitario ecclesiastico, le mura antiche riportate alla luce e molto ben restaurate convivono con le stanze e con i marmi moderni. I giovani studenti che vengono per studiare e prepararsi al sacerdozio hanno il privilegio di vivere in un ambiente dove passato e presente si fondono insieme in un unico contesto, cosicch essi attraversano corridoi e sale o scendono scale avendo davanti agli occhi le strutture romane, che sono state lasciate a vista ogni qualvolta sia stato possibile.
Anche chi visita questo sotterraneo perci passa direttamente dagli ambienti moderni agli antichi. Basta attraversare una porta per affacciarsi direttamente sui secoli precedenti: da un balcone interno si pu vedere lo scavo pertinente al secondo secolo a.C. con la strada basolata, la fontana e l'ingresso dei negozi.
Com' occorso nel quartiere sotterraneo vicino a Fontana di Trevi, anche qui  stata ritrovata una strada che divide due insulae: quella a sinistra verso via dei Genovesi (con le spalle a via Anicia) risalente al secondo secolo d.C. e quella a destra verso via dei Salumi del terzo secolo d.C.
Il primo fabbricato fu edificato nel corso del secondo secolo d.C. con uno sviluppo parallelo alla via Anicia. A questo stesso periodo si attribuisce una parete affrescata con stile lineare che fu ridipinta nel secolo successivo; coeve a quest'epoca ci sono due botteghe, delle quali s'individuano gli ingressi (in uno c' ancora l'intera soglia in travertino con le scanalature previste per i battenti della porta) e una fontana pubblica su strada, al servizio degli abitanti del condominio popolare.
L'ambiente affrescato  in opera laterizia ed  conservato per un'altezza quasi uguale al soffitto della stanza contemporanea, che svolge funzione di passaggio verso altre aule del conservatorio. L'analisi del dipinto ha rivelato due fasi pittoriche, la prima contestuale all'edificazione della parete datata alla fine del secondo secolo. La seconda fase ornamentale  attribuita all'inizio del terzo secolo e occupa la maggior parte della parete, dal pavimento fino a una certa altezza. In quest'occasione il muro fu nuovamente intonacato e ridipinto, ispirandosi alla precedente decorazione a linee verticali e orizzontali, che disegnano idealmente un'architettura di edicole stilizzate e motivi di piccoli fiori. Predominano il rosso, il giallo e il bianco. La pittura sottostante del secondo secolo presenta una larga fascia rossa abbellita da piccole onde bianche, che ora sembra dividere le due fasi pittoriche.
I negozi al pianterreno del caseggiato si affacciavano su un cortiletto pavimentato con pietre di basalto, che  stato riportato alla luce e restaurato per circa quattordici metri, mentre la fontana pubblica, rivestita di cocciopesto, ha la forma tipica di una vasca rettangolare simile a quella che si pu vedere nel sotterraneo quartiere Trevi. Su di un lato sono conservati i fori di scarico mentre a livello stradale  ancora ben conservata la canaletta di scolo, che fluiva verso est e che era presumibilmente collegata a una fogna sotterranea attraverso un tombino.
Sull'altro lato della strada basolata, all'inizio del terzo secolo d.C., fu costruito un edificio rettangolare (circa 10 x 16 m), con un'abitazione di medio livello al pianterreno. Il lato corto, con l'ingresso e tre botteghe,  orientato verso via dei Salumi. Questo caseggiato doveva avere al centro un cortile scoperto con una fontana, ma non  stato completamente scavato, perch al di sopra ci sono le strutture medievali delle calcare, tuttavia alcuni saggi di scavo hanno consentito di raggiungere il pavimento in cocciopesto dei negozi.
L'ambiente pi interessante di questo edificio  un stanza quadrata illuminata da diverse finestre, che in seguito vennero occluse. Il soggiorno si affacciava su un cortile distrutto nel Medioevo e comunicava con altri vani tramite dei passaggi laterali; in particolare, sul lato orientato verso via Anicia,  stato riportato alla luce un lungo corridoio (o forse una sala), anch'esso fornito di diverse finestre, che conserva, anche se in modo lacunoso, una pavimentazione a mosaico in bianco e nero. Sul lato prospicente via della Luce, sono state individuate alcune stanze private, in una delle quali, scavata fino al livello pavimentale,  ancora ben conservato un mosaico, anch'esso in bianco e nero con decorazione a emblema centrale. I mosaici sono di buona fattura e confermano i motivi decorativi diffusi agli inizi del terzo secolo. Le stanze si affacciavano su una strada che si dirigeva verso nord e si ricollegava con l'asse viario di via dei Salumi.
Un'ulteriore profonda trasformazione del sito si ebbe nel secolo successivo, quando verso la met del quarto secolo una domus signorile realizzata in opera vittata occup gli spazi dell'insula del terzo secolo e l'area del cortiletto con fontana, riunendo pi costruzioni e trasformando l'assetto topografico della zona. La suddetta stanza quadrata fu arricchita da un'abside verso via dei Genovesi, che s'innest nella parete con finestre. L'aula fu ricoperta con un elegante pavimento marmoreo in opus sectile a carattere geometrico che doveva ricoprire anche le pareti, come sembrano testimoniare le tracce preparatorie rinvenute. Sul lato di via Anicia fu aggiunto un lungo criptoportico testimoniato dalle finestre a bocca di lupo, che si trovavano a circa tre metri dal pavimento.
In un momento imprecisato del quinto secolo, ma che gli studiosi ritengono di poter identificare con il sacco di Roma dei Goti di Alarico (410), il sito fu abbandonato precipitosamente; molte opere in corso di trasformazione furono lasciate a met. Quasi subito la zona cominci a essere ricoperta con materiali di sgombro, al punto da diventare, fino alla met del secolo successivo, una vera e propria discarica. Il livello del terreno s'innalz di almeno 4-5 metri tanto da interrare gli edifici romani fino al primo piano.
Nella seconda met del quarto secolo e fino agli inizi del settimo, nell'area s'install un piccolo camposanto, del quale sono state ritrovate sette sepolture a inumazione a cappuccina oppure a fossa, di cui due deposizioni infantili in anfora, tutte di povera gente, senza corredi, se non un'ampolla in vetro collegata ai riti funerari. Cessato l'uso cimiteriale, l'area fu coperta con terreno da riporto, mentre le strutture degli edifici emergenti furono usate come cave per materiale edilizio. Nei secoli successivi e fino alla fine del dodicesimo secolo-inizi tredicesimo, sono stati individuati resti di edifici che furono distrutti dalle fondazioni del conservatorio, alla met del diciottesimo secolo.
Tra i resti degli edifici altomedievali furono costruite delle calcare; tre di esse, in successione e quasi sovrapponendosi una a poca distanza dall'altra, andarono ad occupare una zona vicina a via dei Salumi, mentre l'ultima, di notevoli dimensioni, fu realizzata pi centralmente e all'interno dell'edificio con l'aula absidata.
Secondo gli studiosi questi forni per calcinare i marmi furono installati ad hoc per i lavori di ampliamento del convento di Santa Cecilia, che furono eseguiti proprio tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo. Fino ad oggi, infatti, in questa zona di Trastevere non si conoscono attivit commerciali legate alla produzione di calce.
L'insula di Santa Cecilia in Trastevere
Catalogare univocamente i sotterranei della basilica paleocristiana di Santa Cecilia in Trastevere  un'impresa piuttosto ardua, perch nel sotterraneo della chiesa, in corrispondenza della navata centrale e sotto il monastero delle suore francescane del Cuore Immacolato di Maria dette d'Egitto (a destra del cortile), sono state individuate diverse situazioni: una domus repubblicana poi trasformata in insula e un breve tratto di strada, una cripta medievale restaurata completamente nel Novecento e un battistero paleocristiano accanto a un balneum.
C' quindi di che incuriosire gli appassionati del sottosuolo romano, del quale non sapremo mai completamente quante sorprese ancora ci attendono. Tuttavia, a Santa Cecilia, non tutto si pu vedere. La cripta, il battistero e il balneum sono chiusi al pubblico e visibili (neanche tutti) solo con un permesso speciale e con visita guidata. Per motivi di sicurezza lo scavo della strada romana e l'ingresso all'insula sono vietati.
La tradizione tramanda che in questo sito trasteverino, proprio sotto la basilica, si trovasse l'abitazione di Cecilia e della sua famiglia e che il balneum di cui si  detto fosse il luogo in cui sub il martirio prima di essere sacrificata con tre colpi di ascia sul collo. Le fonti storiche religiose, infine, parlano di un titulus Caeciliae, tra il quarto e il quinto secolo, cio una chiesa parrocchiale ante litteram, che s'install nell'abitazione della giovane.
Purtroppo tutte queste rilevanti notizie non sono confortate da ritrovamenti archeologici che possano dare una risposta sicura alle domande. A oggi  certo che sotto l'attuale basilica non ci sia alcuna chiesa paleocristiana. Tuttavia gli scavi intrapresi tra il 1987 e il 1999, oltre alla straordinaria scoperta del battistero, hanno consentito di formulare nuove ipotesi proprio sull'esistenza del titulus, che s'immagina fosse al primo piano elevato del palazzo popolare e quindi ormai scomparso.
La vicenda di Cecilia, scolpita in modo mirabile da Stefano Maderno nel 1599,  nota: sposata con rito pagano contro il suo volere al giovane Valeriano, lo convince ad accettare il voto di castit facendolo convertire al cristianesimo insieme con il fratello Tiburzio, ma i due uomini vengono uccisi e Cecilia condannata a morire soffocata nel balneum della sua abitazione. Salvata per intercessione di un angelo,  condannata alla decapitazione con tre colpi di scure e lasciata agonizzante per tre giorni, prima di spirare. Per un'interpretazione travisata della sua passio  stata eletta protettrice della musica e dei musicisti. Si racconta che venne sepolta nel cimitero di Pretestato, ma la sua tomba  ricordata nella catacomba di San Callisto alle spalle della cripta dei papi, dove si trova una cappella con una copia della scultura rinascimentale.
La basilica di Santa Cecilia in un'incisione di Giuseppe Vasi.
Malgrado ci, le incognite legate alla figura di Cecilia sono molte e riguardano persino la sua stessa esistenza storica. Bench molto si sia scritto attorno alla sua vicenda, essa resta ancora dibattuta e poco chiara, tanto che gli studiosi non sono ancora giunti a una conclusione condivisa.
 storicamente accertato che fino al quinto secolo le fonti letterarie ignorano completamente il nome di Cecilia, perci occorre fare riferimento solo alla tradizione agiografica, che non ha alcun valore storico; il testo scritto principalmente per esaltare la titolare della basilica trasteverina  pieno d'incertezze e di lacune: manca una qualsiasi cronologia e non sono citati nomi di consoli o di imperatori, che potrebbero orientare sul periodo in cui visse e mor. Per questo il suo martirio  collocato in differenti momenti storici e sotto diversi imperatori: Marco Aurelio, Alessandro Severo, Massimino il Trace, Settimio Severo, Decio, Valeriano, Diocleziano e perfino Giuliano l'Apostata. Nella passio mancano soprattutto le cosiddette coordinate, cio l'indicazione precisa dei luoghi che, nel racconto, sono ricordati in modo piuttosto generico.
 altrettanto indubbio che verso la met del quinto secolo dovesse esserci una sorta di parrocchia o un oratorio, perch resta un'iscrizione che fa riferimento a un certo Secolare, chierico tituli sanctae Caeciliae, mentre alla fine dello stesso secolo, nel 499, i presbiteri Bonifacio e Marciano parteciparono al Sinodo Romano firmandosi come appartenenti al titolo di Cecilia che verso la met del sesto era festeggiata il 22 novembre. Pertanto si tende a credere che Cecilia sia stata una donna dell'aristocrazia romana la quale, donando tutti i suoi beni alla comunit cristiana, si merit la qualifica di santa e la palma del martirio, pianta ornamentale che per il cristianesimo simboleggia la Vittoria.
Lo scavo  aperto al pubblico, l'ingresso ai sotterranei si trova nella prima campata della navata di sinistra. Una serie di pannelli didattici, esposti in ogni ambiente, accompagna il visitatore nella comprensione del complesso contesto storico e archeologico della chiesa sotterranea. Lungo il percorso (3-5 m sotto la navata centrale), sulle pareti o in terra sono esposti, come in un museo, i molti reperti ritrovati durante i lavori: epigrafi, anfore, fontane e diversi sarcofagi.
La visita del sotterraneo inizia da un ambiente rettangolare che, nel sopratterra coincide con la met sinistra del nartece della basilica.  l'atrio della domus repubblicana (secondo secolo a.C.) nel quale restano delle colonne addossate alla parete e resti di un pavimento con scaglie di marmo scontornato da una cornice geometrica in bianco e nero.
Subito dopo, dietro una cancellata che la chiude, si pu ammirare la cripta medievale fatta restaurare nel Novecento con accenti liberty dal cardinale Mariano Rampolla del Tindaro (1843-1913).
Proseguendo si vedono alcuni ambienti della domus repubblicana trasformati successivamente in un magazzino per le derrate alimentari. Uno di questi conserva otto vasche cilindriche, profonde un metro e mezzo, rivestite di cortina disposta a spina di pesce. Attorno al secondo secolo d.C. furono colmate di terra e sigillate in opera spicata, perch l'ambiente aveva cambiato destinazione d'uso. I silos furono scoperti e scavati nel Novecento. Una delle otto vasche  ancora chiusa.
Andando ancora avanti si arriva a una sorta di bivio, un crocicchio in cui c' il cortile dell'insula che rioccup la domus. Su un muro  conservato un piccolo larario con l'immagine di Minerva scolpita a bassorilievo su una lastra tufacea. Nel grande caseggiato sono stati recuperati ricchi pavimenti, che fanno pensare a un appartamento di lusso, se si considera anche la presenza delle piccole terme, perci si ipotizza che l'insula e la domus appartenessero alla stessa famiglia.
Da qui si pu procedere solo avanti (o tornare indietro), ma un cancello chiuso sbarra i passi al visitatore se non ha il permesso speciale per entrare. Oltre l'inferriata, nel 1987  stato ritrovato un battistero paleocristiano che fu realizzato attorno al quinto secolo d.C. riadattando alcuni ambienti dell'insula. Il fonte battesimale, completamente rivestito di marmo, fu innalzato sulla vasca centrale del frigidarium mantenendo lo stesso diametro e all'interno la stessa forma, mentre all'esterno fu trasformato in un esagono con i lati concavi.
Quando nel Medioevo il pontefice Pasquale primo (817-824) - artefice tra l'altro delle traslazioni in massa delle reliquie dei santi dalle catacombe nelle chiese dell'Urbe - fece edificare la basilica di Santa Cecilia, il pavimento del battistero fu innalzato e il fonte battesimale ricostruito nella stessa posizione. Il livello medievale oggi corrisponde al ballatoio di sosta della scala che consente di risalire in basilica.
Il balneum di Cecilia si pu osservare tramite una grata dalla soprastante Cappella del Bagno. Nel sotterraneo si sono ritrovati i tipici resti di un sistema di riscaldamento delle terme romane che conserva ancora in situ il samovar in bronzo, mentre sulle pareti della stanza vi sono ancora delle tubazioni di adduzione dell'acqua. Il samovar  un tipo di contenitore di forma rotonda che veniva incassato al centro del pavimento della piscina, ricoperto da una grata lignea e riscaldato da un focolare sottostante.  un impianto di riscaldamento costoso e raro. Il reperto rinvenuto nella basilica  l'unico conservato in situ quasi completamente;  piuttosto piccolo, compatibile con le dimensioni della vasca e piuttosto lussuoso rispetto agli standard noti.
La vita quotidiana dei Romani
Un tempo il caos, il traffico e l'inquinamento acustico attanagliavano il centro di Roma esattamente come oggi, tanto da non poter dormire.
In quale appartamento d'affitto  possibile dormire?, scrive nelle sue satire Decimo Giunio Giovenale (55/60-127), il quale continua raccontando che il passaggio dei carri nelle giravolte delle stradette, le imprecazioni dei mulattieri che non riescono a procedere, toglierebbe il sonno anche all'Imperatore, che si assopisce con tanta facilit, e addirittura a un ghiro!.
Anche le ore del giorno, tuttavia, erano veramente infernali, come scrive con impeto in uno dei suoi epigrammi Marco Valerio Marziale (40-103), uno dei pi importanti epigrammisti latini, che visse a Roma per oltre trent'anni e poi torn in Spagna, dov'era nato. Non ti lasciano vivere! la mattina i maestri di scuola, di notte i fornai e, a tutte le ore, i calderai che picchiano gi con il loro martello. Da una parte c' il cambiavalute che non avendo nulla da fare, fa risuonare sul suo sudicio banco le monete; dall'altra un banditore con un palo lucente picchia e ripicchia il lino sulle pietre. Il diavolio non cessa mai.
Dalle fonti storiche apprendiamo cos come si svegliavano gli antichi Romani e come trascorrevano la loro giornata e, grazie a loro, abbiamo un affresco molto interessante del loro quotidiano nel secondo secolo, un momento storico ricco e quando il benessere  generalmente diffuso.
La Roma degli Antonini (96-192) era mattiniera, si svegliava all'alba dopo aver dormito pochissimo la notte, vuoi per i rumori assordanti o perch i Romani, a causa dell'inadeguatezza della luce artificiale, mettevano in pratica gi una sorta di ora legale ante litteram. Alcuni, forse, restavano ancora un po' a letto a riflettere, a elucubrare, come farebbe pensare la parola che deriva proprio dal lumino in cera con lo stoppino, che si chiamava, appunto, lucubrum.
Subito dopo il risveglio, i Romani erano gi pronti a iniziare le loro attivit e il tempo dedicato alle abluzioni e alla cura del corpo era veramente poco; il sapone non era conosciuto e all'epoca ci si limitava a usare rapidamente una bacinella d'acqua, anche perch una toletta pi accurata era demandata al pomeriggio, quando si entrava nelle terme.
Nel raccontare la vita dell'imperatore Vespasiano (69-79) e il suo risveglio, Caio Tranquillo Svetonio (70-126) non descrive la cura mattutina dedicata alla pulizia del corpo che viene invece rapidamente glissata: si svegliava sempre piuttosto di buon'ora, persino quando era ancora notte. Poi, dopo aver letto tutta la corrispondenza e i rapporti dei funzionari, riceveva gli amici e, mentre accoglieva i saluti, si calzava e vestiva da solo.
Nel quarto secolo c'era ancora quest'abitudine. Decimo Magno Ausonio, poeta latino della tarda antichit (310-395), descrivendo in una sua ode il suo risveglio e prima di uscire per incontrare gli amici, esorta il suo schiavo con queste parole: Schiavo su via! dammi le mie scarpe e il mio mantello di mussola. Portami l'amictus che mi hai preparato, ch devo uscire. E versami l'acqua corrente per lavarmi le mani, la bocca e gli occhi.
Va da s che la vita quotidiana dei Romani ricchi del secondo secolo era ben diversa da quella del popolo. Gli uomini che avevano una vita agiata, la mattina, si affidavano alle cure del barbiere, il tonsor, la cui bottega era sempre piena di clienti in attesa seduti sulle panche, mentre gli specchi addossati alle pareti offrivano l'occasione di specchiarsi anche ai passanti.
Anche la donna, abbiente o meno, come l'uomo, faceva sommari lavaggi mattutini, ma le matrone ricche dedicavano molto tempo agli ornamenta. In particolar modo le loro estetiste personali, le ornatrices, impiegavano moltissimo tempo per acconciare la capigliatura che era sistemata con riccioli complicatissimi. Publio Papinio Stazio (40-96) scrive: Guarda dunque la gloria di quella fronte sublime e i piani della sua capigliatura, mentre Giovenale parla con umorismo di una donna piccola rispetto alla sua capigliatura: Tre piani ella innalza e tante eccelse compagini si edifica sul capo che, di fronte, un'Andromaca ti sembra, mentre vista di dietro  s piccina che pare un'altra.
Gli uomini, inoltre, trascorrevano poco tempo dentro casa, al contrario delle donne, perch erano tutti impegnati dai doveri della clientela; tutti erano legati al pi potente, verso il quale si usava rispetto (obsequium); anche il pi ricco aveva sempre qualcuno al di sopra da ossequiare. Soltanto l'imperatore non aveva altri sopra di s. A sua volta il protettore aveva il dovere di ricevere in casa queste persone, doveva invitarle a tavola oppure dare loro un aiuto con regalie. Quello della clientela era un uso cos diffuso durante il periodo traianeo (98-117) che c'era una sorta di tariffa standard per il pacco dono: sei sesterzi a testa il giorno. Per molti questa era l'entrata pi rilevante, cosicch i pi umili moltiplicavano le visite.
Dopo questo rituale ognuno si dedicava alle sue faccende, ai suoi affari. La Roma imperiale aveva perci una buona parte della gente che viveva di rendita, intendendo con ci anche la moltitudine di proletari e disoccupati che potevano usufruire gratuitamente per tutta la vita dei viveri distribuiti dall'Annona. Accanto a questi gruppi di persone c'era tutta un'altra parte di cittadini, commercianti e soprattutto artigiani, perch Roma, in questo periodo, era una metropoli dell'economia.

Il magazzino delle anfore a Testaccio
Cinquantaquattro metri di cocci in altezza e una circonferenza di circa un chilometro sono le dimensioni del Monte Testaccio a Roma, pi conosciuto come Monte dei Cocci.
La collina artificiale, in realt, era una discarica dove venivano sgombrati e accumulati i frammenti di anfore olearie, dopo essere state svuotate. Per via della rapida alterazione dell'olio questi contenitori, provenienti soprattutto dall'attuale Andalusia (Betica), non potevano essere riutilizzati, perci erano smaltiti con l'aiuto della calce, che smorzava la decomposizione dell'olio e igienizzava i cocci, ma nello stesso tempo favoriva la coesione e la stabilit del sito, giunto fino a noi e su cui si pu arrivare alla cima con uno stradello. Essendo un sito archeologico, tuttavia, si pu accedere soltanto con visite guidate.
Dopo gli scavi di archeologia preventiva fatti nel quadrilatero proprio sotto la collinetta, compreso tra le vie Galvani, Franklin, Ghiberti e Manuzio (2005-2009), per la realizzazione del Nuovo Mercato di Testaccio, si  scoperto che il Monte dei Cocci, in qualche modo, era solo la punta di un iceberg.
Nove metri sotto il livello stradale, infatti, in un settore del mercato,  emersa una complessa struttura formata da ambienti coperti e cortili scoperti di viabilit interna, con muri del tutto particolari, costruiti con anfore svuotate e impilate tra di loro. Questo peculiare sistema di ambienti  considerato una zona di discariche di materiale edilizio costituito da anfore e laterizi. Si fa risalire tra la fine del primo secolo a.C. e la fine del primo secolo d.C.
Scavando ancora in altri spazi del quadrilatero, sono emersi i livelli di costruzione di un edificio composto con file di ambienti rettangolari, che si affacciavano su un piazzale porticato centrale, identificato come un magazzino (horreum). Parte della struttura si trova sotto le vie Franklin e Manuzio. Poco distante  stato trovato un edificio a pilastri, probabilmente della stessa epoca. Entrambi conservano solo i resti delle fondazioni, perch furono spoliati gi in antico. La datazione proposta  compresa tra il secondo e il terzo secolo d.C.
Il Monte Testaccio visto dal Tevere. Disegno di H.B. Warren.
Gli studi stratigrafici hanno mostrato un periodo di abbandono dell'area che arriva fino al quinto secolo, con una frequentazione rara durante tutto il periodo medievale. La zona comincia a ripopolarsi verso l'epoca rinascimentale con attivit legate all'agricoltura.
Sotto il mercato di Testaccio, sono emerse anche le testimonianze di un'epoca molto pi vicina a noi; infatti, lo scavo ha riconsegnato le fondazioni di alcuni edifici dell'iacp, costruiti negli anni Venti del Novecento e demoliti negli anni Sessanta, e la presenza del campo sportivo dell'as Testaccio.
Nell'antichit, il rione Testaccio, per la sua vicinanza al fiume e all'Emporium, il porto fluviale, i cui resti sono ben visibili dal ponte che converge sulla piazza omonima, era un quartiere a vocazione commerciale e popolare; tra le sue vie  facile scovare le mura, a volte ben conservate anche in altezza, dei molti magazzini che vi erano stati costruiti, tra cui ricordiamo la Porticus Aemilia.
Nell'Ottocento e prima che il Piano Regolatore del 1871 lo destinasse a zona industriale con abitazioni per gli operai, Testaccio faceva parte della campagna romana, dove si andava a passare la domenica fori porta in una delle tante osterie sparse nell'area. Durante le belle giornate autunnali, ...s'annava volentieri in carozza e a piedi [...] se beveva quer vino [...] poi s'annava a ball er sarterello o sur prato oppuramente su lo stazzo dell'osteria; le persone arrivavano spesso con la carrettella, le ricche popolane erano tutte ingioiellate con cioccaglie fragorose di diamanti, perle, coralli [...] il pettine a tartaruga alto come un ventaglio coronava la chioma corvina e qua e l erano conficcati come aculei di un'istrice, spilloni d'argento. Chi non prendeva parte a queste giornate o era morto de fame o je puzzava.
Di questa spensierata vita di fine settimana abbiamo le molteplici incisioni e litografie che ci ha lasciato Bartolomeo Pinelli (1781-1835) e la notevole produzione di poesie in dialetto romanesco che il poeta Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863) scrisse tra il 1830 e il 1849.
Dopo mangiato si giocava a morra, a bocce, a ruzzola, alla canofiena, cio all'altalena. Chitarre e mandolini suonavano stornelli d'amore e sui prati s'intrecciava l'allusivo saltarello, rallegrando e a volte suscitando risse, anche pericolose, sull'aia. La sera, poi, tornando a casa non erano rari gli incidenti stradali causati dall'ebbrezza e dalla velocit delle carrettelle, perch i conducenti, spesso, ingaggiavano gare di corse andando a finire fuori strada.
L'ipogeo di Santa Passera.
Una chiesetta rustica, un po' campagnola, affacciata sulla riva destra del Tevere, grossomodo all'altezza della basilica di San Paolo fuori le Mura, Santa Passera, dove chi ama i sapori buoni e semplici della vita va a sposarsi, nasconde un piccolo ipogeo romano di cui abbiamo pochissime testimonianze.
Il piccolo edificio di culto risalente al tredicesimo secolo, si trova in Vicolo di Santa Passera su via della Magliana, alla quale volge le spalle.  piuttosto originale nella sua architettura perch una doppia rampa di scale in facciata consente di arrivare su una terrazza che precede l'ingresso della chiesetta. Gli ambienti dei due piani inferiori conservano un oratorio medievale e la cripta dei santi. Tuttavia gi dall'esterno si capisce che le sue origini sono molto pi antiche, infatti s'innest su una costruzione preesistente, un mausoleo romano, di cui restano diverse tracce sulle murature esterne.
L'ipogeo dei martiri  al secondo livello sotterraneo; nel quinto secolo sesto furono riposte le reliquie dei martiri Abbaciro e Giovanni, morti in Egitto durante la persecuzione di Diocleziano (284-305). Verosimilmente, proprio dalla distorsione fonetica del nome Abbaciro, all'origine Abbas Cirus (padre Ciro), e attraverso alcune varianti che si sono succedute nel tempo - Abbaciro, Appaciro, Appacero, Pacero, Pacera e alla fine Passera - si  arrivati all'attuale denominazione della chiesa che celebra una santa che in realt non esiste. Nella camera restano poche tracce di pittura, una delle quali, la Vergine con il bambino, fu asportata nel 1968.
Al livello intermedio dell'edificio c' il gi citato oratorio cristiano, seminterrato, al quale si accede dall'esterno. L'ambiente si presenta con una forma irregolare e con volta a botte ed  articolato in quattro locali intercomunicanti;  pi vasto della chiesetta sovrastante perch si estende anche sotto l'area del terrazzo. Alla piccola cappella medievale, pi volte restaurata, si doveva accedere dalla strada principale, perch nella parete di fondo, ruotata di 180 gradi rispetto alla chiesa superiore,  visibile una porta d'ingresso tamponata e ancora incorniciata dal telaio in travertino.
La catacomba di Generosa
Nella sua Roma pagana e cristiana, Rodolfo Lanciani ricorda il momento in cui, nel 1867, fu testimone per la prima volta della scoperta di una catacomba. Stava insieme con il suo amico commendator Visconti, direttore dei Musei Vaticani e assisteva agli scavi del Bosco Sacro degli Arvali sulla via Campana. Per lui fu un'esperienza entusiasmante e la storia dei martiri lo commosse.
La catacomba di Generosa, forse dal nome della fondatrice, sulla riva destra del Tevere, fu ritrovata da Giovanni Battista de Rossi (1822-1894) dopo aver individuato i resti di un annesso edificio basilicale del sopratterra.
Vi furono sepolti i fratelli Simplicio e Faustina, uccisi durante la persecuzione di Diocleziano e gettati nel Tevere da Ponte Rotto. I loro corpi arenati in un'ansa del fiume presso la Magliana, proprio vicino al Bosco degli Arvali, furono recuperati dalla sorella Beatrice che li seppell nel piccolo cimitero dove anch'essa trov riposo dopo aver subito il martirio sette mesi dopo.
Alcune fonti storiche ricordano il toponimo ad sextum Philippi al sesto miglio della via Campana, come luogo di sepoltura dei tre fratelli martiri.
Dopo alcuni gradini in discesa, si entra nella galleria principale del cimitero, quella pi antica, nella quale si trovano il cubicolo con le tombe dei martiri e un bell'arcosolio dipinto. Qui, il 29 di luglio, erano venerati Simplicio, Faustino e Beatrice, oltre a un certo Rufiniano. La cripta martiriale, affrescata con un dipinto datato al sesto secolo, poteva essere vista direttamente dalla basilica di superficie attraverso una fenestella confessionis. Nel 682 le loro reliquie furono deposte in un sarcofago e traslate nella chiesa di Santa Bibiana all'Esquilino.
Al termine della scala di accesso si segnala un unicum: una vera di pozzo situata proprio all'inizio della galleria.
Il resto del cimitero si svilupp dalla seconda met del quarto secolo, come attesta un'iscrizione datata al 372. La catacomba  molto simile a quelle suburbicarie del Lazio, con sepolture molto povere, scarsa utilizzazione del marmo e poche iscrizioni, per lo pi graffite nella calce di chiusura dei loculi; in molti casi i formulari sono caratterizzati da semplici lettere dell'alfabeto usate per contrassegnare i sepolcri. Nelle gallerie periferiche ci sono evidenti tracce di utilizzazione della catacomba come arenario, subito dopo il suo abbandono.
La basilica di superficie, lunga poco pi di venti metri, si trova a fianco della catacomba; fu fatta edificare da papa Damaso (366-384) in onore dei martiri portuensi.  del tutto simile alle chiese ipogee di Domitilla, di Sant'Agnese e di San Lorenzo. L'edificio era a tre navate e il pavimento costellato di tombe molto povere del tipo a cappuccina. Pi tardi, come lastre di chiusura delle tombe, furono riutilizzate le tavole marmoree dei fratres arvales, che qui avevano il loro collegio. La corporazione vantava origini legate alla stessa fondazione di Roma; era una delle pi famose associazioni sacerdotali pagane, custode della sacralit dell'agricoltura.

5. DA PIAZZA VENEZIA ALLA CITT DEL VATICANO.

NOTIZIE STORICHE

Corso Vittorio, piazza Navona, Gianicolo, Castel Sant'Angelo, Vaticano.

Corso Vittorio Emanuele ii, detto semplicemente corso Vittorio, fu realizzato nel 1886 per collegare piazza del Ges con piazza Pasquale Paolo, di fronte a Ponte Vittorio. Quando nel 1920, all'inizio del grande stradone, si demol la chiesa cinquecentesca di San Nicola de' Cesarini (che aveva sostituito la medievale San Nicola de' Calcarariis) per prolungare via Arenula fino a corso Vittorio, emerse la grande area sacra che conosciamo come largo Argentina.
 una piazza veramente originale, scelta come loro abitazione da gatti sonnacchiosi che dormono raggomitolati sui ruderi romani. In questa zona archeologica convivono diverse realt storiche del nostro passato; in particolare i resti di quattro templi, che rappresentano un raro esempio dell'architettura di epoca repubblicana. Furono costruiti tra gli inizi del terzo secolo a.C. e la fine del secondo secolo a.C.
L'area si trova a circa 6 metri sotto il livello stradale ma all'aria aperta, cosicch  facile osservare le strutture religiose che emergono come furono realizzate al momento della loro costruzione, che per noi ha significato, tuttavia, perdere le emergenze medievali e la statio aquarum (l'Ufficio delle acque e degli acquedotti), che in certi punti era conservata in altezza per due piani. Il Foro Argentina fu inaugurato il 21 aprile del 1929.
I templi sono denominati con le lettere dell'alfabeto, perch al momento della scoperta era difficile attribuirli a precise divinit quindi si chiamarono, da nord a sud (dal Pantheon al Tevere), tempio A, B, C e D. Cronologicamente vanno letti nel seguente ordine: C, A, D, B.
Il tempio C fu costruito probabilmente per decisione di M. Curio Dentato dopo la vittoria sui Sabini (290 a.C.) dedicandolo a Feronia, antica divinit italica, forse introduzione di un culto sabino. Il tempio A, dedicato a Giuturna, fu edificato da Q. Lutazio Catulo dopo la sua vittoria sui Cartaginesi nel 241 a.C. nella prima guerra punica. Nell'ottavo secolo d.C. la struttura fu occupata dalla chiesa di San Nicola de' Calcarariis (poi de' Cesarini), di cui restano le due absidi affrescate ricavate nella cella e un cippo d'altare del 12esimo secolo nella cripta semianulare. Il tempio D  il pi grande e in parte nascosto ancora sotto via Florida. Fu edificato agli inizi del secondo secolo a.C. dal censore M. Emilio Lepido, dedicato ai Lares Permarini, e inaugurato nel 179 a.C. Spicca in posizione centrale il tempio B della Fortuna del Giorno presente (Aedes Fortunae Huiusce Diei), di cui  stata ritrovata una testa femminile alta un metro e mezzo, insieme con un braccio e due piedi, datati tra il 100 e il 95 a.C., oggi alla Centrale Montemartini.
Le altre emergenze dell'area sacra si trovano sotto il Teatro Argentina; qui ci sono i resti della Curia di Pompeo, dove il 15 marzo del 44 a.C. fu ucciso Cesare e della quale vediamo il grande podio in blocchi di tufo (dietro i templi B e C). Sotto il tratto di strada verso corso Vittorio Emanuele ci sono le rimanenze del grande portico delle cento colonne (Hecatostylum), forse la Porticus Lentulorum. Davanti c' anche una parte del colonnato della Porticus Minucia Vetus. Inoltre, nello spazio tra il primo (A) e il secondo tempio (B) si trovano i resti della gi citata statio aquarum, che in un primo tempo amministrava soltanto gli acquedotti; in seguito Settimio Severo (193-211) fece accorpare anche la gestione della distribuzione del grano con a capo un curator aquarum et minuciae. Nell'area sono state individuate due latrine pubbliche e dalla magra documentazione dei lavori di scavo si ricava che, tra l'ottavo e il nono secolo, l si trovava anche un castrum concluso da muri costruiti con blocchi di recupero.
Procedendo verso Ponte Vittorio, a via dei Baullari 1, sotto il Museo Barracco, si trova la cosiddetta domus ai Baullari, che dopo anni di chiusura per restauro, nel 1991 fu riaperta per una frazione di tempo e poi subito chiusa al pubblico.
L'ambiente romano, ampio e arioso, fu ritrovato nel 1899; colpisce l'immaginazione dei visitatori anche per la presenza di un'affascinante vasca rettangolare in marmo cipollino, utilizzata come fontana e sostenuta da due trapezofori di marmo bianco provenienti da un altro ambiente. Ci troviamo nel portico di un edificio privato piuttosto indecifrabile, dove tutti i materiali che lo compongono sono costituiti da oggetti di spoglio. Le pitture sono state staccate e conservate in una sala del museo stesso. Nel cortile ci sono anche resti di pavimentazione in opus sectile. L'edificio, che ha conosciuto diverse fasi edilizie,  datato al quarto secolo d.C. In situ c' ancora una mensa ponderaria, una pesa pubblica, con misure legali di peso e capacit che fa presupporre la trasformazione della domus in un edificio pubblico commerciale.
Lo stabile era stato pi volte messo in collegamento con le scuderie di Augusto, che facevano capo alle quattro squadre che gareggiavano nelle arene, la Veneta, la Prsina, la Russata e l'Albata.
Ma nel settembre del 2011, a largo Lorenzo Perosi, poco distante, uno scavo archeologico preventivo per la realizzazione di un parcheggio sotterraneo ha portato alla scoperta di un'area importantissima per la conoscenza della topografia antica della nostra citt.
Le imponenti sostruzioni emerse, hanno fatto pensare, appunto, alle scuderie delle fazioni degli aurighi che gareggiavano al Circo Massimo. Il vasto fabbricato  formato da una serie di muri paralleli con pilastri in travertino che scandiscono i corridoi dove erano alloggiati i cavalli.
L'analisi della tecnica edilizia delle fondazioni e lo studio della stratigrafia hanno consentito di collocare l'impianto originario al tempo di Augusto e pertanto assegnare la realizzazione delle scuderie a suo genero, Marco Vipsanio Agrippa, che dal 17 a.C. aveva la responsabilit dei Ludi Saeculares, nei quali erano compresi i giochi circensi. Il sito, per ora,  tornato nel sottosuolo, mentre accanto  stato realizzato il parcheggio previsto.
Piazza Navona, tra le piazze di Roma,  senza dubbio una delle pi illustri. Volle realizzarla sui resti di uno stadio romano papa Innocenzo decimo (1644-1655), nato Giovanni Battista Pamphili, a Roma, al quale dobbiamo anche la Fontana dei fiumi, di Gian Lorenzo Bernini e il palazzo di famiglia, di Girolamo Rainaldi, entrambi nella stessa piazza. Sulla fontana si erge un monumentale obelisco che Domiziano fece realizzare per la sua villa ai Castelli Romani, imitando quelli egiziani, e che nel 311 Massenzio colloc nel suo circo sull'Appia Antica, dove appunto fu recuperato in pezzi per poi essere rimontato sulla fontana.
La piazza vera e propria  l'arena dello stadio di Domiziano, dove alla fine del primo secolo d.C. furono inaugurati i giochi in onore di Giove Capitolino, il Certamen Capitolinum, mutuati dalle Olimpiadi greche. Uno sguardo alle mappe satellitari su internet consente di rileggere con precisione la struttura dello stadio.
La Fontana dei fiumi a piazza Navona in un'incisione di G. F. Venturini.
In questa grande installazione sportiva, ogni quattro anni atleti professionisti provenienti quasi tutti proprio dalla Grecia correvano nudi ed eseguivano esercizi di ginnastica. Come a Sparta, tra l'altro, era prevista anche una gara di corsa tra le giovani donne. I vincitori erano premiati con corone di foglie di quercia e di ulivo, gli alberi sacri a Giove e a Minerva. I certamina prevedevano una serie di gare che annoverava l'abbinamento di competizioni di tipo sportivo e artistico per cui alla corsa a piedi, al pugilato, al lancio del disco e del giavellotto occorreva unire sfoggi di eloquenza, declamazioni di poesia latina e greca, esibizioni musicali. Le competizioni sportive erano disputate nello stadio, mentre le esibizioni artistiche nell'Odeon, che lo stesso imperatore fece edificare nei pressi del lato breve, a sud. Il suo andamento semicircolare, anche in questo caso,  ripresentato dalla facciata stondata realizzata dall'architetto Baldassarre Peruzzi (1481-1536) di Palazzo Massimo alle Colonne su corso Vittorio Emanuele, che si trova sulla cavea del teatro il quale, si stima, poteva ospitare circa undicimila spettatori. Una colonna dell'antico edificio  visibile sul retro del palazzo, a piazza Massimi.
Anche piazza Navona, come la Crypta Balbi, attraverso i secoli sub varie mutazioni fino a diventare quello che oggi : un salotto di Roma dove trascorrere delle ore a sorseggiare una bevanda o a osservare i monumenti barocchi di papa Innocenzo x. Nelle domeniche d'agosto la piazza veniva allagata per dare refrigerio ai romani, usanza che venne mantenuta fino a quasi tutto l'Ottocento.
Dopo la lottizzazione della zona, la piazza divent una sorta d'immondezzaio pubblico, dove andavano a scaricare gli abitanti e gli esercizi commerciali dell'area circostante (concerie, macellerie ecc.); neanche un decreto di divieto di Cola di Rienzo (1313-1354) riusc a riportare il decoro. La discarica fu eliminata definitivamente nel 1477 quando papa Sisto quarto fece installare sulla piazza un mercato.
Dal 2006 l'cole franaise in collaborazione con le istituzioni italiane e altri organismi internazionali (Escuela Espaola de Historia Y Arqueologa, istituti di ricerca francesi) ha portato avanti il progetto Dallo stadio di Domiziano all'attuale piazza Navona, genesi di un quartiere di Roma, concluso nel 2010, che ha dato i suoi frutti.
Durante alcune indagini effettuate sotto gli ambienti agibili di propriet spagnola sono emerse altre vestigia domizianee, mentre sotto la vicina chiesa di San Nicola dei Lorenesi, la cui facciata fu ornata con marmi provenienti dall'impianto sportivo, sono state viste delle strutture antecedenti alla fase secentesca. Invece al primo piano dell'cole franaise  stato scoperto un grosso blocco di travertino che sostiene un muro dell'edificio.
Il Circus Agonalis, com'era denominato lo Stadio di Domiziano per via degli agones (gare) che vi si disputavano, sopravvive nell'attuale piazza Navona anche nel nome, che deriva direttamente da una corruzione lessicale: Agones, N'agone, Navone, Navona.
Il Gianicolo, sulla riva destra del Tevere, non appartiene al novero dei sette colli di Roma. Secondo la tradizione fu annesso a Roma dal re Anco Marzio, che realizz Ponte Sublicio per collegarlo con la citt. Non fece parte del recinto delle Mura Serviane, ma in seguito fu annesso nelle Aureliane.  naturalmente conformato come un imponente bastione rivolto verso l'Etruria; nell'antichit la sua posizione era molto importante per la difesa della citt. In occasione delle adunanze in Campo Marzio, zona esposta a eventuali assalti, sul monte si alzava una bandiera rossa che segnalava la sicurezza.
Su questo colle, nell'estate del 1998, quando si apr il cantiere dei lavori per il Giubileo del 2000, si fece uno dei ritrovamenti pi discussi degli ultimi anni: stanze e pareti affrescate datate tra il primo e il secondo secolo d.C., che alcuni identificano come la Domus Agrippinae maioris (14 a.C.-33 d.C.), nipote di Augusto, madre di Caligola e di Agrippina minore, e nonna di Nerone.
Nonostante il lusso e la ricchezza dei reperti, la bellezza delle decorazioni architettoniche e dei marmi facciano capire di essere davanti a una fastosa dimora di propriet imperiali, quando si parla di questo ritrovamento si preferisce parlare della domus del Gianicolo.
In ogni caso le fonti storiche ci informano che sulle pendici nord del monte si trovava il vasto complesso degli horti di Agrippina maggiore. A Trastevere c'erano le propriet del padre, generale Agrippa, che passarono in eredit prima a lei e poi ai due figli, Caligola e Agrippina minore.
Il cantiere giubilare rischi di essere chiuso, ma il 1 febbraio del 2000 il parcheggio sotterraneo e la cosiddetta rampa Torlonia (250 metri di lunghezza, 9 di larghezza e 6 di altezza) vennero ufficialmente aperti e inaugurati alla presenza del papa, Giovanni Paolo ii. Gli affreschi della lussuosa dimora furono rimossi dalle pareti e portati a Palazzo Altemps, mentre le mura furono tagliate e riposte in un ex deposito dell'atac vicino al parcheggio.
Accanto a reperti imperiali, sul Gianicolo ci sono anche aree archeologiche molto pi umili. Nel 1963, l'imprevisto crollo di una parte del muraglione che sostiene il terrazzamento di San Pietro in Montorio sulla collina di Monteverde, che affaccia su via Garibaldi a Trastevere, port alla scoperta di un'antica latrina romana, di cui rimangono soltanto i tratti di due murature in opera mista.
Per avere un'idea di com'era una latrina romana, luogo di riunione dei nostri concittadini dell'antichit, si pu andare a Ostia, dove se ne trova una molto ben conservata, che forse faceva parte delle strutture delle Terme del Foro. Lungo i tre muri dell'ambiente sono addossati i sedili di marmo, con una serie di doppi fori, orizzontali e verticali. L'acqua scorreva in un canale profondo sotto di essi e in una canaletta sul davanti delle sellae pertusae.
Le pareti del bagno pubblico al Gianicolo sono intonacate e dipinte secondo uno schema lineare con figurine di animali al centro del riquadro, mentre il pavimento  arredato con mosaici a forme geometriche. Analizzando lo stile pittorico, la toilette  stata datata agli ultimi decenni del secondo secolo- inizi del terzo d.C. Quello che resta, ben poco in realt, di un'altra latrina romana si pu vedere nell'area aperta della Crypta Balbi, che nei secoli successivi fu occupata da un forno, forse di un'osteria. In seguito vi s'install una piccola fornace per la produzione del vetro che inglob la stessa latrina, mentre la sua canalizzazione fu usata come sepoltura.
Castel Sant'Angelo, in altre parole il Mausoleo di Adriano,  secondo a quello di Augusto per dimensioni; fu iniziato dall'imperatore attorno al 130 d.C. e completato nel 139 dal suo successore Antonino Pio (136-161). Il suo tamburo circolare alto 21 metri (diametro 64 m) si ergeva al centro di un basamento quadrato di circa 90 metri di lato (alto 15 m). Al tamburo si addossano degli ambienti a raggiera che fanno parte del recinto e che, sembra, fu costruito in una fase immediatamente successiva. Sulla parete esterna erano affisse delle lastre marmoree con dediche ai defunti, sepolti nella tomba imperiale. Il recinto terminava in alto con un fregio a festoni e bucrani, di cui restano alcuni frammenti presso il museo del castello. Ai quattro angoli del basamento quadrato erano disposti dei gruppi di bronzo che rappresentavano uomini e cavalli, come ricorda lo scrittore Procopio (fine sesto secolo) nel suo volume sulla Guerra gotica. Sopra il tamburo, ricoperto in terra e presumibilmente piantumato ad alberi, in posizione centrale si ergeva un podio quadrangolare costituito da due o tre camere sovrapposte alla cella funeraria; in cima era collocata una quadriga di bronzo con la statua dell'imperatore Adriano. Il mausoleo era recintato da una cancellata sostenuta da pilastri, di cui sono state ritrovate le fondazioni in peperino dove, si suppone, erano collocati dei pavoni realizzati in bronzo dorato ora conservati in Vaticano, nel Cortile della Pigna.
La camera funeraria si trova al centro del mausoleo. Come si  detto,  un ambiente quadrato (8 m di lato) illuminato da due finestre oblique collocate sulla volta. Qui furono deposte le urne con le ceneri di Adriano (che in un primo momento venne sepolto a Pozzuoli, essendo morto a Baia e con una tomba ancora in costruzione), della moglie, del figlio e poi degli imperatori Antonini e dei Severi fino a Caracalla. L'ingresso originale del sepolcro non  conservato.
Castel Sant'Angelo in un'incisione di met Ottocento.
La camera funeraria si raggiunge tramite una galleria elicoidale, che parte a destra di un vestibolo quadrato dove si trovava una statua dell'imperatore. Dopo aver percorso un giro completo e superato un dislivello di dieci metri, in asse con il vestibolo inferiore, si diparte un lungo corridoio, che porta al cuore del monumento e nella cella funeraria.
Il mausoleo si trova nell'antico ager Vaticanus, dove gi si trovavano diversi sepolcreti, e per collegarlo con la riva sinistra del Tevere fu costruito il Ponte Aelius, attuale Ponte Sant'Angelo, inaugurato nel 134. La sua forma originaria comprendeva i tre archi ancora superstiti e due rampe inclinate, sostenute da tre archetti nella riva sinistra e due nella destra, ritrovati durante i lavori di sistemazione dei muraglioni nel 1892 e inglobati al loro interno.
All'inizio del quinto secolo, forse per opera di Onorio (395-423), il mausoleo fu incluso nelle Mura Aureliane, mentre la sua trasformazione in castello inizi forse nel decimo secolo. Nel 537 fu assediato da Vitige e, secondo il racconto di Procopio, per difendere l'avamposto militare, i soldati usarono le statue romane ridotte in pezzi che furono lanciate contro gli assedianti.
Si data invece all'epoca di Gregorio Magno (590-604) il legame della Mole Adriana con l'arcangelo Michele, apparso al pontefice e al popolo in processione sulla sommit del castello mentre rinfodera la sua spada, a significare la fine di un'epidemia di peste che aveva colpito Roma. Da allora il Mausoleo di Adriano si chiam Castel Sant'Angelo e oggi, a ricordo di quell'avvenimento, una statua dell'arcangelo sovrasta l'imponente sepolcro romano.
La collina del Vaticano, zona suburbana nell'antichit, era attraversata da un sistema di strade che in parte la percorrevano e in parte la aggiravano, mettendola in contatto con il centro dell'Urbe, separato dal colle solo dal fiume Tevere.
Due di queste si diramavano dal Ponte Neroniano: la via Cornelia e la via Aurelia Nova, secondo un orientamento est-ovest, che all'incirca ripercorre anche l'odierna via della Conciliazione. I resti dell'antico ponte sono stati individuati all'altezza dell'ospedale di Santo Spirito in Sassia, a valle di Ponte Vittorio Emanuele ii.
Sulla via Cornelia le guide turistiche dei pellegrini medievali ricordavano un unico santuario, quello di Pietro. La via, mantenendosi a nord, si dirigeva verso il circo di Caligola (o di Nerone) percorrendolo per tutta la sua lunghezza, attraversava la zona dell'attuale basilica e dopo un lungo tragitto si ricongiungeva con l'Aurelia Nova. Quest'ultima aggirava verso sud il colle Vaticano e raggiungeva l'Aurelia Vetus, una strada di epoca repubblicana che portava verso l'odierna Cerveteri, l'antica citt etrusca di Caere.
Una terza importante via era la Triumphalis, che in senso sud-nord attraversava la pianura tra il mausoleo di Adriano e il colle Vaticano, e dopo un'ampia curva saliva per Monte Mario diretta verso la citt etrusca di Veio, oggi Isola Farnese. Nella stessa direzione si diramavano altre due strade, che intersecavano a un certo punto la via Cornelia e l'Aurelia Nova andando a ricongiungersi con la Triumphalis.
In quel tempo, la zona pianeggiante nei pressi del fiume era spesso soggetta alle alluvioni e perci paludosa e poco salutare. Al contrario le pendici del Vaticano erano fresche e ariose, tanto che i Romani le sfruttarono sin dai primi anni dell'impero sia per coltivare gli orti sia per seppellire i morti.
Nell'antichit, infatti, quest'area fu occupata da diverse necropoli pagane, ritrovate gi dagli anni Quaranta, quando lungo la via Cornelia si scoprirono molti mausolei disposti in doppia fila. Anche lungo la via Triumphalis si estendeva una vasta necropoli di cui sono tornati alla luce, in momenti diversi, quattro importanti settori, tutti all'interno della Citt del Vaticano.
In epoca cristiana, sulla via Aurelia, appena usciti da Roma, si form il cimitero di San Pancrazio e, in rapida successione quelli di Processo e Martiniano, i cosiddetti carcerieri di San Pietro e dei due Felici; pi distaccato c'era quello di Calepodio. A oggi sono stati ritrovati e accertati storicamente soltanto il primo e l'ultimo, anche se lungo la via Aurelia esistono diverse situazioni funerarie. Tuttavia, come capita per la pi antica via Latina, anche per l'Aurelia  veramente difficile identificare i monumenti ricordati dalle fonti sulla base dei documenti a disposizione degli studiosi.
La catacomba di Calepodio  un monumento funerario di grande interesse dove, al terzo miglio della via Aurelia, il 14 ottobre del 222 fu sepolto Callisto papa, che era stato anche amministratore del primo cimitero cristiano comunitario sull'Appia Antica che porta il suo nome. La tradizione vuole che Callisto sia stato fondatore dell'attuale chiesa di Santa Maria in Trastevere, dove papa Gregorio quarto (828-844) fece trasferire le sue reliquie. All'interno di questo importantissimo cimitero c' anche il sepolcro di papa Giulio i (337-352), che per si trovava in superficie, in una basilica (mai ritrovata) fatta edificare dallo stesso pontefice. Nel sopratterra doveva esserci anche una necropoli, che ha restituito reperti archeologici di scarsa importanza.
La catacomba  articolata in due o tre piani; lavori di scavo circostanziati furono fatti negli anni Cinquanta del Novecento e la tomba di Callisto, accertata senz'ombra di dubbio, fu scoperta nel 1960, insieme con il nucleo originale del cimitero, che c' giunto completamente intatto. Il cimitero  tra i pi antichi di Roma ed  conservato in modo straordinario. La necropoli sotterranea era semplice e umile, la sua povert e la sua precocit emergono da alcuni indizi: gallerie strette e basse, con loculi distanziati tra di loro, divisi da ampi diaframmi e con poche sepolture. La chiusura dei loculi fu realizzata in laterizio e ci testimonia, appunto, la povert dell'utenza. Anche l'uso del formulario, molto semplice, con il solo nome del defunto, e della lingua greca (come nella catacomba di Priscilla), concorre ad avvalorare l'antichit di questa necropoli.
La vita controversa e avventurosa di Callisto  raccontata da Ippolito, rigorista e suo avversario, il quale lo descrive come un ex schiavo-banchiere che fece bancarotta e fugg con il denaro. Una volta catturato, fu condannato ai lavori forzati nelle miniere sarde, ma torn in libert per merito di una tale Marcia, cristiana, concubina dell'imperatore Commodo (180-192). In seguito papa Zefirino (199-217) gli affid la direzione del cimitero sull'Appia Antica, nominandolo diacono; fu eletto papa dopo la morte di Zefirino. Callisto rest al soglio pontificio soltanto cinque anni e mor in circostanze misteriose e violente, ricordate negli affreschi della sua tomba. Sembra che il papa fosse stato scoperto mentre celebrava una funzione liturgica in una casa trasteverina e gettato da una finestra; poi, dopo avergli legato un pesante masso al collo, pare fosse stato scaraventato in un pozzo.

ITINERARIO

Il sepolcro di Aulo Irzio.

 come un'immagine onirica: cammino nella penombra dei sotterranei di Roma, l'aria  rarefatta. Sto percorrendo perimetralmente un'ampia sala su una passerella sopraelevata. Sotto di me c' un lago e, nell'acqua trasparente, un monumento.
Non  un sogno, ma una realt palpabile nei sotterranei del Palazzo della Cancelleria, a corso Vittorio Emanuele, nel Campo Marzio meridionale. Questo lungo viale ripercorre il tracciato dell'Euripus, il canale a cielo aperto dello Stagnum Agrippae che dal Pantheon si gettava nel Tevere, all'altezza di Ponte Elio. Alla fine dell'Ottocento si ritrovarono alcune banchine. Il canale aveva le sponde di marmo ed era attraversato da ponticelli pedonali a sbalzo poggianti su grosse mensole in travertino. Era largo poco meno di tre metri e mezzo e profondo circa due. Secondo Seneca (4 a.C.-65 d.C.), il giorno delle calende di gennaio i Romani si tuffavano nel canale per salutare il nuovo anno.
Alla profondit di circa sette metri, tutta la zona centrale di Roma  allagata: c' una sorta di vasto lago segreto, che s'infiltra e che dilaga nei sotterranei delle case e dei palazzi. Come alla Cancelleria o come al vicino Palazzo Farnese, e sommerge testimonianze storiche, come la Meridiana di Augusto, in via di Campo Marzo 48.
Lo sanno bene gli archeologi che dal 2006 hanno lavorato alle indagini preventive di archeologia urbana per la realizzazione della Linea C della metropolitana. In alcuni casi, proprio qui a corso Vittorio, hanno dovuto abbandonare le ricerche per la presenza della falda all'altezza di Sant'Andrea della Valle e della Chiesa Nuova. L'acqua  emersa anche a piazza Venezia, dove sotto i sette metri della falda freatica sono presenti testimonianze dell'epoca romana arcaica, individuate grazie a un carotaggio.
Alla fine degli anni Trenta del Novecento, lavori di consolidamento e il restauro del Palazzo della Cancelleria riportarono alla luce un sepolcro funerario a recinto, delle dimensioni di circa sei metri per tre. Il monumento costruito in laterizio  composto di un basamento in tufo alto settanta centimetri e coperto da un tetto a doppio spiovente in travertino, che affiora dall'acqua del lago sotterraneo. Il nome del defunto  chiaramente indicato nei quattro cippi in travertino infissi nel muro ai quattro angoli della tomba: A. Hirtium.
Purtroppo le fondazioni dell'imponente palazzo sovrastante l'hanno spaccato in due, perci sono visibili soltanto parti delle fiancate laterali e uno dei lati lunghi, mentre il resto  ancora sepolto sotto il cortile della Cancelleria. La tomba era stata gi parzialmente scavata alla fine del Quattrocento.
Il sepolcro fu costruito a ridosso dell'Euripus, del quale si vede chiaramente una parte del muraglione affogato nell'acqua a un livello pi profondo del monumento. L'altra sponda del canale si trova in una stanza sotterranea poco distante, dove sono emersi anche i resti di una probabile domus romana.
In vita, Aulo Irzio (90-43 a.C.) fu un militare che collabor con Caio Giulio Cesare durante la conquista della Gallia (54 a.C.) e in seguito con Pompeo (50 a.C.). Verosimilmente con Cesare lavor anche alla stesura del De bello gallico; a lui andrebbe attribuito l'ottavo libro dell'opera. Alcune fonti gli attribuiscono altre pubblicazioni come scrittore o come editore. Combatt in Spagna e in Asia Minore, fu pretore e poi governatore della Gallia Transalpina. Dopo la morte di Cesare fu al fianco di Marco Antonio per vendicare l'uccisione del generale. Eletto console dal Senato nel 43 a.C., combatt contro Marco Antonio a Modena (21 aprile 43 a.C.), dove perse la vita. In sua memoria il Senato gli dedic il sepolcro e accanto fece erigere anche la tomba a Gaio Vibio Pansa Cetroniano, console con Aulo Irzio, anch'egli deceduto a Modena per le ferite riportate in combattimento. Del monumento funerario di Pansa, non trovato, era gi nota l'iscrizione scoperta alla fine dell'Ottocento lungo corso Vittorio Emanuele, dando cos certezza sulla localizzazione dei due sepolcri.
Accanto al recinto funebre di Aulo Irzio si trovarono sette lastre di marmo, cinque delle quali direttamente appoggiate sulla tomba. Una volta ricomposte, hanno dato forma a due pannelli della lunghezza di sei metri e, bench incompleti, ricostruiscono due processioni liturgiche, che probabilmente facevano parte dell'Ara dei Vicomagistri, risalente ad epoca claudia (41-54). I rilievi furono rimaneggiati durante il periodo di Nerva (96-98). Si tratta probabilmente di materiale di spoglio, prelevato da antichi monumenti per essere riutilizzato presso una delle numerose officine di marmorari presenti in questa zona della citt.
I marmi originali sono oggi conservati presso i Musei Vaticani, mentre nella loggia del Palazzo della Cancelleria si pu vedere un ottimo calco.
Potendo visitare il monumento in subacquea, sul muro in laterizio del sepolcro sono ancora visibili alcune scritte in minio, forse attribuibili agli operai che lavoravano nell'officina del marmorario. Le frasi non sono facilmente comprensibili e sembrano scritte da pi mani; alcune sono espressioni sconce rivolte al proprio datore di lavoro e alla moglie.
Il Palazzo della Cancelleria nacque come residenza privata del cardinale Raffaele Riario, nipote e vicecancelliere di Sisto quarto (1471-1484); fu costruito tra la fine del quindicesimo secolo e il primo decennio del sedicesimo. Per realizzare il gigantesco edificio, che ha una facciata di circa cento metri, fu necessario radere al suolo un intero isolato, compresa la basilica di San Lorenzo in Damaso, che il papa (366-384) aveva fatto costruire all'interno dell'Urbe, con gli annessi archivi della chiesa.
La fondazione della basilica paleocristiana era ricordata in un carme damasiano, di cui ci resta una lastra che riproduce l'originale dispersa. La nuova chiesa  stata incorporata nel palazzo. Alcune indagini condotte sotto il Palazzo della Cancelleria tra il 1988 e il 1991 da un gruppo di archeologi tedeschi hanno riportato alla luce le strutture dell'antico edificio di culto. Gli scavi non sono aperti al pubblico. L'eventuale visita non consente di rileggere in modo preciso l'organismo, che si presenta come un vasto palinsesto di strutture murarie di vario genere, articolato in una serie di livelli pavimentali e saggi in profondit. Sono rintracciabili comunque lacerti di pavimento in opus spicatum e in opus sectile e tracce di affreschi parietali. Nella chiesa sotterranea si trovano diverse tombe.
Nei vasti sotterranei del Palazzo della Cancelleria ci sono diverse emergenze archeologiche. Non sono solo il sepolcro di Aulo Irzio e una parte dell'Euripus a rendere particolarmente affascinante questo sotterraneo di Roma, ma anche i resti di una domus romana, come si  accennato, e un mitreo, che si ritiene fosse frequentato dal personale della factio Prsina, una delle quattro squadre (Veneta, Prsina, Russata, Albata) che gareggiava nei circhi. Nella zona centrale di Campo Marzio dovevano esserci gli stabula e altre strutture pertinenti: scuderie, abitazioni, terme, luoghi di culto. Durante il Medioevo la chiesa di San Lorenzo in Damaso era ricordata con il toponimo in prasina.
Lungo gli ampi e moderni corridoi sotterranei della Cancelleria, sotto una serie di lastre in cristallo inserite nella pavimentazione, sono evidenziate altre tracce delle epoche passate: un pozzo, un lastrico stradale, una copertura in opus spicatum. In una stanza sono invece raccolti reperti marmorei provenienti dallo scavo della basilica: lastre funerarie, basi di colonne, capitelli spezzati, parti di plutei.
Lo stadio di Domiziano
Fino al 1936-1938, quando tornarono alla luce i resti monumentali dello stadio di Domiziano (81-96), a piazza Navona, le uniche testimonianze di questa struttura sportiva si trovavano sotto la chiesa di Sant'Agnese in Agone, dove si ritiene ci sia una delle entrate principali.
Secondo quanto scrive l'archeologo Mariano Armellini (1852-1896) nel suo volume sulle Chiese di Roma (1891), prima dell'edificio barocco c'era un'antichissima chiesetta che sorgeva sui ruderi dello Stadio di Alessandro Severo; cos era chiamato perch proprio questo giovane imperatore (222-235) lo fece restaurare nel 228 d.C. La chiesa venne ricavata in uno dei fornici dello stadio che si affacciavano su via di Santa Maria dell'Anima dove, secondo la tradizione, si trovava il lupanare nel quale sarebbe stata esposta, nuda, la giovane Agnese, protetta miracolosamente dagli sguardi maschili dalla sua lunga chioma.
I lavori del 1936 prevedevano di aprire una grande arteria per collegare quest'area del Campo Marzio settentrionale al quartiere Prati. La demolizione delle abitazioni all'altezza di Tor Sanguigna fece emergere le strutture romane, che furono liberate e inglobate nel Palazzo dell'ina Assicurazioni. Sono visibili nella suddetta piazza, affacciandosi dalla strada su un ampio varco, che lascia in evidenza un ingresso maestoso in travertino dello stadio. Il monumento  aperto al pubblico e si pu visitare in giorni prestabiliti. Altrimenti, se aperto, si pu entrare nel portone di piazza Navona n. 49 e affacciarsi da un balconcino direttamente sugli scavi.
Pianta ricostruita dello stadio di Domiziano come appariva nell'antichit (da N. Colini).
Dello Stadio di Domiziano rimane un settore veramente limitato. Le sue strutture sono tutte nascoste sotto le cantine delle case che circondano la piazza, come hanno appurato una serie di sondaggi archeologici, che hanno rintracciato anche il secondo ingresso del lato lungo, proprio di fronte alla basilica di Sant'Agnese; una vera novit, perch si riteneva che esso fosse situato in tutt'altra zona. Gli edifici moderni sorgono esattamente sull'area un tempo occupata dalla cavea e dalle gradinate dello stadio, che poteva accogliere fino a trentamila spettatori.
La visita al monumento, circa quattro metri sotto il livello stradale, si rivela piuttosto rumorosa a causa dell'intenso traffico che si svolge in superficie, tuttavia vale la pena scendere e andare a vedere da vicino il grande portale in travertino, i tre corridoi dello stadio, le mura in laterizio, le scale che portavano al piano superiore, i grandi ambienti che si aprivano tra il secondo e il terzo ambulacro. Internamente le mura erano rivestite di stucco decorato, lungo le pareti delle aule si aprivano delle nicchie nelle quali erano esposte delle statue, moltissime rinvenute nelle vicinanze. Una, purtroppo mutila,  stata collocata al centro dell'ambiente pi grande, mentre la pi famosa si trova fuori. Chi non la conosce? Si tratta del famosissimo Pasquino, una scultura parlante, perch, per una terna di secoli (xvi-xix), ha manifestato il malumore del popolo verso i potenti con le pasquinate, scritte satiriche in versi che qualcuno appendeva nottetempo al collo del marmo.  anch'essa incompleta e faceva parte di un gruppo raffigurante Patroclo morente sorretto da Menelao. Fu ritrovata nel 1501 e collocata nella piazzetta omonima, tra via del Governo Vecchio e via di Santa Maria dell'Anima.
Lo Stadio di Domiziano era un edificio con una planimetria a U e il secondo lato corto leggermente obliquo: i due lati lunghi paralleli misuravano 275 e 265 metri, l'arena era larga 106 metri, ed era orientato secondo la direzione nord-sud, con l'emiciclo a nord. Il nome deriva da stadion, l'unit di misura corrispondente a circa 180 metri, che era la distanza che si percorreva nella gara principale: la corsa veloce. Bench abbia una forma geometrica circiforme, si differenzia dall'impianto circense perch lo stadio  generalmente pi piccolo, inoltre non ha la spina centrale, n l'obelisco, n i carceres. La facciata esterna, in travertino, era costituita da due ordini sovrapposti, ionico e corinzio, con quattro ingressi. Si presume che quello principale si trovasse nel lato sud obliquo, rivolto verso la citt e verso l'Odeon e il Teatro di Pompeo.
Di questo grande campo sportivo ci resta una fotografia, incisa su una moneta di Settimio Severo coniata dopo il 202 d.C. Sul rovescio della medaglia viene disegnata la pista, senza spina n obelisco, con la raffigurazione di alcuni atleti mentre disputano le gare. Al centro c' la proclamazione del vincitore e nella tribuna il giudice di gara o l'imperatore. Nei fornici superiori ci sono delle statue. Lo stadio fu utilizzato fino al quarto secolo.
Sotto l'impero di Macrino (217-218), vi si disputarono per un certo periodo anche i giochi gladiatori dopo che un incendio aveva devastato il Colosseo. In epoca medievale i fornici furono riutilizzati come stalle o magazzini. Come si  detto, vi s'install anche la chiesetta di Sant'Agnese in Agone, che aveva il suo ingresso sul lato apposto a quello dell'odierna chiesa.
Scavi recenti sotto all'cole Franaise de Rome aprono un nuovo spaccato su questo monumento e illuminano gli storici sulle trasformazioni del sito dopo il suo abbandono, e durante tutto il Medioevo. L'apertura di una stanza murata nelle cantine del palazzetto di propriet dell'istituto francese ha consentito di ritrovare dei vani interrati tutti comunicanti, conservati fino a 1,60 m di altezza dove sono visibili in situ blocchi di travertino e tratti di intonaci bianchi incisi con sobrie linee verticali.
Qui, a circa 3,20 m di sotto il pavimento della piazza si possono percorrere dei sotterranei molto vasti, circa 400 metri quadrati. Si tratta di un corridoio che procede con andamento curvo, nel quale ci sono degli spazi separati da muri radiali, che si restringono verso il centro della piazza. L'cole Franaise (sul lato opposto a Sant'Agnese in Agone) si trova proprio laddove il lato lungo dello stadio inizia a curvare per formare la profonda abside rivolta verso il Tevere.
In questi ambienti  emerso un laboratorio di lavorazione del marmo di spoglio datato tra il quarto e il quinto secolo. Sono stati ritrovati circa 3500 frammenti colorati, che erano riutilizzati per pavimentare a tarsie i pavimenti delle abitazioni. Tra i marmi ci sono il pavonazzetto, il giallo antico e il cipollino e anche frammenti d'intonaci dipinti. In alcuni passaggi si vedono ancora schegge di marmi incastrate tra le terre da scavare.
Tra il sesto e il settimo secolo, la situazione di questa zona mut. Forse durante il periodo delle guerre gotiche il laboratorio fu abbandonato e il suo spazio fu occupato da un piccolo cimitero. Sono emerse sedici tombe a cappuccina, tutte sepolture povere senza alcun corredo funerario o materiale raro.
A causa delle scarse fonti storiche  difficile seguire precisamente l'evoluzione delle vicende dello stadio, tuttavia sappiamo che nel 999 quest'area occupata dal palazzetto dell'cole (la cosiddetta crypta agonis), entr in possesso del monastero di Farfa, che la mantenne per circa un secolo. In seguito l'area cambi propriet passando ad alcune famiglie romane e al Comune di Roma. Tra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo, la zona fu presumibilmente lottizzata per ricavare degli  appartamenti.

I giochi.
Nell'antichit romana i giochi erano, si pu dire, all'ordine del giorno. Alla met del quarto secolo, Furio Dionisio Filocalo, calligrafo di papa Damaso (366-384), stil il pi antico calendario romano che ci sia giunto, nel quale registr ben centosettantasette giorni all'anno dedicati alle feste: in pratica un giorno di festa per ogni giorno di lavoro. Di questi, centouno erano dedicati agli spettacoli teatrali, sessantasei a quelli del circo e dieci agli spettacoli gladiatori.
I numeri che leggiamo su questo documento storico sembrano proprio confermare quello che tramandano alcuni scrittori dell'antichit e cio che i Romani desideravano soltanto due cose: il pane e i giochi; panem et circenses, scriveva appunto Giovenale nel primo secolo d.C., come comprovava in seguito anche Frontone (secondo secolo), il quale narrava che il popolo romano fosse interessato soltanto alla distribuzione gratuita del cibo e agli spettacoli.
Nell'Urbe sono ancora visibili, e ben mantenute, importanti testimonianze: l'anfiteatro Flavio, noto come il Colosseo; il teatro di Marcello, il Circo Massimo e il Circo di Massenzio sull'Appia Antica, che eccezionalmente conserva intatti il suo perimetro murario e le torri dei carceres. Molto chiaro nella sua spazialit, anche se ormai irriconoscibile, abbiamo anche lo Stadio di Domiziano, l'attuale piazza Navona.
Ci sono anche opere d'arte a ricordarci i ludi romani, come il celebre mosaico nella misteriosa Villa Romana del Casale di piazza Armerina, in provincia di Enna (terzo-quarto secolo d.C.). In una delle sale sono rappresentate dieci ragazze in bikini, impegnate in attivit agonistiche, dedicate alla dea del mare, Teti. La scena, articolata su due registri, mostra le giovani, con una divisa ginnica piuttosto succinta, mentre lanciano il disco, oppure giocano a palla o mentre eseguono esercizi con i pesi in mano o durante una corsa campestre. Nel registro inferiore le vincitrici sono premiate con l'incoronazione e la palma della vittoria. Nei sotterranei dell'Ambasciata di Francia, a Palazzo Farnese a Roma,  emersa una splendida sala denominata dei desultores, per un mosaico pavimentale con la rappresentazione di acrobati a cavallo (inizio del secondo secolo d.C.). Questi equilibristi portavano al galoppo pi animali, saltando con agilit dall'uno all'altro, ed erano capaci di prendere al volo gli oggetti che si trovavano sulla spina del circo.
Tutti i giochi romani ebbero un'origine cultuale e furono gestiti, originariamente, dalla classe sacerdotale; gli spettacoli gladiatori, ad esempio, presero probabilmente forma in occasione di funerali, come rievocazione di antichissimi riti sacrificali umani, offerti agli di Mani del defunto. Durante l'epoca repubblicana si aggiunsero altri giochi, che furono affidati a magistrati incaricati ad hoc.
Durante l'impero, a Roma, ogni occasione era buona per organizzare giochi pubblici, i quali diventarono presto, per i politici di turno, l'opportunit pi adatta per ottenere il consenso popolare, e per consolidare il proprio potere. Per questo motivo l'organizzazione dei ludi era predisposta e seguita con ogni cura e senza badare a spese. Secondo Svetonio (70-126), Augusto nella frequenza e variet e magnificenza degli spettacoli che diede, super tutti quanti.
Per i cittadini, questi spettacoli erano invece l'occasione per vedere da vicino e di persona l'imperatore e il gruppo dirigente dello Stato romano.
I giochi erano pubblicizzati tramite locandine dipinte nei luoghi pubblici, e tanta era l'affluenza che gli spettatori, pur di occupare i posti migliori, popolavano lo spazio sin dalla notte precedente lo spettacolo accalcandosi, creando risse e tali e tanti trambusti che, stando a quanto scrive sempre Svetonio nella Vita di Caligola, l'imperatore irritato dal chiasso della folla che occupava i posti gratuiti del Circo nel bel mezzo della notte, fece scacciare tutti a bastonate.
Per avere un'idea della folla che partecipava a questi spettacoli, baster tenere presente che, oggi, lo stadio Flaminio ha una capienza di ventimila posti come il Teatro di Marcello, mentre il Colosseo conteneva sessantottomila posti a sedere e cinquemila in piedi. Il Circo Massimo, invece, accoglieva centocinquantamila persone in epoca augustea, ma ben duecentocinquantamila dopo la ristrutturazione neroniana.
Le prigioni storiche di Castel Sant'Angelo
Il brivido  a portata di mano e per provarlo basta andare a visitare le segrete di Castel Sant'Angelo, considerate uno dei luoghi pi misteriosi della citt, dove personaggi pi o meno noti hanno trascorso anni di prigionia o furono condannati a morte.
In una di queste anguste stanze, fiocamente illuminate da strette inferriate, nel 1538 Benvenuto Cellini, orafo e scultore fiorentino, trascorse pi di un anno. Tent anche un'avventurosa evasione calandosi da una latrina esterna. Come racconta nella sua biografia, sulle pareti della cella sarebbero ancora visibili le tracce di un Dio Padre e un Cristo Risorto che aveva disegnato ma, a ben guardare con attenzione, le immagini sono del tutto indecifrabili. Sulla piazza di Ponte Sant'Angelo fu giustiziata Beatrice Cenci, accusata di parricidio. Era l'11 settembre del 1599. Secondo una leggenda popolare molto toccante, quando scocca la mezzanotte, la giovane donna continua a palesarsi passeggiando lungo Ponte Sant'Angelo, eterea figura lattiginosa, tenendo tra le mani la sua testa decapitata.
Quando l'enorme mole fu fatta costruire, non esistevano n prigioni n latrine, perch il monumento nacque come tomba dinastica e fu innalzato per ospitare le spoglie dell'imperatore Adriano e della sua famiglia.
Le prigioni furono fatte realizzate nel Rinascimento da papa Alessandro sesto Borgia (1492-1503) proprio nel cuore del sepolcro romano, nella parte pi intima e nascosta del Mausoleo di Adriano, in seguito riconvertito in fortezza, grazie alla sua posizione privilegiata e alla sua inattaccabilit. Sui quaderni amministrativi vaticani risulta che nel 1503 furono saldati dei conti a pagamento della trasformazione degli ambienti in carcere, sfruttando dei vani gi esistenti.
Le segrete di Castel Sant'Angelo si trovano sotto il Cortile della Balestra, chiamato anche Cortile del Pozzo, e sono ricavate all'interno del corpo cilindrico della Mole Adriana, allo stesso livello in cui si trovava la cella funeraria dell'imperatore, oggi chiamata Sala delle Urne.
La sala, a pianta quadrata con tre profondi nicchioni quadrangolari sormontati da un arco, era completamente rivestita di marmi preziosi e di travature di bronzo. Le nicchie ospitarono le ceneri di Adriano (117-138), di sua moglie Sabina (86-137) e del figlio adottivo Elio Cesare (101-138).
Oggi l'ambiente  attraversato a met altezza da una sorta di ponte, che conduce appunto alle prigioni, e nulla di quello che si vede fa immaginare lo splendore di un tempo. Nell'aula il pensiero corre alla composizione poetica di Adriano il quale rivolgendosi alla sua anima la definisce smarrita e soave, compagna e ospite del corpo e, mentre si appresta ad ascendere in luoghi incolori, ardui e spogli, la sollecita a restare ancora un istante a guardare insieme le rive familiari, le cose che certamente non rivedremo mai pi....
Le carceri sono complessivamente cinque vani angusti, nei quali si accede, accovacciandosi, tramite delle porte molto basse lungo il corridoio anulare di et adrianea; nelle ultime due celle sono stati individuati degli affioramenti di creste del muro romano.
In questo stesso livello, oltre alle prigioni storiche, c' una cisterna e trovano posto anche tre oliare e cinque silos; paurosi pozzi circolari, questi ultimi, scavati radialmente lungo la galleria originale elicoidale.
La cisterna (non visibile), che si presume preesistente e perci di et adrianea,  composta di tre vasche di depurazione comunicanti a tenuta stagna; si trova proprio a ridosso della cella occupata da Benvenuto Cellini.
Le oliare furono ricavate nello spessore murario della mole romana, presumibilmente in epoca medievale. Vi si accede tramite una scaletta. Si tratta di due grandi ambienti con ottantatr giare in terracotta per la conservazione dell'olio che, oltre all'uso alimentare e per l'illuminazione, era usato come arma difensiva da riversare, bollente, sugli assalitori delle rocche. Proseguendo il percorso, poco pi avanti, nel 1502 furono scavati i cinque silos di cui si  detto, che hanno una capacit totale di 3700 quintali. Qui erano conservate le scorte di grano e di cereali.
La catacomba di San Pancrazio.
Quando venne a Roma dalla Frigia, Pancrazio aveva circa quindici anni e aveva gi perduto i suoi genitori. Arriv con lo zio Dionisio. I due andarono ad abitare al Celio, nell'insula Caminiana. Accadde durante l'impero di Diocleziano (284-305).
Il racconto celebrativo della sua vita  piuttosto contestato; unico dato inconfutabile  quello topografico, che indica la via Aurelia come zona della sua sepoltura. Bench a Roma il culto del martire fosse molto diffuso gi dal quarto secolo, di lui abbiamo notizie scarne e poco attendibili. La passio, di cui conosciamo tre redazioni,  piena di anacronismi e imprecisioni storiche e mostra chiare derivazioni da quella di San Sebastiano.
Secondo il primo redattore, probabilmente un monaco dell'ordine religioso istituito da papa Gregorio Magno nel 594 presso la basilica, Pancrazio e lo zio furono convertiti e battezzati da papa Cornelio il quale, per, era gi deceduto prima che Diocleziano diventasse imperatore. Il giovane perse presto anche lo zio, coinvolto in una sommossa di cristiani. Lo stesso Pancrazio, condotto davanti all'imperatore, rifiut di sacrificare agli di, e per questo fu condannato alla decapitazione il 12 maggio del 304. Il suo corpo abbandonato lungo la via Aurelia fu raccolto dalla matrona romana Ottavilla, che lo fece seppellire presso il cimitero della zona. Nelle altre due redazioni vengono modificate alcune informazioni, cercando di far combaciare gli anacronismi storici.
Il culto del santo divenne presto molto popolare. A Roma gi dal quinto secolo Porta Aurelia era chiamata Porta San Pancrazio. Alla fine dello stesso secolo la sua venerazione era ampiamente diffusa anche oltralpe. La sua fama perdurer per tutto il Medioevo, tanto che i pellegrini continuarono sempre a visitare la sua catacomba, insieme con poche altre.
La tradizione ricorda san Pancrazio come ultor in periuriis, nemico di chi giurava il falso e protettore di quanti erano accusati ingiustamente, tanto che si credeva che lo spergiuro che avesse tentato di raggiungere la sua tomba sarebbe morto prima ancora di varcare i cancelli della schola cantorum oppure sarebbe stato invaso dal demonio.
La catacomba di San Pancrazio  molto vasta e poco esplorata;  giunta a noi in condizioni precarie con le gallerie piuttosto devastate.  articolata in tre regioni, nelle quali predomina l'elemento orientale, che  evidente nell'architettura di alcuni loculi, in particolare di quelli scavati nel cubicolo di Botrys. Tipicamente orientali sono anche alcune iscrizioni e decorazioni.
A Trastevere, poco distante, l'elemento orientale era piuttosto diffuso, e forse fu proprio questa circostanza a offrire al redattore del racconto agiografico l'opportunit per identificare in Pancrazio un personaggio proveniente dalla Frigia.
Porta San Pancrazio in un'incisione di Giuseppe Vasi.
La prima regione della catacomba si estende tutta sotto il transetto sinistro della chiesa e dietro l'abside. La seconda, quella visitabile, si trova sotto il piazzale della basilica. Ai piedi della scala si vede il gi menzionato cubicolo di Botrys, che prende il nome da un'epigrafe greca piuttosto singolare ritrovata nel 1917 da padre Fusciardi. Nell'iscrizione il defunto si dichiara christians, espressione poco usata nel formulario funerario cristiano; a Roma abbiamo solo altri 4 o 5 esempi. I loculi di questo cubicolo si caratterizzano per una centinatura a forma di arcosolio nella parte superiore, unico esempio a Roma.
Altre sepolture con aspetti di originalit si vedono nel cubicolo di San Felice (terzo-quarto secolo). Le tombe sono ricavate in banchi di tufo sporgenti e alcune si presentano imbiancate e decorate in stile lineare rosso (quarto secolo). Nelle pareti sono raffigurati una nave, un animale marino (forse un delfino), rami intrecciati con foglie, fiori e uccelli. Nella volta un amorino con una corona di fiori.
Nello stesso cimitero sono ricordati anche i martiri Artemio, Paolino e Sofia con le sue tre figlie Fede, Speranza e Carit. Le tombe delle quattro donne, forse, potrebbero trovarsi nel cubicolo di Santa Sofia, dove  visibile un profondo arcosolio intonacato in bianco con quattro sepolture.
La terza regione si estende sotto il convento. La numerosa presenza di monogrammi costantiniani fa presupporre che sia stata scavata nel quarto secolo. Qui, a causa della friabilit del tufo, diverse sepolture sono state realizzate in muratura.
Negli anni 1933-1934, in occasione dei lavori per il nuovo pavimento della basilica di San Pancrazio, venne alla luce una strada romana, che tagliava diagonalmente la chiesa a partire dalla seconda campata della navata sinistra alla terza campata della navata destra. Dovrebbe trattarsi del clivus Rutarius in agro Fonteiano, una traversa dell'Aurelia vetus, incapsulata dall'edificio di culto e dove furono scavate delle sepolture pavimentali. In quella stessa occasione furono rinvenuti quattro colombari databili alla fine del primo secolo e delle tombe a cappuccina. Un'altra area cimiteriale subdiale con tombe del quarto secolo  stata rilevata anche nella zona che precede il cortile.
Durante il suo pontificato papa Simmaco (498-514) restaur il cimitero, eresse una basilica, che decor con un arco d'argento, e costru un edificio termale. La basilica ricadeva sotto l'amministrazione del titolo di San Crisogono a Trastevere ma, a causa delle continue rimostranze da parte dei fedeli sulla discontinuit della celebrazione liturgica domenicale, nel 594 papa Gregorio Magno (590-604) decise di istituire un monastero, sostituendo il personale ecclesiastico e revocando l'incarico ai preti della chiesa trasteverina.
Tra il 625 e il 638, papa Onorio i costru ex novo una ricca basilica beato Pancratio martyri in via Aurelia, che doveva essere notevolmente pi grande della precedente tanto che le fonti parlano di ben cinque archi d'argento. La basilica era a tre navate con transetto, abside semicircolare e cripta semianulare, secondo esempio dopo San Pietro.
La chiesa odierna deve ritenersi quasi certamente la onoriana, malgrado tutte le varie trasformazioni, anche se l'edificio paleocristiano  riconoscibile solo nella zona dell'abside, del transetto e della cripta. Difficile, invece, riconoscere la basilica di papa Simmaco.
La tomba di Pietro
La lettura dei dati asettici di un bollettino di scavo archeologico, di per s, non pu trasmettere l'emozione che invece sopraggiunge nel momento in cui il termine tecnico acquista vita, e si trasforma nella storia umana che il manufatto custodisce. Da questo punto di vista  particolarmente indicativo il resoconto dello scavo della tomba di Pietro in Vaticano, dove espressioni come campo P e fossa N1, tomba gamma e area Q, muro rosso e muro g, possono sicuramente lasciare perplessi, ma la loro decodificazione rende subito accessibile l'oscurit dei simboli.
Con l'espressione campo P si indica il campus Petri, cio l'area del sopratterra di un cimitero dove in un'umile tomba terragna, appunto la N1, nella seconda met del primo secolo d.C. venne tumulato Pietro che, si ritiene, sub il martirio nel vicino Circo di Nerone, in Vaticano.
La tomba gamma, di contro,  una delle tante sepolture che si addossarono molto presto attorno a quella dell'apostolo, alla sinistra della quale e dietro di essa (sei metri sotto la Confessione di San Pietro) possiamo intravedere il luogo dell'inumazione illuminato da una lucerna perpetua. Un bollo doliare della sepoltura gamma  datato tra il 115 e il 123 d.C.
L'area Q  un altro spazio funerario all'aria aperta che si cre lungo un clivus alle spalle della tomba dell'apostolo. Per evitare che il terreno della collina di origine argillosa e instabile franasse, costruirono un sostegno murario, il cosiddetto muro rosso, perch le sue facciate furono pitturate con questo colore. La datazione di questi interventi si aggira tra il 146 e il 161 d.C.
Infine il muro g, importantissimo,  il tramezzo dei graffiti, dove sono incise molte invocazioni.  lungo ottantacinque centimetri con uno spessore di cinquantacinque; fu costruito intorno alla met del terzo secolo a destra, osservando il muro rosso, e perpendicolarmente ad esso. Pochi anni dopo, simmetricamente, se ne fece un altro a sinistra formando, insieme, come due ali che racchiudevano la tomba di Pietro. Nello spessore del muro g fu ricavato un piccolo vano; qui fu ritrovata una cassetta con delle ossa, avvolte in un panno intessuto con fili d'oro e tracce d'intonaco rosso. Dopo studi e anche molte polemiche, si decise di identificarle ufficialmente come le reliquie di San Pietro, un uomo di et avanzata e di corporatura robusta, come hanno dichiarato gli esperti che le hanno analizzate.
Nel 1968 in quello stesso loculo furono collocate diciannove teche trasparenti con le ossa ritrovate. Per volere di papa Paolo sesto Montini (1963-1978) nove frammenti di quelle ossa furono custoditi in un reliquario d'argento, sul coperchio del quale fu incisa la seguente iscrizione: Parte delle ossa che, rinvenute nei sotterranei dell'arcibasilica Vaticana, sono ritenute del beato Pietro Apostolo. L'identificazione delle reliquie la fece l'epigrafista Margherita Guarducci (1902-1999) la quale, contrariamente a quanto sostenuto da altri valenti studiosi, interpret anche un graffito (datato tra secondo e terzo secolo), scritto in greco sul muro rosso, con l'espressione Pietro  qui, mentre altri lo interpretano come Pietro in pace.
L'archeologa ritenne che l'imperatore Costantino (306-337) avesse fatto prelevare le ossa di Pietro dalla sua tomba terragna per conservarle nel muro rosso dove, da allora, sarebbero rimaste fino al 1941. Che tali resti appartengano proprio al pescatore della Galilea  verosimile, anche se a Roma, nel 258, c'era un altro luogo dove Pietro era venerato con Paolo: la Triclia della Memoria Apostolorum ad catacumbas, a San Sebastiano sull'Appia Antica. La tradizione vuole che l fossero conservate le reliquie dei due martiri, immaginando un'ipotetica traslazione delle loro reliquie in epoca precostantiniana. Tuttavia, anche attorno alla Triclia ruotano molte incertezze, tanto che si  ipotizzata la possibilit che quel sacrario possa essere stato solo un cenotafio, cio un luogo di devozione, ma senza i resti cultuali dei santi venerati.
Le vicende della tomba di Pietro sono lunghe e complesse e la loro narrazione  affascinante.
Circa cento anni dopo la morte dell'apostolo, la sua tomba gi venerata fu monumentalizzata con un'edicola absidata addossata al muro rosso, il cosiddetto Trofeo di Gaio. Il monumento funerario era costituito da un altare di marmo, sostenuto da due colonnine sul davanti, una delle quali  ancora visibile in situ, mentre la nicchia sopra l'altare  immaginata con un ipotetico frontone a timpano. A livello del terreno un'altra lastra marmorea foderava la tomba terragna. Questa struttura e il muro rosso si fanno risalire alla met del secondo secolo.
Entro la fine del secondo secolo presso la tomba dell'apostolo vi furono diversi cambiamenti. Molto presto nel campo P moltissime altre tombe circondarono quella di Pietro, preservando tuttavia la sua integrit, e si costruirono dei mausolei che chiusero l'area per tre lati. A quest'arco di tempo appartiene probabilmente anche il famoso graffito in greco con l'indicazione del nome Petros.
Durante il terzo secolo si costruirono due tramezzi: il muro g (a nord) e il muro s (a sud), che affiancarono i due lati corti della tomba apostolica. Come detto, il lato esterno del muro g si ricopr di graffiti ancora visibili.
Nel quarto secolo l'intervento costantiniano rivoluzion totalmente l'assetto del sepolcro e di tutto il colle Vaticano. Per la costruzione della basilica si decise di realizzare una piattaforma, livellando la collina per un dislivello di otto metri; furono sbancati circa quarantamila metri cubi di terra.
Tuttavia, lungo le pendici del monte, era sorto un importante sepolcreto pagano con mausolei in cortina elegantemente decorati con affreschi e mosaici, che interferiva con il progetto della fabbrica costantiniana perch si trovava proprio in corrispondenza della futura navata centrale della basilica. Con l'autorit che gli veniva dalla sua carica di pontifex maximus, l'imperatore Costantino pot decidere l'obliterazione del sepolcreto ancora attivo, che venne tagliato alla sommit e interrato completamente.
In questo titanico lavoro fu coinvolta anche l'edicola di Gaio. Si scelsero le murature da conservare, che furono isolate all'interno di una sorta di armadio in marmo pavonazzetto con fasce in porfido. Alla fine la teca marmorea inglob la tomba sotterranea dell'apostolo, l'edicola del secondo  secolo e il muro g con il suo loculo delle reliquie.
La Memoria Petri, nel presbiterio della nuova basilica, fu arredata con un baldacchino sormontato da archi a crociera, sostenuti da quattro colonne tortili; al centro pendeva una corona aurea con funzioni di lampadario.
La basilica costantiniana rimase indisturbata per circa due secoli, ma le nuove esigenze derivanti dal culto di Pietro, che richiamava da tutto il mondo cristiano molti pellegrini, crearono la necessit di una nuova importante modifica, destinata a fare storia. I lavori furono eseguiti verso la fine del sesto secolo da papa Pelagio secondo (579-590) o forse da san Gregorio Magno (590-604). La soluzione architettonica adottata port al rialzamento del pavimento del presbiterio, all'installazione di un altare protetto da un baldacchino e alla creazione di una cripta semianulare, con un braccio rettilineo centrale, che raggiungeva il monumento del quarto secolo  tramite una coppia di rampe di scale, che scendevano a un piano inferiore, e a una fenestella confessionis che consentiva di comunicare visivamente con la Memoria Petri.
Quest'originale e rivoluzionaria creazione divenne un modello per i secoli seguenti. Prima della ricostruzione della basilica in epoca rinascimentale, ci furono gli interventi di papa Callistosecondo(1119-1124) e Clemente ottavo (1592-1605), che edificarono in successione due altari. Sull'ultima mensa sacra, tra il 1624 e il 1635, il geniale Gian Lorenzo Bernini innalzer il suo magnifico baldacchino bronzeo, quasi a suggerire con la sua fastosit barocca quel coronamento, molto pi modesto, realizzato da Costantino sulla tomba di Pietro.
Facciata interna della chiesa antica di San Pietro e suo atrio, incisione di Giovanni Battista Falda.
Dopo i lavori di restauro e di messa in sicurezza del sito avviati dal 1998, i sotterranei della Confessione vaticana, nel 2000, sono stati aperti al pubblico. Per poterli visitare e vedere a pochi metri di distanza la tomba dell'apostolo Pietro,  necessario inviare una richiesta all'Ufficio Scavi. Per la visita si entra sotto l'arco delle campane, a sinistra della basilica.
Due rampe di scale immettono nelle viscere della navata centrale della basilica di San Pietro e nella necropoli pagana sotterrata da Costantino. La luce  soffusa, il percorso  blindato, porte di cristallo scorrevoli, comandate da cellule fotoelettriche, si aprono davanti a noi e si richiudono subito alle nostre spalle. Ancorch immerso nella penombra, l'ambiente nel quale si entra  arioso. In questo punto, la piattaforma costantiniana sulla quale giace la basilica rimane otto metri sopra il livello di calpestio, ma poich la visita procede in salita lungo lo stradello sud fiancheggiato dai mausolei pagani, un tempo all'aria aperta, giunti all'altezza della tomba dell'apostolo essa arriva quasi a sfiorare le teste dei visitatori. Tuttavia, la bellezza del sepolcreto pagano, e lo stupore che induce, sgombrano presto il timore di attacchi claustrofobici.
In fondo al percorso, ancora pochi passi in salita e in uno spazio angusto, si presenta davanti ai nostri occhi il varco, dal quale si pu osservare il luogo della sepoltura di Pietro, che  illuminato da una luce proveniente dalla nicchia dei Palli. Siamo nella zona sud della memoria costantiniana. Qui si vedono la colonnina del Trofeo di Gaio ancora in situ, e un tratto del muro rosso rivestito con una lastra di marmo bianco. Sono osservabili anche la cornice inferiore del monumento costantiniano, il pavimento del presbiterio della basilica del quarto secolo e l'altare di Callistosecondorealizzato nel 1123.
Superato il muro rosso, ci si trova nella zona ovest, alle spalle della tomba di Pietro e nella Cappella Clementina, fatta realizzare da Clemente ottavo Aldobrandini. Dietro la grata sopra l'altare, c' l'armadio di Costantino, quel parallelepipedo di marmo pavonazzetto alto circa tre metri all'interno del quale, come si  detto, furono sigillati la tomba di Pietro, l'edicola del secondo secolo, una parte del muro rosso e il muro dei graffiti. Al centro e alla base del contenitore corre una fascia in porfido. Sopra le nostre teste, attraverso una griglia nel soffitto, si pu vedere la cupola michelangiolesca.
Proseguendo l'aggiramento della tomba dell'apostolo da sud a nord, passando per ovest, si entra in un ambiente che consente di vedere il muro g del Trofeo di Gaio coperto con i graffiti, incisi dai fedeli che visitarono la tomba tra il terzo e il quarto secolo, prima dell'intervento costantiniano. Nella paretina si pu osservare anche il vano che conteneva la cassetta con le ossa attribuite a Pietro ricollocate nel 1968, come detto all'inizio, nelle diciannove teche trasparenti. Il pavimento di questa stanza  stato realizzato con lastre di cristallo che consentono di osservare, in basso, le strutture dell'area Q separata dal campo P tramite il muro rosso.
Uscendo da questo ambiente, si accede alle Grotte Vaticane, dove si completa la visione della Memoria Petri con il suo lato est, la nicchia dei Palli con il Cristo benedicente, mosaico del nono secolo, alle spalle del quale si trova la piccola abside della prima monumentalizzazione del sepolcro petrino.
Gli scavi sotto la Confessione di San Pietro sono stati realizzati durante il pontificato di papa Pio dodicesimo Pacelli (1939-1958), tra il 1940 e il 1950. Con la visita ai sotterranei di San Pietro si vede la necropoli pagana e, oltre ai lavori di Costantino, si possono osservare le opere di fondazione per la costruzione della prima basilica e le strutture della chiesa rinascimentale, ovvero le fondazioni della cupola di Michelangelo e quelle del baldacchino secentesco di Bernini.
La Necropoli Vaticana sulla via Cornelia
Il 18 gennaio del 1941 gli operai che stavano eseguendo alcuni saggi di scavo per la sistemazione delle Grotte Vaticane videro apparire sotto i loro occhi la parte superiore di un monumento funerario di rara eleganza, secondo in ordine di grandezza tra i ventidue poi scavati e riportati alla luce sotto la navata centrale della basilica di San Pietro. Inizi cos la meravigliosa avventura che nell'arco di circa dieci anni ha portato al ritrovamento di mausolei di particolare interesse storico e architettonico, fino al prezioso disvelamento della sepoltura di Pietro e al recupero di quelle che sono ritenute le sue reliquie ossee.
Il primo mausoleo che volle testimoniare la sua presenza in questi sotterranei  quello appartenuto a due famiglie di liberti, i Tullii e i Caetennei (F); ha una superficie di 32 metri quadrati e prevedeva 120 sepolture.  un monumento molto affascinane con le sue pareti color pastello, mosse da elementi rettilinei e curvilinei, ricco di stucchi e con un pavimento a mosaico in bianco e nero. Al centro della camera funeraria si trova l'ara sepolcrale dei coniugi, mentre in un sarcofago  stato trovato il corpo ancora imbalsamato di una donna esemplare d'incomparabile castit e amore verso il marito e i resti del suo abito color porpora intessuto con fili dorati; al braccio portava un prezioso bracciale d'oro. Il monumento  conservato in altezza per circa cinque metri; a destra dell'ingresso c' una scala in muratura.
I sepolcri della Necropoli Vaticana sono impropriamente definiti mausolei, ma con questo termine nella Roma antica si faceva riferimento solo al mausoleo di Augusto. Sono edifici funerari molto simili a quelli che si possono vedere all'Isola Sacra, a Fiumicino, ma certamente pi ricchi e appartenuti a famiglie benestanti, molte di liberti. Sono tombe a camera a pianta quadrata o rettangolare, con porte munite di serratura che si aprivano verso l'interno. A volte l'ambiente sepolcrale  preceduto da un atrio d'ingresso, come il mausoleo D. Sullo stipite della porta  generalmente affissa la lapide con i nomi dei proprietari. La lastra di marmo  contenuta entro una cornice in cotto, decorata finemente. A fianco delle epigrafi, purtroppo molte andate perdute, si aprono due o pi finestre a feritoia. Alcuni monumenti hanno un cortile antistante, dove erano ospitate le sepolture di familiari meno abbienti, in alcuni casi  munito di pozzo per l'acqua, come il grande mausoleo dei Valerii (H). Anche i mausolei di Fannia Redempta (B), quello denominato D e quello dei Matucci (O) hanno un recinto a cielo aperto. In alcuni di essi, una scala in muratura conduceva a un terrazzo; qui si consumava il banchetto funebre.
La ricchezza delle tombe  testimoniata dalle facciate in laterizio lasciato a vista, molto pi maestose di quelle all'Isola Sacra. Il prospetto  spesso decorato con lesene o pilastri angolari con capitelli, a volte impreziosito da pannelli in mosaico o in terracotta. Alcuni mausolei presentano un fregio con grafica geometrica. Hanno tutti la volta a crociera, tranne il piccolo mausoleo degli Iulii (M), che si distingue per essere l'unico monumento cristiano in questa necropoli pagana, e quello degli Aebutii e dei Volusii (N) con volta a botte, edificato all'inizio del secondo secolo.
La necropoli sorse lungo un diverticolo che raggiungeva la via Cornelia e correva lungo la valle del Circo di Nerone sul quale prospettava, in un luogo gi a carattere funerario dove, alla met del primo secolo, venne sepolto Pietro. Il Circo Vaticano, verosimilmente a carattere privato, iniziato da Caligola (37-41) e completato da Nerone (54-68), si deve immaginare sul lato sud della basilica di San Pietro. La sua posizione  accertata: il suo lato settentrionale coincide con la navata sinistra della chiesa; cos com' sicura la posizione dell'obelisco, che era collocato al centro della spina. La fondazione del suo basamento  ricordata da una lapide sul selciato della piazza dei Protomartiri Romani, proprio davanti all'Ufficio Scavi. Secondo in ordine di grandezza, dopo quello del Laterano, l'obelisco rimase al suo posto fino al 1586 quando, con un'operazione veramente ardita per l'epoca, venne trasportato al centro della piazza San Pietro e ancora l lo vediamo. La storia racconta che il monolite di granito rosso (25 m) fu trasportato dall'Egitto utilizzando una nave costruita ad hoc, affondata poi da Claudio, diventando la base del faro del suo porto a Fiumicino.
Quanto alle dimensioni del circo e al suo orientamento, sempre ipotizzato come la basilica di San Pietro, recenti scoperte presso la piazza del Sant'Uffizio hanno fatto immaginare un'installazione superiore a quanto ritenuto fino ad oggi, e una disposizione ribaltata. Ci farebbe supporre che il lato curvo fosse a est (lato via della Conciliazione) e i carceres a ovest (lato abside), ma l'ipotesi appare piuttosto incerta.
Sulla base delle testimonianze epigrafiche, iconografiche e del canone architettonico, la Necropoli Vaticana si svilupp tra il secondo e il terzo  secolo d.C. I primi a essere costruiti furono i mausolei a nord (lato destro della strada), mentre quelli a sud (lato sinistro) sono di epoca pi tarda. I primi mausolei, tra l'altro, hanno un maggior numero di deposizioni a incinerazione, che quasi scompaiono in quelli successivi. Gi dalla met del secondo secolo  probabile che il circo Vaticano non fosse pi utilizzato, perci la necropoli si pot espandere anche verso sud e la sua pista essere occupata anche da sepolture a inumazione.
Il sepolcreto rest attivo per circa duecento anni. All'inizio del quarto secolo, la decisione dell'imperatore Costantino (306-337) di costruire sul colle la basilica vaticana port all'obliterazione dei monumenti sepolcrali, che furono demoliti nella parte superiore e furono interrati per predisporre la piattaforma che doveva ospitare la prima imponente chiesa cristiana dedicata a Pietro.
Tuttavia, nel sotterrare la necropoli, gli operai di Costantino, per sacro rispetto dei defunti, usarono diversi accorgimenti. Le macerie delle volte distrutte non furono accumulate all'interno delle camere funerarie, che furono completamente riempite di terra proveniente dallo sbancamento del colle. In alcuni casi si spostarono i sarcofagi al solo scopo di evitare danneggiamenti, mentre tutto il resto rimase in pratica al suo posto. Durante i lavori i parenti dei defunti continuarono a visitare le tombe dei propri cari, come si  potuto accertare da alcune aperture realizzate appositamente.
Gli scavi sotto la basilica furono iniziati nel 1939 per dare seguito al testamento di Pio undicesimo Ratti (1922-1939), il quale aveva chiesto di essere sepolto nelle Grotte Vaticane accanto alla tomba di San Pio decimo Sarto (1903-1914), che si trovava presso il pilone di Sant'Andrea. L'esigenza di ricavare lo spazio indispensabile e la scelta di abbassare il pavimento delle grotte di un'ottantina di centimetri portarono alla decisione di avviare lavori d'indagine archeologica pi sistematici.
L'ingresso alla Necropoli Vaticana avviene attraverso un varco di cantiere costantiniano aperto nelle potenti mura di fondazione della primitiva basilica, una sorta di stargate tra il ventunesimo secolo e il quarto che, attraversando il massiccio diaframma, divide il presente dal passato. La sapiente illuminazione, costituita da una moltitudine di piccole sorgenti a luce fredda, studiata per mantenere i monumenti nella penombra, immerge nell'atmosfera di una visita quasi esoterica sotto le stelle in un cimitero fuori porta.
Appena entrati, di fronte ai propri occhi si mostra uno dei mausolei del settore meridionale, anch'essi costruiti tutti con la fronte rivolta verso la valle del circo, quello degli Egizi (Z), cos chiamato per la presenza di divinit nilotiche affrescate nelle pareti della camera con i colori del sole: il bue Api, il dio Horus. Nel monumento ci sono sarcofagi marmorei; qui non c' traccia di olle cinerarie. Risale alla fine del secondo secolo e a met del terzo accolse la sepoltura di una donna cristiana.
Aggirato il sepolcro sulla destra, tramite uno dei tanti vicoli che percorrevano la necropoli e salendo alcuni gradini, ci s'immette nel viale principale che cammina in salita, alle spalle del mausoleo degli Egizi. Qui il soffitto  molto alto, mentre a mano a mano che si procede lo spazio tra la strada antica e il piano della basilica attuale sopra le nostre teste va sempre pi riducendosi. I mausolei si trovano a una profondit che va da dieci a tre metri.
Alle nostre spalle lo scavo della necropoli si  interrotto all'altezza del mausoleo di Caius Popilius Heracla (A), costruito in epoca adrianea (117-138), all'interno del quale c' ancora la terra di riempimento del quarto secolo. Sul portale in travertino ci resta un'epigrafe particolarmente eloquente, perch restituisce le volont testamentarie del proprietario che chiese agli eredi di erigergli un sepolcro in Vaticano presso il circo, vicino al monumento di Ulpio Narcisso, per un valore di seimila sesterzi, una cifra rilevante se si pensa che all'epoca di Marco Aurelio (161-180) l'importo equivaleva alla paga quinquennale di un legionario!
La posizione della necropoli vaticana in relazione
alla basilica antica e a quella attuale.
Procedendo in salita, dopo aver superato il mausoleo dei Tullii e dei Caetennei (F), il primo a essere scoperto, si arriva al mausoleo pi grande e importante del sepolcreto, il mausoleo dei Valerii (I), restaurato nel 2007. Questa camera funeraria, come tutte le altre, si pu ammirare soltanto dall'esterno, perch una porta in cristallo, che la protegge da agenti inquinanti, impedisce l'accesso. Anche da fuori, comunque,  possibile apprezzare la multiforme architettura della stanza con nicchie di varie dimensioni, che ospitano statue in stucco a figura intera, erme, olle cinerarie. E ancora arcosoli per sarcofagi marmorei. Il mausoleo  riccamente decorato con stucchi bianchi a imitazione del marmo statuario, mentre le superfici sono affrescate con vivaci colori a finti marmi policromi. Un muro di fondazione costantiniano divise il sepolcro in due parti chiudendo l'accesso alla tomba, per questo si realizz un nuovo ingresso, per consentire la visita ai defunti anche durante i lavori. All'esterno, un ampio cortile con un pozzo invade il viale della necropoli modificando il percorso. Il mausoleo fu costruito all'epoca di Marco Aurelio da un liberto dell'importante famiglia dei Valeri.
Sulla parete sinistra della facciata si vedono ancora tracce di bruciatura, verosimilmente causate dai fuochi accesi dagli operai che lavoravano alla fabbrica di San Pietro. Il mausoleo fu progettato per ospitare circa 170 sepolture e ne contenne fino a 250.
Pi avanti e leggermente arretrato si trova un piccolo mausoleo, che and a incastrarsi nel vicoletto tra altri due, dei quali sfrutt le pareti laterali. Forse la scelta fu dettata dal desiderio di essere seppelliti il pi vicino possibile alla tomba di Pietro, che ormai  l, a pochi passi.  il mausoleo degli Iulii (M), unico sepolcro interamente cristiano della Necropoli Vaticana. La volta a botte  completamente decorata con un disegno a girali di vite, realizzato a mosaico con paste vitree in oro, azzurro, verde, rosso, un vero unicum, dove emerge l'immagine di Cristo-Helios, rappresentato come Apollo su un carro che solca il cielo. Le altre raffigurazioni cristiane mostrano Giona nelle fauci del mostro marino, un pescatore e il Buon Pastore. La tomba fu vista gi nel 1574 attraverso un foro aperto sul pavimento della chiesa, e ancora individuabile nella volta a botte. L'apertura fu poi richiusa lasciando tutto intatto.
Qui siamo sotto la cupola di San Pietro, che spicca quaranta metri sopra le nostre teste.
I mausolei appena descritti sono solo alcuni dei pi rilevanti, ma tutti e ventidue i monumenti sono ricchi di fascino, perch ognuno di essi presenta una sua specifica attrattiva: la raffinata decorazione della volta del mausoleo di Lucius Tullius Zethus (C), che si pu vedere nelle parti risparmiate dalle demolizioni del quarto secolo o il suo pavimento a mosaico, di cui  perso il quadro centrale; la particolare decorazione in cotto della facciata del mausoleo degli Aelii (E); la decorazione pittorica con scena di vita quotidiana nel mausoleo del Docente (G); lo splendido mosaico pavimentale con la rappresentazione di Mercurio e Plutone su un carro trainato da quattro cavalli del mausoleo della Quadriga (I).
In certi casi le fondazioni dell'edificio superiore hanno occupato alcuni monumenti funerari: le mura di fondazione della basilica costantiniana sono entrate nel mausoleo quinto  e in quello dirimpetto, il mausoleo dei Caetenni minori (L), completamente occupato dalle mura che sostenevano l'arco trionfale della basilica del quarto secolo. Altri furono rovinati con i lavori di epoca rinascimentale e del Seicento, come il piccolo edificio Chi, visibile solo dall'alto, perch il suo ingresso  stato nascosto dalle fondazioni cinquecentesche, o il mausoleo del Docente (G), anch'esso in parte nascosto da mura di fondazione dello stesso periodo. Nel 1948, tra l'altro, per evitare crolli, il sepolcro  stato rinforzato con pilastri in cemento armato. Nel 1626, invece, il mausoleo S venne quasi interamente occupato dalla fondazione di una colonna del baldacchino di Bernini, la prima a sinistra. Altri hanno la camera funeraria rovinata dai lavori antichi e moderni, come il mausoleo U, che ha la facciata completamente nascosta dalle fondazioni del Cinquecento, rivestite con mattoni moderni nel 1943. Uno degli ultimi a essere stato scavato, il mausoleo della Quadriga (I),  accessibile tramite un varco aperto nel 1946, perch  completamente occupato dalle fondazioni delle due basiliche. Si trova tra i due pilastri est della cupola, presso l'altare. Il mausoleo dei Matucci (O) invece ha una finestra oggi nascosta da un pilastro in cemento armato.
L'area scavata sotto la basilica ha una lunghezza di circa settanta metri, occupa la navata centrale dall'altare papale sotto il baldacchino berniniano, fino a un'ipotetica linea retta tracciata tra le Cappelle del Coro a sinistra e del Santissimo Sacramento a destra, poco pi della met dell'aula.
La necropoli tuttavia  molto pi ampia, poich si estende fino al Tevere. Sotto la basilica sono stati visti, in periodi diversi, altri mausolei a una profondit di nove metri circa.
Il culto dei morti nel mondo pagano
Nel mondo romano il culto dei morti era molto importante e nel calendario annuale erano state istituite diverse ricorrenze in loro ricordo, in primis nel loro dies natalis, cio il giorno di ricorrenza del compleanno dei defunti. L'antichit romana, inoltre, festeggiava i Parentalia, che si svolgevano tra il 13 e il 21 febbraio; durante quei giorni ogni famiglia ricordava i propri morti e li commemorava portando loro fiori, cibo e bevande. Il 22 febbraio, quando si festeggiava l'amore familiare (Cara Cognatio o Caristia), i parenti pi stretti bruciavano l'incenso e banchettavano nei pressi delle sepolture. Il banchetto funebre era celebrato presso la tomba del defunto anche nel primo e nell'ultimo giorno di lutto dei nove previsti dai riti funerari. Il refrigerium (banchetto funebre) fu mutuato anche dai cristiani, per i quali questo momento assunse il significato di consolazione e conforto dell'anima beata nel giardino paradisiaco.
Proprio per il banchetto, diversi mausolei pagani della Necropoli Vaticana sulla via Cornelia erano forniti di terrazzi al piano attico che si raggiungevano da alcuni gradini ricavati nei monumenti; nella Necropoli Vaticana della via Trionfale  stato ritrovato del vasellame per libagioni, che evidentemente era stato lasciato in loco dalla famiglia per utilizzarlo durante le feste.
Nel corso dell'anno, i pagani avevano altre due ricorrenze dedicate ai morti: i Lemuria, nei giorni 9, 11 e 13 maggio, e i Rosalia, che si celebravano a maggio e a giugno durante i giorni di massima fioritura delle rose, che venivano portate sulle tombe.
In una necropoli pagana sono presenti contemporaneamente sia tombe a cremazione sia tombe a inumazione, che coesistono sin dall'antico. I due diversi riti sono attestati nelle Leggi delle Dodici Tavole (met quinto secolo a.C.), che vietavano di cremare o di seppellire i morti dentro le mura della citt. In ogni caso il ricorso all'incinerazione sembra essere pi frequente tra la fine del terzo secolo a.C. e il primo d.C., mentre dal medio impero inizia ad affermarsi il rito dell'inumazione. Di norma i defunti erano bruciati in appositi spazi, gli ustrina, e le ceneri raccolte e collocate dentro urne di vario genere. Per l'inumazione si scavava la fossa nella terra, dove i pi poveri deponevano direttamente il corpo del defunto, proteggendo il luogo della sepoltura con tegole o mattoni quadrati sistemati a cappuccina, come un tetto. Le famiglie benestanti utilizzavano sarcofagi in terracotta o in marmo, che erano situati all'interno di sepolcri, sotto il pavimento e sotto arcosoli.
Le epigrafi incise sulle lastre tombali riportano spesso le sigle dm e dms, Dis Manibus o Dis Manibus Sacrum, con riferimento agli di Mani protettori delle anime dei defunti.
Mausolei, colombari, sepolcri, tombe ipogee, cippi: in quanti modi si esprime la funeraria pagana? Le numerose e diverse forme architettoniche le abbiamo davanti ai nostri occhi: sull'Appia Antica, dentro la citt, nei musei. Il genio visionario di Giovanni Battista Piranesi (1720-1778), affascinato dalla Regina viarum, le ha rappresentate nelle sue incisioni cos com'erano e anche come le immaginava.
Il Mausoleo di Augusto  la tomba romana monumentale per eccellenza. Il principe venne sepolto qui insieme con altri membri della sua famiglia. Erroneamente sono chiamati mausolei anche le tombe a forma di edificio della Necropoli Vaticana o della Necropoli dell'Isola Sacra, ma con tale termine gli antichi facevano riferimento solo a quello di Augusto. La denominazione deriva dalla tomba monumentale del re Mausolo di Caria, una delle sette
meraviglie del mondo antico, fatta costruire (350 a.C.) dalla moglie Artemisia alla sua morte, ad Alicarnasso, l'odierna citt di Bodrum in Turchia. La sua costruzione dur quattro anni, otto mesi e alcuni giorni, anche se la copertura del tempio era gi stata completata alla fine del terzo. La sua magnificenza  descritta da Plinio il Vecchio (23-79), il quale tramanda che questo imponente monumento, di cui oggi restano poche rovine, fu opera di artisti greci come Skopas, Briaxys, Timotheos e Leochares.
La Necropoli Vaticana sulla via Trionfale
Lungo l'antica via dei trionfi, la via Triumphalis, che collegava Roma alla citt di Veio, oggi Isola Farnese, si estendeva una vasta necropoli, di cui sono tornati alla luce in epoche diverse quattro importanti settori, tutti all'interno della Citt del Vaticano: Galea, Santa Rosa, Autoparco e Annona. Si possono vedere con visite guidate, tranne quello dell'Annona, al quale si pu accedere solo da una botola.
Le quattro zone funerarie, sorte nella parte nord-est del colle Vaticano, si distribuiscono su una serie di terrazzamenti che degradano dall'altura verso valle dove transitava, appunto, la Trionfale ed erano accessibili tramite una viabilit secondaria, che si arrampicava sul colle, a volte con rampe anche piuttosto ardite, come si pu verificare anche oggi scendendo dal viale dello Sport, al Bastione del Belvedere, verso via della Posta.
Nel 1930, l'archeologo Enrico Josi (1885-1975) riport alla luce il settore cosiddetto della Galea, dal nome della vicina fontana secentesca addossata al Palazzetto del Belvedere, che riproduce un grande modello in bronzo di una caravella armata di cannoni dai quali zampilla l'acqua. Quest'area della necropoli fu ulteriormente indagata negli anni 1994 e 1997 dagli archeologi Paolo Liverani e Giandomenico Spinola.
Sempre nello stesso 1930, Josi scav il settore che emerse durante la costruzione del palazzo dell'Annona. Tra il 1956 e il 1958, Filippo Magi (1905-1986) mise in luce la zona funeraria nel seminterrato dell'Autoparco. Uno degli ultimi e anche dei pi importanti a essere tornato alla luce  il settore di Santa Rosa, apparso nel 2003 durante la costruzione del parcheggio.
I primi ritrovamenti della necropoli risalgono tuttavia addirittura all'anno 1543, quando per la costruzione del suddetto bastione, che affaccia su Monte Mario, Pirro Ligorio (1513-1583) vide alcune tombe. Altre sepolture furono viste da Pietro Ercole Visconti (1802-1880) nel 1840, in quello che all'epoca era il Prato del Belvedere, ma oggi difficilmente localizzabili. Altri ritrovamenti sono stati fatti sotto l'edificio delle Poste Vaticane, sotto San Pellegrino degli Svizzeri, sotto il Cortile di San Damaso, sotto l'Officina elettrica e in via Leone iv: quest'ultima scoperta si trova fuori della Citt del Vaticano.
La maggior parte delle tombe ritrovate appartiene a un ceto sociale medio-basso, ma l'eccezionale numero di iscrizioni e di apparato decorativo rinvenuti, lo straordinario stato di conservazione, che nei secoli ha lasciate intatte le sepolture, ha consentito di ricostruire uno spaccato della societ dei primi secoli dell'impero e di conoscere meglio la tradizione di alcuni rituali funerari ancora poco conosciuti.
Il settore della Galea si trova nella zona pi alta del colle. I primi scavi, come si  detto, furono fatti tra il 1930-1931 e ripresi nel 1994, mentre nuove indagini e ritrovamenti sono stati fatti nel 1997 e nel 2005. La zona si colloca su strette terrazze, occupate in tempi diversi, ma con sepolture datate quasi tutte a uno stesso periodo per ogni terrazzamento. Alcune aree di questa necropoli sono coperte dal pavimento e dalle murature del magazzino dell'Ufficio Vendita Pubblicazioni e Riproduzioni dei Musei Vaticani, mentre nella parte visitabile si vedono anche tre pali in cemento armato, che tuttavia non hanno interferito in modo rilevante con le sepolture presenti. In antico molte zone di questa necropoli sono state interessate da una serie di frane e smottamenti del terreno, come si vedr anche negli altri settori, che hanno consentito il riuso e la rioccupazione di alcune sepolture. Alcune tombe a camera sono state danneggiate da un cunicolo di epoca rinascimentale-secentesca, scavato alla ricerca di materiale da riutilizzare.
Le tombe pi antiche si trovano nella prima terrazza, che si data gi in et augustea. Tra le fosse terragne a inumazione una  particolarmente rilevante, perch  stata ricoperta con mattoni bipedali, due dei quali sono datati agli inizi del primo secolo d.C. Un metro e mezzo sotto si apre il secondo terrazzamento; ancora pi in basso il terzo, che si raggiunge tramite uno stradello in pendenza che collega i due terrapieni. In questa zona le sepolture fanno un salto cronologico di circa un secolo, le tombe rinvenute sono databili tra il 125 e il 150 d.C.
Invece sembra essere posteriore un gruppo di quattro tombe a camera, costruite tutte in un unico blocco tra il 180 e il 190 d.C.; vi si accedeva tramite un unico vialetto. Tutti e quattro i sepolcri hanno un pavimento a mosaico, quasi integro nei due centrali, pi rovinato negli altri due. Tre tombe sono costruite con lo stesso orientamento mentre la quarta, che si trova in fondo al vicoletto,  posta trasversalmente. La prima sepoltura che s'incontra durante la visita fu ristrutturata e completamente rifatta verso la met del terzo secolo, quando si realizz anche un ambiente ipogeo al quale si giunge con una scaletta, affrescato con motivi geometrici e lineari, con un alto zoccolo scandito in riquadri, all'interno dei quali sono inseriti dei clipei rotondi.
Tra il 1956 e il 1958, durante alcuni lavori di sterro per la realizzazione del parco auto vaticano, fu scoperto il settore dell'Autoparco, poi scavato da Filippo Magi. Come la precedente, anche questa zona si articola su alcune terrazze piuttosto strette, con molte deposizioni a cielo aperto entro recinti di legno. Gli stradelli secondari seguivano parallelamente la via Trionfale, che si trovava dieci metri pi in basso. Qui il pendio  piuttosto ardito, tanto che in uno spazio di venti metri c' un dislivello di oltre cinque, quindi le tombe erano raggiungibili attraverso vicoli piuttosto ripidi. Anche questa zona  stata interessata da diversi smottamenti, che hanno ricoperto le tombe pi antiche e favorito la loro conservazione e l'installazione di nuove, come si vedr anche per il successivo settore di Santa Rosa. I due distretti sono di fatto collegati tra di loro ed entrambi datati tra la met del primo secolo d.C. e il terzo.
L'ingresso alla necropoli si trova tra l'edificio del parco auto e il parcheggio di Santa Rosa. Il percorso di visita  stato attrezzato con una passerella, che consente di avere una visione dall'alto dei molti sepolcri presenti nell'area che, tuttavia, pu essere visitata anche da vicino tramite un viottolo in cemento realizzato ad hoc. Nel settore dell'Autoparco ci sono soprattutto colombari. Il meglio conservato si trova nello spigolo nord, il cui ingresso probabilmente si affacciava su un diverticolo della via Trionfale. L'ambiente funerario  realizzato in laterizio lasciato a vista, mentre all'interno si trova opera mista con ricorsi in laterizio. Si tratta di una camera rettangolare con volta a botte, crollata, con due ordini di nicchie per le olle cinerarie; ne restano trentotto tutte uguali tra di loro. Nella parete centrale c' una piccola edicola con volta a conchiglia, dove c' una statuetta in stucco, che rappresenta uno scriba seduto intento a incidere una tavoletta cerata. La tomba si fa risalire a epoca neroniana (54-68); in un secondo momento il pavimento fu occupato da due cassoni ben conservati, anch'essi destinati a sepolture a incinerazione. Il colombario doveva appartenere a pi nuclei familiari, perch le sei iscrizioni rimaste in situ fanno riferimento a diversi gruppi di comparenti. Alcune tombe sono identificate da altari di marmo ben conservati, mentre  interessante osservare nell'angolo nord-est una sepoltura a cappuccina, di cui  chiaramente visibile, sporgente, il tubulo che era utilizzato per le libagioni con il defunto, collocato in corrispondenza della testa.
All'ingresso dello scavo  stato allestito un lapidario con due vetrine, in cui sono conservati notevoli reperti recuperati nella necropoli: moltissime lastre funerarie, balsamari in vetro, bruciaprofumi, vasellame per le libagioni, statuette e frammenti di statue. Particolarmente interessante  un tessuto d'amianto ritrovato piegato in un pozzo e oggi conservato in un pannello di vetro. Si  sempre supposto che questo tipo di tessuto, particolarmente costoso, fosse utilizzato per avvolgere i corpi dei defunti, che erano cremati negli ustrina, per evitare che il legno carbonizzato si mescolasse con le ossa, invece sono stati visti anche in sarcofagi che hanno accolto inumazioni, forse con un significato simbolico legato all'incorruttibilit e all'immortalit.
A nord dell'Autoparco, tra via Leone quarto e piazza Risorgimento, all'interno delle Mura Vaticane, si trova il settore di Santa Rosa, riportato alla luce nel 2003 in occasione dei lavori di sterro per la realizzazione del nuovo parcheggio. In 500 metri quadrati di necropoli, su un terreno scosceso che declina verso valle, sono stati rinvenuti oltre quaranta mausolei e pi di duecento sepolture singole, di un livello qualitativo superiore rispetto alle tombe degli altri settori della via Trionfale.
Si ritiene che l'insediamento funerario si sia sviluppato in due fasi, la prima datata tra la fine del primo e gli inizi del secondo secolo d.C., mentre la seconda tra la prima met del terzo e gli inizi del quarto secolo d.C., epoca dopo la quale la zona fu progressivamente abbandonata.
Anche in questo settore ci sono stati evidenti smottamenti di terreno, che hanno ricoperto diverse tombe, favorendo la loro conservazione. Molte tombe sono integre e custodiscono ancora in situ i loro defunti con i loro corredi funerari e le loro decorazioni.
Il cimitero, scavato e musealizzato con un piccolo Antiquarium, non  stato decontestualizzato, cos il suo vasto patrimonio, anche epigrafico, acquista un valore inestimabile, proprio perch  pi unico che raro trovare l'iscrizione legata ancora alla sua deposizione. Lo studio di questa citt dei morti ha fornito agli archeologi numerosissime informazioni, che hanno chiarito e allargato l'orizzonte sugli usi funerari pagani durante i primi secoli dell'impero. Ad esempio si  visto che, anche allora, sulle tombe venivano ampiamente usati i lumini. Sono state ritrovate moltissime lucerne poste a diretto contatto delle olle cinerarie. Cos com' stato molto indicativo aver ritrovato, nella zona centrale meno scoscesa, sepolture semplici a incinerazione ancora al loro posto nel terreno, individuate da urne in terracotta. Erano adoperati anche contenitori realizzati con materiale deperibile, come vimini o legno.
Il grande numero di stele e d'iscrizioni dipinge uno scenario umano composto di schiavi e liberti, molti di loro legati alla famiglia dell'imperatore. Ci sono dei postini (tabellarii), un componente della squadra dei Verdi, addetto a incitare i cavalli durante le gare del circo, uno scultore e un custode del teatro di Pompeo. A questi, si aggiungono personaggi che facevano parte di un ceto sociale pi alto, come un giovane cavaliere, con sepolcri a camera pi grandi e diversi colombari. I monumenti funebri pi importanti si trovano nei pressi della via Trionfale, sul lato destro a valle, entrando nello scavo. Secondo gli studiosi questa necropoli  una vera rarit rispetto ad altri sepolcreti romani conosciuti nell'Italia centrale.
L'ingresso alla necropoli si trova sul fianco sud del parcheggio di Santa Rosa; il suo muro di fondazione ha sezionato, in parte, l'area. Entrando possiamo osservare lo scavo dall'alto, come se fossimo su una collinetta. Ci consente di avere da subito una visione panoramica, da monte a valle, dell'insediamento di cui poco alla volta si apprezzer, con sorpresa, la bellezza. Nell'area funeraria il percorso di visita si svolge lungo una passerella, che scende verso il basso con una serie di gradini graduali e che circoscrive la zona.
Le prime tombe, quelle in alto, sono fondamentalmente individuali, a incinerazione e sono contenute in fosse o in olle cinerarie. Dal terreno, oggi terra scura, ma che secoli fa si pu immaginare verdeggiante e fiorito, emergono stele, urne cinerarie, tubuli per libagioni, alcuni ancora con il proprio oculo, che serviva a evitare la penetrazione di foglie o altro materiale occludente. Qui si trova l'ara che ricorda Tiberius Claudius Thesmus, scultore della prima met del primo secolo, intento a lavorare un busto, mentre accanto scodinzola un cane. Si tratta di una scena piuttosto rara nella funeraria romana.
Proseguendo il percorso, accanto alle sepolture singole, molte in parte sommerse dallo smottamento del terreno, si vedono piccoli colombari a volte tagliati dalle palificazioni moderne. Alcuni hanno una piccola area di rispetto protetta da laterizi, posti di taglio, per impedire sia l'occupazione del suolo da parte di altre sepolture, sia per preservarlo dalle piccole slavine di ghiaia e fango.
Ancora su questo fianco sinistro della necropoli c' il sepolcro di Alcimus, una struttura a cubo realizzata in laterizio con una finestrella e una porta inquadrata da due stipiti in travertino. Quello di destra  andato perduto, mentre quello di sinistra , di fatto, la stele incisa con l'epigrafe che ricorda il defunto, appunto Alcimus, dipendente di Nerone e custode delle scene del teatro di Pompeo. Verso valle, in posizione quasi centrale, si trova uno dei colombari pi ricchi e meglio conservati, che si potr osservare meglio scendendo. La camera sepolcrale  pavimentata con un mosaico a tessere bianche e nere con quattro tubuli per libagioni inseriti ai quattro angoli. Le pareti sono rivestite d'intonaco con ricche decorazioni a stucco, di cui restano tracce di colore, mentre nella parete di fondo c' un arcosolio, sotto al quale  stata scavata una forma per pi sepolture. Le volte sono a cassettoni con applicazioni di gesso. Particolarmente interessanti sono le scene delle nicchie parietali.
Scendendo ancora in direzione della sottostante via Trionfale antica, s'incontrano sarcofagi di pregio e un'altra cappella funeraria, tra le pi belle finora osservate. L'edificio  conservato per una notevole altezza; ha un pavimento decorato con figure a mosaico con tessere bianche e nere, purtroppo collassato al centro. Il tappeto musivo  scontornato da un motivo a girali, alcuni eroti vendemmiano; nel centro si vede un Dioniso ebbro, sorretto da un giovane satiro. Il pavimento era andato in rovina e restaurato gi in antico. Nell'aula si trovano due sarcofagi, di cui vale la pena ricordare quello del giovane cavaliere morto ventenne, Publius Cesilius Victorinus, che fu deposto in una cassa ovale marmorea strigilata con figure di orante e filosofo, ma difficilmente riconducibile ad area cristiana per la presenza, nell'iscrizione, del riferimento agli di Mani nella formula abbreviata dm.
Nella parete perimetrale di valle sono state ricavate le vetrine dell'Antiquarium, in cui sono stati collocati diversi reperti funerari, vasellame in terracotta per i rituali funerari e statuette. Particolarmente struggenti sono la testa del piccolo Tiberius Natronius Venustus, morto ad appena quattro anni, quattro mesi e dieci giorni, un ritratto pregevole di et giulio-claudia e la statuetta marmorea di un piccolo servo fedele addormentato in attesa del ritorno del suo padrone, con una borsa tra le braccia e una lanterna accanto. La scultura reca ancora tracce di colore; era stata deposta sotto un'anfora che copre un'umile sepoltura a incinerazione.
Nell'estate del 1930, nello stesso periodo in cui si scopr l'area della Galea, sempre Enrico Josi riport alla luce anche il cosiddetto settore dell'Annona vaticana, che si trova nei pressi di via della Tipografia ed  perci il pi vicino alla via Triumphalis. La necropoli non  visibile perch si raggiunge soltanto tramite una botola, ma la sua area  piuttosto vasta. La zona che  stata studiata occupa poco pi di seicento metri quadrati, ma il settore si allunga sotto la Tipografia Vaticana, fino al bordo dell'antica via Trionfale e continua sotto i magazzini dell'Annona.
La realizzazione dell'edificio purtroppo ha portato all'obliterazione di moltissimi sepolcri, ma restano diversi studi e reperti fotografici. La necropoli, stando ai materiali rinvenuti, fu utilizzata fino agli inizi del quarto secolo quando, cessato l'uso funerario, la zona inizi a essere interessata dai lavori costantiniani e poi frequentata per la presenza della basilica dedicata a San Pietro.
Il colombario di Scribonio Menofilo
Il colombario di Scribonio Menofilo doveva trovarsi su un diverticolo della via Aurelia Antica, forse un viottolo con andamento perpendicolare alla strada consolare. Fu scoperto nel 1984 a Villa Doria Pamphilj, nei pressi del Casino del Bel Respiro (o Casino dell'Algardi), nel territorio di propriet dello Stato, poco distante da un altro sepolcro del sopratterra. Buona parte dell'area della villa, cos come le zone confinanti con l'Aurelia, si caratterizza per la presenza di strutture soprattutto a scopo funerario, sia pagano che cristiano. Oltre all'interessante necropoli romana, qui si concentrano una serie di catacombe, come quelle di San Pancrazio e di Calepodio, di cui si  certi storicamente. Altre, invece, come quella dei due Felici e quelle di Processo e Martiniano, noti come i carcerieri di San Pietro, sono ancora sconosciute agli archeologi, bench note alle fonti.
L'ambiente ipogeo del colombario, che poteva accogliere ben 500 posti per urne a incinerazione,  formato da tre sale (una grande e due pi piccole) e un vano scale; queste vennero realizzate in un secondo momento, aprendo un varco e trasformando una delle due cappelle pi piccole in atrio. Presumibilmente l'accesso iniziale alla camera funeraria sotterranea doveva avvenire tramite una gradinata di legno a pioli da una stanza superiore destinata alle cerimonie funebri.
L'analisi della tecnica muraria e della decorazione pittorica, i materiali ceramici ritrovati, e quel che resta delle iscrizioni datano la realizzazione dell'impianto funerario a epoca augustea, con un utilizzo fino all'et flavia, quando diminu la costruzione di questo tipo di sepolcri, fino a terminare del tutto.
Chi fu Scribonio Menofilo che attribuisce il nome al colombario? Difficile dirlo, se non ipotizzare solo che fu un personaggio che finanzi il pavimento, sul quale fece scrivere a lettere capitali il proprio nome: c. scriboni(v)s c.i. men(ophi)lvs. Un liberto, Caio Scribonio Menofilo. Una seconda riga non  pi leggibile.
L'epigrafe  contenuta all'interno di una tabella ansata che corre da parete a parete;  visibile sul lato corto del monumento, a destra dello sbarco delle scale.  inserita in un pavimento realizzato in opus scutulatum, un mosaico con inserti di frammenti marmorei di vario tipo e colore: dal giallo antico all'africano, dal pavonazzetto al cipollino, dalla portasanta al bardiglio. Ci sono anche il rosso antico, la lumachella orientale e varie scaglie di alabastro. La fascia esterna perimetrale  bianca, mentre la base  formata da piccole tessere nere.
La decorazione pittorica  abbastanza ben conservata. Nella stanza principale, articolata in otto file di nicchie, ci sono varie raffigurazioni tipiche dei colombari, come le tabulae ansate con i nomi dei defunti o il loro onomastico, festoni colorati, volatili mentre beccano dei fiori, varie immagini di natura morta: vasi, frutta, pigne, maschere teatrali, specchi, contenitori per belletti. E ancora immagini di paesaggi con architetture templari, con statue e fedeli.
Quello che incuriosisce di questo colombario  soprattutto la decorazione pittorica, che si rilegge abbastanza bene, bench mutila. Alcune scenette animate e connesse sicuramente tra di loro sembrano proporre una scena di giudizio.  visibile chiaramente un prigioniero (ha le mani legate dietro), affiancato da due personaggi che lo stanno accompagnando da un quarto, presumibilmente un capo.
Un'altra pittura insolita si vede in uno dei vani piccoli, quello a nord-ovest non occupato dalla scala. La pittura della parete, ben conservata fino alla volta a botte, contiene delle scenette caricaturali con piccoli personaggi interpretati come pigmei che cavalcano un ariete e lottano con una gru. Anche il pavimento a mosaico  ben preservato. Nell'ambiente si trova una finestra strombata, che illuminava l'ipogeo. Il vano con le scale ha un pavimento a mosaico malmesso; le nicchie per le olle cinerarie sono state ricavate anche qui.
I colombari
Dalla met del primo secolo a.C. a tutto il secondo d.C. si afferma a Roma una tipologia di sepoltura a incinerazione dalle origini piuttosto incerte, il colombario, che prende il nome proprio dalla piccola nicchia nel muro sovrastata da un piccolo arco, che fa apparire i loculi come tanti nidi di colombi, uno accanto all'altro, incassati nel muro.
Le migliori testimonianze, e anche le uniche, che si sono conservate all'interno delle Mura Aureliane sono il colombario di Pomponio Hylas, in via di Porta San Sebastiano all'interno del Parco degli Scipioni, e i tre colombari dell'ex Vigna Codini, nei pressi di Porta Latina.
Molto probabilmente la scelta di questo tipo di tomba fu dettata da criteri di spazio, se si pensa che in un'area di circa quaranta metri quadrati per sei metri di altezza (il primo colombario di Vigna Codini) ci siano circa 500 sepolture. Anche la presenza di corporazioni funeraticie - alle quali ci s'iscriveva con il pagamento di una somma -, che provvedevano alle sepolture, deve aver contribuito alla diffusione dei colombari. A tali associazioni aderiva soprattutto gente di umile condizione sociale che non poteva permettersi un sepolcro, oppure liberti di famiglie patrizie. L'archeologo Rodolfo Lanciani (1845-1929) le defin tombe in cooperativa.
Dalle testimonianze rimaste si pu sostenere che questo tipo di sepoltura fu utilizzato soprattutto nei primi anni dall'impero, sotto Augusto (27 a.C.-14 d.C.) e sotto Tiberio (14-37), ma non ci sono presenze di nuove costruzioni destinate a colombari dopo il principato di Claudio (41-54).
I colombari, di norma sotterranei, sono piccoli spazi funerari e, alcuni, sono veri e propri gioielli del sottosuolo, come quello di Pomponio Hylas; sono abitualmente decorati con stucco e lievi affreschi policromi con figure geometriche o floreali. A volte possono esserci dei mosaici policromi (Pomponio Hylas). Le sepolture sono costituite da piccole olle cinerarie realizzate in terracotta, bronzo, vetro, incassate nel muro sottostante all'arco della nicchia. Nel vano, a volte quadrato, ci sono abitualmente due vasi, ma possono starcene anche pi di due. Al di sotto  abitualmente dipinta una targa con il nome del defunto, in alcuni casi realizzata in marmo (terzo colombario di Vigna Codini). Quando il monumento funerario appartiene a gente particolarmente povera, invece del nome, la targa contiene un numero romano (Platacius Maximus, Porta Maggiore). Nei colombari, soprattutto in epoca tarda e in caso di riuso, sono stati rinvenuti anche dei sepolcri, che attestano perci un utilizzo a inumazione, oppure delle tumulazioni, cosiddette formae, scavate nel pavimento e destinate sempre alla sepoltura del corpo. Ci sono anche arcosoli e talvolta non presentano sepolture intensive, come nei due colombari nei pressi di via Taranto.
Il colombario dei liberti di Augusto
in un'incisione di G. B. Piranesi.
Negli ultimi anni sono stati scoperti altri colombari, tra cui uno semipogeo sulla via Nomentana, che potrebbe avere alcuni collegamenti con i liberti di Marcella minore, databile tra la fine del primo a.C e l'inizio del primo secolo d.C.
La scoperta pi rilevante risale all'autunno del 2006 quando, nella piazza principale di Ostia Antica, durante alcuni lavori di riqualificazione ambientale,  venuto alla luce un edificio funerario romano di epoca augustea realizzato in opera reticolata. Si tratta di una stanza rettangolare con volta a botte dalle pareti intonacate di bianco e decorate con fasce di colore verde; le olle cinerarie sono in vetro. Il colombario, ritenuto pertinente alla necropoli di Ostia Antica,  di particolare importanza, perch nei secoli si  conservato perfettamente, grazie a un deposito alluvionale fangoso del Tevere che lo ha custodito. I cardini della porta di ferro sono stati ritrovati intatti. Il recupero di molti frammenti di anfore da olio fa pensare che, in seguito, qui fu realizzata una discarica. All'interno del monumento  stato ritrovato, conficcato nel terreno, un palo della luce moderno, perci la presenza del sepolcro doveva gi essere nota da quando, circa trent'anni fa, si fece l'impianto d'illuminazione stradale.
Tra i colombari minori, ma non per questo meno interessanti, spiccano i due monumenti ritrovati nel 1932 nei pressi di via Taranto, sotto un cortile. Furono restaurati negli anni Cinquanta; tra i colori che affrescano le pareti, spiccano, dominanti, l'azzurro, il rosso, il verde, il giallo. Sono piccoli sepolcri con poche sepolture, perch appartenenti a nuclei familiari, caso piuttosto insolito perch di norma questo tipo di sepoltura era realizzato da associazioni di persone riunite in una corporazione artigianale. Il pi antico risale al primo secolo d.C., l'altro a cento anni dopo. Nel primo colombario la volta a botte  completamente ricoperta da una partitura a quadrati, all'interno dei quali sono dipinte delle rose rosse. Anche l'alto zoccolo della parete  completamente dipinto a rettangoli con cornici azzurre. Il secondo presenta una decorazione geometrica. Nel primo colombario la tomba principale (parete corta in fondo)  costituita da una piccola edicola sostenuta da una mensola. Nell'altro  presente una nicchia con volta a conchiglia con una figura femminile dipinta; al di sotto si nota un bassorilievo di marmo. Le simbologie delle pitture rimandano ai culti dionisiaci.
Veramente povero, privo di tabulae nominative, articolato su due piani, con sepolture intensive: cos si presenta il colombario di Platacius Maximus a Porta Maggiore, raggiungibile tramite un tombino nel marciapiede. Il nome viene da un'iscrizione che individua evidentemente il costruttore o il proprietario, mentre le altre tombe hanno soltanto dei numeri romani identificativi. Le nicchie sono intagliate nelle pareti e non presentano pitture decorative, ma solo intonaco bianco ben conservato in diverse gallerie.
Scoperto nel 1866, il colombario di Tiberio Claudio Vitale, dall'iscrizione di marmo contenuta in una cornice di laterizio, si trova all'interno di Villa Wolkonsky, di cui  proprietaria l'Ambasciata britannica. Il sepolcro appartenente a liberti dell'imperatore Claudio (41-54)  articolato su tre piani sovrapposti, ognuno costituito di una camera di dodici metri quadrati (4 x 3 m), di cui si conservano solo le prime due. Il terzo piano, essendo privo di tombe, forse era utilizzato per la cerimonia funebre.
Molti colombari per sepolture intensive si trovano nell'ambito dei cimiteri comunitari. Nella Necropoli Ostiense, nei pressi della basilica di San Paolo, furono destinate per questo tipo di tomba due aree rettangolari costruite in opus reticulatum, nelle quali sono state ritrovate olle cinerarie appartenenti alla gens Pontia (primo secolo d.C.). Nell'ambiente funerario  visibile anche una nicchia elegantemente dipinta con elementi vegetali e animali.
Tre colombari si trovano anche nella necropoli della via Aurelia. Due di essi sono stati ritrovati nell'Ottocento: il primo nel 1821, convenzionalmente chiamato colombario piccolo, per distinguerlo dal grande, scoperto attorno al 1830, realizzati in opera reticolata. Rimane ben poco delle loro decorazioni; il primo era gi stato depredato; gli affreschi del secondo furono staccati e sono conservati al Museo Nazionale Romano. Il terzo colombario, detto di Scribonius Menophilus da un'iscrizione ancora in situ,  il pi interessante. Rinvenuto nel 1984,  formato da un vano principale con due laterali, ricco di decorazioni e un pavimento realizzato in opus scutulatum, con tessere marmoree di varie forme e colore inserite in una base nera.
Un sepolcreto interessante, con colombari e tombe a inumazione,  stato ritrovato nell'ambito della necropoli della via Portuense all'altezza di via Belluzzo.
L'ipogeo degli Ottavi.
Quando mor, nei primi anni del terzo secolo d.C., la dolcissima e carissima Octavia Paolina aveva solo sei anni. Per lei, il padre Octavius Felix fece affrescare con amore una tomba ad arcosolio, tutta ispirata ai bambini e ai loro giochi. Anche il sarcofago che accolse il corpicino della piccola era decorato con scene di gare sportive tra fanciulli.
L'ipogeo fu ritrovato negli anni Venti del Novecento in via della Stazione Ottavia, durante i lavori di costruzione di un villino privato. Si visita su prenotazione rivolgendosi al Contact center di Roma Capitale, chiamando lo 060608.
In ricordo dei personaggi ritrovati nella tomba - Octavia Paolina, suo padre Octavius Felix, e altre due parenti - quella nuova borgata che stava sorgendo tra l'ottavo e il nono chilometro della via Trionfale fu denominata Ottavia. Il quartiere si trova nella zona nord-ovest del comune di Roma, all'interno e a ridosso del Grande Raccordo Anulare, e appartiene amministrativamente aldiciannovesimo municipio. Esiste anche una via Ipogeo degli Ottavi e, con la stessa denominazione, una fermata della ferrovia Roma-Viterbo, fr3.
L'ipogeo  composto di una camera sepolcrale, preceduta da un vestibolo affrescato con motivi geometrici, al quale si accedeva tramite un lungo dromos scavato direttamente nel tufo, pavimentato in opus spicatum. La tomba, cronologicamente datata nei primi anni del terzo secolo d.C., faceva parte di un complesso rustico e doveva appartenere a un proprietario terriero di elevata condizione sociale, considerando la monumentalit del sepolcro.
La giovane Octavia Paolina fu inumata in un sarcofago posto in asse con l'ingresso. L'arcosolio che ospitava la tumulazione fu completamente affrescato con immagini dei Campi Elisi, nei quali una moltitudine di bambini gioca tra prati di rose gigantesche, tutto dipinto con molta ingenuit, ma con grande freschezza espressiva. La decorazione a rose  riproposta anche nella parte alta delle pareti, invece nella zona inferiore fu pitturata una zoccolatura a finto marmo. Il pavimento fu rivestito con un tappeto musivo bianco, circoscritto da una doppia banda nera.
Nel sepolcro sono stati rinvenuti altri tre sarcofagi, due nelle nicchie laterali, dove furono sepolte due congiunte femminili. Le arche, decorate con scene marine, sono conservate al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, mentre quello di Octavia Paolina appartiene a una collezione privata e si trova a Milano.
Nell'ipogeo  rimasto il sarcofago strigilato del proprietario terriero e della tomba, Octavius Felix, che venne sepolto al centro della stanza ipogea.

6. DA PIAZZA VENEZIA A PORTA DEL POPOLO.

Notizie storiche

Via del Corso, Fontana di Trevi, piazza di Montecitorio, San Lorenzo in Lucina, via Flaminia.

Via del Corso, nell'antichit proprio come ai giorni nostri, era fiancheggiata da grandiosi edifici. All'inizio della strada, a sinistra, sono stati visti i resti di complessi edilizi non ancora riconosciuti che, tuttavia, hanno rivelato notevoli somiglianze strutturali con le rovine di un immobile conservato sottoterra all'altezza di piazza Colonna, a destra del Corso. In questa zona l'imperatore Adriano (117-138) fece realizzare lavori importanti, sottoponendo la strada a un consistente riassetto urbanistico con l'edificazione di alte insulae di abitazione, perci si pensa che i suddetti ritrovamenti appartengano a questo quartiere centrale dell'antica Roma.
Il rettilineo di oltre un chilometro e mezzo fa parte di un sistema di tre vie, il cosiddetto Tridente - via del Corso (l'asse centrale), via di Ripetta e via del Babuino -, realizzato tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo; da piazza del Popolo entra a ventaglio nella citt verso le basiliche maggiori.
In antico, via del Corso era il tratto urbano della via Flaminia; nel Medioevo si chiam via Lata. Solo a met del 15esimo secolo assunse l'attuale denominazione, perch Paolosecondo(1464-1471), sistemando il tracciato, vi trasfer la corsa dei cavalli barberi o berberi che prima si svolgeva a Testaccio durante il Carnevale romano. Le corse furono proibite dal Governo italiano alla fine dell'Ottocento a causa di un grave incidente, la morte di un giovane travolto dai cavalli, cui assistette la regina Margherita.
Nel 1900, dopo l'assassinio di re Umberto i (Monza, 30 luglio), la strada divenne corso Umberto i, ma dopo la guerra torn a chiamarsi solo via del Corso.
Molti furono i papi che se ne presero cura: oltre al gi ricordato Paolo ii, ci furono Alessandro settimo (1655-1667), Innocenzo undicesimo (1676-1689) e Pio nono (1846-1870), ultimo sovrano dello Stato Pontificio che govern pi di trentuno anni.
Infine, per dare decoro alla strada fu emesso un editto che bandiva i commerci dei macellari, tripparoli, fegatai, caprettari, friggitori e pollaroli, sia che ritengano botteghe fisse, sia che ritengano i loro generi sopra banchetti mobili. Nell'Ottocento era il punto di ritrovo della trottata delle famiglie aristocratiche, che arrivavano a piazza del Popolo con i propri calessi su cui uomini e donne facevano bella mostra di s.
Del mondo antico ben poco  rimasto se non la colonna di Marco Aurelio (161-180), a piazza Colonna, alta quarantadue metri ed eretta per celebrare le vittorie dell'imperatore sulle popolazioni dei Marcomanni e dei Sarmati. Il monumento  abbastanza compromesso, due rocchi di marmo lunense presentano una dislocazione fino a dieci centimetri. Il monumento poggia su un deposito di materiali alluvionali di circa sessanta metri, che ha colmato un'antica valle del Tevere.
I tre archi che stavano lungo la via - di Claudio, di Portogallo e l'Arcus Novus - sono scomparsi.
La Fontana di Trevi, fontana di mostra dell'acqua Vergine, fu realizzata dall'architetto Nicola Salvi, che nel 1732 vinse il concorso indetto da Clemente dodicesimo (1730-1740) il quale, a sua insaputa, consegn a Roma un monumento diventato famoso in tutto il mondo. Gi nel Settecento, la fontana era definita strepitosa [...] superba, grandiosa, ricca e tutta insieme d'una bellezza sorprendente.... Con il suo nicchione centrale si appoggia sul lato corto del palazzo dei duchi Poli;  larga venti metri e alta ventisei. Fu inaugurata nel 1762 dopo circa trent'anni di lavori.
L'assetto della fontana tuttavia ha una storia lunga; molti furono i papi interessati a dare una monumentalizzazione a quella piccola fonte che, da est, trasportava a Roma l'acqua Vergine delle sorgenti di Salone, con un acquedotto fatto costruire da Agrippa e inaugurato nel 19 a.C. e del quale, in zona, abbiamo diverse testimonianze: dal castellum aquae in vicolo del Puttarello, alle arcate di via del Nazareno, fino all'ultimo meraviglioso ritrovamento dei resti architettonici, magnificamente recuperati e visibili nel piano sotterraneo della Rinascente, a via del Tritone.
Il primo a occuparsene fu Niccol quinto(1447-1455) che nel 1453 racconci la fonte del Trejo, ma fu Urbano ottavo (1623-1644) che commission a Gian Lorenzo Bernini una facciata sontuosa all'acqua Vergine detta Trevi, autorizzando lo smantellamento di un monumento antico, di forma rotonda, di circonferenza grandissima e di bellissimo marmo presso San Sebastiano detto Capo di Bove.... Stiamo parlando della tomba di Cecilia Metella. Per questa fontana il papa aument anche la tassa sul vino, facendo infuriare il popolo che gli rispose con una pasquinata, sbeffeggiandolo che volesse ricreare il popolo di Quirino con l'acqua.
Per nostra fortuna e del sepolcro romano, alcune circostanze impedirono che il lavoro, bench iniziato, andasse a buon fine, e addirittura i marmi accatastati furono venduti nel 1672 da Clemente decimo (1670-1676), disinteressato all'edificazione della fonte.
L'etimologia del nome Trevi potrebbe derivare dal latino trivium, che in quel luogo indicherebbe la confluenza di tre strade; altri ritengono che possa discendere dalle tre bocche del condotto (cavole di Trejo) dell'acqua Vergine.
Piazza di Montecitorio, impropriamente definita Montecitorio,  una piccola altura alle spalle di piazza Colonna, caratterizzata al centro dalla presenza dell'obelisco di Psametico secondo, eretto a Eliopoli nel sesto secolo a.C. La stele fu portata a Roma per decisione di Augusto, che la utilizz come gnomone della sua meridiana nella zona settentrionale del Campo Marzio. L'orologio solare era stato realizzato nel 10 a.C. a fianco dell'antica via Flaminia, odierna via del Corso, su una piazza di circa centosessanta metri per settantacinque, ma ebbe vita breve, solo pochi decenni, perch non forniva precise indicazioni. Da qualche anno sulla piazza c' una nuova meridiana, proprio in ricordo di quell'augustea di cui  visibile solo una piccolissima parte del quadrante sommerso nell'acqua di falda sotto un palazzo in via di Campo Marzio.
Sul toponimo Montecitorio non c' ancora un'interpretazione certa, cos molti lo fanno derivare dalla denominazione Monte Accettatorio, com'era chiamata l'altura fino al quindicesimo secolo, per l'accumulo di terre di riporto che avrebbe creato la collina artificiale; oppure da Mons Septorum, per la vicinanza con i Saepta, dove si svolgevano le riunioni elettorali e dove le centurie erano chiamate (o citate) a una a una per entrare a esprimere la loro votazione.
Attorno all'anno Mille, in questa zona abbandonata ed eminentemente rurale, dov'erano sparse rare abitazioni, fu fondata la chiesetta di San Biagio de hortis conosciuta anche come de Monte Acceptoro o Acceptabili. Dal 1573 al 1695, quando fu demolita per la costruzione dell'attuale Palazzo di Montecitorio, appartenne ai chierici regolari somaschi della compagnia dei Santi Ambrogio e Carlo, che la restaurarono e la usarono fino al suo smantellamento. Qui, nel 1629, venne sepolto Antonio Bosio, studioso maltese che cerc e scopr a Roma almeno una trentina d'ingressi di catacombe, e per questo chiamato il Cristoforo Colombo della Roma sotterranea.
L'attuale Palazzo di Montecitorio era una propriet dei Ludovisi, che commissionarono la sua ristrutturazione a Gian Lorenzo Bernini. I lavori, lunghi e dispendiosi, non furono terminati, cos l'edificio incompleto fu acquistato da Innocenzo dodicesimo (1691-1700), che lo destin a sede del palazzo di Giustizia; fino all'anno 1870 fu la Curia innocenziana. Oggi  la sede della Camera dei Deputati della Repubblica italiana.
In quest'area si trovava l'ustrinum dell'imperatore Antonino Pio e della moglie Faustina, cio l'area sacra in cui furono cremati i loro corpi. Di fronte, a nord, era collocata la Colonna Antonina, la cui base di marmo bianco si trova nel cortile della Pinacoteca in Vaticano.
Piazza di San Lorenzo in Lucina, a Campo Marzio, ospita una basilica paleocristiana che fu dedicata al martire Lorenzo, secondo la tradizione martirizzato brutalmente il 10 agosto del 258.
Il santo  ricordato anche nella misteriosa notte di San Lorenzo, quando sciami di stelle cadenti, le Perseidi, provenienti dalla costellazione di Perseo, solcano il cielo come tanti carboni ardenti che ricordano la tragica morte del diacono di papa Sisto ii. La ricorrenza sostituisce una festa pagana che in questo giorno ricordava il mito di Priapo.
L'Ara Pacis in una ricostruzione ottocentesca.
Nel 1568, sotto Palazzo Peretti (poi Fiano e oggi Almagi, al n. 4 della piazza), si trovarono nove blocchi scolpiti dell'Ara Pacis e nel 1859 si rintracciarono il rilievo di Enea e la testa di Marte. Tuttavia il monumento fu identificato solo nel 1879. Scavi sistematici per il suo recupero furono avviati soltanto nel 1903, con una campagna archeologica che termin definitivamente nel 1937-38, che port al recupero di altri importanti reperti e delle due fiancate dell'ara, di cui una quasi integra. Ci consent la ricostruzione del monumento nel padiglione attrezzato nei pressi del Mausoleo di Augusto, sul Tevere. Fu inaugurato il 23 settembre del 1938.
L'ara, ubicata a ovest della via Flaminia, fu promessa in voto il 4 luglio del 13 a.C. per celebrare la pace romana e dedicata il 30 gennaio del 9 a.C. Lo ricorda lo stesso Augusto nelle sue imprese incise sui due pilastri di bronzo affissi all'ingresso della tomba di famiglia. Quest'ultima, l'Ara e l'Orologio solare formavano un sistema di tre monumenti che doveva esaltare la figura di Augusto e il suo impero. Quando Adriano con i suoi monumenti volle spostare l'orientamento simbolico del Campo Marzio, attu una riforma urbanistica che port all'innalzamento di tutto il territorio, e l'Ara Pacis fu isolata tramite un muro di mattoni, emergendo dall'altezza dei fregi figurati in su.
La via Flaminia, costruita in soli due anni (220-219 a.C.) dal censore Caio Flaminio, da cui prese il nome, era l'autostrada pi importante verso il Nord-est, specularmente alla via Appia diretta a sud. Fu sicuramente una delle pi importanti strade dell'antichit; lungo il suo percorso sorgevano importanti monumenti e fiorenti citt. Con la successiva via Aemilia (187 a.C.), che attraversava l'omonima regione da sud-est a nord ovest, la strada era uno dei sistemi viari meglio attrezzati, tanto che spesso essa era preferita alla stessa via Aurelia per raggiungere le Gallie, pur essendo un percorso pi lungo.
Questa importante arteria di comunicazione fu una scelta politica di Roma, che ambiva a espandersi verso il Nord e a conquistare la Gallia cisalpina. Tutto il tracciato della via Flaminia fu realizzato ex novo e solo in qualche raro caso esso and a sovrapporsi ad altri gi esistenti.
La strada lasciava Roma dalla Porta Ratumena o forse dalla Fontinalis, ai piedi del Campidoglio. Attraverso il territorio falisco, l'Umbria e il Piceno, arrivava all'Adriatico e giungeva a Rimini, dove intercettava la rete internazionale della Val Padana verso l'Europa continentale. Alcuni territori interessati dal suo percorso furono teatro di combattimenti famosi nello scontro armato tra Romani e Cartaginesi. Nella battaglia del Trasimeno (217 a.C.) contro Annibale perse la vita lo stesso Caio Flaminio, console per la seconda volta. All'altezza del Metauro, invece, la battaglia (207 a.C.) con i Cartaginesi di Asdrubale avvi la fine della campagna di Annibale in Italia.
La strada fu potenziata e completamente restaurata da Augusto (27 a.C.-14 d.C.), al quale il Senato dedic un arco trionfale a Rimini, citt di destinazione; attraversando il centro abitato in direzione sud-nord prende il nome di corso d'Augusto. Una porta trionfale fu costruita anche nel punto in cui la via si affacciava sul mare Adriatico, a Fano.
Similmente a Roma, una serie di archi, di cui non resta alcuna traccia, abbelliva il primissimo tratto della strada, l'attuale via del Corso: quello di Claudio, quello di Portogallo (forse eretto in onore di Marco Aurelio) e l'Arcus Novus, forse dedicato a Diocleziano e a Massimiano.
Alla destra di questa nobile strada, un miglio fuori della Porta Flaminia, oggi del Popolo, sorse il cimitero cristiano di San Valentino.
Nel 1878 Orazio Marucchi (1852-1931), nella sua continua indagine nella zona sotto Monte Parioli, alla ricerca affannosa della tomba di Valentino, penetr casualmente nella cantina dei signori Tanlongo, che avevano acquistato il terreno e la vigna appartenuta negli anni precedenti ai padri agostiniani. Con sommo stupore si rese conto che la grotta stipata di botti era un vano cimiteriale completamente ricoperto di pitture, in buona parte distrutte dai lavori di allargamento per trasformare il sito in un deposito per il vino. Il ricercatore fece una rilevazione accurata delle pitture di matrice orientale, che oggi consente di rileggere gli affreschi danneggiati; sono datati al sesto secolo con una seconda fase di ottavo. Qui si vede dipinta forse una delle ultime immagini della Vergine in ambiente cimiteriale - la prima era stata affrescata nella catacomba di Priscilla - e forse la prima pittura di un Crocifisso mai visto in catacomba.
Il cimitero di San Valentino  organizzato su tre livelli: quello superiore ormai non  pi visibile. Oggi la catacomba ha perso la sua identit, ridotta com' solo ai tronconi delle originali tre gallerie, essendo crollata quasi totalmente nel 1985 a causa delle intense piogge che provocarono disastrose frane nei sotterranei.
Sul personaggio storico di Valentino ci sono diverse ipotesi. Alcuni pensano che sia soltanto lo sponsor che finanzi una basilica del sopratterra, commissionata da papa Giulio i (337-352); altri ritengono che Valentino fosse un prete di origine ternana, martirizzato e sepolto a Roma. Il 14 febbraio, infatti, Valentino  celebrato anche a Terni, dove si ricorda un vescovo con questo nome.
Chiunque sia stato Valentino,  certo che fu seppellito in una tomba del sopratterra del cimitero della via Flaminia, che fu monumentalizzata da papa Damaso (366-384), come sembrano testimoniare frammenti di lastre marmoree incise con l'inconfondibile grafia filocaliana, realizzate cio da Furio Dionisio Filocalo, l'incisore ufficiale del papa-poeta-archeologo, cultore dei beatissimi martiri, come egli stesso si defin.
L'intervento di papa Damaso fu trasformato dal suddetto papa Giulio i in una vasta basilica a tre navate. Fu scavata nel 1888 da Orazio Marucchi in occasione dei lavori di sterro per la realizzazione di viale Parioli, sotto il quale giace la facciata e la maggior parte del corpo della basilica. All'epoca di Antonio Bosio erano ancora visibili poche parietine.

ITINERARIO

La diaconia di Santa Maria in via Lata.

All'inizio di via del Corso, subito dopo Palazzo Doria-Pamphili, all'angolo con la moderna via Lata, c' la chiesa di Santa Maria. Nei suoi sotterranei sono visibili sei ambienti comunicanti, che sono i meglio conservati del rione adrianeo, grazie anche ai diversi interventi di trasformazione subiti nel corso del tempo, l'ultimo risalente al diciassettesimo secolo. Secentesca  la facciata della basilica di Pietro da Cortona (1596-1669), genio del barocco romano il quale, su commissione del papa Alessandro settimo (1655-1667), progett e realizz la facciata e l'atrio sistemando i sotterranei come ora li vediamo. Addirittura i vani sottostanti alla chiesa furono inaugurati un anno prima del completamento della facciata, nel 1661.
I suddetti vani erano parte di una lunga galleria alta circa dieci metri, con volte a crociera sostenute da pilastri quadrati in travertino di circa un metro e mezzo di lato. Forse, in origine, era un portico adibito a mercato rionale che tra il terzo e il quarto secolo sub una trasformazione. Per realizzare verosimilmente dei magazzini di stoccaggio o anche delle botteghe, alcuni pilastri furono collegati tra di loro con muri in laterizio, ricavando sei stanzoni comunicanti a due piani. Oggi, per via degli scavi, si trovano a diversi livelli pavimentali.
Gli ambienti subirono un'altra modifica nel quinto secolo quando, utilizzando i due locali centrali, si realizz una piccola cappella, cui fu aggiunta un'abside sul lato dell'odierna via del Corso, cio ruotata di circa 180 gradi rispetto all'attuale basilica.
Tra il sesto e il settimo secolo Sergio primo (687-701) cre una diaconia, anche se il Liber Pontificalis nella biografia del papa non cita questo intervento. Alcuni studiosi ricordano che il pontefice istitu anche quattro festivit per la Vergine, delle quali due sono ancora celebrate: il 2 febbraio e il 25 marzo.
Le altre vicende della basilica sono segnate da due pietre miliari: ci che avvenne nel 1049 e nel 1491. All'inizio dell'anno Mille fu costruita la chiesa superiore con l'abside forse rivolta a nord. Nel 1491 papa Innocenzo ottavo (1484-1492) fece demolire l'edificio medievale per una nuova basilica, che fu terminata ben quindici anni dopo, anche a causa delle frequenti inondazioni del Tevere che rallentavano i lavori. Secondo le cronache dell'epoca l'edificio fu costruito con poca attenzione e la basilica ritenuta asimmetrica e disarmonica, come si vede dalle navate che hanno dimensioni diverse. I lavori comportarono molto sicuramente una serie di modifiche anche all'ambiente inferiore. Comunque, tranne alcuni interventi di bonifica per le infiltrazioni d'acqua, la cripta rimase invariata fino all'intervento di Pietro da Cortona.
La tradizione lega la chiesa di Santa Maria in via Lata alla presenza dell'apostolo Paolo, che sarebbe stato tenuto prigioniero qui prima della decapitazione, incatenato a una colonna in granito che si vede nel primo vano in cui si entra. In questa zona c' anche un pozzo sacro, perch utilizzato dall'apostolo per battezzare. Il manufatto  antico e ha il livello di falda a oltre cinque metri sotto il livello stradale. Dopo una ricognizione effettuata nel 2010 per verificare la tenuta generale delle strutture, si  proceduto a un lungo e delicato lavoro di ripulitura, che ha permesso di recuperare materiali di diversa natura: ceramica, metallo, vetro. Sono stati ritrovati bicchieri, brocche, tazze, chiavi, chiavistelli e anche una catena di ferro che, forse, un tempo era avvolta alla colonna, sulla quale infatti si vedono tracce ferruginose. I reperti sono esposti in una vetrina dell'oratorio.
Nel 1904, con l'intenzione di ritrovare tracce della memoria paolina, fu avviata una campagna di scavo che ha consentito di riportare alla luce una serie d'importanti affreschi, i pi antichi dei quali risalenti al sesto-settimo secolo; alcuni sono stati distaccati per consentire una migliore conservazione. Successivi interventi di scavo furono compiuti negli anni 1905, 1914, 1960, 1963-64 e nel 1968-69.

Il castellum aquae a Fontana di Trevi.
Qualche anno fa, nei pressi della Fontana di Trevi, incontrastata icona della Citt Eterna,  stato scoperto un sito archeologico chiamato vicus Caprarius - La Citt dell'Acqua, per la presenza di un castellum aquae, espressione latina che indica un grande serbatoio alimentato da un acquedotto e che, a sua volta alimenta, una rete di distribuzione.
I sotterranei si trovano tra via di San Vincenzo e vicolo del Puttarello, sotto l'ex cinema Trevi. Lo stupefacente percorso di visita  stato attrezzato con passerelle sopraelevate che consentono di avere, dall'alto, una visione globale degli ambienti antichi: la cisterna; un caseggiato romano, suddiviso in due unit indipendenti conservate per un'altezza di otto metri; le mura imponenti che lo circondano e, a un livello superiore, un successivo riuso di epoca medievale, dove le indagini stratigrafiche hanno individuato due abitazioni, con due distinte fasi edilizie, che si trovano circa cinque metri sopra il livello romano.
C' anche un piccolo museo, nel quale sono esposti i numerosi reperti rinvenuti durante gli scavi. Sono soprattutto anfore da trasporto di produzione africana, del tipo spatheia, trovate negli strati di abbandono della domus, e altri ritrovamenti interessanti, tra i quali la statuetta del dio Horus, rappresentato come falco proveniente forse dal Tempio di Serapide sul Quirinale, due teste maschili e femminili, un capitello in stile corinzio, una statua acefala femminile e il pilastro di marmo lunense riutilizzato nella decorazione della domus. Nell'Antiquarium  esposto anche un vero e proprio tesoretto di circa ottocento monete di epoca tardoantica.
Il caseggiato romano si trovava tra le attuali via del Lavatore e via di San Vincenzo, l'antico vicus Caprarius o Capralicus, come tramandano le fonti storiche del dodicesimo secolo con un toponimo verosimilmente legato al culto di Iuno Caprotina alla quale, forse, era stata dedicata una piccola edicola. Il vicus Caprarius era una parte del tratto urbano della Salaria vetus, altro asse portante insieme con la via Lata della settima regio augustea, ricalcata oggi dalle attuali via Pinciana, via Francesco Crispi, via del Tritone, via della Stamperia.
Il complesso edilizio di et imperiale era articolato in due fabbricati allineati, uno a nord e l'altro a sud, entrambi datati in una prima fase a epoca neroniana, e probabilmente facevano parte della ricostruzione della nova Urbs dopo l'incendio del 64. Nati contemporaneamente, i due edifici seguirono nel corso dei secoli diverse sorti, tuttavia entrambi andarono distrutti a settanta anni di distanza circa l'uno dall'altro, a causa dei saccheggi prima dei Vandali e poi dei Goti.
Il primo fabbricato verso via del Lavatore (nord) fu ristrutturato durante la prima met del secondo secolo, cui segu una seconda fase durante l'impero di Marco Aurelio (161-180). Attorno alla met del quarto secolo, secondo una moda romana dell'epoca, la zona fu trasformata in una ricca domus; cos si fece, ad esempio, anche per gli edifici del clivus Scauri al Celio. A testimonianza della ricca abitazione del vicus Caprarius restano in situ un pavimento a mosaico con tessere marmoree di vari colori e un rivestimento parietale anch'esso in marmo. Fu saccheggiata e incendiata nel 455 d.C., presumibilmente durante il sacco di Roma da parte dei Vandali comandati da Genserico (428-477). Dell'edificio a tre livelli rimangono il pianterreno, il primo piano, le due rampe di scale e alcuni gradini che salivano al terzo, per un'altezza di otto metri su presunti dodici.
Quanto al secondo edificio (sud), conservato per sei metri di altezza, le vicende andarono diversamente. Databile anch'esso a epoca neroniana, la presenza di ampi vani simili tra di loro, coperti da una volta a botte, fa ipotizzare una non ben identificata struttura pubblica, che sotto l'impero di Adriano (117-138) fu trasformata in un serbatoio dell'acqua Virgo, di cui oggi la vicina Fontana di Trevi - progettata dal romano Nicola Salvi e inaugurata il 22 maggio 1761 -  la mostra.
Due dei quattro ambienti che costituivano l'edificio, quelli limitrofi al vicus Caprarius, furono riconvertiti in un'unica cisterna per l'acqua che poteva contenere, si  stimato, circa 150.000 litri, di cui resta a dimostrazione di questa nuova destinazione d'uso il raddoppio dello spessore dei muri perimetrali, per sostenere la pressione cui sarebbero stati soggetti, e l'impermeabilizzazione delle superfici, che furono rivestite con un massiccio strato di cocciopesto. L'acqua era convogliata all'esterno con due canali di diversa dimensione. In situ si trova ancora una fistula plumbea; le vasche erano fornite di due canali sfioratori.
Fontana di Trevi in un'incisione di G. B. Piranesi.
Secondo gli archeologici, le caratteristiche dell'impianto fanno pensare che l'installazione fosse il castellum aquae dell'acquedotto Vergine. L'ipotesi  rafforzata dalla notevole capacit del serbatoio, che sembra essere sovradimensionato per un'utenza privata, e comunque perch il flusso dell'acqua era direzionato verso l'esterno dell'edificio. Inoltre l'assenza di depositi calcarei, certamente insolita per un serbatoio cittadino, orienta verso l'aqua Virgo, che all'analisi chimica rivela un limitatissimo contenuto di calcio.
Per la sicurezza della citt, quando i Goti di Vitige (536-540) assediarono Roma (537), gli acquedotti furono tagliati. Questo evento port presumibilmente all'abbandono del serbatoio del vicus Caprarius, che sub anch'esso un incendio, com' stato documentato durante gli scavi, che hanno anche attestato l'innalzamento di almeno cinque metri del piano di calpestio e, come detto, la presenza delle due unit abitative che vi s'installarono rispettivamente nel dodicesimo secolo e nel tredicesimo.
Questo incredibile complesso sotterraneo  stato ritrovato nel settembre del 1999, quando le ruspe che stavano avviando la ristrutturazione dell'ex sala Trevi in via di San Vincenzo n. 9 s'imbatterono nelle prime tracce di mura romane. L'opera di rinnovamento della palazzina era realizzata da parte di un gruppo industriale che prevedeva l un polo di ristorazione, abbinato a una mega-sala cinematografica con schermo gigante ad alta definizione. L'intervento della Soprintendenza e il finanziamento da parte dello stesso gruppo industriale per il proseguimento degli scavi (dal 1999 al 2001) hanno portato alla scoperta di un sito archeologico di grande valore storico, e alla decisione comune di recuperare e rendere visibili al pubblico gli ambienti romani. Nello stesso tempo la scelta di allestire in loco un museo dei reperti ritrovati nei lavori d'indagine archeologica ha consentito di valorizzare il sito, impedendo la loro decontestualizzazione.
Visitando lo scavo ci si rende conto che ancora oggi l'acqua, grande protagonista di questi sotterranei di Roma,  l'interprete principale affiorando dalla falda freatica con armoniosi gorgoglii e lambendo i gradini dello scalone del palazzo a nord. Niente acqua invece nel palazzo a sud. Il serbatoio dell'acqua Virgo  cos ben impermeabilizzato da non lasciarne trasudare neanche un po'!
Il rione Trevi
Centro storico, appartamento con garage e resti archeologici romani: certo,  un ipotetico annuncio immobiliare piuttosto curioso, ma quella che a prima vista potrebbe apparire un'idea bizzarra  invece piuttosto vicina alla verit. A Roma, infatti, nei pressi di piazza dell'Accademia di San Luca esiste un complesso di edifici che si affaccia su un giardino condominiale ricco di fiori, di verde e di piante da frutto. Il piccolo Eden nasconde tre livelli sotterranei, due dei quali sono adibiti a garage, mentre il terzo, quello pi in basso,  un vero e proprio quartiere dell'antica Roma, che comprende un'insula con i suoi negozi, due strade, una fontana, un edificio di culto, una domus patrizia e un magazzino di marmi.
La scoperta si fece proprio in occasione dei lavori di scavo per la realizzazione del garage sotterraneo, che diedero il via allo sterro rimettendo in luce (dal 1969 al 1973) un'area archeologica vasta circa 1600 metri quadri, che si trova sotto il giardino e si allarga anche sotto i palazzi sovrastanti, come  stato verificato con dei carotaggi, eseguiti per individuare la quota archeologica.
La zona si trova a oltre dieci metri di profondit. Al momento dei lavori era sommersa dall'Aqua Sallustiana, che scorre sotto via del Tritone, la cui falda, qui, raggiungeva circa cinquanta centimetri. Oggi il rio sotterraneo  stato incanalato, ma l'acqua si sente ancora scorrere fragorosamente non appena si entra nel quartiere romano, un po' come succede anche quando si visita il terzo livello della basilica di San Clemente, in via di San Giovanni in Laterano.
L'antico quartiere si trova nella Regio settima augustea ed  orientato come le insulae rinvenute in zona negli anni 1914-1915, e i resti scoperti nel 1955. Al sotterraneo si accede tramite un ingresso indipendente e alcune rampe di scale, che scendono per tre livelli. Le rovine sono conservate in altezza per circa due metri, ma in alcuni punti sono pi elevate. Sulla muratura verticale del garage sotterraneo  stata lasciata a vista una parete, che consente di affacciarsi su una porzione dello scavo dallo stesso giardino condominiale.
Il complesso archeologico  composto di tre edifici separati da due strade, che conservano ancora i loro basoli, parallele tra di loro e al tratto urbano dell'antica via Flaminia (o via Lata), odierna via del Corso. Pur nella loro frammentariet, le emergenze che si vedono consentono di ricostruire, qui, uno spaccato dell'antica vita quotidiana e che ha come cuore pulsante un edificio centrale, molto originale dal punto di vista architettonico, ma altrettanto misterioso circa il suo utilizzo, perch almeno fino ad oggi si pu solo tentare di ipotizzare la sua funzione.
Il manufatto  un'aula rettangolare, datata in origine al terzo secolo d.C., restaurata in vari momenti storici e nella quale si riconoscono tre fasi edilizie, grazie all'esame della muratura e della pavimentazione in mosaico e in lastre di marmo. Forse fu un edificio di culto. L'ampia abside che arred l'ambiente rettangolare si fa risalire al quarto secolo; allo stesso periodo potrebbero riallacciarsi anche i rivestimenti con crustae marmoree, di cui resta solo la traccia in negativo.
Non si conoscono l'ingresso n la dimensione dell'aula, comunque sul suo lato orientale corre un ambulacro separato dalla sala centrale per mezzo di un basso muretto, sopra il quale dovevano esserci delle colonne. Sul lato opposto, parallela al corridoio, si trova una lunga e stretta vasca, forse un ninfeo o forse una peschiera. Nella base interna del muretto erano stati inseriti dei vasi in terracotta, che potevano offrire rifugio ai pesci ed essere un anfratto sicuro per deporre le uova. Inoltre in uno dei due lati brevi dell'acquario fu ricavato un altro piccolo vano quadrato, separato dalla vasca principale, che ha fatto supporre il suo utilizzo come nursery per dividere i pesciolini appena nati dagli adulti.  un'installazione veramente originale, un vero e proprio unicum che ancora una volta ci rende consapevoli del fatto che sappiamo pochissimo del nostro passato.
L'ambiente  stato interpretato come un luogo di riunione per lo svolgimento di cerimonie religiose, che forse erano legate all'ittiomanzia, una pratica di preveggenza del futuro legata al movimento dei pesci oppure all'osservazione delle loro interiora. Forse l'aula appartenne a un qualche e non ben identificato gruppo religioso ed esoterico. L'abside potrebbe in qualche modo confortare questa ipotesi, se si vuole considerare come lo spazio destinato al divano conviviale. Ha un andamento semicircolare, a sigma, che in epoca imperiale sostitu il classico triclinio rettangolare. Ai piedi della vasca c'era una statuetta in condizioni frammentarie che  stata trafugata.
A ovest dell'edificio di culto, oltre un'ampia strada e un muro alto, si trovano i resti di un'insula, che caratterizza l'edilizia abitativa di tipo popolare dell'antica Roma.
Del palazzone resta soltanto il piano a livello stradale, che abitualmente era occupato dai negozi che si affacciavano sulla strada. Accanto al portone dell'insula, con soglia in travertino, doveva esserci una grande taberna a tre vani comunicanti.
Oltre la strada, di fronte all'ingresso del condominio, si trova un altro raro reperto archeologico: una fontana a uso del palazzo che, come tutti, non era dotato di acqua corrente, se non forse il solo piano nobile. Il fontanile rettangolare  realizzato con quattro lastroni in travertino; ha le pareti foderate in cocciopesto ed  molto simile ad altri manufatti del genere, che possiamo osservare nella loro integrit lungo le strade di Pompei. I bordi della fonte mostrano tutti i segni dell'utilizzo, perch qui gli abitanti dell'isolato venivano ad attingere acqua con i secchi.
L'altra straordinaria situazione archeologica  rappresentata dalla ricca domus, il primo ambiente nel quale in cui si entra.  proprio qui che si sente molto nitidamente lo scorrere dell'acqua sotto alcuni tombini sul pavimento.
Lo studio di quest'ampia dimora sembra raccontare storie di eredit divise e di ricchezze perdute. In origine la grande villa era caratterizzata da un vasto ingresso a esedra proiettato sulla strada, un vero e proprio distintivo di ricchezza. In un momento successivo, forse, la propriet fu divisa in due. Al centro tra le due porzioni di domus, una sulla destra forse rimasta ai parenti poveri e una sulla sinistra appartenuta a una famiglia ricca, rimase isolato e a s stante il suddetto atrio absidato, che potrebbe essere diventato un negozio di marmi, poich qui  stata ritrovata una colonna forse pertinente alla villa originaria.
Quello che resta dell'abitazione signorile andata in eredit al ramo benestante della famiglia fa presupporre notevoli ricchezze. L'appartamento era decorato con marmi in opus sectile datati al quarto secolo, di varie forme e colori, i cui pochi resti sono visibili sia in terra sia alle pareti, anche esterne. Fuori c'erano un grande giardino porticato e un triclinio estivo, una sorta di gazebo absidato.
Il ritrovamento di una fistula aquaria con il nome di C. Fulvio Plauziano, prefetto del pretorio e suocero di Caracalla, ha fatto ipotizzare che la domus gli appartenesse, ma l'attribuzione viene fatta con cautela, perch la formula incisa sul tubo idraulico in piombo corrisponde allo standard delle condutture imperiali, nelle quali si cita anche il nome del procuratore responsabile.
Dallo scavo sono emersi diversi reperti, ora musealizzati, in particolare tre statue acefale a grandezza quasi naturale (secondo e terzo secolo d.C.) con lato posteriore non rifinito, tipico delle sculture appoggiate a un muro o inserite in una nicchia, oltre a elementi architettonici come colonne, basi e capitelli.
La Meridiana di Augusto
Alla fine degli anni Novanta su piazza di Montecitorio  stata tracciata una nuova meridiana, in ricordo dell'originale voluta da Augusto nel 10 a.C. Dell'opera augustea  visibile solo una piccolissima parte del quadrante in una cantina di via di Campo Marzio 48, annegata nell'acqua di falda.
Il Solarium fu realizzato qualche anno dopo l'adozione del calendario solare giuliano, basato sul ciclo delle stagioni e promulgato da Giulio Cesare nel 46 a.C. La meridiana fu il primo tentativo di fornire l'ora del giorno, i giorni del mese e le stagioni attraverso un sistema astronomico corretto.
Il primo a parlarci della Meridiana di Augusto  lo scrittore Plinio il Vecchio (23-79) il quale, nella sua Naturalis historia, descrive in modo dettagliato l'aspetto e il funzionamento dell'imponente opera. Il progetto fu affidato al matematico Facundus Novus, ma l'orologio solare fu utilizzato per pochi decenni, perch non dava indicazioni precise. L'autore latino ipotizzava che ci potesse dipendere o da fattori di natura cosmica, che la scienza ha smentito nei secoli successivi, o di natura gnomonica, cio dovuta alla perdita di verticalit dell'obelisco, per un possibile cedimento delle fondazioni.
L'installazione era stata realizzata nella zona settentrionale del Campo Marzio a fianco dell'antica via Flaminia, odierna via del Corso, su una piazza di circa centosessanta metri per settantacinque. A nord-ovest, poco distante dal Solarium, sorgeva il mausoleo della famiglia imperiale, unico monumento rimasto al suo posto mentre tra i due, spostata a nord-est, si ergeva l'Ara Pacis, costruita a un miglio dal pomerium, il cui primo ritrovamento venne fatto nel 1568 sotto Palazzo Peretti, in piazza di San Lorenzo in Lucina 4, accanto alla basilica. Il sistema dei tre monumenti doveva esaltare la figura dell'imperatore e il suo impero.
La grande meridiana di Augusto utilizzava come braccio indicatore un obelisco egiziano. Era un monolite di granito rosso alto circa 22 metri proveniente da Heliopolis e realizzato all'epoca del faraone Psammeticosecondo(594-589 a.C.). Lo gnomone proiettava la sua ombra su un quadrante in travertino nel quale era inserita, con orientamento nord-sud, una banda graduata di bronzo dorato, che rappresentava appunto la meridiana passante per la base dello stesso obelisco, dove erano indicate le ore, le stagioni, i segni zodiacali e gli anni.
Il grande valore simbolico della struttura augustea in Campo Marzio era ulteriormente rafforzato dal fatto che al tramonto del 23 di settembre, giorno della nascita dell'imperatore e dell'equinozio autunnale, l'ombra dello gnomone cadeva direttamente sull'Ara Pacis, l'altare che celebrava la pace augustea dopo le guerre civili che avevano travagliato il primo secolo a.C.
L'obelisco che segnava l'ora croll a terra tra il nono e l'undicesimo secolo, forse a causa di un incendio o del terremoto dell'849, o ancora durante l'assedio da parte di Roberto il Guiscardo nel 1084. Comunque sia il monolite si ruppe in cinque pezzi, poi il tempo fece il resto interrandolo progressivamente e ricoprendolo sotto la stratificazione dei secoli.
In parte fu ritrovato nel 1502 in una cantina dell'odierna piazza del Parlamento, allora largo dell'Impresa. Papa Sisto quinto (1585-1590) tent inutilmente di rimetterlo in piedi. Successive scoperte si fecero nel 1748, sotto il pontificato di papa Benedetto quattordicesimo (1740-1758), come testimonia la lapide affissa sul portone di piazza del Parlamento n. 3.
L'obelisco fu ricomposto tra il 1789 e il 1792 da papa Pio sesto (1775-1799), il quale affid il compito all'architetto Giovanni Antinori (1734-1792), che restaur l'obelisco e lo colloc a piazza di Montecitorio, dove  ancora.
Con la ristrutturazione della piazza di Montecitorio, inaugurata il 7 giugno del 1998, si  tentata la ricostruzione dell'orologio solare, che adesso segna l'ora non tramite l'obelisco, ma attraverso i fori gnomonici che si trovano nel globo collocato sulla sua cima, che tuttavia non  quello originale di Augusto citato da Plinio e mai ritrovato.
Nel 1979 alcuni scavi condotti nelle cantine di un edificio a via di Campo Marzio hanno riportato alla luce un settore della meridiana, che si trova a sette metri sotto il livello stradale, sommerso dall'acqua. La visita  consentita in via del tutto eccezionale e su richiesta. Al sito si accede tramite un cancello in fondo sulla destra dell'androne di un palazzo disabitato e fatiscente. Una breve rampa di scale conduce verso due stretti vani sotterranei rettangolari collegati da una sorta di ponticello, da dove si pu intravedere in basso quel che resta della monumentale Meridiana di Augusto: grandi lastre in travertino nelle quali sono inserite delle stringhe di bronzo orizzontali e verticali, l'indicazione di alcuni mesi compilati con lettere greche e la riproduzione dei segni zodiacali dell'Ariete, del Toro del Leone e della Vergine.
Il battistero di San Lorenzo in Lucina.
Per risolvere problemi d'umidit, ma anche per proseguire le ricerche iniziate negli anni Sessanta attorno alla Meridiana di Augusto, da sempre ipotizzata sotto la chiesa di San Lorenzo in Lucina nella piazza omonima, nel 1982 furono avviati degli scavi che portarono a delle sorprendenti scoperte.
Prima di tutto si  appurato che i resti rinvenuti sotto la chiesa hanno poco a che vedere con l'horologium dell'imperatore, anche perch nell'area della meridiana, all'inizio del secondo secolo d.C., il piano stradale fu rialzato. Tuttavia sono tornate alla luce testimonianze della basilica ritenuta del quinto secolo, di cui gi si conoscevano le soglie: sono emerse le sue murature e una scala d'ingresso di un grande isolato popolare, compreso tra via del Corso e via di Campo Marzio (terzo secolo d.C.); inoltre un saggio di scavo sotto l'abside ha rivelato un edificio del secondo secolo d.C., del quale poco si sa.
La scoperta pi sensazionale  stata fatta sotto la Sala dei Canonici. Dallo scavo sono apparse due vasche di diverse dimensioni: la pi grande  circolare, mentre la pi piccola  rettangolare. Si pensa che facessero parte di una cappella a destra, esterna alla chiesa con funzioni di battistero, che fu rasa al suolo quando si costru la suddetta sala. Il battistero  datato al quinto secolo ed era probabilmente collegato con l'aula di culto tramite tre arcate; fu restaurato nel dodicesimo secolo e demolito tra il 1441 e il 1451 per la realizzazione della cappella dedicata a San Giovanni Battista (poi Sala dei Canonici), oggi sede del museo parrocchiale.
La chiesa di San Lorenzo in Lucina in un'incisione di Giuseppe Vasi.
I due bacini sono uno accanto all'altro e appaiono piuttosto enigmatici, difficili da interpretare. La vasca rotonda, scavata nel 1993, ha un diametro interno di circa 4 metri. Lo spessore del muro circolare in mattoni, ma rivestito di marmo,  di sessantacinque centimetri. Non si pu invece determinare l'altezza sporgente dal livello pavimentale, perch fu tagliato alla base, e tantomeno stabilire se la facciata esterna del fonte battesimale fosse realizzata, come altri noti, a stella, cio con delle rientranze concave. Nel bacino rotondo non c' traccia d'impianto idraulico di adduzione e di scarico dell'acqua.
Se la vasca rotonda si pu identificare senza difficolt con il fonte battesimale, pi difficile  invece stabilire la funzione di quella rettangolare. La fontana, perch a questa somiglia, ha un muretto basso e un'edicola a nicchia nel lato breve. Gli studiosi hanno suggerito tre ipotesi ancora difficilmente confermabili, ipotizzando che in questa fonte si battezzassero i bambini oppure che fosse utilizzata per raccogliere e benedire l'acqua, o che fosse usata per la lavanda dei piedi, che a Roma si praticava ancora nella prima met del quarto secolo.
Secondo una fonte storica, tra il 380 e il 390, sant'Ambrogio faceva sapere che tale tradizione ancora in uso nella sua Milano a Roma era stata abbandonata gi da molti anni. In questo caso, per, la datazione della basilica e dello stesso battistero andrebbe notevolmente anticipata.
L'attuale chiesa di San Lorenzo in Lucina occupa la stessa area della basilica paleocristiana a tre navate;  sopraelevata rispetto a essa di soli due metri circa. Nel sotterraneo si vedono precedenti livelli pavimentali della chiesa e fasi edilizie di secondo e terzo secolo.
Al secondo secolo appartiene un ambiente pavimentato a mosaico, che si trova quasi al centro della navata della chiesa. Accanto  visibile un ampio scalone, del quale resta la soglia.
Lo spazio sotterraneo della basilica, ripresentato dall'unica navata superiore,  suddiviso in quattro corridoi, per via dei muri di sostegno che furono realizzati nel 1598 per rialzare ulteriormente il pavimento della chiesa. Verso il fondo della navata si pu vedere il pavimento della basilica del quinto secolo, al quale si  sovrapposto un pavimento di opera cosmatesca steso in occasione della ristrutturazione del dodicesimo secolo. Sono visibili anche tre soglie della basilica paleocristiana, gi note negli anni Trenta del Novecento, che si poggiarono sui resti dell'insula del terzo secolo e sulle quali si sovrappone l'odierna facciata.
La chiesa fu dedicata al martire Lorenzo, secondo la tradizione sacrificato su una graticola il 10 agosto del 258, dopo essere stato arrestato dai soldati di Valeriano (253-260) nell'ambito di un'azione di repressione che colp papa Sistosecondoe alcuni suoi diaconi. Molto probabilmente la denominazione Lucina potrebbe fare riferimento a una matrona romana, di religione cristiana, che, come spesso avveniva, mise a disposizione la sua abitazione per la creazione di un titulus, una sorta di moderna parrocchia. Se, come gli ultimi studi si stanno orientando, la basilica fu costruita nella met del quarto secolo (e non nel quinto) la chiesa, inizialmente potrebbe essere stata denominata basilica Lucinae. Qui, nel titulus o nella basilica, fu eletto vescovo di Roma Damaso (366-384), ricordato come il papa-poeta per i suoi carmi dedicati ai martiri romani.
I battisteri.
Il primo battistero romano ufficiale fu quello di San Giovanni in Laterano, detto anche San Giovanni in Fonte, e per tutto il quarto secolo molto probabilmente rest il solo a Roma, anche se ci pu sembrare inconsueto, considerando che il rito d'iniziazione al cristianesimo era fondamentale e sicuramente si pratic sin dall'inizio. Tuttavia occorre considerare che per il battesimo era sufficiente o una fonte o una sorgente o un fiume, oppure bastava adattare alcune costruzioni gi esistenti, come ad esempio le fontane, per celebrare il rito.
L'edificio battesimale  avvicinato, per la sua similitudine, agli edifici circolari o poligonali romani a pianta centrale, ad esempio i ninfei, e il battistero lateranense, voluto dall'imperatore Costantino,  una loro diretta derivazione. San Giovanni in Fonte sfrutt il ninfeo di un'abitazione o di terme, forse pertinenti alle caserme degli equites singulares.
Scavi recenti a Roma hanno riportato alla luce edifici cultuali, che verosimilmente ebbero funzione di fonte battesimale. Nella zona centrale tra piazza Venezia e largo Goldoni si ricordano quelli di San Marco, di San Marcello al Corso, di San Lorenzo in Lucina. Nei pressi di San Giovanni in Laterano, si sono trovati il battistero di San Clemente e dei Santi Quattro Coronati; a Trastevere quello di Santa Cecilia.
Il tempio di Adriano
I lavori di scavo del 1925 a piazza di Pietra hanno riportato alla luce i resti del tempio di Adriano (117-138), che sono stati isolati con l'intenzione di esaltare la presenza del santuario; cos, sul lato nord della piazza emergono le undici colonne corinzie in marmo bianco di Proconneso (delle tredici originali), e l'alto basamento del tempio. Affacciandosi da una balaustra alcuni metri pi in basso rispetto all'odierno pavimento stradale, si pu osservare il lato del podio alto quattro metri realizzato in peperino e il livello originale sul quale poggiava.
Alla fine del Seicento le colonne furono inglobate in un palazzo adibito a dogana vaticana oggi ex Borsa Valori - Camera di Commercio.
Il tempio romano rientrava nell'ambito di una ristrutturazione urbanistica del quartiere di Campo Marzio, dove era gi stato completamente restaurato il Pantheon, e dove l'imperatore aveva fatto edificare il santuario alla suocera Matidia divinizzata.
L'edificio di culto fu inaugurato dal successore di Adriano, Antonino Pio, nel 145 d.C.; era circondato da colonne, otto sui lati corti e tredici sui lunghi, ed era preceduto da un'ampia scalinata sul lato est. Dall'aprile del 2019 quel che resta di questa imponente scalea si pu osservare all'interno dell'atrio della Camera di Commercio sotto un cristallo. Priva dei suoi gradini in travertino, si vede solo il suo conglomerato cementizio.
Anche i resti della cella, che era priva di abside e aveva una volta a botte cassettonata, si possono osservare all'interno del palazzo odierno. Le pareti erano scandite da semicolonne poggiate su zoccoli dove erano rappresentate, allegoricamente, le province romane, mentre negli spazi intercorrenti tra di loro si trovavano i trofei, con una chiara allusione alla diversa politica dell'imperatore Adriano, meno belligerante rispetto a quella del suo predecessore Traiano (98-117). Il tempio si trovava al centro di una grande piazza porticata (circa 100 x 90 m) con colonne marmoree in giallo antico, che si affacciava sull'odierna via del Corso, antica via Lata, con un arco monumentale ancora esistente fino al Settecento, quando fu demolito perch ridotto a rudere.
Il tempio della suocera Matidia
Il restauro di alcuni ambienti del secentesco ospizio degli Orfani dell'istituto di Santa Maria in Aquiro a piazza Capranica, affittati dal Senato della Repubblica per collocarvi dei suoi uffici decentrati, ha portato a una sensazionale scoperta. Dal piano cantina del palazzo sono emersi i resti di un santuario, che pu considerarsi un unicum nel panorama degli edifici di culto romano: il Tempio di Matidia (68-119), nipote dell'imperatore Traiano (98-117), fatto costruire per la madre della moglie Sabina dall'imperatore Adriano (117-138), forse unico uomo sulla faccia della Terra che abbia divinizzato la suocera, nel 119 d.C.
I ritrovamenti sono stati fatti nel 2005 e oggi sono musealizzati all'interno della sala convegni di piazza Capranica, da dove si possono osservare alcune colonne e una scalinata.
Il Tempio di Matidia  sommerso cinque metri sotto le vie in Aquiro, della Guglia, dei Pastini e vicolo della Spada d'Orlando. In precedenza si era ritrovata soltanto una fistula plumbea con la scritta templo Matidiae tra la chiesa di Sant'Ignazio e il Pantheon. In quest'area furono viste anche colonne importanti di marmo cipollino, due quelle quali inglobate nelle murature del palazzo al n. 76 della piazza, mentre in vicolo della Spada D'Orlando  ancora visibile un rocco di colonna emergente dal selciato.
Proprio questo marmo, su cui  evidente una spaccatura, ha dato origine al toponimo del vicolo, allacciandolo a una fantasiosa leggenda raccontata in due versioni che chiama in causa la mitica Durlindana, la spada del paladino dei Franchi. Per evitare che nella disfatta di Roncisvalle l'arma cadesse in mano ai Mori, Orlando tent di spezzarla, colpendo la colonna che poi giunse qui, non si sa come. Un'altra versione racconta invece che nei pressi dell'Equirio (da Equiriae e per corruzione Aquiro), luogo in cui si svolgevano le corse a cavallo in onore di Marte, Orlando, circondato da cavalieri romani, si difendesse menando fendenti, uno dei quali cadde sul tronco di colonna tagliandolo.
L'edificio templare doveva essere piuttosto imponente, perch le colonne viste in passato erano alte almeno diciassette metri;  noto grazie a una moneta di Adriano del 120 d.C., su cui  rappresentato un tempio compreso tra due corpi di fabbrica porticati, da identificare probabilmente con le basiliche di Matidia e di sua madre Marciana, ricordate nei Cataloghi Regionari.
Gli importanti reperti venuti alla luce appartengono alla porticus del tempio: sono stati ritrovati i tronconi di quattro alte colonne, che furono tagliate all'apice e inglobate nelle murature, mentre una resta intera per un'altezza di sei metri. Accanto alle colonne si trova una scalea. Ancora sotto questo livello  emersa una platea in calcestruzzo dello spessore di circa otto-nove metri, realizzata per sostenere l'edificio e, a sua volta, sorretta da una piattaforma di palafitte, datate con il radiocarbonio tra il 50 a.C. e il 70 d.C. Si tratta di una soluzione tecnica per sostruzioni pi unica che rara.
Il tempio alla suocera divinizzata doveva mettere in risalto, tramite la moglie, la discendenza dinastica di Adriano dalla famiglia dell'imperatore Traiano. Inoltre, il santuario rientrava nella sua politica urbanistica del Campo Marzio, dove aveva realizzato molti lavori finalizzati a modificarne l'asse e a spostare l'attenzione dal mausoleo di Augusto all'Adrianeo, il tempio di cui restano visibili undici delle tredici colonne di marmo a piazza di Pietra, sul fianco del Palazzo dell'ex Borsa Valori - Camera di Commercio.
Il mausoleo di Augusto Imperatore
Nel suo bimillenario viaggio fino a noi e dopo il suo utilizzo funerario, il Mausoleo di Augusto si  adattato alle diverse esigenze del tempo, prestando progressivamente le sue forme a una rocca, a un giardino all'italiana, a un teatro, a una sala concerti. Oggi i lavori di scavo stratigrafico iniziati nel settembre del 2007 stanno chiarendo alcuni aspetti della primitiva struttura, mentre i lavori di restauro conservativo iniziati nel 2016 consentiranno al monumento di riappropriarsi della sua identit e diventare testimone di un'epoca che ha segnato la storia non solo di Roma.
Cos i visitatori potranno accostarsi alla tomba che il primo imperatore romano si fece edificare intorno al 29 a.C., dopo la conquista dell'Egitto con la vittoria di Azio (31 a.C.), che port alla sconfitta di Marco Antonio e di Cleopatra.
Per il sepolcro dinastico Ottaviano Augusto scelse il Campo Marzio, una zona pianeggiante e non ancora urbanizzata, nella quale si trovavano gi altre tombe. A poca distanza dal mausoleo sorsero anche la Meridiana (10 a.C.) e l'Ara Pacis (9 a.C.).
Il monumento s'ispir alla tomba del sovrano Mausolo di Caria, considerata una delle sette meraviglie del mondo, edificata al centro della citt di Alicarnasso (quarto secolo a.C.), l'odierna Bodrum in Turchia, mentre precedentemente veniva immaginato come trasformazione grandiosa del tumulo etrusco. Dopo questo sepolcro, tutte le monumentali tombe dinastiche sono definite con il termine mausoleo.
Il Mausoleo di Augusto  il pi grande monumento funebre circolare che conosciamo, anche se a vederlo non si direbbe, affossato com' in una sorta di cratere profondo circa sei metri al centro della piazza Augusto Imperatore. Il suo diametro misura circa ottantasette metri ed  maggiore di quello del Mausoleo di Adriano (oggi Castel Sant'Angelo), che  di circa sessantaquattro metri. Il monumento  ricordato anche dallo storico greco Strabone (60 a.C.-20 d.C.), il quale lo descrive come un grande tumulo presso il fiume su alta base di pietra bianca, coperto sino alla sommit di alberi sempreverdi; sul vertice  il simulacro bronzeo di Augusto e sotto il tumulo sono le sepolture di lui, dei parenti, dietro vi  un grande bosco con mirabili passeggi.
Il sepolcro ruota architettonicamente attorno a un pilastro alto circa quaranta metri, che aveva sulla sommit il bronzo dorato dell'imperatore, purtroppo fuso durante il Medioevo, una copia del quale potrebbe essere la scultura ritrovata nella villa di Livia a Prima Porta. Ai piedi del pilastro si apre una cripta quadrata, che si ritiene sia stata la tomba del principe. La statua, quindi, segnalava precisamente il luogo di sepoltura di Augusto.
Il pilone  al centro di una cella funeraria, anch'essa anulare, con un ingresso in asse e tre nicchie simmetriche, ed  circondato da una serie di muri concentrici in conglomerato di tufo, che creavano corridoi anulari non tutti praticabili, collegati con dei setti radiali.
Il mausoleo di Augusto in una ricostruzione di Luigi Canina (1851).
Esternamente il monumento si presenta come una struttura a piani sovrapposti con andamento conico, anche se gli ultimi studi ritengono che invece fosse molto simile alla successiva tomba di Adriano, cio un colossale cilindro di marmo bianco, decorato con eleganza e sormontato dalla statua. Il basamento marmoreo era alto circa 12 metri, verosimilmente concluso da un fregio dorico a metope e triglifi. L'ingresso al mausoleo era preceduto da alcuni gradini, che immettevano nel lungo corridoio che conduceva alla cella sepolcrale. Ai lati dell'ingresso, rivolto a sud, erano stati collocati i due obelischi di granito, riutilizzati collocandoli uno in piazza dell'Esquilino, prospicente l'abside della basilica di Santa Maria Maggiore, e l'altro nella fontana dei Dioscuri in piazza del Quirinale. Ora sappiamo che si trovavano a circa trenta metri dall'ingresso, perch le basi dei due pilastri (8 x 8 m) sono state ritrovate nel gennaio del 2009 facendo saltare di gioia gli archeologi, segnalando esattamente il punto in cui erano state sistemate nell'antichit. Poco distante sono emersi anche alcuni frammenti di granito rosa che facevano parte della punta dell'obelisco, oggi al Quirinale, probabilmente andata in pezzi quando il monolite fu prelevato nel 1786. Il suo puntale mozzo fu sostituito con uno di bronzo, che nasconde la parte mancante.
Sui due pilastri dell'ingresso erano fissate le tavole bronzee, dove era stata incisa l'autobiografia ufficiale di Augusto. Il sepolcro si ergeva su un'area lastricata in travertino di circa 120 x 120 metri, delimitata agli angoli da cippi. Lo documenta un disegno dell'architetto Baldassarre Peruzzi (1481-1536), che la vide personalmente durante i lavori di ampliamento dell'ospedale di San Rocco; finora la sua ipotesi ricostruttiva del monumento  ritenuta la pi attendibile.
Augusto venne sepolto qui nel 14 d.C. Era morto a Nola il 19 agosto. Prima di lui la tomba aveva gi accolto il nipote Marcello, figlio della sorella Ottavia, suo ideale successore, morto prematuramente nel 23 a.C., e la stessa sorella Ottavia, la cui iscrizione funeraria scoperta nel 1927  ancora conservata in situ. E ancora trovarono posto le urne cinerarie di altri appartenenti alla famiglia imperiale: il generale Marco Agrippa, il primo costruttore del Pantheon e secondo marito di Giulia figlia dell'imperatore; Druso Maggiore e i due figli di Livia, seconda moglie di Augusto, i piccoli Lucio e Gaio Cesare. Dopo la morte di Augusto qui vennero sepolti anche Druso Minore, Germanico, Livia, Tiberio, Agrippina, Caligola, Britannico, forse Claudio e Poppea, moglie di Nerone. Gli esclusi dalla tomba dinastica furono invece la figlia di Augusto, Giulia, che era stata confinata nell'isola di Ventotene, e l'imperatore Nerone. In seguito il mausoleo ospit anche le ceneri di Vespasiano, di Nerva e, dopo poco pi di un secolo, quelle di Giulia Domna, moglie dell'imperatore Settimio Severo.
Dalle invasioni barbariche il monumento inizi la sua inesorabile decadenza e la sua metamorfosi. I marmi furono calcinati o riutilizzati come materiale da recupero; l'urna di Agrippina, oggi ai Musei Capitolini, fu impiegata come unit di misura del grano nel mercato del Campidoglio.
In un documento del 955 (diploma di Agapitosecondopapa, 946-955) viene menzionata una chiesa di Sant'Angelo de Agosto, situata su una montagnola di terra (in cacumine). Una tradizione popolare narra che la collinetta si era formata grazie a ogni pellegrino che aveva deposto sulla tomba di Augusto una manciata di terra del proprio Paese, cos come aveva chiesto l'imperatore stesso nel suo testamento. Dal dodicesimo secolo in poi il mausoleo pass di propriet in propriet e sub diverse trasformazioni, alcune anche bizzarre. Intorno al Duecento divenne una roccaforte della famiglia Colonna, poi distrutta nel 1241. In seguito appartenne agli Orsini e ai Soderini, una nobile famiglia fiorentina che nel 1550 ricav un giardino sulla cima crollata. Verso la met del Settecento il giardino e il palazzo addossato alla muratura nord del sepolcro passarono al marchese Benedetto Correa, che trasform il parco in un teatro dove si tenevano caccie de Tori e Bufale, giostre, tornei, rappresentazioni teatrali e fuochi d'artificio chiamati fochetti, mentre il nome del teatro era detto, in romanesco, Cora. Altri trasformarono la struttura in teatro di prosa con recite diurne; in seguito l'area circolare fu protetta da una cupola in vetro. Infine nel 1907 pass al Comune di Roma, che lo convert in sala per concerti dell'accademia di Santa Cecilia, con il nome di Auditorium Augusteo, dove diressero direttori di primissimo piano; inizi la sua stagione il 16 febbraio del 1908 e la concluse il 13 maggio del 1936, data dell'ultimo concerto.
Tra il 1937 e il 1940, in attuazione del Piano Regolatore del 1931, inizi lo scavo del mausoleo, per liberarlo da una serie di superfetazioni, e del quartiere circostante, per inserirlo in un progetto urbanistico dell'architetto Vittorio Ballio Morpugo (1890-1966), nel quale trov sistemazione anche il padiglione dell'Ara Pacis, che era stata scoperta gi dall'epoca rinascimentale sotto il Palazzo Almagi-Peretti in piazza San Lorenzo in Lucina.
La riapertura al pubblico prevede la realizzazione di un Antiquarium, l'allestimento di spazi verdi e un percorso pedonale, che consentir di osservare il mausoleo anche dall'esterno con la riqualificazione della piazza, mentre ampie scale consentiranno al monumento del passato di dialogare con la citt di oggi.
La fontana di Anna Perenna
Anna, sorella della regina di Cartagine Didone, suicida per amore di Enea, non fu pi fortunata. Dopo la morte della sovrana, se ne and in esilio rifugiandosi dapprima a Malta, ma scapp anche da l e approd nel Lazio, dove fu ospitata dall'eroe troiano, suscitando la gelosia della moglie Lavinia. Ancora in fuga, scomparve tra le onde forse rapita da Numicio, divinit fluviale che la nascose nelle sue grotte. Da allora divenne la ninfa dell'amnis perennis, cio la dea protettrice del fiume che scorreva a Lavinium e perci si chiam Anna Perenna.
 solo una delle tante interpretazioni di questa figura mitologica che fornisce Ovidio (43 a.C.-18 d.C.) nei suoi Fasti, ma il poeta latino aggiunge che essa era anche associata con l'anziana Anna, abitante di Bovillae, una localit nei pressi di Roma che sfam con dolci rustici la plebe romana quando si arrocc sul Monte Sacro, ottenendo un riconoscimento perenne per tale gesto. Lo scrittore enumera anche altre interpretazioni, che identificano Anna Perenna con la Luna, con Themis, con Io, con una ninfa figlia di Atlante e la chiama Anna nutrice di Zeus.
 sempre lo stesso Ovidio che ci immerge nello svolgimento del Capodanno romano antico, le idi di marzo, festa di Anna Perenna, prima dea del calendario e personificazione dell'anno nuovo, che perennemente e ciclicamente si perpetua. Il 15 marzo di ogni anno, perci, in coincidenza con la primavera, la gioiosa festa si trascorreva in allegria in una localit romana al primo miliario della via Flaminia nei pressi del Tevere, nel bosco sacro alla ninfa, identificato con la collina dei Parioli. Qui la folla radunata si sdraiava sull'erba verdeggiante e i festeggianti bevevano, cantavano, danzavano e si scambiavano effusioni d'amore; e mentre alcuni organizzavano delle tende altri costruivano un riparo con rami e fogli. Dopo la festa il ritorno a casa risulta precario, perch tutti vacillano e danno spettacolo di loro stessi e la gente che li incontra li saluta gridando: felici voi!. Recentemente, scrive ancora Ovidio, ho incrociato una processione che vale la pena citare: una vecchia ubriaca trascinava un vecchio ubriaco.
A lei, Anna Perenna, fu intitolata la fontana scoperta tra i sei e i dieci metri di profondit, mentre si scavava un parcheggio sotterraneo (ottobre del 1999) in via Guidubaldo del Monte, all'angolo con piazza Euclide. La fonte  a vasca rettangolare con una grande cisterna retrostante leggermente sopraelevata.  costruita con una tecnica edilizia di epoca tarda e arricchita da due are e un blocco di marmo, incisi con epigrafi e murati nella faccia anteriore. Su due dei tre reperti ci sono delle dediche alla dea; una fatta realizzare da un liberto e indirizzata alle naiadi, consacrate ad Anna Perenna (Nymphis sacratis Annae Perennae).  stato un ritrovamento mirabile, perch a Roma  il primo caso d'iscrizioni che riportino il nome della divinit e delle sue ninfe. Inoltre il manufatto fornisce informazioni sconosciute sul culto di questa mitica figura, nota soprattutto grazie ai Fasti di Ovidio, anche se viene ricordata da altre fonti storiche.
Lo studio del sensazionale reperto ha consentito di appurare che il monumento ebbe una vita lunghissima, dal quarto-terzo secolo a.C. al quinto secolo d.C. La sua longevit viene testimoniata anche dal materiale di epoca repubblicana trovato nel fondo della cisterna. Quest'ultima, usata per abbeverare gli animali, raccoglieva l'acqua direttamente dalla sorgente sacra, e alimentava la fontana utilizzata per attingere acqua e per i rituali dedicati alla dea. Ancora oggi nei pressi del ritrovamento si  notata la presenza di una falda acquifera, che fu sicuramente monumentalizzata in epoca repubblicana.
Il cisternone era rivestito di cocciopesto con una muratura esterna in grossolana opera listata, sovrapposta a una precedente realizzata in opera reticolata; purtroppo  stato danneggiato dai muraglioni di contenimento del parcheggio, cos non ne conosciamo le dimensioni. Sul fondo si riconoscono quattro condotti di piombo, che riversavano acqua nella fonte vera e propria.
Il fontanile sembra essere stato abbandonato nei primi anni del quinto secolo, perch le anfore vinarie messe a riempimento della vasca risalgono a questo periodo, ma la polla dell'acqua sorgiva forse continu a riversarsi nella cisterna. I reperti ritrovati al suo interno hanno fornito utili informazioni che consentono di dare una lettura diversa al carattere simbolico della fonte dedicata ad Anna Perenna che, verso il tardo impero, sembra mutare la sua fisionomia.
Nella vasca a monte, dunque, sono state ritrovate ben 549 monete, 72 lucerne, di cui 54 mai usate; inoltre sottili piastre in piombo incise con formule di maledizione. Sono emersi anche nove contenitori cilindrici in piombo con coperchio, composti ognuno da tre recipienti, inseriti uno dentro l'altro, come una sorta di piccola matrioska. Sette di essi contenevano inquietanti figurine antropomorfe, sulle quali furono intagliate formule magiche rituali rivolte a divinit degli inferi. Infine tre brocchette di ceramica, un caccabus in rame (il paiolo magico), sette pigne, gusci di uova, rametti e varie tavolette in legno. Questi oggetti sono tutti perfettamente conservati. grazie all'ambiente anaerobico che si era stabilito all'interno della cisterna. per la presenza di argilla e sabbia che vi si erano depositate nel tempo.
Proprio la presenza di quelle lamine con iscrizioni di maledizione (defixiones) e delle statuine antropomorfe rinvenute nei contenitori cilindrici ha fatto riflettere sul fatto che il luogo dove in epoca arcaica si svolgeva il vivace e boccaccesco Capodanno di Anna Perenna fu probabilmente trasformato nell'antro di una veggente professionista, dedita per alla magia nera.
Sia le lucerne, come oggetti utilizzati nei sortilegi descritti dai rituali dei Papiri magici, sia le defixiones, sia le statuine, una delle quali  avvolta nelle spire di un serpente e chiusa con due chiodi in una lamina di piombo, fanno appunto pensare che dopo circa nove secoli, il Bosco sacro e la Fontana di Anna Perenna e delle sue ninfe si fosse trasformato in qualcosa di ben diverso.
La fontana  aperta al pubblico dal dicembre del 2004; alcuni reperti scelti tra quelli ritrovati sono esposti al Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano nella sezione epigrafica.

7. DA PIAZZA VENEZIA A VIA SALARIA.

NOTIZIE STORICHE

Via del Tritone, piazza Barberini, via Veneto, via Salaria.

Via del Tritone  un'arteria romana moderna che collega largo Chigi con piazza Barberini, al centro della quale c' la magnifica fontana di Bernini che le assegna il nome.
Se ora si trova nella zona centrale ed  un lungo rettifilo attraversato da un intenso traffico di mezzi e di pedoni, fino alla fine dell'Ottocento era una tortuosa via di campagna, perch qui c'erano solo orti e giardini, vigne e rare osterie. Spiccava solo il sontuoso Palazzo Barberini.
Alla fine del sedicesimo secolo, il tratto di strada che arrivava all'altezza di via Capo le Case era chiamato via della Madonna di Costantinopoli, dalla chiesa ancora esistente dedicata a Santa Maria dell'Itria, che deriva il suo nome da un'immagine della Vergine Odigitria (che indica), un'iconografia cristiana medievale dell'arte bizantina e russa nella quale la Madonna mostra il bambino che ha in braccio come via da seguire per la salvezza. L'immagine sacra sarebbe stata portata a Roma, appunto, da Costantinopoli.
Il tratto successivo, fino a Palazzo Poli, era invece denominato via dell'Angelo Custode, per la presenza di una chiesa fatta edificare dall'omonima Confraternita;  andata distrutta quando si apr la strada. Oggi il suo nome sopravvive nell'oratorio del Santissimo Sacramento al Tritone, conosciuto anche come oratorio dell'Angelo Custode.
La fontana del Tritone, a piazza Barberini, emerge maestosa in un famoso acquerello di Ettore Roesler Franz (1845-1907). In primo piano c' una bancarella che vende frutta e verdura, mentre tre bambini giocano vicino alla fonte. Tutt'attorno alla piazza si vedono caseggiati rurali, tendaggi di botteghe e varia umanit che si muove. Di fronte allo spettatore si apre via del Tritone, in discesa, e sulla destra la Fontana delle Api, prima che fosse smontata e ricollocata dove si trova oggi.
 l'immagine di una Roma sparita, un grosso paesone che di l a breve avrebbe conosciuto grossi sconvolgimenti urbanistici e una radicale trasformazione, per renderla degna del suo ruolo di Capitale d'Italia, che gli acquerelli di Ettore Roesler Franz ci restituiscono nella sua quotidianit. Sono le istantanee espressive di una Roma pittoresca; sono le memorie di un'era che passa, che il pittore ha descritto in centoventi quadri - tutti realizzati tra il 1878 e il 1896 - che si possono ammirare in esposizione permanente presso il Museo di Roma, a Trastevere. Si tratta di una documentazione storica di grande importanza, nata dalla sua intuizione di artista per tramandare ai posteri scorci urbani e fori porta che stavano svanendo.
Le due fontane furono realizzate per il pubblico ornamento della citt da Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) su commissione di papa Urbano ottavo Barberini (1623-1644), il quale sfrutt un ramo dell'Acqua Felice che passava l vicino per riqualificare la piazza, che si apriva di fronte al suo palazzo. La piccola Fontana delle Api, simbolo araldico della famiglia, era una vasca che doveva servire da beveratore delli cavalli e che oggi si trova all'angolo tra via Veneto e via di San Basilio.
In questa zona, tra via di San Nicola da Tolentino e via Bissolati, sotto il Collegio Germanico si conserva una monumentale cisterna romana di epoca adrianea (117-138), databile dalla cortina in laterizio che emerge sotto alcuni distacchi dell'intonaco in opus signinum.
Si tratta di una costruzione realizzata su due piani, costituita da quattro vaste aule, con pareti di grande spessore e impermeabilizzate, intercomunicanti con ampie aperture ad arco in asse. Le navate, parallele tra di loro, sono lunghe poco meno di quaranta metri e alte circa tre e mezzo. Il piano inferiore ha invece una volta ribassata, che non arriva neanche a due metri e ha l'unica funzione di sostruzione della cisterna superiore.
L'enorme serbatoio faceva parte degli Horti Sallustiani, di cui restano importanti strutture nel padiglione visibile al centro di piazza Sallustio; si trova a circa quindici metri sotto il livello stradale. La cisterna  nascosta sotto i grandi palazzi di via Bissolati e proprio questa circostanza ha impedito di approfondire le indagini archeologiche. A oggi, perci, non  chiara la situazione originaria dell'installazione idraulica, se fosse cio una cisterna interrata o semipogea.  altrettanto arduo capire dove si trovasse il canale di adduzione e di deduzione dell'acqua.
Via Veneto, dapprima riferita alla regione omonima, dopo la prima guerra mondiale fu denominata via Vittorio Veneto.
Sale dolcemente verso Porta Pinciana ricalcando forse un corso d'acqua che scendeva dal colle irrigando Villa Ludovisi, che un tempo occupava questa zona di Roma con i suoi giardini e i suoi boschi, circa trenta ettari di terreno da Porta Salaria a Porta Pinciana, e si allungava fino ai conventi di Sant'Isidoro e dei Cappuccini.
La villa, che dagli anni Venti del diciassettesimo secolo inglob una serie di altre ricche residenze della zona, fu spazzata via dai proprietari Boncompagni-Ludovisi, che alla fine dell'Ottocento la cedettero affinch fosse lottizzata e edificata. Di tutte le bellezze della propriet, che furono decantate dagli intellettuali italiani e stranieri gi dal tempo del Grand Tour, resta solo il Casino dell'Aurora, con il magnifico affresco nella volta del salone che gli assegna il nome, dipinto da Guercino nel 1621. A Roma c' un altro Casino dell'Aurora, cosiddetto anch'esso dall'affresco dipinto sul soffitto una decina di anni prima da Guido Reni; si trova nel Palazzo Rospigliosi Pallavicini al Quirinale.
Anche Villa Ludovisi, come gi piazza Barberini,  stata ritratta da Ettore Roesler Franz: pini secolari arredano un territorio bucolico attraversato da un fiumiciattolo sovrappassato da un ponticello, mentre alla sua destra si stagliano le possenti Mura Aureliane.
Oggi  difficile immaginare che via Veneto, la strada della Dolce Vita degli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, fosse ai confini di Roma, in una localit ricca di orti, vigne e giardini...  curioso anche pensare che davanti alla chiesa dei Cappuccini, dove si trova l'originale cripta, sostassero i carri con i buoi.
Una delle strade pi antiche di Roma  la via Salaria, la via del Sale, che si fa risalire agli antichi Sabini e che fu tracciata prima della fondazione della citt. Serviva a trasportare il sale dalle coste marine all'interno della penisola. Entr a far parte delle vie consolari dopo la conquista della Sabina da parte dei Romani, nel 290 a.C. La strada fu oggetto di migliorie e alcuni tratti furono ricostruiti ex novo per adeguarla ai criteri costruttivi dei Romani.
Sulla via Salaria sorgeva una vasta necropoli, andata completamente perduta, e diversi monumenti funerari di epoca repubblicana e imperiale. A testimonianza dell'antico cimitero ci resta solo il mausoleo di Lucilio Peto, tra via Po e via Basento.

Nel tratto definito vetus (tra la Porta Collina delle mura repubblicane e le Mura Aureliane), sono ubicate le catacombe di Panfilo, quelle di Bassilla (dette anche di Sant'Ermete) e il cimitero ad clivum cucumeris (incerta la sua ubicazione). Con la costruzione delle Mura Aureliane, nella seconda met del terzo secolo d.C., e l'apertura della Porta Salaria, qui pass il tracciato della Salaria nova, che fu sopraelevato di circa tre metri rispetto al precedente percorso, forse perch quest'ultimo era spesso soggetto ad allagamenti. In questa nuova strada si trovano le catacombe di Santa Felicita (o anche di Massimo), di Trasone, di Sant'Ilaria, dei Giordani, quella Anonima di via Anapo e quella di Priscilla.
Il 16 maggio del 1594, l'instancabile Antonio Bosio (1575-1629), alla ricerca delle catacombe romane (ne rintracci almeno trenta), insieme con l'amico Pompeo Ugonio (1613?) - avendo avuto notizia di alcune grotte sotterranee in una vigna nei pressi di Porta Pinciana - entr in un cimitero, che ritenne fosse quello indicato dalle fonti come ad clivum cucumeris. Si trattava invece della catacomba di Panfilo, che dopo Bosio, e per fortuna, cadde nell'oblio. Fu ritrovata solo nel febbraio del 1920 da Enrico Josi (1885-1975), che scopr, a circa venti metri sotto il piano di campagna, la cripta venerata del martire Panfilo e un piano cimiteriale conservato come lo abbandonarono gli antichi. La catacomba si sviluppa su tre livelli, un primo e un secondo piano e uno intermedio, un'ex cava di pozzolana in cui furono sepolti soprattutto bambini: ottantatr loculi su trentasei sono di adolescenti. Il primo piano, quello visto alla fine del Cinquecento, si trova in un pessimo stato di conservazione e la presenza di due iscrizioni in situ degli anni 348 e 361 lo datano con precisione verso la fine del quarto secolo.
 invece eccezionalmente conservato nella sua integrit il secondo livello, il pi profondo e anche il pi antico, di epoca precostantiniana, cronologicamente ritenuto della seconda met del terzo secolo. La cripta venerata si trova qui. L'unica fonte che nomina il culto di Panfilo (insieme con quelli di Candido, Cirino o Quirino con molti altri martiri) risale al settimo secolo. Per una serie di circostanze si ritiene che il culto sia stato importato dall'Africa dopo le invasioni vandaliche. Nella cappella sacra, attorno all'altare del martire, sono stati trovati diversi graffiti del clero africano.
L'altra catacomba della Salaria vetus  quella di Bassilla, ma la martire era forse sepolta in una basilica del sopratterra; molti ritrovamenti fatti nell'area testimoniano l'esistenza di una vasta necropoli subdiale. Tuttavia il personaggio pi venerato della catacomba stava in una basilica semipogea a lui intitolata: Sant'Ermete. I primi lavori di monumentalizzazione della sua tomba furono fatti eseguire da papa Damaso (366-384). L'edificio, inserendosi nelle strutture preesistenti, arriv fino al terzo livello del cimitero, dove forse si trovava la sepoltura a fossa del martire. Dalla basilica si poteva accedere al piano superiore della catacomba comunitaria, che era articolata in tre livelli. Un altro importante nucleo storico del cimitero sotterraneo  rappresentato dalla cripta, dove erano venerati i santi martiri Proto e Giacinto. Il 21 marzo del 1845 (venerd santo) si fece una scoperta sensazionale, un vero unicum dell'archeologia cristiana. Sotto l'innalzamento pavimentale della cappella si trov un loculo obliterato in antico con una lastra marmorea, sulla quale era riportato il nome di Giacinto Martire: era stata ritrovata, inviolata, la sua tomba, mentre le sue reliquie erano state traslate, insieme con quelle di Proto, nella chiesa di San Salvatore de pede pontis e successivamente, nel 1552, trasferite nella chiesa di San Giovanni de' Fiorentini. Tra l'altro, gi da molti secoli, anche a Selingstadt, un paese d'Oltralpe, si veneravano i suoi sacri resti!
La catacomba fu scoperta nel 1576 durante la costruzione di una villa di campagna del Collegio Germanico dei gesuiti; le prime notizie sul cimitero sotterraneo le fornisce Antonio Bosio, che la indag nel dicembre del 1608 e che ritrov anche la basilica semipogea di Ermete.
Come si  detto, il primo cimitero sotterraneo della Salaria nova  quello di Santa Felicita, festeggiata gi dal quarto secolo ogni 10 luglio insieme con i suoi sette figli (secondo la tradizione agiografica, ma la parentela  storicamente incerta), che per erano celebrati nelle diverse catacombe dove erano stati sepolti: Silano con la madre, Marziale, Vitale e Alessandro nella catacomba dei Giordani, Felice e Filippo in quella di Priscilla, Gennaro in quella di Pretestato.
Il cimitero porta anche il nome di Massimo, dal ricco proprietario che don il fondo alla comunit cristiana; in un mausoleo del sopratterra era sepolto anche papa Bonifacio primo (418-422).
La catacomba  articolata su tre piani, dei quali il meglio conservato  quello che si trova al primo livello, il pi antico. Qui si trova la cripta venerata con il sepolcro-altare di Silano e una pittura di stile bizantino, oggi datata all'ottavo secolo. In una sorta di foto di famiglia, Felicita  rappresentata con i suoi presunti figli. Il secondo piano del cimitero fu completamente spogliato dai corpisantari nel diciottesimo secolo. Nel 1968, a seguito di alcuni lavori edilizi, al terzo livello della catacomba  stata trovata una condotta d'acqua che confluiva in una fontana ornata con decorazioni pittoriche.
A causa dell'estrema fragilit del tufo, la necropoli sotterranea non  stata esplorata completamente, pertanto non esiste un preciso studio topografico. Proprio la scarsa consistenza del terreno convinse i fossori antichi ad approfondire i livelli e a rinforzare pi volte i muri delle gallerie per sostenere le volte. Il nucleo pi antico del cimitero fu scavato secondo un impianto a graticola. La basilichetta sotterranea di Silano fu realizzata tra il 354 e il 390, ha una lunghezza di circa quattordici metri e larga sei. Insieme con quella di Santa Tecla, sull'Ostiense,  stata una delle prime basiliche ipogee ricavate in una catacomba.
Subito dopo la catacomba di Massimo o di Santa Felicita, seguono altre tre necropoli sotterranee che, almeno fino alla fine degli anni Sessanta del Novecento, furono confuse tra di loro.
Papa Bonifacio i in un'incisione tratta da Vite dei pontefici
del Platina (1715).
Nella catacomba di Trasone era sepolto san Saturnino, forse un oriundo cartaginese esiliato da Decio (249-251) a Roma, dove trov la morte sotto Valeriano (253-260). Diverse fonti storiche parlano anche di una basilica del sopratterra, identificata verso la fine del Cinquecento da Antonio Bosio (1575-1629), che aveva perlustrato le gallerie e visto alcune strutture murarie a cielo aperto.
La catacomba dei Giordani era confusa con il suddetto cimitero di Trasone, ma la scoperta del sepolcro del martire Alessandro ha risolto la questione. Alessandro, insieme con i martiri Marziale e Vitale, ritenuti tre dei sette presunti figli di Felicita era stato sepolto in questo cimitero sotterraneo, che  composto di diversi livelli, addirittura cinque in alcune zone. La conferma dell'identificazione  fornita dai risultati archeologici, perch almeno tre epigrafi, ritrovate nello scavo, attestano il nome del figlio di Felicita. Per quanto riguarda Marziale e Vitale, le fonti parlano di una basilica nel sopratterra.
La necropoli sotterranea fu molto rovinata dai corpisantari; il suo nucleo originario  datato alla met del terzo secolo. Fu scavata da Marcantonio Boldetti (1633-1749) e Giovanni Marangoni (1673-1753) nel 1720.
La prima monumentalizzazione della cripta venerata di Alessandro fu opera di papa Damaso (366-384), che trasform l'ambiente rivestendolo con lastre di marmo, ornandolo di colonne e fornendolo di una mensa per gli oli ardenti. Per la visita al santuario ipogeo si realizzarono un percorso circolare devozionale (sbarrando alcune gallerie) e una scala di risalita, opposta a quella di entrata. Un'iscrizione datata al 436 fa supporre un uso cimiteriale fino a circa la met del quinto secolo.
Nel sotterraneo, prima di arrivare al vero e proprio cimitero dei Giordani, si attraversa un piccolo nucleo di gallerie di Sant'Ilaria, che in origine era separato dal precedente. Fu messo in comunicazione in et moderna attraverso l'apertura di un cunicolo sotterraneo, forse opera dei corpisantari alla ricerca di reliquie.
La catacomba Anonima di via Anapo venne alla luce nella vigna dello spagnolo Bartolomeo Sanchez il 31 maggio del 1578, mentre alcuni operai stavano lavorando per estrarre pozzolana. Dapprima fu erroneamente scambiata con alcune gallerie del vicino cimitero di Priscilla, in seguito con quello dei Giordani. Alcuni anni dopo, nel 1593, gli stessi cavatori di pozzolana causarono una frana che seppell nuovamente il cimitero, prima ancora che il giovane Antonio Bosio (1575-1629), allora diciottenne, riuscisse a vederla, come testimonia egli stesso nel suo volume su Roma sotterranea. Essa torn inaspettatamente alla luce nel dicembre del 1921, mentre si costruiva un villino nell'area soprastante. La catacomba fu ispezionata dall'archeologo Enrico Josi (1885-1975), che ricompose un gruppo di centoventi iscrizioni, che hanno consentito di datare le varie regioni della catacomba, trovando anche l'ingresso originario, lo stesso utilizzato oggi per scendere nel monumento.
La sua identificazione, o meglio, la sua anonimit, fu definita quando negli anni Sessanta del Novecento si riusc a dare il suo giusto nome al cimitero dei Giordani, cos oggi questo gruppo di gallerie - dove non vi sono sepolture martiriali - non ha un nome specifico. Nuovi scavi fatti nel 1973 e quelli tra il 1978 e il 1980 hanno riportato alla luce altre regioni, in particolare un settore interessato da una frana, forse la stessa che nel sedicesimo secolo la obliter.
Gli studi recenti ritengono che la necropoli sotterranea si sviluppasse da un piccolo ipogeo a carattere familiare, che sfrutt gli ambienti di un arenario; si data dagli anni 260-270 fino alla fine del terzo secolo. Successivi ampliamenti vennero fatti tra gli ultimi anni del terzo e il primo quarto del quarto secolo, quando il cimitero fu approfondito di oltre un metro. La catacomba, pur non avendo sepolture di martiri, fu comunque un complesso cimiteriale comunitario, come sembrerebbero confermare le sepolture di un presbitero, di un vescovo e di due fossori, dei quali ricordiamo l'arcosolio di Trofimo, che era gi stato visto nel Cinquecento e del quale era stata copiata la pittura pubblicata da Antonio Bosio.

Una caratteristica di questa catacomba sono i cosiddetti nicchioni, un tipo di sepoltura funeraria che prevedeva l'inumazione sia a livello pavimentale sia nella parete di fondo. La catacomba condivide con quella della vicina Priscilla alcune analogie, che si riscontrano negli arcosoli affrescati, con una nicchia molto sviluppata e con un parapetto basso, ed epigrafi modeste (solo il nome) dipinte in rosso sulle semplici tegole che chiudevano i loculi. Non sono emersi monogrammi costantiniani.

ITINERARIO

L'Aqua Virgo, la chiocciola e il suo speco.

Una spettacolare scala elicoidale, conosciuta comunemente come la chiocciola del Pincio, raggiunge con centodiciassette gradini lo speco dell'Aqua Virgo, che si trova a circa venticinque metri di profondit. Fu realizzata nella seconda met del Cinquecento sfruttando un pozzo cilindrico preesistente. Si trova sotto Villa Medici, Accademia di Francia dal 1803, e non  sempre facile visitarla, anche se  piuttosto nota attraverso i molti programmi sui luoghi nascosti di Roma trasmessi in televisione.
Lo speco dell'acquedotto dell'antica Roma, che ancora oggi dopo oltre duemila anni trasporta l'acqua in citt, si pu agevolmente percorrere, ed essendo l'unico acquedotto romano ancora funzionante, il suo tragitto  spesso ispezionato e controllato. La larghezza media dei canali sotterranei  di circa un metro e mezzo e alcuni tratti, sembra, si possono addirittura navigare in barca.
Oggi l'acqua Vergine che scorre come un fiume carsico cittadino  utilizzata soltanto per alimentare, con tubazioni moderne, alcune tra le pi affascinanti fontane di Roma: quella dei Fiumi a piazza Navona, quella della Barcaccia a piazza di Spagna e la monumentale fontana di mostra, rifacimento settecentesco della primitiva Fontana di Trevi. Di quest'ultima, nel 1999, fu ritrovato il grande serbatoio, realizzato dall'imperatore Adriano (117-138), sfruttando una struttura pubblica gi esistente nel vicus Caprarius, il castellum aquae, che si pu visitare in vicolo del Puttarello n. 25.
La longevit dell'acquedotto romano, realizzato dal genero di Augusto (27 a.C.-14 d.C.), Agrippa (63-12 a.C.), e inaugurato il 9 giugno del 19 a.C.,  legata alla sua caratteristica di essere, in sostanza, tutto sotterraneo, tranne due chilometri di tracciato all'aperto, che l'hanno perci salvaguardato dalle incursioni barbariche. Cammina a circa trenta-quaranta metri sotto terra e all'interno della citt raggiunge la massima profondit nei pressi di viale Romania, circa quarantatr metri sotto il livello di campagna.
L'aqua Virgo fu captata dalle sorgenti di Salone, ventisei chilometri a est di Roma, con l'obiettivo principale di alimentare le Terme di Agrippa, ma anche per aumentare il rifornimento dell'acqua per la popolazione. Il suo percorso procedeva lungo via Collatina, via Tiburtina e attraversava il fiume Aniene all'altezza di Pietralata. Proseguiva poi lungo le dorsali delle vie Nomentana e Salaria e attraversava Villa Ada, i Parioli, Villa Borghese, il Pincio e Villa Medici.
Nella zona centrale di Roma ci sono varie testimonianze dell'acquedotto. Il vicolo del Bottino forse prende il nome da una cisterna che doveva esserci nell'antichit, una piscina limaria per decantare le acque; all'incrocio tra via Gregoriana e via Crispi, sono documentati i resti di alcune arcuazioni. I resti di tre arcate in blocchi di travertino si possono vedere in via del Nazareno n. 14 dietro una cancellata, direttamente dalla strada. Il condotto  seminterrato e realizzato nel tipico gusto rustico di epoca claudia (41-54), pertinente al restauro dell'imperatore, come testimoniano due iscrizioni, che citano la ricostruzione e il restauro dalle fondamenta degli archi dell'acquedotto Vergine, danneggiati da Caligola (37-41) il quale, si presume, voleva realizzare un anfiteatro - mai portato a termine - nel Campo Marzio.
Da qui, il percorso proseguiva verso Fontana di Trevi, la zona di Palazzo Sciarra, che conserva nei suoi sotterranei pochi resti di altre due arcate. Quindi attraversava via del Corso, antica via Lata, con un arco (poi Arco trionfale di Claudio per la vittoria sui Britanni), proseguiva per via del Caravita, piazza di Sant'Ignazio e via del Seminario, dove si concludeva con un castellum terminale proprio di fronte ai Saepta Iulia, il gigantesco piazzale porticato identificato immediatamente a est del Pantheon negli anni Trenta del Novecento. Un braccio dell'acquedotto raggiungeva Trastevere.
Il ritrovamento pi importante  stato fatto nell'agosto del 2012 sotto l'ex sede della Banca Popolare di Novara in via Due Macelli, angolo via del Tritone, acquistata dal gruppo Rinascente per la sua nuova sede. I lavori di sondaggio per la palificazione non erano neanche iniziati che  emersa una notevole parte del condotto, oggi musealizzato e visibile nel piano inferiore del lussuoso megastore. Da non perdere.
Il lungo tratto riportato alla luce  composto di quindici arcate sovrastate dello speco dove scorreva l'acqua. Oggi, dopo l'egregio restauro, la superfice antica  diventata un grande schermo con scenografici giochi di luce, che offrono la meraviglia della tecnologica idraulica romana e, con ricostruzioni virtuali, narrano le vicende che l'acquedotto ha visto accadere attorno a s nello scorrere dei secoli.
Su undici acquedotti romani, il Vergine fu il meno danneggiato dal taglio dei barbari e dall'incuria del tempo, riuscendo a mantenere sempre un minimo di flusso d'acqua, cos fu prima ristrutturato nel 1453 da papa Niccol quinto (1447-1455) e poi da papa Paolo secondo (1464-1471).
Notizie dettagliate sulla storia degli acquedotti romani ci provengono dal trattato Gli acquedotti della citt di Roma, contenuto in un codice manoscritto del dodicesimo secolo, conservato nel monastero di Montecassino, redatto alla fine del primo secolo d.C. dal sovrintendente Sesto Giulio Frontino al tempo di Nerva (96-98) e Traiano (98-117).
Nel suo trattato Frontino ricorda che dopo la fondazione di Roma, i Romani si accontentarono di usare le acque tratte dal Tevere, dai pozzi e dalle sorgenti, ma dal 312 a.C. ci fu un salto di qualit perch a Roma affluirono l'Acqua Appia, l'Aniene vecchio, la Marcia, la Tepula, la Giulia, la Vergine, l'Alsientina detta anche Augusta, la Claudia e l'Aniene nuovo. Dopo la morte di Frontino, Roma costru altri due acquedotti, che portarono in citt l'Acqua Traiana all'inizio del primo secolo, e l'Acqua Alessandrina nel ii.
Roma, regina aquarum
Nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 1256 le acque di un pozzo/abbeveratorio, situato nelle stalle del palazzo del cardinale Pietro Capocci, al centro di Roma, si sollevarono, straripando dall'orlo e allagando la zona circostante. Insieme con le acque venne a galla l'immagine sacra della Vergine dipinta su una lastra di pietra, e solo quando questa fu raccolta le acque si ritirarono. L'evento prodigioso, riconosciuto dal papa Alessandro quarto (1254-1261), forn l'occasione per la costruzione (o ricostruzione) della chiesa di Santa Maria in Via, al Tritone, proprio alle spalle della Galleria Alberto Sordi. Nella Cappella della Madonna del Pozzo c' un secchio a ricordo di quando si attingeva l'acqua della polla miracolosa, che i fedeli ancora bevono, ritenendola taumaturgica; oggi, molto pi prosaicamente, il vecchio recipiente  stato sostituito da un rubinetto e da bicchierini in plastica.
Poco distante da qui, ai piedi del Campidoglio, sotto la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, al livello pi profondo del tenebroso Carcere Mamertino, si trova un altro pozzo dei miracoli: la fonte che, secondo la leggenda, san Pietro fece scaturire dalla roccia durante la sua prigionia per convertire e battezzare i suoi carcerieri.
Proseguendo il nostro cammino verso il Celio, in via di San Giovanni in Laterano, un'altra testimonianza acquatica possiamo vederla, ma soprattutto ascoltarla, nel terzo livello sotterraneo della basilica di San Clemente: qui scorre un torrente d'acqua cristallina. Sotto il tempio di Claudio, invece, nei pressi della chiesa di San Giovanni e Paolo, piccoli laghi testimoniano la presenza della falda freatica, che a Campo Marzio diventa una sorta di vero bacino d'acqua sotterraneo, come hanno appurato i vari sondaggi archeologici preventivi per la realizzazione delle Linea C della metropolitana. Acqua che allaga monumenti ora sommersi, come la tomba di Aulo Irzio alla Cancelleria o le cantine dell'Ambasciata di Francia, a piazza Farnese. Sull'altra sponda del Tevere, l'acqua limpidissima appare nelle grotte sotto l'ospedale Forlanini o nella catacomba di Ponziano, ricoprendo un piccolo battistero.
Roma  adagiata sull'acqua, non a caso perci si pu definire regina aquarum; anche il suo mitico fondatore, Romolo, fu portato miracolosamente in citt dalle acque del fiume che la attraversa, e una donna celestiale e divina come la ninfa delle sorgenti, Egeria, fu sposa e musa ispiratrice del re Numa Pompilio.
Bench ormai si sia perso il loro ricordo e anche la loro localizzazione, nell'antichit l'Urbe era ricca di sorgenti, che normalmente si formano in una situazione geologica di rocce permeabili che filtrano l'acqua di falda, e strati impermeabili, che impediscono il drenaggio favorendo l'accumulo di liquido, il quale fuoriesce formando zone umide e paludose. Le sorgenti storiche di Roma si trovavano soprattutto nella riva sinistra del Tevere e sgorgavano ai piedi dei colli: l'acqua Tulliana era sotto il colle Capitolino ( quella del Carcere Mamertino), mentre l'acqua di Mercurio, che ancora scorre sotto la chiesa di Santa Anastasia al Circo Massimo, stava ai piedi del Celio. L'acqua Sallustiana fluiva nella vallata sotto il Pincio e il Quirinale; ai piedi del Gianicolo, sulla riva destra, presso la salita di Sant'Onofrio, c'era l'acqua Lancisiana, che prende il nome da Giovanni Maria Lancisi (1654-1720), il quale la utilizz in medicina.
Numa Pompilio riceve le leggi dalla ninfa Egeria. Particolare da un'incisione di B. Pinelli.
Per capire la grande importanza che riveste l'acqua a Roma, dobbiamo affidarci agli esperti, i quali sostengono che Roma sia l'unica metropoli al mondo alimentata in modo sostenibile, le cui risorse idriche sotterranee, anche per il futuro, continueranno a rifornire la citt senza esaurirsi. In aggiunta, a differenza di altri insediamenti urbani, che raccolgono l'acqua piovana in bacini superficiali ed esposti a evaporazione, l'acqua di Roma proviene da profonde falde idriche e pu contare su risorse importanti, come l'acqua delle aree vulcaniche albane e sabatine e dei rilievi appenninici.
Gli antichi Romani seppero sfruttare da subito questa grande risorsa costruendo gi il primo acquedotto, quello dell'Aqua Appia, nel 312 a.C. Dopo aver captato l'acqua nella zona est di Roma, sulla via Prenestina, il condotto scorreva per sedici chilometri, quasi completamente sotterraneo. Fu realizzato dai censori Appio Claudio Cieco e Caio Plauzio. Furono complessivamente undici gli acquedotti costruiti dagli antichi; l'ultimo, l'Aqua Alexandrina, risale al terzo secolo, ad opera di Alessandro Severo (222-235).
L'acqua entrava a Roma e andava ad alimentare le abitazioni private di pochi privilegiati, le domus e forse i primi piani delle insulae; tuttavia la popolazione poteva contare su moltissime fontane pubbliche, dislocate nelle quattordici regioni augustee, sia nei cortili dei condomini che lungo le strade. Il sistema degli acquedotti romani  stato tramandato dal sovrintendente degli acquedotti (curator aquarum), Sesto Giulio Frontino (30/40?-103/104?), che nel suo trattato fornisce notizie storiche e di carattere topografico, tecnico, amministrativo e legislativo (De aquis Urbis Romae o De acquaeductu Urbis Romae).
Questo geniale sistema idrico, del quale ci resta a memoria perenne il Parco degli Acquedotti sull'Appia Antica e diverse emergenze in citt, fu distrutto durante gli assedi subiti durante le guerre gotiche (quinto secolo), ai quali sopravvisse soltanto l'acquedotto dell'Acqua Vergine, che com' noto ancora alimenta alcune fontane di Roma con tubature moderne e fa bella mostra di s a Fontana di Trevi.
Nel 1586 per volere di papa Sisto quinto (Felice Peretti, 1585-1590) fu costruito l'Acquedotto Felice, che riutilizz in parte le condotte dell'Aqua Alexandrina. Oggi, l'acqua che arriva in citt proviene dal sistema del Peschiera-Capore, il quale trasporta acqua di sorgente per circa 130 chilometri, sotterranei al 90%, con una portata di diciottomila litri al secondo. Fu iniziato nel 1935 e completato in fasi successive nel 1980. Intercetta l'acqua nella Sabina, dalle sorgenti presso i comuni di Salisano (Peschiera) e Frasso Sabino (Capore) in provincia di Rieti; entra a Roma da nord-est con mostra terminale nella fontana di piazzale degli Eroi.
Lungo la Passeggiata Archeologica, le Terme di Caracalla (211-217) rappresentano la testimonianza pi imponente e meglio conservata di queste strutture legate al mondo dell'acqua, che furono introdotte a Roma sin dal secondo secolo a.C., inizialmente come stabilimenti di ridotte dimensioni. Bench sia utilizzato durante il periodo estivo come palcoscenico musicale,  l'unico monumento che ci permette di ricostruire questo spaccato particolare e quotidiano della vita romana antica, giacch le altre terme ancora ben conservate e imponenti, quelle di Diocleziano (284-305) alla Stazione Termini, sono difficilmente comprensibili. Molti dei suoi spazi sono stati rioccupati da situazioni moderne: dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, ricavata nel 1562 nell'aula centrale (la basilica), ultimo grande progetto di Michelangelo Buonarroti (1475-1564), fino ad altre aree recuperate dal museo, detto appunto delle Terme, dall'Universit di Roma terzo e dalla chiesa di San Bernardo. Anche delle Terme di Traiano (98-117), sul Colle Oppio, abbiamo pochissime emergenze in alzato, sebbene ci resti l'imponente cisterna delle Sette Sale. Le Terme di Commodo (180-192) e quelle di Decio (249-251), invece, potrebbero essere nascoste, in parte, sottoterra.
Alcuni identificano quelle commodiane con i pochi resti che sono stati scoperti sotto la chiesa di San Cesareo. L'edificio di culto che s'incontra all'inizio di via di Porta San Sebastiano, a destra subito dopo l'ingresso del parco, fu edificato sui resti di un edificio termale romano del secondo secolo d.C. Nel sotterraneo c' un grande pavimento musivo in bianco e nero, perduto in molte parti, dove volteggiano leggiadri amorini, tritoni e nereidi. Oggi l'ipogeo  chiuso al pubblico. L'ambiente  formato da una vasta aula, che occupa tutto lo spazio sotto la chiesa odierna, ed  articolato in due vani divisi da tre colonne.
Quanto alle deciane, sull'Aventino, alcuni studiosi vogliono riconoscerle nella domus cosiddetta Privata Traiani, l'abitazione di famiglia dell'imperatore, che invece altri ritengono sia sotto la chiesa di Santa Prisca.
Meno funzionali al servizio della comunit rispetto agli acquedotti o alle stesse terme, molte fontane e ninfei arredavano Roma antica in forme architettoniche le pi fantasiose, ed erano cos numerose che il poeta Sesto Aurelio Properzio (50-15 a.C.) ricorda romanticamente che tutta la citt risuonava di acque dolcemente mormoranti. Sono i monumenti che hanno lasciato meno testimonianze materiali, ma le fontane di Roma sono celebri in tutto il mondo e con l'epoca barocca hanno conosciuto una vera e propria rinascita, ispirando geniali artisti e, pi tardi, musicisti come Ottorino Respighi (1879-1936), che nel 1916 ha dedicato alle Fontane di Roma un poema sinfonico.
E ancora, l'acqua romana ha fornito il suo contributo per la realizzazione delle antiche naumachie - imponenti spettacoli pubblici per ricordare i trionfi e le grandi battaglie navali che oggi solo a Las Vegas sanno riproporre - e, in tempi pi recenti, dal 1652 fino al 1866, per il lago di piazza Navona, che veniva allagata il sabato e la domenica di agosto per dare refrigerio ai romani e far divertire i nobili in carrozza.
Il mitreo Barberini
Piccolo, ma molto importante.
Il mitreo Barberini ha un fondale completamente affrescato, che lo avvicina al mitreo scoperto nell'estate del 1960 a Marino e a quello, anch'esso molto piccolo, di Santa Maria Capua Vetere. Ed  importante non solo per la rarit della decorazione, ma anche perch la pittura sembra illuminarci sulla mitologia e sul rituale del culto misterico. Anche il mitreo di Santa Prisca ha due pareti decorate con la rappresentazione della liturgia mitraica.
Come di consueto, il santuario si presenta come una sala rettangolare (11,85 x 6,25 m) con un'altezza di circa quattro metri e mezzo, con volta ad arco ribassato, nella quale sono inserite delle finestre a bocca di lupo. I banconi laterali hanno dimensioni diverse (quello a sinistra  pi largo di circa un metro) e sono decorati con immagini floreali, all'interno di rossi riquadri. Al centro dell'aula c' un'ara in muratura intonacata con un foro orizzontale passante.
Il mitreo  stato scoperto nel 1936 durante alcuni scavi tra via Quattro Fontane e via di San Nicola da Tolentino, alle spalle di Palazzo Barberini. Verso il terzo secolo d.C. l'aula di culto si inser in un ambiente di una casa romana del secondo secolo d.C.
L'importanza di questo piccolo mitreo risiede proprio nella pittura parietale di fondo, dove l'iconografia di Mitra viene rappresentata ricca di particolari. Il quadro centrale  sormontato da una volta dipinta con due linee curve, nelle quali ci sono i segni dello Zodiaco, al centro c' la figura leontocefala di Saturno-Chronos in piedi sul globo terrestre. La scena  completata da fasce laterali suddivise in cinque registri, che raccontano gli episodi della vita della divinit e i suoi miracoli, come quello in cui fa scaturire l'acqua dalla roccia scagliandole contro una freccia. Le scenette vanno lette partendo da sinistra, dall'alto in basso, e proseguendo a destra dal basso in alto. Nel racconto di sinistra troviamo tre aspetti importanti della vita di Mitra: la nascita prodigiosa dalla pietra, il prodigio dell'acqua, e l'attimo che precede il suo eroismo, cio il trasporto del toro selvaggio dentro la grotta per celebrare il sacrificio. La fascia seguente mostra alcune scene d'iniziazione: il patto di alleanza e l'agape con il Sole, infine il banchetto celeste di ammissione alla societ.
Le storie fanno da corona alla scena madre, che diventa cos la cerniera del racconto. Mitra che sgozza il toro indossa una tunica e il berretto frigio di colore azzurro, con un manto rosso su fondo chiaro. Il suo sguardo assorto, coinvolto in un muto dialogo con il Sole,  volto verso l'astro luminoso, collocato sempre alla sua destra in alto. Alla sua sinistra la Luna osserva la scena. Nella scenografia compaiono anche i due dadofori, Cautes e Cautopates. Bench rovinato e di fattura non particolarmente pregevole, c' nella scena un movimento vitale, che si coglie non solo nel suo manto svolazzante, ma anche nella lunga e sinuosa linea del serpente e nella sagoma del toro, che viene dipinto in maniera compendiaria, ma efficace. Il gruppo pittorico s'inscrive saldamente in un triangolo equilatero.
Oggi, accanto alle varie teorie formulate nel tempo, possiamo interpretare il mitraismo anche alla luce dell'archeoastronomia. Secondo alcuni studiosi i misteri mitraici nasconderebbero un codice astronomico, che farebbe riferimento a un avvenimento e a una determinata posizione dell'equatore celeste databile a circa il 2000 a.C. L'iconografia di Mitra che uccide il toro corrisponderebbe a una precisa mappa stellare in cui l'animale rappresenta la costellazione del Toro, che in quel momento si trovava sotto quella di Perseo. Anche le altre figure - il corvo, lo scorpione, il serpente e il cane - sarebbero costellazioni che, nell'affresco mitraico, sono dipinte nella stessa sequenza in cui si trovavano nel cielo a quella data.
La cripta dei Cappuccini
Viste da lontano sembrano ricercati stucchi ornamentali color seppia. Viste da vicino trasformano sorprendentemente la loro apparenza e si rivelano per quello che realmente sono: ossa umane, sistemate in modo da formare singolari decorazioni geometriche o floreali sulle volte e sulle pareti di cappelle cimiteriali.  la cripta dei Cappuccini sotto la chiesa di Santa Maria della Concezione a via Veneto 27, nei pressi di piazza Barberini e all'inizio della mitica via della Dolce vita, che ha fatto da sfondo scenografico alle star del cinema italiano negli anni Sessanta del Novecento.
 un monumento davvero inconsueto quello che si visita in via Veneto: teschi e scapole composti insieme a somiglianza degli angioletti alati che ornano le immagini di Maria; tibie e femori usati per creare arcosoli e giacigli funebri; ossi sacri impiegati per realizzare lampadari, oggi perfettamente funzionanti; mandibole per decorazioni triangolari; costole e vertebre per ricreare immagini floreali e stelle ad otto punte, simbolo di Maria, stella del mattino, e ancora vertebre per sottolineare le volte ad arco delle cappelle sotterranee.
Chi decise circa tre secoli fa di realizzare questo memento mori? E a chi appartengono le ossa impiegate per questo monumento, creato con un gusto che lo avvicina al rococ, solo per la sua somiglianza con ambienti rocciosi, e non certo per la sua levit?
Una leggenda, priva di fondamento storico, narra che fu opera di un frate artista che faceva parte di un gruppo di cappuccini francesi fuggiti a Roma al tempo del terrore (1793-1794), il quale, rifugiatosi con i suoi confratelli nel convento di via Veneto, catalog e ricompose le ossa che si trovavano raccolte in questo cimitero. Altri formulano l'ipotesi che la cripta sia stata invece realizzata tra il 1732 e il 1775, e fanno i nomi di altri personaggi, come padre Raffaele da Roma, pittore cappuccino morto a Roma nel 1805, o l'austriaco padre Norberto Baumgartner (1710-1773), anch'esso frate e pittore, del quale  sicura la sua presenza nel convento nel 1745, o anche Ennemond Alexandre Petitot (1727-1801), a Roma dal 1746 al 1750.
Quando nel 1631 i frati cappuccini trasferirono la loro sede dal convento di San Bonaventura al Quirinale a quello di piazza Barberini, fecero anche una traslazione delle ossa che si trovavano nel cimitero del loro precedente monastero. Fra Michele da Bergamo, che organizz il trasloco della comunit, nelle sue Memorie scrive che sped ogni cosa in breve tempo e che furono necessarie ben 300 carette; in alcune vi erano i resti dei frati cappuccini, che vennero ammassati nei locali sotto le cappelle di destra della chiesa.
La Cripta dei Cappuccini. Incisione da La patria di Gustavo Stafforello.
Comunque sia, a vedere il monumento,  difficile pensare che sia stato realizzato in modo occasionale e lasciato solo all'iniziativa estemporanea dei frati cappuccini. Tutto l'ambiente funerario, infatti, sembra essere stato concepito come un piano di lavoro unitario, al quale evidentemente lavorarono molti frati, come operai-artisti, che dapprima selezionarono il materiale, suddividendolo per categorie, e poi realizzarono il progetto.
La grande affluenza di pubblico italiano e straniero che affolla il cimitero smorza l'impatto macabro che pu suscitare, a prima vista, un simile monumento, e la presenza di molte persone attenua, forse, il brivido; come a dire mal comune, mezzo gaudio. Certo  che qualche anno fa, quando la cripta era nota a pochi, scendere laggi in solitaria faceva tutto un altro effetto. Le cappelle funerarie in penombra, la presenza delle mummie dei cappuccini sdraiate o in piedi, vestite con il loro saio, incuteva un certo timore e faceva meditare, come invita a tutt'oggi anche un'epigrafe messa in bella vista nella cappella cosiddetta dei tre scheletri: quello che voi siete eravamo, quello che noi siamo sarete.
Nei secoli scorsi, famosi turisti stranieri camminarono lungo lo stretto corridoio con le cappelle da un lato, lasciandoci le loro impressioni. Secondo il marchese Franois de Sade (1740-1814), che soggiorn a Roma tra l'ottobre del 1775 e il gennaio del 1776, si tratta di un monumento funebre degno di uno spirito inglese [...] nicchie, volte, ornamenti di soffitti, lampade, croci e cos via: il tutto impiegando ossa e teschi, e ricordando gli scheletri dei cappuccini scrive che ognuno di loro  occupato in qualche cosa, a predicare o a pregare, aggiungendo che non ha mai visto nulla di pi impressionante. Anche Hans Christian Andersen (1805-1875), la penna creatrice della Sirenetta e altre fiabe per bambini, venne a vedere la cripta in uno dei suoi quattro viaggi a Roma tra il 1833 e il 1861, scrivendo un racconto immaginario che ha sullo sfondo proprio la chiesa e la cripta dei cappuccini. Della Cappella mortuaria dei Cappuccini scrive anche Ferdinando Gregorovius (1821-1891) che, spinto da una predica sul Purgatorio ascoltata nel Pantheon, decise di visitare i cimiteri sotterranei di Roma.
La cripta dei cappuccini  composta di un corridoio di circa trenta metri lungo il quale si aprono sei cappelle; cinque sono luogo di sepoltura dei frati cappuccini, mentre la sesta, nella quale si celebra la messa, ospita le sepolture di uomini e donne laici.  l'unica cappella nella quale non ci sono ossa in vista. La porta chiusa in fondo al corridoio era l'originario ingresso alla cripta, cui fino al 1962 si accedeva dalle scale a destra del coro della chiesa; nel 1970 furono messe le inferriate e le reti di protezione.
Quasi ogni stanza ha un nome specifico, che generalmente deriva dalla tipologia di ossa che  maggiormente utilizzata. La prima  chiamata della Resurrezione, perch nella parete in fondo  collocata una tela dipinta con la resurrezione di Lazzaro, la cui cornice  stata realizzata con ilei e ischi, teschi e ossa lunghe. La cappella successiva  dedicata alla preghiera e ospita le sepolture degli esterni. Da notare sulla sinistra la lapide che ricorda Maria Felice Peretti, una devotissima benefattrice dei cappuccini morta nel 1656, la data pi antica del cimitero, della quale  conservato il cuore in un involucro di piombo. La successiva cripta dei teschi sviluppa il tema del cranio. Nella nicchia centrale  rappresentata una clessidra alata, che simboleggia il tempo che vola e se ne va. Segue la cripta dei bacini, nel cui soffitto campeggia un grande rosone realizzato con ossi sacri, scapole e vertebre. La cripta delle tibie e dei femori  un ambiente funerario doppio; nella parete centrale  rappresentato il simbolo dell'ordine francescano: il braccio nudo di Cristo e quello vestito di san Francesco, sormontato da una corona. Infine la cripta dei tre scheletri, detta anche dei Barberini, perch qui si trovano le strutture ossee di tre giovani della nobile famiglia. Due appartengono ai principi gemelli morti a dodici anni; sorreggono con una mano un cranio alato, mentre lo scheletro di sinistra ha in mano un piccolo stendardo con le parole: legittime/denotat/1764. Nella volta, all'interno di un clipeo c' invece quel che resta della principessa Anna Barberini, nipote di Urbano viii, che regge una falce con la mano destra e una bilancia con la sinistra. Nel corridoio all'altezza di questa stanza  stato costruito un orologio con vertebre, ossa del piede e delle dita. Le ore sono segnate da un'unica lancetta, Tempo ed Eternit, usando l'osso sternale.
Tutte le cappelle funerarie sono chiuse da una cancellata, il pavimento  in terra battuta, che la tradizione dice proveniente dalla Terrasanta, e contiene delle tombe terragne con delle croci e un'etichetta che indica, laddove possibile, il nome del defunto. Nelle pareti laterali sono stati ricavati degli arcosoli, sui quali sono poggiate in posizione di riposo alcune mummie di frati con il saio. In altri casi le mummie sono state collocate nella parete in fondo, in piedi, nell'atto di camminare o di pregare.
In questo cimitero si trovano le ossa di circa quattromila frati morti tra il 1525 e il 1870. Molte provengono dalle riesumazioni del precedente cimitero. In ogni caso l'ambiente non  molto vasto, quindi le salme erano dissotterrate periodicamente per seppellirvi i morti recenti. Sulla piccolezza del cimitero e sulla necessit di riesumare i frati, l'autore inglese Nathaniel Hawthorne (1804-1864) scriveva che la confraternita usava liberare le tombe pi vecchie degli scheletri sepolti da pi tempo per deporvi un nuovo dormiente. Perci, - diceva con sagacia - ognuno dei buoni frati, a turno, si gode il lusso di un letto consacrato, anche se l'accompagna la lieve seccatura d'esser costretto ad alzarsi prima dell'alba, per cos dire, e cedere il posto al nuovo locatario.
Tra le altre persone tumulate in questo cimitero, stando al Catalogo dei morti, nell'elenco dei secolari laici, dall'11 settembre 1646 all'8 aprile 1868, troviamo veramente una varia umanit: principesse e marchesi, baroni e fattori, medici e cavalieri, elemosinieri e facchini valtellinesi, e poi ancora garzoni, avvocati, benefattori. Ci sono anche un nobile persiano convertito, un oste alla Barcaccia, alcune vedove. Persone provenienti da tutte la parti d'Italia e d'Europa: romani, bolognesi, torinesi, perugini, marchigiani, un oriundo siciliano, ma anche spagnoli e francesi.
La visita alla cripta deve essere anche l'occasione per vedere la chiesa soprastante, dedicata alla Immacolata Concezione, ricca di opere d'arte del barocco romano. Nella prima cappella a destra vi si trova un'opera sublime del Guido, cio Guido Reni, chiamato confidenzialmente cos dal marchese De Sade nelle sue memorie, il quale dipinge l'arcangelo Michele mentre combatte con il diavolo. Il nobile personaggio ricorda anche un bel dipinto di Pietro da Cortona, il cui soggetto  San Paolo. La tela che rappresenta il battesimo di Saulo da parte di Anania si trova nella prima cappella a sinistra, di fronte a quella di Guido Reni. Gli altri pittori dell'epoca barocca che hanno lasciato le loro opere in questa chiesa sono Domenichino (1581-1641), Giovanni Lanfranco (1582-1647) e Andrea Sacchi (1599-1661).
La basilica fu fatta edificare dal cardinale cappuccino Antonio Barberini, fratello di papa Urbano viii, che benedisse la prima pietra il giorno della festa di San Francesco, il 4 ottobre 1626, e che vi offici la prima messa l'8 settembre 1630. Anche il progetto dell'edificio  opera di un frate cappuccino, l'architetto Michele da Bergamo (1641), che abbiamo gi ricordato.
Gli Horti Sallustiani
Quel che resta dei magnifici Horti Sallustiani  oggi sprofondato 15 metri sotto il livello stradale, ma a cielo aperto, al centro di piazza Sallustio. Nell'antichit questo sito era il punto panoramico e dominante della vallata in cui s'incontravano il Colle Quirinale e il Pincio, mentre il resto del territorio scendeva gradualmente verso ovest, come si pu constatare anche oggi camminando lungo via Sallustiana o via di San Nicola da Tolentino verso via Veneto. La conca - in fondo alla quale fluiva l'Aqua Sallustiana - fu colmata alla fine dell'Ottocento, quando iniziarono i grandi lavori di urbanizzazione del quartiere Sallustiano-Ludovisi, che in un primo momento interessarono solo l'asse viario di via 20 Settembre, con la costruzione del ministero delle Finanze; in seguito si estesero anche alla zona di piazza Sallustio.
Nel territorio compreso tra le Mura Aureliane (nord) e via 20 Settembre (sud), tra via Piave (est) e via Veneto (ovest), si estendevano i fastosi Horti Sallustiani, confinanti con gli Horti Luculliani. L'imponente residenza suburbana, di cui Cesare (100-44 a.C.) fu il primo proprietario, prese il nome dallo storico Gaio Sallustio Crispo (86-34 a.C.), che l'aveva acquistata. Forse all'epoca dell'imperatore Tiberio (14-37) la propriet pass al demanio imperiale e in seguito fu continuamente ingrandita e restaurata, soprattutto nel secondo e nel terzo secolo da Adriano (117-138) e Aureliano (270-275). Quest'ultimo realizz un maneggio, dove poteva cavalcare, e la Porticus miliariensis, che era un organismo costituito da un insieme di portici, giardini e galoppatoi. Vi dimorarono diversi imperatori e nel 98 d.C. vi mor Nerva (96-98).
Come racconta lo storico Procopio di Cesarea (500-565), la decadenza degli edifici e della propriet fu causata dal sacco di Alarico che nel 410, entrando a Roma dalla Porta Salaria, devast la villa, che poi non fu pi restaurata.
I ruderi imponenti e ben conservati che si scorgono a piazza Sallustio sono i resti di un edificio datato alla fine del regno di Adriano (dopo il 126 d.C.), con alcuni restauri di Aureliano. Era costruito in laterizio e si appoggiava al taglio della collina con effetto scenografico.
Gli ambienti sono articolati su due livelli e gravitano attorno a una grande sala rotonda, alta poco pi di tredici metri con un diametro di undici, coperta da una cupola realizzata in modo piuttosto originale, con spicchi alternativamente piani e concavi. All'interno si aprono delle nicchie. Il pavimento e i tramezzi erano rivestiti con lastre di marmo, di cui restano soltanto le tracce e sui muri solo i fori di fissaggio, mentre la parte superiore e la cupola erano in stucco. La sala era preceduta da un atrio e seguita da un disimpegno, che introduceva in un locale rettangolare. Da qui si accedeva ad altre zone minori attraverso alcune porte laterali.
Gli Horti Sallustiani in una stampa secentesca.
L'edificio doveva essere una grande sala per banchetti, utilizzata durante la bella stagione. Per la sua funzione e per le forme architettoniche della cupola si pu assimilare al Serapeo di Villa Adriana, il ninfeo che chiude la lunga piscina del Canopo, considerato anch'esso una monumentale coenatio estiva.
Osservando la facciata della rotonda si vedono altri fabbricati addossati al corpo centrale. L'ambiente di sinistra  un palazzetto comunicante con la sala circolare, di cui restano due piani e la scalinata. Quello di destra  un settore composto di vari ambienti. Una zona irregolare e in parte scoperta precede un edificio a pianta semicircolare incassato nella collina con una scalinata, due stanze e una latrina. La facciata rettilinea, in origine forse dipinta,  stata molto restaurata nell'Ottocento.
Altri resti degli Horti Sallustiani si nascondono sotto il Pontificio Collegio Germanico-Ungarico, all'angolo tra via San Nicola da Tolentino e via Bissolati; qui si trova un'imponente cisterna di epoca adrianea.  suddivisa in due piani; il primo, alto circa due metri, ha la funzione di sostruzione del secondo, che  composto di quattro navate parallele e intercomunicanti lunghe circa quaranta metri e alte poco pi di tre.
Nel garage dell'Ambasciata americana, invece, ci sono resti di un criptoportico con pitture del terzo secolo d.C., mentre in via Lucullo  stato ritrovato un muro a nicchie, forse un ninfeo che si fa risalire a epoca repubblicana. Intanto, alcuni lavori di sistemazione di Porta Pinciana (2006) hanno portato a nuove scoperte, che si ritengono pertinenti agli Horti Sallustiani, come il giardino romano di piazza Fiume. In via Veneto, all'altezza di via Sicilia,  tornato alla luce un muro e un'antica pietra in granito, che per si ritiene possa essere stata un riutilizzo.
Un altro reperto degli Horti Sallustiani, ma non sotterraneo,  l'obelisco che dal 1789 sovrasta la scalinata di Trinit dei Monti.  una copia di quello egiziano (Ramsete ii) oggi a piazza del Popolo, che era stato portato a Roma da Augusto e sistemato al Circo Massimo. L'obelisco degli horti fu scoperto nel 1912 tra via Sicilia e via Sardegna alle spalle dell'Istituto Archeologico Germanico. Forse fu collocato sulla spina della Porticus miliarensis di Aureliano. Il suo basamento in granito si trova invece nel giardinetto dell'Aracoeli, al Campidoglio.
Dagli Horti Sallustiani provengono molte opere d'arte oggi esposte nei musei romani, come il cosiddetto Trono Ludovisi e la grande testa marmorea femminile, probabilmente appartenente ad una dea. Entrambe le opere provengono forse dal Tempio di Venere Erycina costruito tra il 184 e il 181 a.C., che poi entr a far parte degli Horti Sallustiani. Da questa zona provengono anche le statue del Galata morente e del Galata suicida, copie romane degli originali bronzei pergameni di epoca ellenistica, oggi presso i Musei Capitolini e il Museo Nazionale Romano. Da un'iscrizione, invece, sappiamo che negli orti c'era un altro tempio dedicato alla Venere degli Horti Sallustiani: quest'ultimo potrebbe essere un piccolo edificio rotondo, visto nel sedicesimo secolo tra via Sicilia e via Lucania, di cui abbiamo la pianta disegnata da Pirro Ligorio (1513-1583).
L'ipogeo di via Livenza
Nel 1923 tra via Livenza e via Po, in occasione dei lavori di sterro per la realizzazione di una palazzina, fu scoperta una costruzione a pianta basilicale, sotterranea gi dall'antichit, lunga ventuno metri per sette, con delle aperture che conducevano in altri vani laterali obliterati o distrutti dalle costruzioni superiori. Il monumento  stato variamente interpretato come un battistero a immersione o come un santuario frequentato da aderenti a un culto misterico o, secondo una delle ultime interpretazioni, come una fontana monumentale.
Il ritrovamento di un bollo con il monogramma costantiniano, che costituisce un terminus post quem, colloca cronologicamente l'edificio alla seconda met del quarto secolo, come sembrerebbe confermare anche l'utilizzo dell'opera listata, una tipologia di paramento, in cui si alternano fasce orizzontali di mattoni con parallelepipedi di tufo. Questa tecnica edilizia fu introdotta all'inizio del quarto secolo, prolungandosi per tutto il 300; a Roma, in particolare, caratterizza l'epoca di Massenzio (306-312) e di Costantino (306-337).
Anche se rimane abbastanza da stupire ancora il visitatore della Roma sotterranea, l'edificio  stato irrimediabilmente danneggiato dalle strutture moderne, e quel che rimane  una piccola porzione di forma trapezoidale, che non finisce di creare problemi interpretativi agli archeologi che studiano il monumento.
L'ipogeo  inserito in un ambiente funerario, perch si trova nell'area un tempo occupata dalla necropoli della via Salaria, andata completamente perduta; l'unico monumento che testimonia ancora oggi l'antico cimitero  il mausoleo di Lucilio Peto, poco lontano.
Come detto, l'impianto era sotterraneo sin dall'antichit; oggi si raggiunge a circa nove metri di profondit rispetto al piano stradale, ma anche in antico doveva trovarsi a una quota simile. All'interno del piccolo spazio si accede tramite una profonda scala restaurata ai giorni nostri, ma che, da un certo punto in poi, mantiene ancora la maggior parte dei gradini originali.
Ai piedi della scala, sulla sinistra, si apre un vano quadrangolare, nel quale  contenuta una piscina rettangolare (2,90 x 1,70 m) appoggiata alla parete di fondo con il lato corto e incassata nel terreno per circa tre metri. Per la sua manutenzione si scendeva tramite quattro gradini ancora in situ. Il bordo della vasca, solo sui lati lunghi,  in marmo; era alimentata da una cascatella d'acqua, mentre una saracinesca, di cui vediamo ancora le scanalature, aveva il duplice scopo di funzionare come troppopieno e di consentire lo svuotamento della piscina attraverso il suo sollevamento. Questo fontanile monumentale era separato dal resto dell'ambiente da alcune transenne di marmo traforato ritrovate nello scavo, e oggi conservate all'interno del sotterraneo.
Sopra la vasca, sul fondale, c' un muro arcuato, che nasconde parte della parete che ha una nicchia decorata con finte lastre di marmo; nella calotta superiore  rappresentato un kantaros, al quale si abbeverano due uccelli. Nei muri di risulta laterali sono state dipinte delle scene silvestri con Diana cacciatrice. A sinistra la dea, vestita con un chitone rosso,  colta nell'atto di prendere una freccia dalla faretra che porta sulle spalle, mentre ai suoi lati due cervi stanno fuggendo. A destra, invece, una ninfa o forse la stessa Diana, sempre in chitone rosso, incede nel bosco accarezzando un capriolo alla sua destra.
Le pareti laterali sono decorate con un mosaico, del quale resta soltanto la parte inferiore della parete di sinistra, ma quel poco che resta consente di interpretare inequivocabilmente la scena, nella quale sono rappresentati due personaggi: uno, in tunica corta, inginocchiato, sta bevendo da una sorgente rupestre, mentre alle sue spalle s'intuisce un'altra figura, stante, con tunica e sandali. Gli studiosi di arte cristiana hanno interpretato questa scena come il miracolo della fonte, quando Mos-Pietro, facendo scaturire l'acqua da una roccia, disset il centurione convertito. Nello zoccolo sotto il mosaico c' un affresco molto rovinato, con degli amorini che giocano in un ambiente acquatico.
Le problematiche ancora irrisolte di questo monumento dell'antichit sono diverse.
In primis la questione iconografica: come s'intuisce dalle immagini, qui convivono tematiche pagane con soggetti cristiani. Inoltre, dal punto di vista architettonico, la fontana e la sua abside sono decentrate rispetto ai muri laterali, perch la piscina  spostata verso destra. Nello stesso tempo  anche disassata nei confronti del muro arcuato che le  stato costruito davanti. Soprattutto quello che ancora rimane oscuro  la sua funzione e il suo rapporto con il sopratterra.
A quest'ultima domanda  ancora difficile dare una risposta, almeno fino a quando gli studi in corso non aggiungeranno qualcosa di nuovo alle attuali conoscenze. Pi comprensibile invece la commistione di scene pagane e cristiane, che a met del quarto secolo si possono trovare anche in altre situazioni. Basti pensare all'ipogeo di via Dino Compagni, una piccola catacomba di diritto privato dove miti greco-romani convivono con scene bibliche e neotestamentarie.
Infine, proprio il disassamento della piscina e dell'abside fanno ipotizzare la preesistenza di una sorgente o di una fontana, che venne in seguito monumentalizzata con l'aggiunta di nuovi apparati murari e decorativi. D'altro canto le pitture cos in contrasto tra di loro dal punto di vista ideologico sembrano invece trovare un unico comune denominatore proprio nell'acqua, alla quale fu dedicato questo monumento.
Il mausoleo di Lucilio Peto
Il Mausoleo di M. Lucilio Peto, della gens Lucilia, si trova nel tratto urbano della via Salaria prima dell'incrocio con via Po. Tribuno militare, prefetto dei fabbri e della cavalleria, lo fece costruire per s e per la sorella, Lucilia Polla, mentre era ancora in vita. L'attribuzione a questo facoltoso personaggio si desume dall'epigrafe sulla lastra marmorea, affissa sul fronte est del sepolcro.
Il monumento era sepolto sotto la vigna del cavaliere Cesare Bertone e torn alla luce nel 1887, durante la costruzione di un muro di cinta. L'area archeologica si trova al centro di un avvallamento del terreno profondo circa sei metri, raggiungibile con due rampe di scale realizzate nel 1925.
La sua forma architettonica rispetta la tipologia delle tombe a tumulo con tamburo circolare (34 metri di diametro), perci assomiglia a un cilindro rivestito con un paramento in blocchi di travertino;  composto di un anello esterno e uno interno, ammorsati tra di loro a intervalli regolari. Il monumento, alto sedici metri, si trovava al centro di un recinto di cui resta un filare in blocchi di tufo, orientato nord-sud. Il mausoleo era verosimilmente coperto da un tumulo di terra conico arredato con delle piante, che lo faceva somigliare a una piccola collinetta verde.
Per accedere alla camera funeraria si percorre un corridoio con volta a botte intonacato in bianco e pavimentato con un battuto di calce, che ha l'ingresso sul lato ovest del monumento. L'aula  a pianta cruciforme coperta a crociera; i letti funerari, anch'essi in cementizio dealbato del tipo a kline, erano collocati nelle tre nicchie della stanza; in situ vediamo solo l'esemplare nella nicchia settentrionale. Il mausoleo  datato tra la media-tarda et augustea e faceva parte della Necropoli Salaria; con il vicino ipogeo di via Livenza, resta testimone dell'area funeraria completamente distrutta agli inizi del ventesimo secolo per i lavori di urbanizzazione.
Nel quarto secolo cinque piccoli sepolcri ipogei si addossarono all'esterno del tamburo. Nell'ambiente interno del mausoleo si ricavarono loculi e formae, che lo trasformarono in una piccola catacomba, della quale  difficile stabilire il culto per mancanza di elementi indicativi. Si trattava comunque di una comunit esigua (solo ottanta le sepolture), composta di persone umili; le loro tombe sono povere e prive di decorazioni pittoriche. Nei secoli successivi il sepolcro fu spoliato dei materiali lapidei e le sepolture violate.
La Necropoli Salaria, secondo Rodolfo Lanciani (1845-1929), fu completamente interrata in epoca traianea; egli ritiene che in quest'area sarebbero state scaricate le terre provenienti dallo sbancamento della sella tra il Campidoglio e il Quirinale, per la costruzione del Foro di Traiano.
Il mausoleo fu occupato anche durante la seconda guerra mondiale, come sembra testimoniare un cunicolo posteriore al 1940, scavato oltre la nicchia sud della camera sepolcrale.
La catacomba di Priscilla
Spesso all'origine delle catacombe ci sono diversi nuclei funerari primitivi, ognuno con proprio ingresso indipendente, che in seguito vengono collegati tra di loro per diventare un unico cimitero comunitario.  il caso della catacomba di Priscilla sulla via Salaria, nei pressi del parco di Villa Ada, una delle catacombe romane aperte al pubblico pi interessanti e ricche di emergenze storiche, architettoniche e pittoriche.
A dare inizio a questo cimitero furono cinque settori, di cui ricordiamo solo i quattro pi importanti: l'Arenario, la regione del Criptoportico, il cosiddetto ipogeo di Eva e l'ipogeo degli Acilii. In questa catacomba trovarono sepoltura moltissimi pontefici e tanti martiri della Chiesa, che furono uccisi soprattutto durante la persecuzione di Diocleziano (284-305), l'ultima e pi violenta azione di repressione contro i cristiani.
Tra i papi ricordiamo Marcellino (296-304), Marcello (308-309), Silvestro (314-335), Liberio (352-366), Siricio (384-399), Celestino (422-432), Vigilio (537-555). Quanto ai martiri, i nomi citati dagli itinerari altomedievali sono veramente numerosi: Felice e Filippo, due dei sette figli di Felicita, la cui catacomba  ricordata anch'essa sulla via Salaria; Crescenzione, Prisca, Pudenziana e Prassede, Paolo, Mauro, Semetrio.
La visita alla catacomba inizia con l'Arenario (un'antica cava di pozzolana riutilizzata a scopo funerario), datato all'epoca di Caracalla (211-217), nel quale si trovano iscrizioni con formulari molto semplici, dipinte con vernice rossa su tegole che furono utilizzate per la chiusura dei loculi.
In questa zona delle catacombe di Priscilla, si trova l'immagine pi antica della Vergine Maria, visibile in fondo alla galleria dei sarcofagi. In una nicchia intonacata e abbastanza rovinata, si pu ammirare la Madonna seduta con il Bimbo in braccio. Accanto a loro il profeta Balaam (o forse Isaia), che indica una stella. La pittura  datata tra il secondo e il terzo secolo (epoca severiana, 193-235). Un'altra pittura, anch'essa poco conservata, mostra il Buon Pastore in un giardino.
Ancora nell'Arenario, ma in altro settore, nel cubicolo della Velata, c' un secondo dipinto molto famoso. La cappella prende il nome proprio dalla donna affrescata al centro di una tomba importante, un arcosolio, atteggiata nel tipico atteggiamento dell'orante: braccia aperte con il palmo della mano rivolto in alto e il capo coperto da un velo. Accanto sono dipinte due scene di vita, le nozze e la maternit, probabilmente della stessa defunta. Il resto dell'ambiente reca affreschi desunti dall'Antico Testamento, con evocazioni salvifiche: i tre giovani ebrei nella fornace e il sacrificio di Isacco, tutti salvati per intercessione divina; Giona rigettato dal mostro marino dopo tre giorni, il quale, oltre al concetto salvifico, richiama la resurrezione di Cristo. Nella volta c' un giovane Buon Pastore in un ambiente idilliaco-pastorale. Lo stile delle pitture, che si rif a modelli classici, e le immagini, che sprigionano una forte espressivit, fanno datare gli affreschi all'epoca di Gallieno (253-268).
Papa Silvestro i in un'incisione tratta da Vite dei pontefici
del Platina (1715).
La catacomba di Priscilla si articola su due piani; le gallerie si sviluppano per circa tredici chilometri, con un andamento piuttosto irregolare, dovuto certamente al fatto che origina da pi nuclei collegati in un secondo momento.
La regione del Criptoportico si sviluppa da una grande cisterna, alla quale fu addossato, con funzioni di atrio, un portico sotterraneo, da cui si diramano alcune gallerie. Il pozzo dell'acqua continu a essere utilizzato sia per le attivit edilizie che per la manutenzione delle tombe.
Sul Criptoportico si affaccia la Cappella Greca che deduce il suo nome da due iscrizioni in lingua ellenica dipinte in una nicchia.  un ambiente particolarmente affascinante per la sua architettura e per le sue pitture in stile pompeiano, con finto marmo e stucchi. Nel fondale si trovano tre nicchie per sarcofagi, mentre sul lato sinistro c' un bancone in muratura utilizzato per il rito del refrigerio, una sorta di picnic che i parenti del defunto celebravano nei pressi delle tombe dei propri cari.
Nelle pareti sono affrescati diversi episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento, che evocano la salvezza dell'anima. L'immagine pi importante si trova nella parete sopra la nicchia centrale:  la cosidetta Fractio Panis, dipinta su fondo rosso. Attorno alla tavola ci sono sette personaggi, tra cui una donna con il capo velato, e un uomo. La mensa  imbandita con pani, pesci e un calice, forse con del vino. La scena, che allude forse al banchetto celeste, fa pensare al rito della comunione.
A destra della Cappella Greca si trova un ambiente ottagonale con nicchie, che ospit probabilmente delle tombe importanti, chiamato Ninfeo, e per molto tempo ritenuto pertinente a una domus romana. Dirigendosi verso un altro spettacolare ambiente delle catacombe di Priscilla, l'ipogeo degli Acilii, si passa attraverso il cosiddetto ipogeo di Eva, una galleria con grosse nicchie alle pareti in cui  stata riconosciuta una figura della progenitrice.
In un primo momento si ritenne che l'ipogeo degli Acilii appartenesse a questa famiglia, per la presenza di numerose iscrizioni con il loro nome databili al secondo secolo d.C., ma l'ambiente funerario sembra essere di epoca posteriore (inizi del terzo). Il sotterraneo sfrutt una cisterna e alcune gallerie idrauliche; all'inizio del quarto secolo fu arricchito con marmo e decorato con mosaici. Resta ben poco di questo ambiente.
Nel sopratterra, la trasformazione pi importante fu realizzata da papa Silvestro (314-335), che presumibilmente fece edificare una chiesa cimiteriale sulle tombe di Felice e Filippo. Sicuramente papa Damaso (366-384) sesto fece degli interventi, come testimoniano due iscrizioni in onore dei due martiri. Papa Silvestro fu sepolto proprio in questa basilica, poi conosciuta con il suo nome. Nel sesto secolo il complesso monumentale era noto come Coemeterium Priscillae ad Sanctum Silvestrum. Secondo un'antica tradizione nell'ottavo secolo le sue reliquie furono traslate nella chiesa di San Silvestro in Capite, anche se altri ritengono che invece i suoi resti si trovino all'abbazia di Nonantola.
Un'ultima rapida discesa nella catacomba consente di dare uno sguardo al cubicolo di Crescenzione, sotto la basilica subdiale, un martire evidentemente molto popolare, se si considerano i tanti graffiti che invocano il suo nome lasciati sulle pareti.

8. DA PIAZZA VENEZIA A VIA NOMENTANA.

NOTIZIE STORICHE

Via Nazionale, via Venti Settembre, piazza della Repubblica, via Nomentana.

Nella notte dei tempi l'odierna via Nazionale era un avvallamento che partiva forse dalle Terme di Diocleziano, o probabilmente un poco pi avanti, all'incrocio con via Firenze, lungo il quale scorreva un torrente che svoltava all'altezza di via dei Serpenti per andare a confluire, con altri rami d'acqua, a valle verso il Foro Romano.
Sulla scorta di numerose perforazioni eseguite per comprendere la geologia del territorio,  emerso che moltissime aree sono costituite da materiale di riporto che poggia su uno strato vulcanico. Questo si era formato con le eruzioni piroclastiche del sistema dei Colli Albani, che si depositarono su una stratificazione di origine fluvio-lacustre costituita da argille e ghiaie e che, a sua volta, poggia su un substrato di origine marina.
Particolarmente rilevante  la situazione dei Giardini del Quirinale. Qui c'era un piccolo rilievo fatto livellare da papa Urbano ottavo (1623-1644) riempiendo con il terreno di risulta la piccola valle tra i giardini e via delle Quattro Fontane. Si legge in una celebre iscrizione andata perduta, della quale ci resta un disegno: Urbano ottavo pontefice massimo [...] estese l'area del giardino [...], che livell da una parte sollevando la superficie della profonda valle, dall'altra abbassando la sommit del colle....
La moderna via Nazionale, tra piazza della Repubblica e largo Magnanapoli, ripercorre la parte pi alta del vicus Longus, che collegava attraverso la depressione esistente tra i colli Viminale e Quirinale la cima di quest'ultimo con la Suburra.
Alla fine dell'Ottocento fu progettata come un ampio rettilineo che doveva congiungere la Stazione Termini con il Tevere, dove sulla riva destra era in corso l'urbanizzazione dei Prati di Castello, al quale si giunse qualche anno pi tardi con corso Vittorio Emanuele ii, che da piazza Venezia arriva, appunto, al fiume.
Durante i lavori di sbancamento all'altezza di Villa Aldobrandini, della quale si sacrific parte del giardino, si ritrovarono (1875) i resti della Porta Sanqualis delle Mura Serviane, da dove usciva l'Alta Semita (oggi ripercorsa da via Venti Settembre e da via del Quirinale), la pi importante arteria stradale del colle; si tratta di alcuni filari, forse laterali, di blocchi di tufo, che si possono vedere in parte nascosti tra le palme nane che vegetano nell'aiuola centrale di largo Magnanapoli.
Il nome Sanqualis deriverebbe dalla presenza di un vicino santuario (collocabile presso la chiesa di San Silvestro al Quirinale), dedicato a un'antica divinit di origine sabina: Semo Sancus Dius Fidius; la tradizione narra che in epoca arcaica il colle fosse abitato dai Sabini di Tito Tazio, che avrebbe fondato il culto. Il santuario, invece, andrebbe assegnato a Tarquinio il Superbo; all'interno ci sarebbe stata una statua bronzea in cui s'identificava la moglie di Tarquinio Prisco, Tanaquil.
Un altro pregevole resto delle mura si trova all'interno di Palazzo Antonelli, all'angolo tra largo Magnanapoli e via xxiv Maggio. Appena superato l'androne del palazzo nobiliare, ai piedi di una scalinata, si pu ammirare l'apertura arcuata in conci di tufo di un vano della cinta muraria usato per scopi militari; forse era una camera balistica o per altre armi da getto.
Via Venti Settembre, tra via delle Quattro Fontane e Porta Pia, ricorda l'episodio risorgimentale dei bersaglieri che nel 1870 conquistarono Roma per annetterla al Regno d'Italia e farne la sua Capitale. Quel giorno segn la fine del potere temporale dei papi. La strada coincide con il percorso dell'Alta Semita, il Sentiero Alto che correva sulla cresta del Quirinale.
Nella met del Cinquecento la strada fu ampliata da papa Pio quarto (1559-1565) e per questo, in origine, si chiam via Pia, intitolazione che oggi  rimasta alla porta. Allora la strada partiva da Montecavallo (piazza del Quirinale) e giungeva a Porta Nomentana. Dopo la breccia di Porta Pia, Via Venti Settembre fu limitata al tratto tra via della Quattro Fontane e la suddetta porta, mentre si chiam via del Quirinale il segmento residuo.
Nell'antichit il collis Quirinalis emergeva con la sua massiccia mole e versanti a picco tra la Valle Sallustiana (a nord), che lo divideva dal Pincio, e la Valle di Quirino, poi di San Vitale (a sud), che lo separava dal Viminale. La sua era una posizione strategica, per questo il monte fu fortificato da subito.
Era il colle per eccellenza; nel quarto secolo a.C. fu inglobato nelle Mura Serviane e per la sua posizione elevata e l'eccellenza dell'aria fu presto occupato da edifici pubblici, privati e templi.
In particolare qui c'era il grande tempio dedicato a Quirino, che nomina il colle, e che  ricordato dalle fonti storiche; un santuario dedicato a un dio tanto enigmatico quanto misterioso della Roma arcaica al quale viene assimilato Romolo, scomparso grazie a un'apoteosi.
Nell'estate del 2007, un gruppo di ricerca guidato dall'archeologo Andrea Carandini, che da anni studia e scava il Palatino e il Foro Romano alla ricerca delle origini di Roma, ha condotto un'indagine ecografica nel cuore della collina, dove si trova la sede del capo dello Stato, arrivando a ricostruire, tramite la computer grafica, il tempio di Quirino, che si troverebbe nascosto nel cuore del Quirinale a una profondit compresa tra 1 e 4,60 metri.
Le indagini si sono concentrate nel Giardino all'Inglese, dove un tempo c'era una rigogliosa collinetta disboscata e livellata, in antico, da Cesare e, in epoca moderna, da papa Urbano ottavo (1623-1644) per allargare i giardini del Quirinale. A circa cinque metri di profondit le onde del georadar hanno evidenziato una zona in verde chiaro circondata da un colore rossiccio, identificata come la sommit di un terreno naturale, livellata e colmata con materiale che i ricercatori hanno interpretato come una spianata realizzata per costruire il tempio.
I segnali inviati dall'apparecchiatura radar hanno disegnato un'area rettangolare, mentre altri impulsi lineari e paralleli nei lati lunghi della figura geometrica sono stati interpretati come portici, sostenuti da un muro perimetrale e da due colonnati, evidenziati da piccole anomalie di forma rotonda. Il complesso cultuale  orientato in direzione nord-est sud-ovest con accesso da una strada traversa che, provenendo da Campo Marzio, incrociava l'Alta Semita.
Per ora  solo un monumento archeologico virtuale, perci solo eventuali sondaggi di scavo stratigrafico potranno fornire nuove informazioni e conferme sul grande complesso religioso.
Chi era il dio Quirino? A quando risale la sua origine? Si tratterebbe di una divinit locale venerata dalle genti che abitavano attorno al guado del Tevere, a Santa Maria in Cosmedin, prima ancora che fosse fondata Roma, e quindi prima del 775-750 a.C. Il suo nome, Quirinus, deriverebbe da *Co-virinus, protettore delle curiae, cio i rioni federati del sito di Roma. Quei quartieri coinciderebbero con i colli e i monti e rappresentano l'abitato proto-urbano dell'Urbe, un insieme di sette montes, il Septimontium, che corrisponde a una realt antecedente a Roma, secondo quando tramanda Varrone. Romolo, morto in modo misterioso, fu identificato con il dio, con una divinit che, pertanto, gi esisteva.
Piazza della Repubblica, all'inizio di via Nazionale,  un grande piazzale di forma semicircolare che sorge tra i colli Viminale e Quirinale. Qui c'era un quartiere popoloso con abitazioni e orti, che fu spazzato via per la costruzione delle Terme di Diocleziano, realizzate in soli otto anni, tra il 298 e il 306 d.C., un anno dopo l'abdicazione dei due augusti della prima tetrarchia che le avevano decise.
L'iscrizione dedicatoria ricomposta e ora al Museo delle Terme spiega che I nostri signori invitti, Augusti pi anziani [...] dedicarono ai loro Romani le Terme Felici Diocleziane [...] che Massimiano Augusto al suo ritorno dall'Africa [...] decise e ordin di costruire e consacr al nome di Diocleziano [...] acquistati edifici sufficienti a un'opera di tanta grandezza....
Le terme, effettivamente le pi grandi di Roma e dell'impero, sorgevano nella zona nord di quest'area della citt, mentre quelle di Traiano erano collocate a sud della stessa; di queste ultime, tra l'altro, riprendono la pianta, soprattutto per l'esedra semicircolare e il calidarium rettangolare con tre absidi.
Piazza della Repubblica parla di loro; tutto quello che vediamo in quest'ampio spiazzo ricorda le Terme di Diocleziano, a iniziare dalla sua stessa forma, una grande esedra con portici colonnati, che ricalca la grande esedra centrale del recinto esterno rivolto verso via Nazionale (via Emanuele Orlando - via delle Terme di Diocleziano). Non a caso, fino al 1960, era denominata piazza Esedra.
Con le spalle a via Nazionale, sulla destra, si trova la chiesa di Santa Maria degli Angeli, con la facciata concava, essendo una delle absidi del calidarium; l'edificio  ricavato nell'aula centrale delle terme (la basilica), alla quale si arriva attraversando quello che era il tepidarium, un ambiente circolare con due ambienti quadrati ai lati. La chiesa mantiene intatto il suo aspetto antico, nonostante gli interventi di Michelangelo (1475-1564) e di Luigi Vanvitelli (1700-1773), che spost l'ingresso dove ora lo vediamo.
Sul fianco sinistro della chiesa si trova un dipartimento dell'Universit di Roma Tre, la cui facciata coincide esattamente con quella dell'edificio antico (nord-ovest). Questo stesso edificio fu trasformato in granaio pubblico da Gregorio tredicesimo  (1572-1585), mentre Clemente tredicesimo  (1758-1769) sfrutt i sotterranei di questi depositi per lo stoccaggio dell'olio. I lavori per le olearie papali portarono purtroppo allo sventramento di molte strutture delle Terme di Diocleziano.
Delle terme abbiamo ancora molte altre testimonianze che sopravvivono, dal museo stesso, all'aula ottagona ex planetario, alla chiesa di San Bernardo alla Terme qui ci siamo limitati a descrivere soltanto quelle che emergono nel sito che stiamo trattando.
Al centro dell'ex piazza Esedra sorge una monumentale fontana, detta delle Naiadi, che  la fontana di mostra dell'Acqua Marcia. Fu completata dallo scultore Mario Rutelli nel 1901, dopo un progetto abbandonato di fine Ottocento di altro autore. Le naiadi che assegnano il nome al monumento sono le ninfe dei laghi, dei fiumi, delle acque e degli oceani. Il gruppo centrale fu realizzato dallo stesso artista nel 1912; rappresenta Glauco, un personaggio della mitologia greca.
La via Nomentana, uscendo da Porta Collina, prende il nome dalla cittadina di Nomentum (all'incirca l'odierna Mentana), dove la strada arriv dopo il suo prolungamento da Ficulea; in origine la via consolare romana era denominata Via Ficulensis. L'odierno percorso parte invece da Porta Pia.
L'importanza della via come strada sepolcrale, anche in et tardoantica,  attestata dalla fitta presenza d'ipogei cristiani di diritto privato e di catacombe comunitarie, dall'antica Porta Nomentana fino al quindicesimo miglio nei pressi di Monterotondo. Subito fuori le Mura vi erano numerose tombe sotterranee private, variamente identificate, e il cimitero comunitario di San Nicomede. Nei pressi di Porta Pia c' un interessante ipogeo, al quale si arriva dopo una lunga gradinata di ottanta scalini che portano a sedici metri di profondit. La galleria cimiteriale misura cinquanta metri; non ha ornamenti di affreschi, non sculture; solo pochi cubicoli assai semplici e disadorni e delle iscrizioni sono sparse per le gallerie e dentro i loculi frantumi sminuzzati in minime parti.
Per molto tempo si  pensato che appartenesse a San Nicomede, ma nel 1917 alcuni lavori per la costruzione del ministero dei Trasporti riportarono alla luce una trentina di gallerie articolate su due piani, mentre altre vie sotterranee emersero negli anni 1923 e 1938 a una profondit di undici metri. Presumibilmente sono i tunnel del cimitero comunitario, che  andato irrimediabilmente perduto sotto le strutture del dicastero. Oggi si pensa che il piccolo ipogeo fosse un sepolcro a carattere privato.
Le catacombe comunitarie pi importanti - Sant'Agnese e il vicino Cimitero Maggiore (C. Maius) - non erano molto distanti dalla citt. Pi lontano, al settimo miglio della via,  situata la piccola catacomba di Sant'Alessandro.
Il Coemeterium Maius, alquanto vicino alla basilica di Sant'Agnese, fu scavato nel terreno occupato da una villa rustica di et classica abbandonata, gi riutilizzata per scopi funerari; nel sopratterra del Cimitero Maggiore, infatti, si trovava un'area cimiteriale subdiale dove, forse, fu sepolta sant'Emerenziana, amica di Agnese e considerata sua sorella di latte.
Il monumento fu indagato gi da Antonio Bosio (1575-1629) all'inizio del Seicento e in seguito, nel Settecento, da Marcantonio Boldetti (1633-1749). Tuttavia la storia e la topografia della catacomba sono state chiarite solo negli anni Cinquanta del Novecento, con gli scavi condotti dall'archeologo padre Umberto Fasola (1917-1989), anche se rimangono ancora in sospeso diverse situazioni legate ai suoi martiri. Oltre a Emerenziana qui sono ricordati: Vittore, Felice, Alessandro, Papia e Mauro, ma le testimonianze archeologiche sono certe soprattutto per i primi quattro.
Frontespizio del libro di Antonio Bosio,
Roma sotterranea (1632).
La catacomba si dipana ai piedi di due profonde scale che servivano due distinti nuclei; sub nel tempo una serie di approfondimenti che, in certi punti, arrivano fino a venti metri sotto il livello stradale. Fu scavata attorno alla met del terzo secolo e rimase in vita, forse, fino ai primi anni del quinto secolo. Alcuni indizi confermano la valutazione cronologica del monumento, come le iscrizioni, che hanno caratteristiche epigrafiche del terzo secolo e che Giovanni Battista de Rossi (1822-1894) defin ostriane. Il cimitero, infatti,  chiamato anche Ostrianus (o anche di Sant'Emerenziana), forse un appellativo derivante dall'antica gens Ostoria. Anche un affresco di un Cristo docente rinvenuto in un cubicolo alla stessa quota antica  rappresentato secondo l'iconografia tipica della fine iii-inizi quarto secolo; infine un'importante iscrizione che conferma il periodo: quella di un certo Licineus alla moglie, pretoriano della sesta coorte, un corpo militare che Costantino sciolse nell'ottobre del 312.
La caratteristica di questa catacomba si trova nel settore nord, dove c' il cosiddetto cubicolo di Santa Emerenziana, poi trasformato in basilichetta, che forse ospitava le sepolture dei martiri Vittore e Alessandro. L'ambiente  diviso in due settori e ha una tomba a due piani, come una sorta di gradinata, definita a tribuna. Dall'alto, un ampio lucernario illumina l'ambiente, arricchito da colonne con capitelli e stucchi nella calotta absidale, mentre su un lato c' una cattedra scolpita nel tufo e collocata di fronte a una mensa in muratura, dove ardevano gli oli che erano raccolti dai pellegrini come reliquie. Nell'Ottocento, la chiara destinazione dell'ambiente a uso devozionale e il ritrovamento di un'iscrizione nell'abside, in cui si era voluto riconoscere il nome di Pietro, fecero supporre di trovarsi di fronte alla sedes Petri di cui parlano le fonti. La leggenda, secondo padre Fasola, nacque dalla frequentazione della catacomba e di questo luogo venerato, in occasione dei banchetti funebri, quando i fedeli celebravano la festa di commemorazione dei propri defunti.
Le cattedre, tra l'altro, sono una specificit del Cimitero Maggiore; gli scavi del secolo scorso hanno consentito di ritrovare una regione di altissimo livello qualitativo e monumentale, definita appunto delle cattedre, per la presenza di almeno sette di tali manufatti, la cui specifica funzione simbolica  legata al rito del refrigerio.
La basilica ipogea di Sant'Alessandro e la piccola catacomba annessa, immerse un tempo nella campagna romana, emanano fascino e magia e trasportano il visitatore in atmosfere di tempo antico e di mistica solitudine.
Il complesso monumentale di Sant'Alessandro, sorto al settimo miglio della via che portava a Nomentum, dopo oltre nove secoli di buio, torn alla luce nel 1854 all'interno della tenuta del cardinale duca di York, lasciata in eredit alla Sacra Congregazione de propaganda Fide. Bench sia un monumento di grande interesse archeologico e sia stato restaurato con molta cura, non abbiamo una precisa relazione degli scavi, che furono condotti in modo sommario, n un'analisi attendibile della topografia e delle sue strutture murarie.
La mancanza di scientificit nell'esplorazione non consente di risalire alla disposizione originale delle tombe dei martiri, che erano festeggiati qui il 3 maggio: Evenzio e Alessandro, sepolti in un unico organismo funerario, e Teodulo, tumulato nei pressi. Il palinsesto delle tre tombe, rinvenute nell'abside della chiesa, non corrisponde esattamente alle descrizioni che ci sono state tramandate dalle fonti. L'altare, che ancora emerge in posizione decentrata rispetto alla basilica (un accorgimento per evitare lo spostamento del sepolcro primitivo dei martiri a scapito della centralit del manufatto), non poggia su un sepolcro bisomo, tuttavia subito a ridosso giace una tomba, mentre una terza  in posizione decentrata rispetto alle altre due.
La primitiva memoria dedicata ai tre santi  datata agli inizi del quarto secolo, anche se in epoca precostantiniana doveva gi esistere una piccola catacomba di campagna. Dopo la pace della Chiesa e non prima del 396, secondo un'iscrizione rinvenuta ai piedi dello scalone di accesso alla basilica ipogea, iniziarono i lavori di ampliamento per consentire la visita al santuario. Fu restaurato profondamente nel quinto secolo, forse dal vescovo Urso, vicario presso Nomentun e Ficulea; si tratta verosimilmente dello stesso influente personaggio sepolto nella chiesa, che  ricordato in una lettera da papa Innocenzo i (401-417) come autore di un altare per i due martiri Evenzio e Alessandro. Fino al nono secolo il santuario rimase sotto la giurisdizione della Curia romana, poi torn appannaggio delle popolazioni rurali.

ITINERARIO

La chiesa di San Vitale.

La chiesa di San Vitale, scriveva alla fine dell'Ottocento l'archeologo Mariano Armellini nel suo volume sulle Chiese di Roma,  uno dei pi preziosi monumenti cristiani di Roma e il miglior ornamento sacro della principale arteria della citt moderna, la via Nazionale.
La basilica  uno degli edifici paleocristiani pi antichi. Fu fondata da papa Innocenzo i (401-417) tra il 401 e il 402. La chiesa oggi intitolata a San Vitale fu inizialmente dedicata a Gervasio e Protasio, considerati suoi figli dalla passio, e finanziata da Vestina, una ricca matrona romana, dalla quale deriv la denominazione del titulus Vestinae, uno dei venticinque attivi nella citt nel quinto secolo.
I lavori di abbellimento del diciassettesimo secolo hanno lasciato nella basilica degli affreschi con finte architetture e paesaggi, dove si narrano storiette di Santi e Martiri, eseguiti da alcune delle figure pi importanti del mondo artistico dell'epoca.
Chi per oggi cammina lungo via Nazionale, a malapena distingue la chiesa che giace semipogea a circa cinque metri sotto il livello stradale, compressa tra un grande palazzo umbertino alla sua destra e la sontuosa mole del Palazzo delle Esposizioni alla sua sinistra.
Eppure quando fu costruita, la sua posizione doveva essere completamente diversa. Fu edificata nella valle che si trovava tra il Quirinale e l'Esquilino, e accanto alla chiesa c'era un orto dove i canonici coltivavano ortaggi, mentre a fianco della sua navata destra dovevano esserci delle grotte o delle cripte, appartenenti a qualche edificio romano antico. In un documento del 1396  ricordato nei pressi anche un monastero. Perci l'attuale posizione topografica della basilica non ci restituisce neppure una vaga idea delle trasformazioni intervenute nei millenni sul territorio per opera della natura e per la sua antropizzazione.
Il titulus Vestinae assunse il nome di San Vitale al tempo di papa Gregorio Magno, che istitu la Litania settiforme, una processione che prende il nome dalla decisione del papa di suddividere il popolo in sette gruppi sociali, assegnandoli a delle specifiche chiese, dalle quali doveva partire il corteo. A San Vitale si riunivano le vedove, che dovevano recarsi verso Santa Maria Maggiore.
Quando fu edificata, la basilica era articolata in tre navate con un portico. Fu pi volte restaurata, ma nel 1475, per decisione di papa Sisto quarto (1471-1484), la chiesa fu limitata a una sola navata.
I cristiani di Roma.
Il primo documento storico che testimoni la presenza di una Chiesa cristiana di Roma  la Lettera ai Romani di Paolo (53/54 o 56/57). In questo periodo, perci, la nuova religione  gi presente in citt, anche se non ci sono informazioni precise sulle origini del cristianesimo nell'Urbe, su chi lo port e come si diffuse nei primi anni. All'inizio, la nuova religione  articolata in due correnti: quella giudaico-cristiana e quella pagano-cristiana, sulla cui relativa prevalenza gli storici non si trovano d'accordo; generalmente si ritiene che il cristianesimo sia nato come un filone del giudaismo.
Un mosaico dedicatorio (quinto secolo), realizzato nella facciata interna di Santa Sabina, mostra le due anime del cristianesimo delle origini rappresentate sotto forma di figure femminili: l'ecclesia ex gentibus e l'ecclesia ex circumcisione; la prima ha in mano il Nuovo Testamento, la seconda l'Antico. Anche le due immagini muliebri poste a destra e a sinistra del Cristo nel catino absidale di Santa Pudenziana sono la personificazione delle due Chiese: a destra del Redentore San Paolo  incoronato dall'ecclesia ex gentibus, la chiesa dei gentili, mentre a sinistra San Pietro riceve la corona dall'ecclesia ex circumcisione, nata dal ceppo ebraico.
Nei primi anni della sua avventura, il cristianesimo vive la sua religiosit in modo riservato e con prudenza. Probabilmente gi dall'inizio vi aderirono diverse famiglie aristocratiche; in qualche modo ne darebbe conferma la storia leggendaria di Santa Pudenziana, nella quale si racconta che il presunto padre, Pudente, ospit san Pietro nella sua casa del vicus Patricius, oggi via Urbana.
Fino a quasi tutto il secondo secolo, la Chiesa di Roma  retta da un collegio di presbiteri (anziani), i futuri preti, e non ha un ruolo diverso o preminente rispetto a quello delle altre Chiese cristiane. Non c' ancora un livello gerarchico e il ruolo del papa, in questo periodo,  principalmente quello di primus inter pares. Verso gli ultimi anni del secondo secolo, nel periodo di Commodo (180-192) e di Settimio Severo (193-211), nel 189, fu eletto papa Vittore (189-199), un ecclesiastico di origine africana dal carattere energico; secondo lo studioso francese Joseph Ernest Renan (1823-1892), con questo pontefice il papato  ormai nato, ed  nato come si deve!. Durante il pontificato di papa Vittore e dei suoi due successori, Zefirino (199-217) e Callisto (217-222), definito dagli studiosi il trentennio storico, nacque l'episcopato, si defin l'organizzazione gerarchica e si fond il primo cimitero comunitario cristiano, la catacomba di San Callisto sull'Appia antica, organizzato proprio da quest'ultimo pontefice su incarico del suo predecessore.
Il rapporto dei cristiani con l'Impero romano  stato da sempre oggetto di studio, e spesso di generalizzazioni, che hanno dipinto uno scenario continuo e cruento di persecuzioni; la recente critica storica ha ridimensionato il fenomeno, cos oggi quando si parla di persecuzioni diffuse in tutto il mondo romano, si fa riferimento solo a quelle di Decio (250-251), di Valeriano (257 e 260) e all'ultima e pi violenta, di Diocleziano tra il 303 e il 312, anche se non mancarono azioni locali, anche drammatiche, spesso provocate dalla gente, ma senza l'intervento dell'autorit.
Tra i martiri illustri di questi periodi bui ricordiamo papa Fabiano (236-250), che fu condannato a morte il 20 gennaio del 250 sotto l'imperatore Decio (249-251). Durante l'impero di Valeriano (253-260) invece persero la vita papa Sisto, decapitato il 6 agosto del 258, e i suoi sette diaconi, tra i quali c'era san Lorenzo, martirizzato brutalmente il 10 agosto dello stesso mese. Poco dopo, il 14 settembre, fu decapitato anche il vescovo di Cartagine, Cipriano.
La realt del cristianesimo si defin nei primi e negli ultimi venti anni del quarto secolo con due editti promulgati da due imperatori passati alla storia come Grandi: Costantino (306-337) e Teodosio (379-395). Il primo, nel 313, eman il noto Editto di Milano, con il quale si tollerava la religione cristiana, che assunse lo stesso status giuridico del paganesimo, che perse la sua prerogativa di religione di Stato, e con il quale si restituivano ai cristiani i beni e le propriet confiscate. Il secondo, nel 380, promulg l'Editto di Tessalonica, che riconosceva il cristianesimo religione ufficiale dell'Impero romano e il primato delle sedi episcopali di Roma e di Alessandria.
Durante l'epoca costantiniana pontific per un lungo ventennio papa Silvestro (314-335), che mor solo un anno e mezzo prima di Costantino, e che probabilmente fu un personaggio non del tutto all'altezza del suo compito, schiacciato forse proprio dalla grande personalit dell'imperatore. Su di lui, nei secoli successivi, furono imbastite diverse leggende legate alla figura del sovrano, come la notissima Donazione di Costantino (Constitutum Constantini), un falso storico di epoca medievale (ottavo secolo) confutato sin dal quindicesimo secolo, che  stata ampiamente illustrata in un ciclo di affreschi (tredicesimo secolo) dipinti nell'oratorio di San Silvestro nella chiesa dei Santi Quattro Coronati, al Celio. Il documento testimonierebbe il primato concesso dall'imperatore al papa e ai suoi successori sui patriarcati di Roma, Costantinopoli, Alessandria d'Egitto, Antiochia e Gerusalemme, assegnando loro la sovranit temporale su Roma, l'Italia e l'Impero Romano d'Occidente. Con questo documento, inoltre, sarebbero stati concessi al papato il Palazzo Lateranense e tutte le propriet immobiliari fino all'Oriente. L'imperatore avrebbe fatto la donazione per ringraziare il pontefice di averlo guarito miracolosamente dalla lebbra.
Il ninfeo flavio
Durante alcuni lavori di ristrutturazione (1964-1965) sotto la caserma dei corazzieri in via Venti Settembre, poco prima della chiesa di Santa Susanna, sono emerse importanti testimonianze archeologiche - un tratto delle Mura Serviane, un grande podio e una fontana monumentale -, che hanno fatto ipotizzare, al Quirinale, la presenza della Domus Flavia, l'abitazione della famiglia imperiale dei Flavi.
L'attribuzione deriva dal ritrovamento di una fistula aquaria di piombo, nella quale si legge il nome di Flavio Sabino, fratello di Vespasiano (69-79). La fistula faceva parte di un ninfeo, del quale  stata ritrovata una grande parete con una nicchia superiore, entrambe interamente rivestite di un mosaico a paste vitree con scene architettoniche e rappresentazioni mitiche. L'acqua scorreva sull'opera musiva come un sottile velo.
La possibile identificazione con la Domus Flavia sarebbe rafforzata dallo stile dell'opera musiva (iv stile), che si data tra la fine dell'era neroniana (54-68) e l'inizio di quella flavia (69-96), e dalla grandiosit e dall'eccezionalit dell'apparato decorativo.
In questa casa nacque l'imperatore Domiziano, che fece costruire un tempio dedicato alla gens Flavia divinizzata e nella quale furono sepolti Vespasiano e Tito, come testimoniato dal podio ritrovato vicino alla fontana. La ricca dimora era stata costruita su una serie di terrazzamenti esterni alle Mura Serviane, anch'esse emerse per un breve tratto. Alcuni resti di quest'area archeologica sono visibili nella mensa della caserma.
Il mistero di Santa Susanna
In via Venti Settembre, l dove si apre la scenografica piazza di San Bernardo con la fontana del Mos, mostra dell'Acqua Felice, e all'angolo con via Bissolati, si erge la basilica di Santa Susanna, edificio barocco la cui facciata fu realizzata da Carlo Maderno (1556-1629) nel 1603, su commissione del cardinale Girolamo Rusticucci, vicario generale di papa Sisto quinto (1585-1590).
La basilica, completamente restaurata e riorganizzata gi da Sisto quarto  (1471-1484), in realt ha origini antiche, poich sorge su una chiesa del settimo secolo, come sembrerebbe confermare un frammento marmoreo trovato negli scavi degli anni Novanta del secolo scorso. Da questo periodo in poi la zona attorno alla basilica fu chiamata ad duas domos, facendo riferimento a quelle dei Ceionii e dei Nummii, due ricche abitazioni che, in seguito, furono attribuite alla memoria leggendaria del padre e dello zio della giovane.
Tuttavia la figura di Susanna, per l'agiografia romana,  ancora un enigma.
Per alcuni fu sicuramente una martire, mentre altri pensano al famoso personaggio biblico raccontato dal profeta Daniele nel tredicesimo capitolo del suo libro. La vicenda  nota. Susanna, molestata e minacciata da due giudici anziani e sporcaccioni che attentano alla sua castit, riesce a salvarsi dall'accusa infamante di adulterio proprio grazie all'intervento del giovane Daniele. All'interno della chiesa, nell'aula centrale, ci sono sei scene di vita della casta Susanna, affrescate dal bolognese Baldassarre Croce (1563-1638).
La storia del suo martirio  raccontata da una passio del sesto secolo, che ci descrive la donna come una parente dell'imperatore Diocleziano, il quale la fece decapitare perch, essendo cristiana e votata alla verginit, non volle sposare suo figlio, Massimiano.
Susanna, anch'essa quindi di origine dalmata, era la figlia del presbitero Gabinio, fratello del vescovo Gaio. Dopo la sua morte venne sepolta dalla moglie di Diocleziano, Serena, nel cimitero di Alessandro sulla Salaria... o forse sulla Nomentana? Anche quest'aspetto  da stabilire.
La chiesa di Santa Susanna e, a destra, la Fontana del Mos. Incisione di Giuseppe Vasi.
Le prime notizie sulla vita di Susanna le abbiamo gi dal quinto secolo, perch  ricordata in un carme di Claudio Claudiano (370-404) e nel Martirologio geroniniamo, che la vogliono deceduta l'11 agosto, ma sepolta ad duas domos, nei pressi delle Terme di Diocleziano. Tuttavia, gli studiosi sono propensi a credere che la suddetta data faccia pi che altro riferimento alla dedicazione della chiesa e non al dies natalis della martire. Nella seconda met del quinto secolo, l'edificio di culto era ricordato come titulus Gai. Soltanto alla fine del secolo successivo, il sesto, periodo a cui risale la passio, la parrocchia cambi denominazione e fu intitolata alla santa. Per questo motivo si ritiene che la storia della sua vita e del suo martirio fossero stati redatti ad hoc per spiegare sia la denominazione topografica ad duas domos, sia il cambiamento del nome del titulus Gai in titulus sanctae Susannae.
Sotto la chiesa e l'annesso monastero delle monache cistercensi (o bernardine), sede della comunit femminile di San Bernardo sin dal 7 ottobre del 1587, esiste un palinsesto di resti archeologici piuttosto complesso e difficilmente interpretabile senza una guida. L sotto ci sono strati di storia le cui strutture pi antiche risalgono al primo secolo, datazione applicata da Filippo Coarelli (1936) a un mosaico con tessere in bianco e nero, che probabilmente appartenne alla prima fase edilizia di un'abitazione pi volte ampliata e restaurata.
Diverse furono le campagne di scavo per individuare antiche vestigia sepolte nel sottosuolo della chiesa. I resti visibili presso l'altare della confessione, sotto una pavimentazione in cristallo, furono individuati nel 1830; sono quelli di un'abitazione del terzo secolo a.C. Altri scavi furono fatti negli anni Trenta e Novanta del secolo scorso e nel 2000.
Molto fruttuose sono state le indagini degli anni Novanta; in particolare, sotto la navata sinistra,  emersa un'interessante area funeraria, dove  stato ritrovato un sarcofago delsecondosecolo, che conteneva una sepoltura venerata e che conservava una documentazione pittorica di grande rilievo. La deposizione all'interno dell'arca era stata completamente ricoperta da uno spesso strato d'intonaci dipinti, cocci preziosi che ricoprivano lo scheletro, tutti sistemati con la fronte pitturata rivolta verso l'alto.
Secondo l'archeologa Margherita Cecchelli, presumibilmente tali frammenti facevano parte di un ambiente di culto, forse un battistero, decorato al tempo di Adriano i (772-795), che fu dismesso in epoca carolingia quando il suo successore papa Leone terzo (795-816), con ampio margine di certezza, decise di ricostruire la chiesa integralmente, senza mantenere alcuna parte del primitivo edificio paleocristiano. La costruzione di Leone terzo aveva un impianto basilicale a tre navate suddivise da colonne; i lavori di Sisto quarto alla fine del quindicesimo secolo isolarono la navata centrale ricavando due cappelle dalle laterali.
La decorazione  stata ricomposta ed  visibile in una teca affissa sul muro della sacrestia della chiesa; mostra una Madonna bizantina con Ges Bambino in grembo, affiancata da due santi. L'immagine  sovrastata da un timpano, al centro del quale c' l'Agnello e, ai lati, le figure di San Giovanni Battista e di San Giovanni Evangelista.
L'affresco  cronologicamente vicino alla Madonna in trono con Bambino nel transetto di Santa Anastasia al Palatino, e simile ad alcuni affreschi che sono nella cosiddetta aula a sei vani di San Martino ai Monti.
Santa Susanna alle Terme di Diocleziano  una chiesa di culto cattolico ed  privata, poich appartiene alla comunit monastica cistercense femminile, proprietaria del complesso monastico e della chiesa stessa. Al momento  chiusa per restauri, ma i sotterranei, ancora poco conosciuti, si possono visitare tramite associazioni culturali.
La visita inizia dal chiostro esterno del complesso monastico dove, dopo alcuni gradini in discesa, si entra in un vasto corridoio, che  stato ricavato in un ambiente idraulico un tempo appartenuto a un ramo dell'acquedotto Marcio. Si attraversano alcuni spazi di servizio, dove c' una parete della domus del terzo secolo di cui si vede una parete in opus reticulatum. Proseguendo s'incontra un piccolo vano con un pozzo romano antico profondo venti metri, rimesso in funzione tramite delle pompe idrauliche; quindi ancora resti di un'altra abitazione di lusso, anch'essa del terzo secolo, della quale restano dei mosaici pavimentali con motivi geometrici e alzati di pareti affrescate con motivi vegetali.
Sotto l'altro lato del chiostro si pu vedere un prezioso pavimento a tessere bianche e nere, in cui furono incastonati due preziosi emblemata, che raccontano gli amori mitologici di Mercurio e di Nettuno. Questi quadretti in mosaico erano molto diffusi tra la fine del secondo secolo a.C. e l'inizio del primo secolo d.C. e molto pregiati, non solo perch le tessere erano piccolissime (fino a tre millimetri), ma anche perch realizzati con una complessa policromia che gareggiava con la pittura. Erano opere preziose e molto costose, spesso copie di quadri famosi, sempre di piccole dimensioni per poterle trasportare facilmente. Gli esemplari pi antichi e notevoli che ci restano sono quelli della Casa del Fauno a Pompei.
L'area in cui si trova la basilica di Santa Susanna fu occupata da abitazioni private gi dall'epoca repubblicana, fino al periodo tardo antico, di cui abbiamo diverse testimonianze: le domus Nummiorum e Ceioniorum, di cui si  detto; i resti di un ninfeo, che faceva probabilmente parte della casa dove nacque l'imperatore Domiziano e dove, poi, sorse il templum gentis Flaviae; e le domus sotto le Terme di Diocleziano.
Tuttavia nuove scoperte fatte negli ultimi anni stanno ridisegnando la mappa non solo di quest'area, ma di Roma stessa, nel periodo compreso tra il sesto e il quinto secolo a.C.
Nel 2013, sotto Palazzo Canevari, l'ex Istituto Geologico a largo di Santa Susanna, sono state ritrovate le mura possenti di un tempio antico, mentre nel 2015, sempre l,  emersa una rara e ben conservata abitazione di epoca arcaica risalente al sesto secolo a.C., coeva al circuito delle Mura Serviane, forse al servizio del tempio stesso. Di questo tipo di abitazioni, finora, si conoscevano solo alcune emergenze nel Foro romano.
 stata una scoperta rivoluzionaria, perch si era sempre pensato che questa fosse un'area destinata alle sepolture; invece ora si capisce che c'erano templi e abitazioni, cosicch l'urbanizzazione del colle Quirinale deve essere retrodatata. Le Mura Serviane, perci, non inglobarono una necropoli, ma una zona gi abitata. La Roma dell'inizio del sesto secolo a.C. non era circoscritta solo attorno al Foro, come si era sempre pensato, ma era molto pi ampia.
Il tempio e l'abitazione rientreranno in un progetto di musealizzazione, che ci consentir di visitare anche questa incredibile sotterranea testimonianza della Roma pi antica. Purtroppo l'ex Istituto Geologico, dismesso e abbandonato da anni e ora di propriet della Cassa Depositi e Prestiti,  in fase di restauro, cos non sappiamo quando, per noi, la meraviglia si potr avverare.
Le olearie papali
Sul fianco sinistro della basilica di Santa Maria degli Angeli, un maestoso portale a bugne lisce, sormontato da un aggettante stemma del papa Clemente tredicesimo  (1758-1769), apre i battenti agli spettacolari sotterranei, realizzati nelle aule adiacenti al tepidarium delle Terme di Diocleziano, a piazza della Repubblica, dove gi pontefici precedenti avevano ricavato i magazzini del grano.
La chiave di volta dell'ingresso  decorata con un rilievo di testa leonina che stringe tra i denti due rami d'ulivo. Nel settembre del 1763 il papa decretava la realizzazione del Deposito annonario dell'olio, per garantire una riserva sicura del prezioso liquido dopo un calo produttivo e per calmierare i prezzi.
Autore delle olearie papali, ultimate un anno dopo, fu l'architetto Pietro Camporesi il Vecchio (1726-1781), indicato in una pubblicazione come Opifici inventor et structurae praepositus, che, si potrebbe dire, non bad a spese, sia rafforzando con pilastri i magazzini superiori, sia abbattendo senza alcun riguardo le antiche mura. Camporesi realizz dieci enormi pozzi allineati per due file da cinque in un ampio sotterraneo, che impressiona per la sua grandiosit e per la fuga di volte a crociera, impostate su potenti pilastri che s'inseguono una dietro l'altra. I recenti lavori di restauro hanno rimesso in luce le strutture termali romane, obliterate dagli interventi settecenteschi.
Una stampa dell'epoca rappresenta l'attivit che era svolta nei sotterranei: ci sono operai intenti a lavorare attorno a una macchina per estrarre l'olio, mentre altri uomini sono addetti al caricamento e al trasporto del prodotto. Nell'illustrazione  raffigurata anche la planimetria delle olearie, articolate in cinque lunghi corridoi, due dei quali contengono le cisterne che emergono dal pavimento con enormi anelli di marmo bicolore, e che al centro hanno la ghiera dell'imboccatura realizzata in travertino. Gli altri tre tunnel erano utilizzati per il passaggio dei carri trainati da animali. Oggi i grossi contenitori interrati sono chiusi da una griglia di ferro battuto.
Le olearie clementine furono ricavate nei sotterranei dei granai pubblici che duecento anni prima, per il Giubileo del 1575, fece realizzare Gregorio tredicesimo (1572-1585).
Le Terme di Diocleziano in un'incisione di Giuseppe Vasi.
Il riuso delle Terme di Diocleziano era iniziato gi nel 1561, quando l'aula maggiore dell'impianto termale fu consacrata al culto della Madonna degli Angeli, poi trasformata in chiesa da Michelangelo tra il 1563-66. I granai di Gregorio tredicesimo furono ampliati da Paolo quinto (1605-1621), che occup la sala angolare ottagona delle terme e altre strutture vicine, ricavando tre livelli. Nel 1640 Urbano ottavo (1623-1644) estese l'edificio fino all'attuale via Venti Settembre, mentre Benedetto quattordicesimo (1740-1758), dopo aver restaurato i magazzini del grano, ricav una cappella dedicata a Sant'Isidoro, protettore delle messi, in un'aula termale accanto all'ottagona.
Nel 1816, dopo la soppressione dell'Annona frumentaria e olearia decisa da Pio settimo (1800-1823), la maggior parte degli ambienti, in particolare i granai gregoriani, fu riconvertita a fini assistenziali con la fondazione del Pio Istituto Generale di Carit, poi trasformato in Pia Casa d'Industria e Lavoro e successivamente in Ospizio dei Poveri di Santa Maria degli Angeli. Con l'Unit d'Italia, la struttura pass al comune di Roma che lo destin a orfanotrofio, mentre avvi la consuetudine di affittare le olearie papali ubicate sotto i granai. Dopo la chiusura dell'orfanotrofio (1928), i granai di Gregorio tredicesimo  furono destinati alla scuola normale femminile, l'ex magistero, oggi sede di una facolt dell'Universit Roma Tre.
Il bunker di Mussolini
Sotto Villa Torlonia, lungo la via Nomentana, si trovano due rifugi antiaerei e un bunker vero e proprio. Le due tipologie di rifugi si differenziano per struttura: un bunker deve avere spessi muri in cemento armato e porte blindate supersicure, cos da poter resistere ad attacchi sia aerei sia di terra.
Li fece costruire Benito Mussolini, che abit nel Casino Nobile dal 1925 al 1943, pagando un affitto simbolico annuale di una lira. Il primo rifugio sfrutt alcune gallerie sotterranee preesistenti sotto il cosiddetto laghetto del Fucino, mentre il secondo fu ricavato sotto la Sala da ballo, al piano seminterrato del casino, dove si trovavano le cucine. Entrambi, tuttavia, non erano sufficientemente sicuri, cos si decise di realizzare un vero e proprio sistema blindato usando materiali e tecniche pi adeguati.
I lavori del bunker iniziarono nel novembre del 1942. La struttura fu costruita all'esterno delle fondamenta del palazzo a 6,50 metri di profondit e, per offrire maggiore resistenza a eventuali contraccolpi causati dagli ordigni esplosivi, era stata realizzata in forma cilindrica con uno spessore in cemento armato di circa quattro metri. Il ricovero ha una pianta a croce con due uscite di sicurezza: una nei pressi della stupefacente sala ipogea di foggia etrusca, allora sconosciuta, ritrovata durante gli ultimi lavori di restauro del Casino Nobile; la seconda presso il muro laterale della Tribuna con Fontana.
Il bunker non fu mai completato, ma il rifugio, pur senza le porte a tenuta stagna, fu utilizzato dai cittadini della zona durante l'occupazione tedesca.
Un falso storico a Villa Torlonia
Nei sotterranei di Villa Torlonia e nel suo parco ci sono diverse sorprese, pi o meno archeologiche. Nel 1918 fu scoperta una catacomba ebraica mentre, pi recentemente, durante i lavori di restauro del Casino Nobile (riaperto nel luglio del 2006) e del bunker di Mussolini, si  scoperta una sala ipogea.  una straordinaria e sconosciuta sala circolare affrescata, meraviglia delle meraviglie, come una tomba etrusca, emersa sotto le splendide sale del piano terra.
La villa fu iniziata nel 1806 dall'architetto Giuseppe Valadier (1762-1839) per conto di Giovanni Torlonia, che aveva acquistato il possedimento sulla Nomentana, utilizzato come terreno agricolo dalla famiglia Colonna e prima ancora dai Panfili. Nel 1830 il figlio di Giovanni, Alessandro Torlonia, affid all'architetto Giovan Battista Caretti (1803-1878) l'ampliamento dell'edificio e lo scavo di questa sala misteriosa, ispirata alle iconografie del vasellame etrusco-corinzio.
L'aula  ancora pi enigmatica, perch all'epoca fu occultata intenzionalmente, mentre dell'opera non si trova traccia nei documenti storici. Resta solo un disegno autografo del 1839, sul quale l'architetto aveva scritto Tomba etrusca, ritenuto solo un progetto mai realizzato, fino alla scoperta del manufatto. Alcuni studiosi ipotizzano che questa riservatezza potrebbe confermare le supposizioni secondo le quali il principe Torlonia facesse parte di circoli massonici. Se ci fosse vero, in questo luogo forse si svolgevano gli incontri tra gli iniziati.
Il monumento  una sala ipogea di forma rotonda, scavata a circa 2,50 metri di profondit, e ha una superficie di circa 30 metri quadrati. La parete circolare  mossa architettonicamente da nicchie rettangolari e arcuate alternate. La volta, a cupola ribassata, ha un oculo centrale per la presa d'aria; il pavimento  in terra battuta.
La sala  completamente affrescata su uno sfondo color crema con un sistema di sette fasce che, partendo dal foro centrale, arrivano fino al pavimento, e intervallano figure geometriche con figure animali e vegetali. L'ultima fascia, non riconducibile a rappresentazioni della ceramica vascolare etrusco-corinzia,  composta di girali di acanto, in cui sono state inserite alcune figure femminili, che si fronteggiano a due a due, sono sedute con uno specchio in mano e indossano un diadema: forse sono la rappresentazione allegorica della Prudenza. Proprio lo specchio, che pu essere spiegato come un amuleto per proteggersi dal Male, pu indicare che il luogo era destinato a incontri che dovevano rimanere segreti e lontani da sguardi indiscreti.
L'ispirazione alla ceramica vascolare di settimo sesto secolo a.C. sviluppatasi a Corinto, e portata in Etruria dopo il 560 a.C., fu probabilmente determinata da una moda dell'epoca, grazie a una serie di scoperte archeologiche che nella prima met dell'Ottocento si andavano facendo a Cerveteri, a Vulci, a Veio, che riportarono alla luce diverse necropoli e manufatti ceramici, diffusi presso gli antiquari di Roma. Nel 1837 i Musei Vaticani aprirono una sezione dedicata ai reperti etruschi, mentre nello stesso anno a Londra si svolse una mostra sulle tombe etrusche. Tra l'altro, nel 1833 il principe Alessandro Torlonia aveva acquistato un piccolo borgo nei pressi di Cerveteri.
La sala ipogea ricorda le camere sepolcrali a tumulo, ma a differenza delle tombe etrusche in cui la cupola di copertura circolare fuoriesce dal terreno, questa di Villa Torlonia  stata realizzata tutta sottoterra. Questo stupefacente falso storico  stato ritrovato sotto una piattaforma circolare che si riteneva fosse la base di un gazebo. Si raggiunge direttamente dal Casino Nobile tramite una galleria scavata ad hoc.

La catacomba ebraica di Villa Torlonia.
La catacomba ebraica di Villa Torlonia fu scoperta nel 1918 nel corso dei lavori di sistemazione dell'area. In realt si tratta di due necropoli distinte e collegate tra di loro solo in un secondo momento. Furono scavate a due diversi livelli di profondit e si svilupparono autonomamente. Corrispondono a un'area del sopratterra di 120 x 110 metri. Il cimitero  datato tra la fine del secondo e l'inizio del terzo secolo.
Alla catacomba inferiore si accede attraverso un ingresso nei giardini del Parco Torlonia, tramite una rampa di scale che introduce in un ambiente rettangolare, absidato, di limitate dimensioni, a cielo aperto. Una simile situazione si riscontra anche nelle catacombe ebraiche di Vigna Randanini sull'Appia Pignatelli. Secondo gli studiosi qui sostava il feretro con il corpo del defunto prima di essere inumato, rispettando le prescrizioni del Talmud. L'atrio, simbolicamente, sarebbe la rappresentazione della vita, considerata come una breve sosta, l'anticamera che precede il mondo a venire. Una seconda rampa conduce nella regione pi antica, come emergerebbe anche dalla sua limitata estensione, legata presumibilmente alla propriet del sopratterra, che non consentiva di espandersi oltre i suoi confini, e dalla presenza di pile di loculi disposti in modo regolare.
Questo cimitero  articolato in due regioni, create secondo un progetto prestabilito, con un successivo sviluppo realizzato sia attraverso l'approfondimento del pavimento, sia con lo scavo di successive gallerie, ma condotti in modo irregolare. Nel primo nucleo si trovano tombe semplici e altre pi importanti, ricavate ad arcosolio. Il secondo fu originariamente scavato secondo uno schema a graticola, che prevedeva il congiungimento di pi gallerie con altre trasversali. Qui ci sono sia loculi a parete sia tombe terragne, ma anche a kochim, comunemente definite sepolture a forno, che presentano a vista il lato corto della tumulazione, come negli odierni cimiteri.
La catacomba superiore  composta di due gallerie ortogonali, che si aprono ai piedi della scala di accesso, e altre due gallerie a nord. Anche questi corridoi, per accogliere pi inumazioni, furono in seguito abbassati di livello e contemporaneamente affrescati. I loculi e i cubicoli sono caratterizzati da un'architettura particolarmente elaborata, che evidenzia l'ingresso e le cappelle funerarie con l'uso di colonne scavate nel tufo ad arredare la porta e i quattro angoli dell'ambiente interno.
L'apparato decorativo presenta varie tipologie d'immagini a carattere religioso o vegetale o animale, come i rotoli della Legge, il candelabro a sette bracci, la menorah, oppure melograni o delfini. In questa catacomba, composta di tre nuclei, due dei quali originati forse da un cunicolo idraulico, sono state ritrovate diverse lucerne in terracotta e molte iscrizioni, soprattutto incise in lingua greca.
Il cimitero, a carattere comunitario, ha accolto le sepolture di persone appartenenti a diversi ranghi sociali, dall'lite a famiglie di origine pi umile, fino a gente cos povera che per la chiusura dei loculi pot utilizzare solo materiali di risulta.
Le catacombe ebraiche
L'uso di seppellire i propri morti in gallerie o in sepolcri sotterranei non  proprio soltanto dei cristiani, perch a Roma ci sono anche delle catacombe di religione ebraica, anche se lo sfruttamento verticale a uso sepolcrale di pareti di tufo risale addirittura al quarto secondo secolo a.C., come testimonia un sepolcreto rinvenuto ad Anzio, ritenuto il prototipo.
Negli ultimi anni, alcuni ricercatori dell'universit olandese di Utrecht hanno proposto che proprio le catacombe ebraiche furono il modello di quelle cristiane, perch dopo aver analizzato con esami al carbonio alcuni reperti organici prelevati dalle catacombe di Villa Torlonia, sarebbe emersa una datazione compresa tra il 50 a.C. e il 400 d.C. Si tratterebbe di un'epoca molto pi antecedente a quella del primo cimitero ufficiale cristiano, sull'Appia Antica, che risale a papa Callisto (217-222), quindi a cavallo tra il secondo e il terzo secolo.
Tuttavia, alcuni bolli laterizi rinvenuti proprio nella suddetta necropoli collocherebbero cronologicamente la sua origine a un'epoca non anteriore all'impero di Settimio Severo (193-211), per svilupparsi poi per tutto il terzo e quarto secolo, se si fa riferimento agli affreschi legati a un successivo approfondimento di alcune gallerie, datati alla met del terzo secolo e a un bollo dioclezianeo (284-305) ritrovato in situ. Da ci si potrebbe presumere che, verosimilmente, sia le catacombe ebraiche sia quelle cristiane originarono contemporaneamente.
A Roma le catacombe ebraiche visitabili sono essenzialmente due: quelle di Vigna Randanini sull'Appia Pignatelli e quelle di Villa Torlonia sulla Nomentana, mentre sono inaccessibili il cimitero di Monteverde sulla via Portuense e altri due nuclei, uno a Vigna Cimarra sull'Appia Antica e l'altro a Vigna Apolloni sulla via Casilina, antica via Labicana. Vengono tutte cronologicamente datate tra il terzo e il quarto secolo d.C.
In generale, le catacombe ebraiche non si distinguono molto da quelle cristiane: l'escavazione  realizzata secondo le stesse regole, cio lunghi corridoi sotterranei con sepolture a inumazione, ricavate nelle pareti tufacee o con deposizioni in sarcofagi, di norma molto semplici. Sono dislocate anch'esse lungo le strade consolari, al di fuori della cinta urbana. Tuttavia, rispetto alle cristiane, sono di dimensioni ridotte, dovute presumibilmente a un limitato numero di componenti della comunit, ma anche a forti limitazioni nelle concessioni.
Le decorazioni, soprattutto, e le epigrafi si distinguono invece nettamente. Le iscrizioni sono semplici, dipinte o incise o graffite; le decorazioni rappresentano simboli religiosi, come il candelabro a sette bracci, lo scrigno con il rotolo delle Leggi; o immagini vegetali, il frutto del cedro, il mazzetto con rami di mirto, palme e salice, il melograno, la mandragora, il corno per avvertire dei pericoli, il coltello rituale della circoncisione; oppure figure di animali come il pavone o il delfino.
Lo studio delle iscrizioni ha fornito diverse informazioni sulla comunit ebraica romana (oltre otto milioni di persone nel 4 a.C. e 4000 uomini in et militare nel 19 d.C.). Le deposizioni narrano di persone agiate e di buon livello culturale, molte di origine orientale, e le epigrafi sono scritte soprattutto in greco. Emergono i nomi dei quartieri romani abitati dalla comunit e delle relative sinagoghe di appartenenza (ne sono state contate undici) e, in diversi casi, le cariche religiose ricoperte.
Non esistono, invece, informazioni sufficienti per affermare che ci fossero aree in superficie collegate con i sotterranei come la catacomba di Vigna Randanini sull'Appia Pignatelli, che  preceduta da un ambiente all'aria aperta dove, forse, sostava il feretro.
Quanto alle sepolture si pu dire che nelle catacombe ebraiche l'inumazione avveniva in fornetti scavati in modo perpendicolare alla parete, secondo una moda orientale, le sepolture cosiddette a kochim, che talvolta sono presenti anche in quelle cristiane, come ad esempio in San Pancrazio, utilizzata dalla comunit di Trastevere, dove era massiccia la presenza di personaggi provenienti dall'area orientale dell'impero.
La catacomba ebraica di Vigna Cimarra sulla via Ardeatina, nei pressi del cimitero di San Sebastiano, fu scoperta nel 1866 da Giovanni Battista de Rossi. Il monumento, non praticabile,  datato non prima del terzo secolo; non esistono rilievi o mappe delle gallerie.
Nel 1882, vicino il cimitero dei Santi Pietro e Marcellino, sulla via Labicana si ritrov una piccola catacomba ebraica che fu detta anche di Vigna Apolloni, ma della quale non si  ritrovato l'ingresso originario. Anch'essa non  ritenuta anteriore al terzo secolo d.C.  formata da un'unica galleria con alcuni stretti corridoi coperti a volta. I loculi sono chiusi con delle lastre intonacate. Negli unici tre cubicoli esistenti ci sono degli arcosoli; delle cinque iscrizioni, tre sono scritte in greco.
La catacomba ebraica di Monteverde (o della Portuense) fu gi vista in parte da Antonio Bosio (1575-1629) all'inizio del diciassettesimo secolo, e visitata anche da altri studiosi nel secolo successivo. Gli scavi furono realizzati nel ventesimo secolo quando, tra l'altro, si ritrov una nuova regione con una scala autonoma; l'area fu scoperta nel 1913, ma croll nel 1929. Numerose frane erano state viste anche da Antonio Bosio. Le tre regioni di cui  formata la catacomba si distribuiscono proprio attorno a un grande crollo; due di esse hanno gallerie diverse, irregolari e larghe, mentre la terza zona  formata da corridoi sotterranei, scavati secondo uno schema regolare con rami che s'incontrano in modo ortogonale. La tipologia funeraria presenta tombe pavimentali e sarcofagi in muratura e in terracotta. L'ingresso, oggi impraticabile, aveva un vestibolo e un'ampia scala in laterizio.

La basilica di Sant'Agnese.
Fino al diciassettesimo secolo la chiesa di Sant'Agnese sulla via Nomentana, a circa tre chilometri dalle Mura Aureliane, era interrata fino all'altezza del matroneo. D'altro canto la giovane martire era stata sepolta in una galleria cimiteriale a circa sei metri sotto l'attuale livello stradale, e la prima cappella devozionale ad corpus (quarto secolo d.C.) era quasi completamente rinserrata nel fianco della collina. Nel quinto secolo l'originario sacello fu trasformato in una piccola basilica sotterranea. Nel settimo secolo papa Onorio primo (625-638), grande restauratore di basiliche romane, ricostru l'edificio dalle fondamenta dotandolo di ricchi ornamenti. La sua decisione fu probabilmente determinata dal fatto che la piccola basilica ad corpus era diventata troppo angusta per le nuove esigenze di culto, mentre la grande basilica circiforme fatta realizzare da Costantina o Costanza, figlia di Costantino e Fausta, era in rovina.
La basilica onoriana era semipogea e anche oggi per raggiungere il piano basilicale  necessario scendere uno scalone ripido di circa trenta gradini, che un tempo doveva essere piuttosto buio, basti osservare le transenne marmoree delle finestre che si conservano all'inizio della scala, a sinistra, e dalle quali non doveva filtrare molta luce. Di questa lunga gradinata ne parla anche un pellegrino fiorentino, Giovanni Rucellai, il quale, nel suo diario di viaggio nel 1450, scriveva che la chiesa Sancta Agnesa fuori di porta uno miglio, molto bella, scende molto.
I grandi lavori di sterro che hanno liberato i fianchi della basilica, la quale resta comunque seminterrata, furono realizzati nel Seicento dal cardinale Alessandro Ottaviano de' Medici, il quale fece tagliare e asportare il terreno attorno alla basilica, cosicch per accedere alla chiesa fu necessario costruire una sorta di ponticello sul quale si appoggia il protiro.
L'interno del Mausoleo di Santa Costanza in un'incisione di Giovanni Battista Piranesi.
Di questo importante intervento ne parla un contemporaneo, il quale scriveva che l'edificio di culto era sepolto intorno intorno da quaranta palmi di terra, la quale fece levare [...] facendo piazza spatiosa intorno al fosso. Per sterrare questo sito il cardinale comper la vigna circostante e realizz dei cortili dove prima c'erano roghi e prumi et male piante che corrompevano l'aria et raunavano serpi et brutti altri velenosi animali.
Il complesso monumentale di Sant'Agnese fuori le Mura comprende l'attuale basilica (dopo le trasformazioni di cui si  detto), la basilica circiforme di fine quarto secolo, e il mausoleo che Costantina o Costanza volle farsi costruire (tra il 337 e il 350) accanto alla tomba della vergine, alla quale era profondamente devota.
Da piazza Annibaliano  possibile ammirare i possenti contrafforti che ancora rimangono della chiesa circiforme. La sagoma della basilica di epoca costantiniana e il mausoleo sul suo lato sinistro si possono facilmente vedere sulle mappe satellitari.
La catacomba di Sant'Agnese.
Agnese aveva solo dodici anni quando fu martirizzata, ma la figura della giovane fanciulla conquist cos tanto la fantasia popolare da diventare ben presto una delle immagini femminili pi celebri del cristianesimo, e spinse molte personalit di primo piano a innalzare edifici di culto per commemorarla con monumenti pregevoli giunti fino a noi.
Non sappiamo con certezza quando mor, anche perch la sua passio, come del resto anche quelle di altri martiri, ha poco valore storico. Verosimilmente trov la morte durante l'impero di Diocleziano (303-305) piuttosto che sotto Decio (249-251) o Valeriano (253-260).
Una leggenda popolare tramanda che Costantina o Costanza, figlia dell'imperatore Costantino il Grande e Fausta, fosse stata miracolata dalla santa, che la guar dalle piaghe. Fu cos che tra il 337 e il 350 fece costruire la basilica a deambulatorio (o circiforme), i cui resti murari in opera listata dominano piazza Annibaliano; accanto fece realizzare un mausoleo circolare, innestandolo all'edificio con un atrio a forcipe, ancora oggi visibile nello splendore dei suoi mosaici e nella maestosit del sarcofago porfiretico, dove Costanza fu sepolta (l'originale si conserva ai Musei Vaticani).
Sempre intorno alla met del quarto secolo, la sepoltura di Agnese, a sei metri di profondit, ebbe una prima monumentalizzazione per merito di papa Liberio (352-366). In questa stessa epoca, della piccola martire scrive papa Damaso (366-384), che fece incidere una lastra marmorea da apporre sulla sua tomba. Oggi si pu vedere affissa sulla parete lungo lo scalone che conduce al nartece della basilica attuale. Anche sant'Ambrogio (339-397), vescovo di Milano, ci restituisce testimonianze della vita e della morte dell'eroina cristiana, sebbene riferisca una versione del martirio diversa da quella di papa Damaso. Il poeta spagnolo Prudenzio (348-dopo 405), venuto a Roma per un viaggio, and a visitare la tomba di Agnese, e raccont che essa era sepolta in faccia alle torri, facendo riferimento alle Mura Aureliane che rispetto al complesso cimiteriale distano circa tre chilometri.
Alla fine del quinto secolo il primitivo santuario fu convertito in basilichetta, poi trasformata nell'attuale chiesa semipogea da papa Onorio i agli inizi del settimo secolo, quando ormai anche il grande edificio circiforme costantiniano (100 x 40 m) era fatiscente.
Agnese venne sepolta nella regio i di un preesistente cimitero sotterraneo sulla via Nomentana, databile alla seconda met del terzo secolo. Si tratta di una catacomba precostantiniana, che conserva moltissimi esempi di arcaicit riscontrabili nei formulari delle iscrizioni, nella tipologia architettonica di alcuni sepolcri e nella presenza di grandi diaframmi di tufo tra un loculo e l'altro.
Gli scavi della catacomba iniziarono nel 1869 e furono portati avanti da Mariano Armellini (1852-1896), che distinse il cimitero sotterraneo in quattro regioni, alcune delle quali, come la regio ii, totalmente distrutte dai corpisantari, cercatori di reliquie che penetravano nei cimiteri cristiani con lo scopo di estrarre corpi santi; la regio terzo invece  completamente intatta, in quanto era rimasta sepolta sotto tenaci strati di limo che l'avevano preservata. La regio iv, vista parzialmente da Armellini, venne scavata nella sua interezza nel 1972. In quest'occasione si riport alla luce anche una necropoli pagana sub divo con numerosi mausolei datati dal secondo secolo in poi, cancellati dalla costruzione della basilica di epoca costantiniana.
Secondo il carme di papa Damaso, Agnese mor sul rogo, mentre Ambrogio e Prudenzio raccontano che sarebbe stata uccisa con un colpo di spada. Una leggenda, pi tarda e poco attendibile, narra che la fanciulla fu esposta nuda, ma miracolosamente protetta dai suoi lunghi capelli, in un lupanare che si trovava in un fornice del Circo di Domiziano a piazza Navona.
Proprio qui, nell'ottavo secolo, una guida turistica medievale attestava l'esistenza di una piccola basilica dedicata alla martire, sopra la quale nel diciassettesimo secolo, su commissione di papa Innocenzo decimo Pamphili (1644-1655), l'architetto Francesco Borromini (1599-1667) edific la grandiosa chiesa di Sant'Agnese in Agone. All'ambiente sotterraneo della chiesetta si arriva dalla scala collocata tra le cappelle di Sant'Alessio e di Sant'Agnese.
L'ipogeo  composto di tre ambienti ricavati nelle sostruzioni dello stadio di Domiziano, che furono sistemati durante la costruzione della basilica barocca. Nel 1123, papa Callistosecondo(1119-1124) ingrand l'antico sacello ricordato gi nell'ottavo secolo, costruendo una chiesetta che si affacciava su via di Sant'Agnese, odierna via dell'Anima, con un ingresso posteriore su piazza Navona.

9. DA PIAZZA VENEZIA A VIA TIBURTINA.

NOTIZIE STORICHE

Rione Monti, Santa Maria Maggiore, via Merulana, via Tiburtina.

Monti  il primo rione di Roma; fu chiamato cos perch nel suo territorio rientravano i colli Esquilino, Viminale, una parte del Quirinale e il Celio; era quindi molto vasto. Oggi Esquilino, Castro Pretorio e Celio non ne fanno pi parte.
Vogliamo ricordare una piacevole descrizione dei suoi confini, ormai superata, che si legge nella Descrizione del nuovo ripartimento dei rioni di Roma, che il conte Bernardino Bernardini , compil nel 1744 per ordine di Benedetto quattordicesimo (1740-1758).
L'itinerario partiva da una zona nei pressi del Campidoglio, adiacente a piazza Venezia: A Macel de' Corvi dal macellaro voltare a S. Lorenzolo, alla Madonna di Loreto, mezzo palazzo Bonelli, piazza Ss. Apostoli fino al convento, Arco Molara, S. Silvestro, Monte Cavallo, mano dritta fino alla fontana di Termine, volta a porta S. Lorenzo, a porta Maggiore fino a S. Giovanni in Laterano, strada dritta verso il Colosseo, mezzo Colosseo, campo Vaccino fino alla salita di Marforio, volta il vicolo e torna al suddetto macellaro.
Oggi Monti  compreso tra il rione Trevi (nord-ovest), Castro Pretorio (nord-est), l'Esquilino (est), il Celio (sud) e Campitelli (ovest).
Nell'antichit, un territorio cos vasto comprendeva zone molto diverse tra loro; in particolare si caratterizzava per le domus signorili, che si svilupparono soprattutto nelle zone alte, arieggiate e salubri, mentre in basso, attorno all'Argileto, nonostante la Cloaca Massima che raccoglieva le acque che defluivano dai torrenti delle sue colline, l'area era sempre piuttosto paludosa e malsana. Nel quartiere popolare della Suburra abitavano i cittadini meno abbienti, mentre oltre il muro che circoscriveva quella zona, c'erano i Fori imperiali. In epoca medievale molta gente inizi a trasferirsi in Campo Marzio per mancanza di acqua dopo il taglio degli acquedotti o per la loro mancata manutenzione. In questo periodo il rione era chiamato anche Montium et Biberatrice; l'ultimo appellativo derivava dalla via che attraversava i resti monumentali dei Mercati di Traiano, appunto la via Biberatica.
La zona inizi a ripopolarsi dopo la sistemazione urbanistica del 1570 e grazie alle nuove strade aperte da papa Sisto quinto (1585-1590), anche se fino a tutto l'Ottocento rimase fondamentalmente rurale, ricca di orti e di vigneti.
L'assetto del rione Monti fu definitivamente modificato tra gli anni Venti e Trenta del Novecento con i lavori che si fecero per la costruzione di via dei Fori imperiali.
Via Urbana fa parte del rione Monti. Forse il tracciato va identificato con il solco prodotto da un rivo d'acqua, che dalle colline circostanti scendeva ad alimentare il grosso fosso dello Spinon, il quale separava i rilievi del Quirinale, del Viminale e dell'Esquilino. Tutta la zona era ricca di pozzi scavati alla ricerca dell'acqua.
Nell'antichit era il vicus Patricius, perch abitato da famiglie aristocratiche. La tradizione leggendaria narra che qui ci fosse la domus di Pudente, un pezzo grosso dell'autorevole famiglia degli Acilii Glabriones, di religione cristiana, che, sembra, qui avesse ospitato san Pietro. Aveva due figlie, Pudenziana e Prassede, sorelle di Novato e Timoteo, i quali, a un certo punto del secondo secolo d.C., avrebbero deciso di costruire delle terme utilizzando la loro abitazione. Addossarono alla domus una serie di gallerie longitudinali con funzione di sostruzione delle Thermae Novatianae o Thimotinae, che pertanto furono erette sopra l'edificio paterno, che rimase perci, occultato. Alla fine del quarto secolo, nel 384 d.C., il presbitero Leopardus trasform una parte delle terme private nel titulus Pudentis.
Fin qui, leggenda e storia, che almeno per quanto riguarda la stratificazione e la trasformazione degli edifici, trovano conferma negli scavi archeologici. L'attuale chiesa, una delle pi antiche di Roma, sfrutta una parte delle Terme Novaziane, probabilmente invece un edificio polifunzionale.
Sotto la basilica di Santa Pudenziana, gi sotto il livello stradale di circa tre metri, si apre uno dei sotterranei pi vasti e interessanti di Roma, purtroppo chiuso al pubblico e difficilmente visitabile anche su richiesta, perch il percorso, a causa d'infiltrazioni d'acqua,  spesso allagato. Potendo tuttavia addentrarci nell'ambiente, ci troveremmo all'interno di vasti cameroni comunicanti, con ampie volte a crociera appartenute a un edificio di epoca adrianea (117-138), come risulta da alcuni bolli laterizi. Della casa patrizia sono rimaste abbastanza ben conservate sei ampie stanze quadrate con copertura a crociera, che hanno un secondo identico piano, ma di altezza inferiore, per via del taglio alle murature effettuato per creare il cortile della chiesa.
L'edificio  affiancato dalle gallerie di sostruzione delle terme private, un edificio databile all'epoca di Marco Aurelio (161-180). Uno dei suoi ambienti (quello con una piscina centrale e altri due laterali), divenne l'attuale chiesa di Santa Pudenziana al Viminale, come si pu verificare di persona. Alzando lo sguardo lungo le pareti sono ancora visibili, ma murate, le finestre originarie. Le antiche murature e tratti della pavimentazione dell'ambulacro attorno alle vasche si possono vedere alle spalle dell'abside della basilica, mentre i due corridoi laterali sono richiamati dalle due navate. Nella pavimentazione della basilica, alcuni tracciati di marmo colorato evidenziano la precedente disposizione dell'area.
La situazione sotterranea, comunque, conserva altri resti archeologici, perch la domus di Pudente fu costruita sopra una casa repubblicana datata alla seconda met del secondo secolo a.C., che  la parte pi antica tutto il complesso. Questo edificio coincide con la parte anteriore della chiesa; si vedono ancora in situ un muro e un pavimento con frammenti di pietre colorate. Gli scavi hanno evidenziato due livelli pavimentali risalenti uno alla seconda met del secondo secolo a.C., l'altro al periodo di transizione tra la fine della Repubblica e l'inizio dell'era augustea.
Sulla stessa via, ma pi in basso, la piccola chiesa di San Lorenzo in Fonte conserva un pozzo miracoloso, che si raggiunge a circa sei metri di profondit tramite una stretta scalinata. Il pozzo doveva far parte di una domus romana. Nel sottosuolo ci sono resti di murature di due piccoli vani, che in una prima fase d'indagine archeologica furono considerati pertinenti a un oratorio e a una domus. Recenti studi hanno invece appurato che si tratta di un unico ambiente databile tra il settimo e il nono secolo, dove s'install un luogo di culto proprio per la presenza dell'acqua prodigiosa.
Secondo la tradizione qui c'era la casa di Ippolito, un militare convertito al cristianesimo che sub il martirio il 13 agosto, tre giorni dopo la morte di Lorenzo, trainato dai cavalli sulla via Tiburtina dove il suo corpo, abbandonato, venne raccolto e seppellito dal presbitero Giustino. Del martire romano Ippolito storicamente sappiamo pochissimo e sulla sua figura regnano grandi incertezze. L'unica notizia certa che ricaviamo dalla storia agiografica  il suo dies natalis, cio il giorno della sua morte nel significato di nascita a nuova vita, ricordato nell'Elenco delle deposizioni dei martiri e nelle successive fonti dei Martirologi. A Roma, sulla via Tiburtina, c' anche una catacomba intestata al martire Ippolito, ma la questione ippolitea resta confusa, perch le notizie storiche sulla sua personalit non sono univoche.
Piazza di Santa Maria Maggiore prende il nome dalla quarta basilica papale, la pi grande di quelle dedicate alla Vergine, costruita per decisione di papa Sisto terzo (432-440) sulla sommit del Cispio, una delle tre alture dell'Esquilino.
La chiesa  chiamata anche Liberiana o Santa Maria della Neve, perch sarebbe stata la stessa Madonna a indicare a papa Liberio (352-366) e a un certo Giovanni, personaggio facoltoso, dove sarebbe dovuta sorgere la basilica. Il 5 agosto un manto bianco ricopr l'altura e il miracolo della neve fu il segno del suo volere. La basilica fu eretta grazie allo stesso Giovanni, che finanzi la costruzione.
Questa  la leggenda, ma gli scavi effettuati nei sotterranei della chiesa ci hanno consegnato diverse emergenze archeologiche del tutto estranee a un edificio di culto cristiano, cos di questo antico monumento abbiamo solo la citazione del Liber Pontificalis, che afferma che Liberio fecit basilicam nomini suo iuxta Macellum Liviae.
In ogni caso, in ricordo di questa tradizione, ogni anno, il 5 agosto, una nevicata di petali bianchi imbianca la cupola della chiesa e tutta la piazza.
L'apertura di via Merulana fu opera di papa Gregorio tredicesimo (1572-1585), che la fece realizzare in occasione del Giubileo del 1575 per collegare la basilica di Santa Maria Maggiore con San Giovanni. Nella pianta di Roma di Leonardo Bufalini (1551) gi appare un lungo tracciato viario chiamato via Tabernola, forse solo un percorso rurale che attraversava in basso l'ampia Vallis Tabernulae per arrivare al Laterano. La grande planimetria di Leonardo Bufalini, architetto militare,  il primo esperimento di rilevazione urbanistica fatto in modo oggettivo e scientifico, finalizzato anche a fini catastali.
Papa Gregorio tredicesimo in un'incisione tratta da Vite dei pontefici del Platina.
Qualche anno pi tardi questo stesso percorso appare come un'ampia via denominata Gregoriana, grazie al papa che anticip Sisto quinto nell'intenzione di creare una grande arteria di collegamento tra le due basiliche romane. La mappa di Etienne Du Prac del 1577, infatti, mostra un lungo rettifilo, largo e normalizzato.
Dal diciottesimo secolo, il primo tratto di via Merulana (dalla piazza a via di San Vito) si chiamava via della Coroncina per la presenza di un'osteria ottocentesca omonima scomparsa; ricalca la strada del Cinquecento e fu risistemata alla fine dell'Ottocento, quando iniziarono i lavori per la costruzione del quartiere piemontese. Rappresenta il confine tra i rioni Monti ed Esquilino.
Nel 1874, durante i suddetti lavori e mentre si faceva spazio per aprire largo Leopardi, fu scoperto il ninfeo-auditorium di Mecenate (70?-8 a.C.), il potente personaggio della cerchia dell'imperatore Augusto, che per primo intervenne su quest'area bonificando un territorio occupato fin dal nono secolo a.C. da una vasta necropoli. Mecenate fece ricoprire il sito con spessi strati di terra, trasformando definitivamente la zona sia nella sua geomorfologia sia nella sua destinazione d'uso. L'area, che era profondamente disegnata da avvallamenti e pianori, rientrava in un vasto progetto urbanistico, che non riguardava la sola sistemazione della sua propriet, ma doveva riqualificare tutta una zona che da allora inizi a ospitare ville e orti delle famiglie pi facoltose della societ romana.
La via Tiburtina prende il nome dall'antica Tibur (odierna Tivoli), collegata a Roma da un antico tracciato viario che in et repubblicana usciva, insieme con la via Labicana, dalla Porta Esquilina delle Mura Serviane. Di questo ingresso alla citt ci resta solo un fornice noto come Arco di Gallieno, al quale si addoss la piccola chiesa di San Vito in Macello, nei pressi di piazza Vittorio. Era una delle entrate pi vecchie della citt; l'arco fu ricostruito ex novo da Augusto, ma prende il nome dell'imperatore Gallieno, per via della dedica sull'attico aggiunta in un secondo momento.
Con l'ampliamento del tracciato murario dell'imperatore Aureliano (270-275), la strada iniziava il suo percorso extraurbano dalla Porta Tiburtina che, dall'ottavo secolo in poi, assunse il nome di Porta San Lorenzo per la vicinanza al santuario del martire.
Nei pressi di questa catacomba, in due traverse della strada consolare, si trovavano altri due cimiteri cristiani, che ricordano due personaggi importanti e controversi della storia della Chiesa: Novaziano e Ippolito. Entrambi, e per motivi diversi, sono definiti rigoristi; vissero in periodi differenti.
La prima catacomba  dedicata al martire Novaziano (220-258), rigorista, contrario alla politica moderata del pontefice Cornelio (251-253) cui aderiva anche il vescovo di Cartagine, Cipriano ( 258). Egli contrastava il rientro dei lapsi nella comunit cristiana, cio di coloro che sotto la violenta repressione imperiale anticristiana avevano abiurato il cristianesimo adorando gli di. Esaltando i valori di purezza e santit, e sostenendo il rigorismo dottrinale, il novazianismo si mise in contrasto con la posizione ufficiale della Chiesa e il suo sostenitore fu scomunicato nel Concilio romano del 251. Novaziano fond una Chiesa scismatica diventando l'antipapa di Cornelio.
Diversa  l'intransigenza di Ippolito (170-235), il quale si scagliava contro il lassismo della sua epoca e contro Callisto, suo antagonista, che riteneva in qualche modo responsabile. Contro di lui scrisse pagine di fuoco, dipingendolo a fosche tinte. Fond una scuola di pensiero, il didaskaleion; lo conosciamo come l'autore di un trattato contro tutte le eresie, i Philosophumena. Ippolito fu imprigionato nel 235 sotto Massimino il Trace (235-238), che fece una persecuzione soprattutto contro le gerarchie ecclesiastiche. Con Ippolito fu catturato anche papa Ponziano (230-235) ed entrambi furono condannati ai lavori forzati nelle miniere sarde. Morirono entrambi, martiri, in esilio.
Nel settembre del 1926 durante le operazioni di sbancamento per la realizzazione dell'asse viario di viale Regina Margherita, odierno viale Regina Elena, emersero alcune gallerie cimiteriali in pessime condizioni di conservazione e senza reperti archeologici che, in un primo tempo, si pensarono legate al vicino cimitero di Ciriaca, poi archiviate come ipogeo privato. Negli anni seguenti i lavori in corso per la costruzione della strada portarono alla luce una nuova regione del tutto sconosciuta e, al contrario delle precedenti gallerie, era conservata molto bene per la maggior parte della sua estensione, con iscrizioni ancora in situ, e restitu vetri dorati, suppellettili di vario genere e monete.
Fino al 1932, tuttavia, gli studiosi brancolarono nel buio perch questo cimitero ipogeo, con tutte le caratteristiche di una necropoli cristiana comunitaria, era ignoto alle fonti. Solo il primo aprile di quell'anno si riusc a sciogliere l'enigma grazie a una sensazionale scoperta: in una galleria in fondo all'arteria principale su un sepolcro a mensa, contenuto in un nicchione, apparve un'epigrafe dipinta in rosso, incorniciata con un bordo in mosaico, dove si ricordavano i lavori fatti presso la tomba del beatissimo martire Novaziano da parte del diacono Gaudenzio.
Il ritrovamento di alcune epigrafi con la data consolare consente di collocare la catacomba di Novaziano, nel suo nucleo originale, al terzo quarto del terzo secolo; sono, infatti, ben quattro le iscrizioni precostantiniane che riportano gli anni 266 e 270. La precocit dell'organismo, che si pu notare anche in altri casi (Calepodio, Panfilo, Priscilla),  testimoniata dalla regolarit e dall'ordine con il quale furono organizzate le gallerie: di norma rettilinee, alte (qui oltre 4 metri), senza cubicoli, pitture o arcosoli. Le tombe sono separate da spessi diaframmi di tufo e sono sigillate con tegoloni e calce (raro l'impiego di marmi). I formulari, molto semplici, sono dipinti in colore rosso. Nel quarto secolo al nucleo primitivo, scavato a graticola, si aggiunsero nuove gallerie, facilmente riconoscibili per l'andamento tortuoso, la minore altezza e la presenza di alcuni cubicoli e marmi. Di questo periodo restano diversi monogrammi costantiniani, mentre in un cubicolo a carattere familiare sono stati ritrovati quattro sarcofagi riccamente scolpiti.
Abbandonato verosimilmente tra la fine del quarto e l'inizio del quinto secolo, il cimitero cadde nell'oblio e insieme Novaziano e la sua comunit rigorista, ignorati dalla Chiesa e dalle fonti storiche.
La catacomba di Ippolito, poco distante dalla precedente, alla fine del sedicesimo secolo fu vista sicuramente da Antonio Bosio (1575-1629), che immagin fosse una propaggine del cimitero di Ciriaca. Era sicuramente gi conosciuta e frequentata, poich alcuni frammenti di epigrafe damasiana furono riutilizzati nel 1425 per il pavimento della basilica di San Giovanni in Laterano, inoltre sono state ritrovate delle cave utilizzate per estrarre materiale per l'edilizia. La giusta attribuzione al martire Ippolito la dobbiamo a Marcantonio Boldetti (1633-1749), pure se le prime indagini scientifiche furono fatte nel diciannovesimo secolo da Giovanni Battista de Rossi (1822-1894), che riusc anche a individuare il testo del carme damasiano, grazie alla consultazione di un codice conservato a San Pietroburgo e messo a disposizione dallo zar di Russia. Nella sua dedicazione al martire, tuttavia, non avendo evidentemente molte informazioni, Damaso, che aveva monumentalizzato la sua tomba creando uno spazio per i pellegrini, mescola Ippolito e Novaziano, ritenendoli contemporanei ed entrambi rigoristi e scismatici. Altre indagini furono svolte anche dallo studioso Fabio Gori, proprietario della vigna dove insisteva la catacomba, il quale individu nel sopratterra un mausoleo triabsidato che sopravvisse fino agli anni Venti-Trenta del Novecento.
La catacomba fu utilizzata come rifugio antiaereo durante i bombardamenti americani del 1943, che causarono perdite notevoli nella basilica ipogea: si perse completamente l'altare, che doveva avere un pozzetto utilizzato dai pellegrini per le reliquie ex contactu. Le fonti storiche dell'inizio del quinto secolo tramandano che la tomba del santo si trovava in una cripta ipogea ornata di meravigliose tavole d'argento, con un altare addossato al sepolcro venerato.
Nel sopratterra doveva esserci una chiesa a tre navate, dove i fedeli festeggiavano Ippolito il 13 di agosto. A met del sesto secolo papa Vigilio (537-555), forse a causa della distruzione della basilica superiore dovuta ai Goti, fece realizzare ad corpus il pi grande santuario ipogeo della Roma sotterranea, al quale si accedeva tramite un iter prestabilito per condurre i pellegrini verso la tomba venerata. La chiesa era articolata in tre parti e composta di pi livelli, secondo un andamento ascensionale dall'ingresso fino al presbiterio, chiuso da cancelli, dove si trovava l'altare. Il pavimento della basilica era ricoperto da numerose fosse terragne.
La catacomba doveva avere quattro o cinque livelli di gallerie, due delle quali sono inaccessibili per infiltrazioni d'acqua; tra l'altro la presenza di due corridoi ortogonali tra di loro, e privi di sepolture, ha fatto ipotizzare l'esistenza di un sistema idraulico per la conservazione dell'acqua.
A causa delle precarie condizioni del monumento non esistono studi esaustivi, anche se sono state fatte molte ricerche e acquisizioni scientifiche. Gli ultimi restauri risalgono agli anni 1990-1991.

ITINERARIO

La chiesa dei Santi Silvestro e Martino ai Monti.

La vicenda che ruota attorno alla chiesa dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, o pi semplicemente di San Martino ai Monti, tradizionalmente conosciuta come il titulus Equitii,  piuttosto complessa da rileggere sia per quanto riguarda la sua doppia intestazione a Silvestro e a Equizio, sia per la stratificazione strutturale dell'edificio. In aggiunta, le fonti storiche risultano a volte contrastanti, mentre mancano ancora precisi rilevamenti archeologici dei sotterranei. La chiesa si affaccia su viale del Monte Oppio, all'angolo con via Equizia.
Le uniche testimonianze certe, cui si pu fare riferimento, appartengono all'edificio romano del terzo secolo, nel quale si vuole riconoscere il titulus Equitii. Forse in origine fu un mercato coperto o un palazzo di abitazione a pi piani; si pu vedere l'unico livello oggi rimasto a circa dieci metri sotto il convento della basilica. Nello stesso ambiente restano ancora delle decorazioni a carattere cristiano  e, in superficie, l'attuale edificio di culto fatto costruire da papa Sergio secondo (844-847), sopra o accanto a una precedente basilichetta di papa Simmaco (498-514), intitolata a San Martino di Tours, il noto martire romano che condivise met del suo mantello con un mendicante; era originario della Pannonia, l'odierna Ungheria.
Il Liber Pontificalis, un documento storico redatto a pi mani attraverso i secoli con le biografie dei papi da Pietro a Martino quinto (1417-1431), scrive che papa Silvestro, pontefice nell'era costantiniana, nel quartiere Esquilino diede origine a due titoli: il primo legato al suo nome, e il secondo intestato al presbitero Equizio. Le leggendarie vicende collegate ai rapporti tra il pontefice e l'imperatore Costantino sono raccontate negli affreschi medievali della cappella, che gli  stata dedicata nel convento dei Santi Quattro Coronati al Colosseo.
Gli studiosi sono piuttosto discordi sulla duplice intitolazione, cos mentre alcuni pensano soltanto a una sovrapposizione di nomi, altri ritengono che i due titoli appartenessero a due distinti organismi: il primo, quello di Silvestro, coincidente con le stanze romane sotto l'attuale basilica; il secondo, di Equizio, presso la vicina chiesa di Santa Lucia in Selci, sulla via omonima.
Le altre incertezze dipendono dalla constatazione che nei sotterranei della basilica la prima evidenza cristiana  piuttosto tarda, perci malgrado quello che tramandano le fonti, non si riesce a stabilire con certezza se nel quarto secolo quegli ambienti appartennessero realmente al titulus di papa Silvestro e quindi ai cristiani.
Nel nono secolo papa Sergio secondo riedific la basilica, riconosciuta nell'odierno edificio, e costru il monastero, mentre i sotterranei continuarono a essere utilizzati, forse anche per usi funerari. Nel diciassettesimo secolo, quando si rifece completamente l'elegante cripta sotto l'altare maggiore, alla sua sinistra si apr un passaggio per scendere nell'ambiente  sottostante.
Abside della chiesa dei Santi Silvestro e Martino ai Monti in un'incisione di Giuseppe Vasi.
L'eccezionale struttura, che si visita sotto l'attuale convento carmelitano, ha il suo punto focale nella cosiddetta aula a sei vani, una grande stanza centrale che misura undici metri per diciotto, con ambienti laterali. Al centro della stanza due grossi pilastri suddividono lo spazio in due navate, articolate in tre campate con volte a crociera.
In fondo si vedono tre grandi arcate tamponate, che si affacciavano sul clivus Suburanus, l'attuale via in Selci, che procede in salita alle spalle della chiesa odierna e che si trova a un livello inferiore rispetto alla sua facciata sul viale di Monte Oppio. Tale clivus era uno dei due percorsi di vallata che aggirava sulla destra la propaggine del Cispius, una delle cime dell'Esquilino. Il secondo tragitto era il vicus Patricius, attuale via Urbana, che aggirava la sommit sulla sinistra, venendo dall'attuale via Cavour.
Questa  la ricostruzione archeologica che emerge dagli studi del monumento e riguarda l'edificio romano del terzo secolo. La visita del sotterraneo, invece, riserva sorprese insolite, tanto che  piuttosto difficile riconoscere l'originaria struttura per via dei vari interventi, che si sono succeduti nei secoli, e delle numerose pareti aggiunte, che hanno modificato l'aspetto degli ambienti, articolati in undici vani.
Cos  difficile individuare con facilit la suddetta aula a sei vani, perch le opere edilizie successive hanno creato piuttosto un ambiente quadrato, al centro del quale spicca un ampio pilastro rinforzato e allargato con una muratura, si suppone per offrire maggiore area da decorare con affreschi. Alla sinistra di questa stanza si apre una cappella con altare. Ben poco  rimasto del mosaico nella nicchia rappresentante San Silvestro, e ipotizzato del sesto secolo. Nel pavimento restano diverse tracce di un mosaico in bianco e nero dell'edificio del terzo secolo. Nel vano centrale, dopo il grande pilastro, si trovano due rampe di scale, che conducono a stanze sotterranee invase dalle terre, scoperte durante i lavori del 1930.
Un altro scalone sul corridoio di sinistra, subito dopo l'ingresso al sotterraneo,  stato ricostruito in epoca moderna. Gli otto gradini della prima rampa raggiungono un pianerottolo dal quale si poteva accedere a un livello superiore. Dallo stesso pianerottolo, tuttavia, si pu anche scendere tramite una scala a chiocciola che si arresta, anch'essa come la precedente menzionata, davanti ad alcuni ambienti ricolmi di terre e quindi inaccessibili.
Pochissimo  rimasto dei diversi affreschi del nono secolo che decoravano le pareti. Nel sito si trovano differenti e interessanti lastre tombali dei superiori generali carmelitani, comprese tra il quindicesimo e il diciassettesimo secolo. In un altro ambiente sono invece ammassate tegole di epoca teodoriciana, appartenute al tetto della basilica.
I titoli cristiani
Intorno al terzo secolo d.C. la Chiesa inizi a organizzare i titoli,, che diventarono i luoghi d'incontro e di riunione dei cristiani, con funzioni simili a quelli di un'odierna parrocchia, a capo dei quali c'era un presbitero. I titoli sono un fenomeno prettamente romano e rappresentano un'evoluzione delle domus ecclesiae, che furono i primitivi luoghi di culto dei fedeli; sono quindi, come dicono gli studiosi, un punto di arrivo e non di partenza.
Con il termine titolo, comunque, si faceva riferimento prima di tutto a un segno di riconoscimento, cio all'insegna di legno, o forse in marmo o altro materiale, affissa sulla porta dell'abitazione, con il nome del proprietario; era insomma l'antenato della targhetta che noi mettiamo sull'uscio con il nostro nome. Il titolo esprimeva anche il possesso di una propriet, di norma privata; era cio l'abitazione del donatore messa a disposizione o venduta o lasciata in eredit alla comunit dei cristiani.
Con il passaggio ufficiale di tale propriet alla Chiesa, si mantenne, come memoria e gratitudine, il nome dell'ex titolare, il promotore o il benefattore, mentre la definizione di titolo rimase, per antonomasia, alle basiliche di Roma (chiese titolari). Tuttavia occorre precisare che se i tituli sono collegati con le domus ecclesiae, perch furono una loro trasformazione,  altrettanto certo che l'odierna chiesa titolare non sempre coincide, nel sottosuolo, con una casa-chiesa. Le indagini archeologiche, infatti, hanno accertato che sotto le chiese titolari di Roma spesso si trovano edifici pubblici, terme o altro.
Tra il quarto e il sesto secolo a Roma c'erano venticinque tituli, un numero emerso sulla base delle firme dei presbiteri che parteciparono al Sinodo romano del 595. In seguito, la denominazione del titolo sub delle modifiche. Ai primitivi sponsor subentrarono i nomi dei costruttori o dei ricostruttori delle chiese, oppure dei santi dei quali si conservavano e si veneravano le reliquie. Accadde anche che diversi benefattori fossero santificati.
Dall'elenco seguente dei titoli romani (in ordine alfabetico) si pu notare come la maggior parte di essi si collocasse piuttosto al di fuori del centro cittadino, tranne il titulus Anastasiae ai piedi del Palatino, al Circo Massimo. Questa dislocazione delle parrocchie paleocristiane testimonia che, ancora per tutto il quarto secolo, la maggioranza delle famiglie patrizie romane, che vivevano nel centro dell'Urbe, fosse ancora pagana.
Elenco dei titoli romani con l'indicazione dell'odierna chiesa che mantiene la prerogativa del titulus
Titulus Anastasiae (Sant'Anastasia)
Titulus SS. Apostolorum poi Eudoxiae (San Pietro in Vincoli)
Titulus S. Balbinae o Tigridae (Santa Balbina)
Titulus Bizantis poi Titulus Pammachii (Santi Giovanni e Paolo)
Titulus Caeciliae (Santa Cecilia in Trastevere)
Titulus Callixti poi Iulii et Callixti (Santa Maria in Trastevere)
Titulus Clementis (San Clemente)
Titulus Crysogoni (San Crisogono)
Titulus Cyriaci (San Ciriaco presso le Terme di Diocleziano, scomparsa)
Titulus Damasi (San Lorenzo in Damaso)
Titulus Equitii poi S. Silvestri (Santi Silvestro e Martino ai Monti)
Titulus Eusebii (Sant'Eusebio)
Titulus Fasciolae (Santi Nereo e Achilleo)
Titulus Gaii (Santa Susanna)
Titulus Lucinae o in Lucinis (San Lorenzo in Lucina)
Titulus Marcelli (San Marcello al Corso)
Titulus Marci (San Marco)
Titulus SS. Marcellini et Petri (o Nicomedis?) (Santi Marcellino e Pietro)
Titulus Praxedis (Santa Prassede)
Titulus Priscae (Santa Prisca)
Titulus Pudentis (Santa Pudenziana)
Titulus SS. Quattuor Coronatorum (o Hemilianae?) (Santi Quattro Coronati)
Titulus S. Sabinae (Santa Sabina)
Titulus Vestinae (San Vitale)
Titulus Xysti (o Crescentianae?) (San Sisto Vecchio)
La chiesa di San Vito in Macello
Sotto la chiesa di San Vito, in via Carlo Alberto, in un ambiente semisotterraneo ci sono importanti emergenze archeologiche, che aiutano a ricostruire topograficamente una zona antichissima di Roma. Qui gli insediamenti risalgono all'et del ferro e gi all'inizio dell'ottavo secolo a.C. c'era una necropoli, che fu scavata nei primi anni dell'Ottocento. L'Esquilino fu un quartiere molto popoloso; rappresent la quarta trib territoriale (oltre all'Esquilina, c'erano la Palatina, la Collina e la Suburana), creata da Servio Tullio dopo che questi l'aveva inclusa nella citt e dove, secondo una tradizione, egli stesso risiedette.
Gli affioramenti antichi sono per cos numerosi e cos stratificati nel tempo che per capire la situazione urbanistica di questo angolo cittadino occorrerebbe una ricostruzione virtuale, per far rinascere sotto i nostri occhi, quasi per magia, le mura del sesto secolo in cappellaccio, grigio e friabile, di cui abbiamo alcuni resti. Vedremmo la prima e la seconda Porta Esquilina; quest'ultima usciva dalle Mura Serviane del quarto secolo a.C. in blocchi di tufo di Grotta Oscura, proveniente da Veio da poco conquistata,  molto pi resistente del precedente. Un frammento superstite delle mura del quarto secolo, diagonale rispetto alla strada, si trova in via Carlo Alberto, poco distante dalla parrocchia.
Anche il breve tratto di basolato che  l sotto prenderebbe improvvisamente vita, e lo vedremmo passare sotto il terzo fornice dell'Arco di Gallieno, come oggi chiamiamo quel che resta della Porta Esquilina. Era uno degli ingressi pi vecchi della citt; fu ricostruito ex novo da Augusto, ma prende il nome dell'imperatore Gallieno dalla dedica sull'attico aggiunta in un secondo momento.
Quello che colpisce subito entrando in questo sito  lo speco ben conservato, e altri condotti idraulici, compreso un castellum aquae per la distribuzione alle utenze pubbliche, collegati all'arrivo dell'Anio Vetus all'Esquilino. L'acquedotto dell'Aniene vecchio (terzo secolo a.C.), chiamato cos dopo la realizzazione di quello nuovo (primo secolo a.C), captava le acque tra Vicovaro e Mandela, arrivava in citt ad Spem Veterem, nella zona di Porta Maggiore, raggiungendo poi il castellum a Porta Esquilina, da cui l'acqua veniva agevolmente distribuita in varie zone cittadine, grazie all'altezza del luogo.
Nel quarto secolo, accanto alla suddetta cisterna, s'inser una diaconia che si affacciava sulla strada, ricordata nella biografia di Leone terzo (795-816). Lungo un canale di scolo del castellum aquae sono state ritrovate sepolture cristiane, evidentemente risalenti a un periodo di abbandono del sito. Inoltre  stata accertata la fase medievale del primo edificio di culto e le strutture della chiesa di Sisto quarto (1471-1484), che l'aveva restaurata dopo che era caduta in rovina.
Dopo il sotterraneo converr fare una visita alla chiesa, pi volte restaurata, che ha subto vari sconvolgimenti, compreso lo scavo del suo sottosuolo (1971-1972 e 1979), che ha costretto gli architetti a tagliare una parte di navata e a ruotare l'ingresso di 180 gradi, riportandolo all'originario del quindicesimo secolo di Sisto quarto, su via di San Vito. All'inizio del Novecento, infatti, era stata aperta una nuova facciata su via Carlo Alberto. Quasi che lo stesso edificio fosse stato colpito da una sorta di ballo di San Vito, il martire titolare, un santo cosiddetto ausiliatore, al quale si riconoscevano poteri taumaturgici per guarire da una malattia, che induce dei movimenti rapidi e a scatto del viso, delle mani e dei piedi, popolarmente chiamata, appunto, ballo di San Vito.
Oggi, l'unica navata della chiesa appare spoglia e silenziosa, priva di decorazioni e senza elementi ottocenteschi, con le mura dipinte in un colore giallo uniforme. Gli unici arredi che la ornano sono due edicole nei pressi dell'altare, dove occorre fermarsi per guardare e apprezzare gli affreschi, rivolgendo una particolare attenzione a quella di destra del 1483, una Madonna con Bambino e Santi di Antoniazzo Romano (1430-1508). Nella chiesa c' anche la cosiddetta pietra scellerata, in realt un cippo funerario romano che la tradizione collega al ricordo dei martiri uccisi. Nel Medioevo si riteneva miracolosa contro l'idrofobia, per questo era raschiata per ottenere una polvere curativa.
Chi era Vito? La sua  una storia leggendaria mai accertata, tuttavia  presentato come un giovane di origine siciliana. Il santo  molto venerato nel Sud Italia e anche dalla Chiesa ortodossa serba e bulgara. Sub il martirio a Roma con Modesto, suo maestro, e Crescenza, la nutrice. La diaconia del quarto secolo era intitolata ai santi Vito, Modesto e Crescenza; l'odierna chiesa parrocchiale conserva i nomi di Vito e Modesto.
 considerato il protettore dei ballerini e poich la tradizione vuole che sia stato martirizzato in un calderone di pece bollente,  anche il patrono dei calderai, dei ramai e dei bottari. Un quadro di Janez Gosar, pittore sloveno ottocentesco, lo mostra appunto dentro un paiolo di rame sul fuoco, mentre riceve la palma del martirio.
Sull'Esquilino, le fonti antiche ricordano il macellum Liviae, il mercato alimentare che Tiberio inaugur nel 7 a.C., dedicandolo alla madre Livia, moglie di Augusto. Il plateatico era stato edificato fuori Porta Esquilina (o forse nei pressi) ed era probabilmente collegato con il Foro Esquilino. Nel corso degli ultimi due secoli  stato cercato e a volte individuato sotto alcune chiese della zona, in particolare sotto la basilica di Santa Maria Maggiore che il Liber Pontificalis cita come iuxta macellum Liviae. Tuttavia l'edificio che si trova nei suoi sotterranei sembra sia da escludere. Lo stesso libro, nella biografia di Leone iii, ricorda San Vito in Macello.
Un'altra menzione del mercato viene dalla Cronaca di Benedetto del Soratte (921), il quale scrive che la chiesa di Sant'Eusebio, oggi seminascosta dai palazzi ottocenteschi a piazza Vittorio, era citata come vicino al piccolo mercato (iuxta macellum parvum), mentre il canone benedettino del Laterano (1143) descrive il percorso di una processione che entrava ...sotto l'arco di Gallieno, nel luogo detto mercato liviano... (intrans sub arcum ubi dicitur macellum Livianum).
L'unica evidenza concreta sembrerebbe darcela ancora quell'edificio in opera reticolata e mattoni, scavato alla fine dell'Ottocento fuori Porta Esquilina, una sorta di cortile aperto porticato, con botteghe, che misura ottanta per venticinque metri, il quale si potrebbe davvero identificare con il mercato che doveva trovarsi sul Cispio, una propaggine del colle Esquilino, dove sorge la basilica papale, e dove viene localizzato il foro.
Diverse attestazioni antiche infatti collegano il Cispio con il suddetto foro, che fu in uso fino al quinto secolo d.C., quando fu restaurato dal prefetto della citt, e con un'area pubblica dove sappiamo che c'erano dei commercianti che avevano la bottega nella piazza.
Il calendario dipinto
La quarta basilica papale, Santa Maria Maggiore, fu costruita per decisione di papa Sisto terzo (432-440) sulla sommit del Cispio, una delle tre alture dell'Esquilino.  chiamata anche Liberiana o Santa Maria della Neve, perch per molto tempo erroneamente ritenuta costruita sulle rovine della chiesa fondata da papa Liberio (352-366), il quale avrebbe scelto questo sito dopo una visione mistica e una nevicata estiva miracolosa. Che la basilica fosse di papa Liberio ne era certo Mariano Armellini (1852-1896), il quale nel suo volume sulle Chiese di Roma nel 1891 scriveva che questa basilica di Santa Maria sia la liberiana  cosa certissima.
Gli scavi condotti (1966-1971) sotto la chiesa hanno invece portato alla luce un edificio la cui fase pi antica, in opus incertum,  databile al secondo secolo a.C., mentre i restauri pi importanti sembrano risalire a epoca adrianea (117-138). Sei metri sotto il pavimento della basilica si trova un grande cortile porticato (circa 40 x 30 m), sul quale si affacciano alcune stanze. Dopo il distacco delle lastre marmoree che decoravano le pareti del portico, sui muri dei lati lunghi fu dipinto un calendario rustico, nel quale alle fasce verticali con i giorni del mese dipinti in bianco su fondo rosso si alternano delle scene con i lavori agricoli connessi con la stagione.  cronologicamente datato al periodo costantiniano. Le pitture di paesaggio rimandano a stilemi dell'arte africana romana. I pannelli, alti circa due metri, sono molto rovinati; del calendario restano solo i mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre.
Ormai  stata definitivamente abbandonata la proposta di identificare il portico con il mercato alimentare inaugurato da Tiberio per la madre nel 7 a.C., il macellum Liviae, e accettata l'ipotesi della sua pertinenza con una grande villa suburbana, una delle tante che sorgeva in questa zona residenziale.
La piazza e la basilica di Santa Maria Maggiore in un'antica incisione.
Il ninfeo-auditorium di Mecenate
Dopo i lavori di restauro di qualche anno fa, l'auditorium di Mecenate (70?-8 a.C.) ha ritrovato il suo antico splendore, affascinando il visitatore con le sue forme e i suoi colori. A largo Leopardi, proprio di fronte al Teatro Brancaccio, un casaletto spesso ignorato dai passanti nasconde un piccolo gioiello. Nel giardino centrale della piazzola, racchiuso da una bella cancellata di ferro battuto, una doppia rampa di scale, gi tale nell'antichit, conduce a un ambiente semisotterraneo sin dalla sua costruzione (40-30 a.C.).
Come spesso accade, la scoperta avvenne in modo del tutto casuale nel 1874 durante i lavori per l'apertura di via Merulana, previsti dal Piano regolatore per la realizzazione del quartiere umbertino, che aveva il suo cuore pulsante a piazza Vittorio Emanuele. Dell'ambiente facevano parte altre strutture che furono demolite.
Proprio sull'Esquilino, il potente Mecenate, della cerchia dell'imperatore Augusto, aveva costruito la sua villa scegliendo un territorio precedentemente occupato da sepolture, che venne risanato con l'edificazione di altri ricchi insediamenti. L'auditorium si insedi in un tratto delle Mura Serviane, visibili e sporgenti all'esterno; faceva parte degli horti che andarono ad ampliare i possedimenti dello statista e la sua abitazione, che si trovava leggermente pi a sud, all'altezza delle successive Terme di Traiano. La sicura identificazione dell'edificio con la propriet di Mecenate  attestata da una fistula aquaria in piombo scoperta vicino l'edificio con il nome di Marco Cornelio Frontone (100-166), avvocato e oratore di chiara fama. Questo personaggio grazie alle sue ricchezze acquist i giardini, o forse gli furono donati dall'imperatore, perch la propriet dopo la morte di Mecenate era passata in eredit ad Augusto e al demanio imperiale.
L'ampio ambiente in penombra nel quale si entra  un'enorme sala absidata rettangolare (25 x 11 m circa) con vestibolo. L'esedra  articolata in sette stretti gradini rivestiti di marmo cipollino. L'aula era fornita di tre ingressi, dei quali resta solo quello che oggi consente di entrare. Quello principale (in facciata con una scala) e il secondo laterale furono chiusi dopo lo scavo. Il ninfeo era probabilmente coperto da una volta, considerando il notevole spessore dei muri.
La presenza dell'esedra e la sua conformazione a pi livelli avevano favorito la sua identificazione con un auditorium, ma pi correttamente si ritiene che fosse un ninfeo. Osservando i gradini da vicino ci si accorge che sono troppo stretti perch siano dei sedili; il primo, tra l'altro, spicca dal pavimento a una quota di un metro e dieci. Inoltre, nei sedili sono presenti diversi fori, da dove presumibilmente fluiva l'acqua: l'esedra perci non era altro che una fontana.
L'ambientazione della sala ricorda le grotte o i giardini all'aperto. Su ciascuna delle pareti lunghe si aprono sei profonde nicchie, decorate ad affresco con decorazioni a trompe l'oeil, piuttosto sbiadite, con boschetti e vegetazione dipinti dietro un'incannucciata. Sulle nicchie c' un fregio alto trenta centimetri, dove sono dipinti animali di vario genere su fondo nero.
Sopra la cavea sono state ricavate altre cinque nicchie, tuttavia pi piccole rispetto a quelle della navata. Anche qui ci sono pitture realistiche con scene di giardini, sotto le quali continua il fregio a fondo nero con animali policromi. Nella parte pi alta dell'edificio, lungo tutte le pareti c' una decorazione con candelabri vegetali.
L'edificio ebbe almeno tre fasi di vita. La pi antica  testimoniata da un pavimento in mosaico a tessere minute; fu ricoperto in un secondo momento con lastre di marmo in giallo antico e bigio. Un terzo intervento spiega la muratura in laterizio, che ha ampliato l'esedra.
Il ninfeo-auditorium  datato alla fine del periodo repubblicano, mentre gli affreschi di terzo stile si fanno risalire a epoca augustea anche per la loro somiglianza con la Villa di Livia a Prima Porta.
La basilica di San Lorenzo fuori le Mura
Una delle basiliche pi emozionanti di Roma  senza dubbio quella di San Lorenzo fuori le Mura, forse anche per la sua particolare posizione all'ingresso del Cimitero Monumentale del Verano, che la inserisce in un'atmosfera di sospensione tra il mondo visibile e quello metafisico.
L'edificio  formato dall'unione di due chiese con diverso orientamento, incardinate all'altezza dell'arco trionfale. Da qui, alcuni gradini in salita conducono al presbiterio privo di abside della basilica onoriana, fatta edificare nel tredicesimo secolo da papa Onorio terzo (1216-1227). Da questo stesso punto due ampie scalinate aperte in fondo alle due navate di destra e di sinistra conducono alla sottostante basilica pelagiana, che papa Pelagiosecondo(579-590) costru ad corpus, cio esattamente sulla tomba del santo, che ora si trova sigillata nella capsula marmorea dell'altare inferiore. I lavori di restauro di Onorio terzo portarono all'abbattimento dell'abside della chiesa altomedievale con il prolungamento, alle sue spalle, del nuovo corpo basilicale, mentre la navata della basilica di papa Pelagiosecondofu coperta dal presbiterio sopraelevato, diventando la cripta del nuovo edificio di culto. Dal 1881, l'antico nartece accoglie le spoglie di papa Pio nono (1846-1870), che era morto tre anni prima e sepolto in Vaticano. La traslazione in San Lorenzo al Verano venne fatta per dare seguito alle sue volont testamentarie.
Tre metri sotto il pavimento della chiesa onoriana corrono delle gallerie cimiteriali, tra cui una coassiale alla basilica, che conteneva il sepolcro di Lorenzo, all'altezza del ciborio. Nell'aula di culto, tra i due amboni contrapposti, le indagini archeologiche hanno ritrovato un'abside, al centro della quale si trovano quattro basamenti che farebbero pensare che il tabernacolo, che oggi ammiriamo sulla tomba di Lorenzo, prima fosse collocato l. In aggiunta, gli scavi hanno appurato che nel sotterraneo si trovava un altro polo cultuale, ubicato in una galleria obliqua all'asse della basilica, in un vano a L. Qui si trovava una tomba privilegiata, di forma circolare, che era stata monumentalizzata in modo piuttosto originale: dal pavimento emergeva una vera di pozzo, in cui i pellegrini calavano i loro oggetti personali per ottenere preziose reliquie.
La tradizione vuole che qui siano stati sepolti Abbondio e Ireneo (o Erennio), quest'ultimo custode della cloaca, ricordati il 22 e il 23 agosto. Il 26 dello stesso mese erano stati gettati in un pozzo, uccisi durante una persecuzione; le fonti medievali ricordano che nel portico della basilica era venerata la pietra utilizzata per annegare Abbondio.
Gli scavi eseguiti (1947-1949) dietro la tomba di Lorenzo hanno portato alla scoperta di un altro santuario martiriale ipogeo, dedicato ai citati Santi Abbondio ed Erennio, costituito da una sorta di pozzo installato sulla loro tomba, che venne di volta in volta sopraelevato in funzione della sopraelevazione del pavimento della basilica per interventi di ristrutturazione.
Nel 1957 accanto all'attuale basilica, in occasione degli interventi di restauro del muro di cinta del Cimitero Monumentale, danneggiato durante il bombardamento del 1943, furono fatti dei saggi di scavo sistematici tra le tombe, che hanno consentito di ritrovare e di ricostruire la planimetria della sontuosa basilica circiforme costantiniana (circa 100 x 36 m) L'edificio era simile alle altre basiliche a deambulatorio tipiche dell'architettura di Costantino il Grande (306-337).
La catacomba di Ciriaca al Verano
La vita e soprattutto la morte di san Lorenzo hanno suscitato sempre una grandissima impressione nel cuore della gente, che gli riserv da subito una grande venerazione. La sua festa  celebrata il 10 agosto perch  in questo giorno del lontano 258 che il diacono Lorenzo, grande benefattore e difensore dei poveri, fu barbaramente ucciso, facendolo morire su una graticola infuocata. Il suo pontefice, Sistosecondo(257-258), sepolto nella catacomba di San Callisto sull'Appia Antica, era gi stato giustiziato il 6 agosto con altri due diaconi, Felicissimo e Agapito (sepolti nella catacomba di Pretestato), dai soldati di Valeriano (253-260) dopo un editto con il quale l'imperatore era ben deciso ad annientare le gerarchie della Chiesa romana.
Per Lorenzo, l'imperatore Costantino (306-337) monumentalizz la tomba isolandola e realizzando delle scale, che consentivano ai fedeli di visitarla pi da vicino. Fece inoltre costruire poco lontana dalla sepoltura una grande basilica funeraria circiforme, come quella di San Sebastiano sull'Appia Antica o di Santa Agnese sulla Nomentana o dei martiri Marcellino e Pietro a Torpignattara, sulla Casilina. L'Ecclesia maior, come la definiscono le fonti antiche, nascosta dalle strutture del camposanto moderno, torn alla luce dopo il bombardamento del 1943 al quartiere di San Lorenzo, e fu scavata negli anni Cinquanta del Novecento. A Lorenzo, papa Damaso (366-384) dedic un carme e la prima chiesa dentro le mura della citt, la basilica paleocristiana di San Lorenzo in Damaso, oggi nascosta sotto il cortile del Palazzo della Cancelleria, mentre quella moderna  inglobata nella facciata.
Papa Sisto terzo, nella prima met del quinto secolo, gli dedic la chiesa di San Lorenzo in Lucina, mentre papa Pelagiosecondo(579-590) fece costruire al Verano la grande basilica ad corpus, cio sopra la tomba del santo, che in parte ancora vediamo inserita e ribaltata nell'orientamento, nell'attuale edificio realizzato nel tredicesimo secolo da papa Onorio (1216-1227).
Nel quinto secolo ben tre papi vollero essere sepolti presso la sua tomba: papa Zosimo (417-418), papa Sisto terzo (432-440) e papa Ilaro (461-468), anche se le loro sepolture non sono mai state ritrovate. E ancora, nel Medioevo il santuario di San Lorenzo sulla Tiburtina era cos tanto frequentato dai pellegrini che si costruirono delle strutture di accoglienza accanto al monastero. A San Lorenzo c'era una vera e propria cittadella fortificata, con una biblioteca, un impianto termale per i turisti del cristianesimo e una residenza vescovile.
A fronte di tutti questi interventi edilizi alla memoria di Lorenzo, ben poco rimane invece della catacomba di Ciriaca, essendo questa la sua precisa denominazione, che deriva dal nome della devota proprietaria del fondo nel quale fu sepolto il santo. La donna, vedova, protesse molti fedeli nascondendoli nella sua casa al Celio durante la persecuzione dell'imperatore Decio (249-251).
Il monumento  strutturato su cinque livelli e quel che resta  piuttosto deludente; la visita, quando possibile,  circoscritta soltanto a una piccola parte. La catacomba fu saccheggiata abbondantemente dai corpisantari alla ricerca di reliquie. A questo va aggiunto che l'antica necropoli sotterranea sub diversi danni e perdite con l'installazione del cimitero moderno. Gi nell'antichit, tra l'altro, la catacomba era stata danneggiata da frane e cedimenti strutturali dovuti a frequenti allagamenti. Negli ultimi decenni parte delle gallerie delle catacombe sono state ritrovate presso la collinetta a sinistra della basilica.
Sulla monumentalizzazione costantiniana della tomba del martire, con marmi pregiati e suppellettili preziose, cancelli di chiusura e grate d'argento non abbiamo grandi informazioni, se non quanto tramanda il Liber Pontificalis e un'immagine che ci viene da un oggetto ora perduto. Si tratta dell'encolpio di Sucessa, un piccolo medaglione-reliquiario datato al quarto secolo e ritrovato nel 1636 ora scomparso, tra l'altro ritenuto un falso del Seicento. Lo conosciamo grazie a un calco di piombo conservato ai Musei Vaticani e a un disegno. Su un lato del ciondolo si vede il martirio di Lorenzo, mentre nell'altro  rappresentato un piccolo ciborio con colonnine tortili, chiuso da cancellate e sovrastato da due archi a crociera. La sistemazione odierna della Confessione nella chiesa onoriana risale alla sistemazione realizzata nell'Ottocento dall'architetto Virginio Vespignani (1808-1882).

10. DA PIAZZA VENEZIA A VIA CASILINA.

NOTIZIE STORICHE

Viale Manzoni, Porta Maggiore, via Casilina.

Viale Manzoni  il grande stradone alberato, dedicato all'autore dei Promessi sposi, che va da via Giovanni Giolitti a via Merulana. All'incrocio con via Emanuele Filiberto c' la fermata della Linea A, denominata Manzoni-Museo della Liberazione per la vicina via Tasso.
Nel gennaio del 2006 per lavori di ammodernamento la stazione fu chiusa per circa un anno, durante il quale si fecero scoperte archeologiche molto interessanti. In questa circostanza, infatti, torn alla luce una domus romana, non molto estesa, ma piuttosto importante, che si ritiene facesse parte degli Horti Lamiani, una splendida zona verde della citt e del demanio imperiale. Della domus  stato salvato un tratto di muro di epoca repubblicana che, insieme con gli altri reperti scoperti,  stato musealizzato all'interno della stazione, che  diventata cos la prima fermata archeologica della metropolitana romana. Dal maggio del 2018 si  aggiunta l'archeo-stazione di San Giovanni, che rispetto a questo primo tentativo ha fatto passi da gigante.
Negli scavi archeologici di viale Manzoni  stata recuperata la stratificazione antica, compresa una strada pavimentata, che  datata al secondo secolo a.C. Prima della bonifica del 35 a.C. per opera di Mecenate, e la sua riconversione in area residenziale, questa zona della citt era occupata da una vasta necropoli.
Nel corso del tempo Porta Maggiore ha avuto pi denominazioni: Porta Praenestina, Lavicana, Dominae, Major Sessoriana e infine Maggiore, come oggi la chiamiamo. In questo sito convergono otto degli undici acquedotti romani, non solo perch si trova a est della citt, punto di raccolta della maggior parte dell'acqua che affluiva all'Urbe, ma anche perch sta a un'altitudine tale che consentiva un suo facile smistamento, appartenendo all'Esquilino, che  il pi alto dei sette colli romani.
Il luogo  ricordato anche con il toponimo ad Spes veterem per la presenza di un tempio dedicato alla Speranza (477 a.C.), eretto dopo una battaglia tra Romani e Veientani e del quale non  stata mai rintracciata la posizione.  detto della Speranza vecchia (veterem) per distinguerlo da un altro sempre dedicato a Spes, ma pi recente, sorto al tempo della prima guerra punica, ma ricostruito nel 212 a.C. dopo un incendio, e ancora ristrutturato nel 17 d.C. da Germanico. Si trova in via del Foro Olitorio e fu inglobato nelle strutture della chiesa di San Nicola in Carcere insieme con i vicini templi di Juno Sospita e Janus. Osservando la chiesa, nel muro di sinistra si vedono chiaramente incastonate delle colonne di ordine dorico, che appartenevano al recinto esterno occidentale del suddetto tempio, mentre nei sotterranei sono visibili i basamenti e gli stradelli che separavano i tre edifici di culto.
La porta fu costruita come cavalcavia delle vie Prenestina (a sinistra) e Labicana, oggi via Casilina, (a destra), che si diramavano a Y dalla Porta Esquilina, consentendo cos il passaggio dell'Aqua Claudia, di cui vediamo il condotto, al di sopra del quale transita anche il canale dell'Anio Novus, due acquedotti iniziati da Caligola nel 38, ma completati da Claudio nel 52.
La porta a due fornici, per il passaggio delle due strade di cui si  detto, fu realizzata appunto nel 52, secondo lo stile rustico di epoca claudiana, come possiamo vedere anche nelle cosiddette Colonnacce del Portico di Claudio a Fiumicino, che erano il fronte monumentale della struttura portuale lungo la banchina e presso i vicini magazzini.
In epoca aureliana la porta fu inclusa nelle mura come si fece con la Piramide Cestia sull'Ostiense, mentre in seguito, sotto Onorio (395-423), fu fortificata costruendo davanti alla porta stessa una torre rotonda, con altri due torrioni quadrati laterali; questo fabbricato ha consentito che la porta arrivasse fino a noi com'era in origine. Quando nel 1838 papa Gregorio sedicesimo decise di restaurarla, fece abbattere il bastione onoriano, ritrovando la tomba del fornaio M. Virgilio Eurisace e della moglie Atistia (30 a.C.), che era rimasto inglobato nella torre rotonda onoriana.
L'attuale via Casilina, strada di origine medievale che arrivava a Casilinum (odierna Capua), ricalca in massima parte l'antico tracciato della via Labicana, almeno fino a Labicum, limite dei Colli Albani, dove si univa alla via Latina per arrivare alla sua destinazione finale.
In et tardoantica, su questo tracciato sono accertati cinque cimiteri ipogei: tre sono a carattere comunitario - le catacombe di Castulo, dei Santi Marcellino e Pietro e di Zotico - e due di diritto privato - l'ipogeo degli Aureli e quello di Villa Celere. Alsecondomiglio della via c'era anche una piccola catacomba ebraica, ora scomparsa.
La catacombetta di Zotico fu scoperta e restaurata nel 1956, ma  difficilmente visitabile. Si trova all'altezza della Borgata Finocchio lungo via di Cavona; si tratta di un cimitero del suburbio datato da alcune iscrizioni tra il quarto e il quinto secolo. I martiri - Zotico, Ireneo, Giacinto e Amanzio - vennero forse sepolti nella cappella in fondo a destra della galleria principale, munita di un lucernario. In una piccola cripta  visibile un lacerto di affresco con l'immagine di tre personaggi.
L'ipogeo pagano di Villa Celere, scoperto nel 1838, fu creduto inizialmente cristiano per la presenza di una colomba raffigurata con un ramoscello tra le zampe. Si trova all'incrocio di via Casilina con via di Villa Celere. L'ambiente funerario  fornito di cubicoli e nicchie pavimentali ornate con mosaici colorati.
La catacomba di Castulo fu vista per la prima volta nel 1685 da Raffaele Fabretti (1618-1700), e riscoperta da Giovanni Battista de Rossi (1822-1894) nel 1864. Si trova a poco pi di un chilometro dalle Mura Aureliane lungo la ferrovia Roma-Napoli, sotto l'acquedotto Claudio. Purtroppo a causa del pessimo stato di conservazione, le poche gallerie superstiti sono inaccessibili. In questo cimitero  ricordato il martire Castulo, il quale fu vittima della persecuzione di Diocleziano (284-305) e fatto uccidere dallo stesso imperatore, sebbene sembri facesse parte della sua schiera di camerieri (cubicularii), perch aveva nascosto nella sua casa, al Palatino, numerosi cristiani. La sua passio racconta che fu gettato in una fossa e sepolto vivo sotto un cumulo di terra.
Le catacombe, dove quando perch.
Nessuno penserebbe a un cimitero come a un luogo dove si va a dormire. Eppure il termine deriva da coemeterium, dal greco koimetrion, che a sua volta origina dal verbo koimao, cio dormire. Ed  in questo luogo che i cristiani seppellivano i loro morti che dormivano in attesa della resurrezione e della vita eterna.
In un primo momento le sepolture cristiane si fecero nei cimiteri pagani all'aria aperta, sub divo. Gli stessi apostoli, Paolo e Pietro, furono tumulati in necropoli pagane.
In seguito, verso la fine del secondo secolo, i cristiani scelsero di deporre i propri morti nelle catacombe, che per motivi di praticit e di economia spesso sfruttavano strutture gi esistenti, come cunicoli idraulici o cave di pozzolana; potevano raggiungere anche i cinque/sei piani in profondit, quasi venti metri sotto il livello di campagna. La scelta di scavare nel sottosuolo invece di innalzare delle strutture fuori terra fu dettata anch'essa da motivi economici, perch rappresent una soluzione meno costosa, ed era anche facilitata dal fatto che il sottosuolo di Roma  costituito in massima parte da grossi banchi di tenero tufo vulcanico agevolmente sterrabili.
Allo scavo delle gallerie sotterranee lavorava una maestranza di manovali, i cosiddetti fossori, dipendenti dal clero; vi facevano parte anche operai specializzati nella decorazione delle cappelle (quadratari, pittori, musivari).
Il termine catacomba deriv dall'espressione greca kat kymbe, letteralmente presso le cavit, facendo riferimento a un cimitero che si trovava in un avvallamento della via Appia Antica, la catacomba di San Sebastiano. Qui, in antico, c'erano delle cave di pozzolana che furono utilizzate per usi funerari prima dai pagani e, in seguito, dai cristiani.
La parola, nel tempo, fin per indicare tutti i cimiteri sotterranei che da allora in poi sono chiamati catacombe. Ci dovrebbe quindi sgombrare anche il campo da una leggenda metropolitana che le catacombe fossero il luogo dove i cristiani si rifugiassero per sfuggire alle persecuzioni. Pu darsi che, occasionalmente, quelle gallerie che avevano diversi punti d'ingresso, offrissero temporaneo riparo;  tuttavia certo che le catacombe furono solo ed esclusivamente dei cimiteri, dove erano seppelliti i defunti e dove si tornava a visitare i propri cari, per celebrare il rito del refrigerio e dell'agape, due consuetudini mutuate dai pagani, entrambe legate al rito del banchetto.
Catacomba di Generosa: veduta dei resti della basilica damasiana da una tavola della Roma Sotterranea Cristiana di G. B. de Rossi.
Nel buio delle gallerie i cristiani personalizzavano le sepolture dei propri cari con gli oggetti pi vari: monete fuori corso, vetri dorati, giocattoli, statuine d'avorio, e affrescavano le tombe pi ricche, gli arcosoli o le cappelle, dapprima con immagini di oranti e di santi, traendo ispirazione dai motivi classici, e poi con episodi presi dall'Antico Testamento, con significati escatologici. Quando, poi, si cominciarono a costruire le basiliche, le storie bibliche riempirono le ampie pareti dei sacri edifici per raccontare e insegnare ai cristiani la buona novella.
Per circa due secoli, dal secondo al quarto, le catacombe furono i cimiteri ufficiali della Chiesa di Roma.
Con il riconoscimento ufficiale della religione cristiana i fedeli tornarono a seppellire all'aperto, mentre le catacombe finirono per diventare dei santuari, veri e propri centri devozionali, dove i pellegrini cristiani, provenienti da ogni parte dell'impero romano, si recavano per celebrare il dies natalis del santo, cio il giorno della sua morte, ma anche della sua nascita a nuova vita. Proprio per facilitare questi viaggi, verso la met del settimo secolo, si pubblicarono delle particolari guide turistiche - la Notitia ecclesiarum Urbis Romae e il De locis sanctis martyrum quae sunt foris civitatis Romae - che i viaggiatori portavano con s per visitare questi luoghi di culto, come si usa fare oggi quando si visita un Paese straniero o una citt. Lo studio di questi antichi documenti ha consentito agli archeologi di ricostruire la cronologia e la topografia delle catacombe romane.
Infine, le invasioni barbariche, la pericolosit delle contrade extraurbane e per ultimo la traslazione delle reliquie favorirono l'abbandono e la perdita persino del loro ricordo, ma le catacombe di San Sebastiano, di San Pancrazio, di San Valentino e di San Lorenzo furono sempre visibili, anche nel Medioevo. Erano monumenti collegati con chiese suburbane, che avevano sempre conservato i corpi dei loro santi titolari.
Tra il diciassettesimo e diciottesimo secolo si svilupp il fenomeno dei corpisantari. Molte catacombe furono abbondantemente saccheggiate per la ricerca di reliquie. I cercatori di corpi santi penetravano nei cimiteri profanando le tombe, per estrarre quelli che erano ritenuti i resti sacri dei martiri. Quest'attivit, talvolta non esente da abusi e interventi clandestini finalizzati al commercio, era stata ufficializzata nel 1622 dall'autorit ecclesiastica con intenti prettamente apologetici, che ebbero una grande influenza sugli studi delle antichit cristiane dell'epoca. I vari simboli graffiti o dipinti sui poveri loculi o presso gli arcosoli, come le figure della palma o della colomba con il ramo d'ulivo, bastavano per riconoscere le tombe come venerate; bastavano anche alcune suppellettili-tipo, come i piccoli vasi vitrei o fittili murati sui sepolcri, che servivano ai parenti del defunto per riconoscere la tomba del proprio congiunto, o i portaprofumi, che invece erano scambiati per vasi di sangue,, quei preziosi contenitori nei quali si credeva che gli antichi cristiani avessero raccolto il sangue dei martiri.
Le catacombe furono riscoperte in modo casuale nel sedicesimo secolo grazie a un archeologo ante litteram, Antonio Bosio (1575-1629), che esplor le vie consolari rintracciando e identificando gli ingressi di circa trenta catacombe. Per la sua instancabile e accurata ricerca si merit l'appellativo di Cristoforo Colombo della Roma sotterranea, attribuitogli da Giovanni Battista de Rossi (1822-1894), la figura pi rilevante nel campo dell'archeologia cristiana.

ITINERARIO

L'ipogeo degli Aureli.

Intorno al 230 d.C., Aurelio Felicissimo commission una cappella funeraria per i suoi due fratelli, Aurelio Onesimo e Aurelio Papirio, e per la sorella Aurelia Prima, come si legge nell'iscrizione musiva che la arreda. Il sepolcro, tanto prezioso quanto misterioso nel significato allegorico degli affreschi,  inserito in un ipogeo a carattere privato e familiare, che ora si conserva sotto il palazzo della fiat di viale Manzoni.
Il sotterraneo  uno dei pi importanti complessi funerari del terzo secolo; in parte fu scavato nel tufo e in parte costruito con laterizi tipici dell'epoca severiana (193-211), emergendo all'esterno come un grande mausoleo. Fu scoperto casualmente durante i lavori per la costruzione di un garage nel 1919.
Oggi si trova a circa otto-dieci metri di profondit. Fu scavato all'esterno delle Mura Serviane, ma dopo la costruzione delle Aureliane e l'ampliamento della fascia del pomerio l'ipogeo si trov all'interno della citt e per questo motivo sarebbe stato abbandonato.  un monumento di due piani con un recinto funerario nel sopratterra, distrutto durante la costruzione dell'edificio moderno;  composto di tre ambienti su due diversi livelli. In epoca pi tarda inizi lo scavo di alcune gallerie cimiteriali, che tuttavia si blocc verosimilmente proprio a causa della nuova cinta aureliana, che imped lo sfruttamento del complesso funerario all'interno delle mura urbiche, come prevedeva la legislazione romana.
Una volta entrati nel monumento, sulla sinistra si apre un primo cubicolo che faceva parte del sopratterra; fu utilizzato nell'Ottocento per la costruzione di una casa rustica, poi demolita nel 1921. Nel pavimento della camera funeraria ci sono sei sepolture, mentre le mura sono dipinte con scene forse dei protoparenti: il peccato originale e la creazione del primo uomo. Su altre pareti ci sono delle rappresentazioni prospettiche di citt con figure di docenti, forse gli evangelisti. Le pitture sono molto rovinate.
Tre rampe di quattro gradini conducono a un pianerottolo, che si trova a tre metri di profondit. A destra e a sinistra, attraverso altri scalini, si scende ai cubicoli inferiori, che si trovano cinque metri pi in basso.
A noi interessa in modo particolare la cappella funeraria degli Aureli, a sinistra. Ai piedi della scala, come un tappeto disteso sul pavimento, si pu leggere l'iscrizione musiva che cita i proprietari del sepolcro, mentre tutti i muri (compresa la volta), sono completamente ricoperti di affreschi organizzati su tre registri. Sulle pareti ci sono delle tombe ad arcosolio, mentre altre sepolture sono state ricavate nel pavimento. Quasi al centro del soffitto c' un lucernario quadrato. In questa stanza dalla forma irregolare si trovano pitture famose ma singolari, chiare nel loro contesto bucolico-filosofico tipico del terzo secolo, ancora incerte nel loro significato ontologico, tanto da offrire spazio a pareri diversi.
Nella cappella ci sono degli scenari veramente originali per la pittura funeraria.
Il primo grande quadro, a sinistra, riproduce un ambiente collinare con un personaggio importante, seduto, con lunghi capelli e una barba folta, mentre sta leggendo un rotulo; lungo le pendici del colle brucano undici pecore. Segue una scena equestre: un cavaliere al galoppo davanti a un tempio, anch'egli con un papiro in mano;  seguito da alcuni personaggi, mentre un gruppo di persone gli va incontro uscendo da una porta di citt rappresentata a volo d'uccello. Sulla parete di fondo ancora una citt circondata da mura, con un personaggio centrale in tunica bianca che stringe in mano uno scettro, sembra giudicare delle persone o forse sta parlando alla folla in ascolto. In evidenza c' un piccolo gruppo di tre persone, forse gli stessi Aureli menzionati nell'iscrizione a mosaico; accanto, un giardino fiorito e altre persone vestite di bianco. Nella parete a destra  rappresentata una scena di banchetto e il ritorno di Ulisse a Itaca anche se, recentemente, si vuole avvicinare l'immagine all'episodio di Ulisse e Circe, nel momento in cui la maga restituisce la forma umana ai tre compagni dell'eroe: Macareo, Polite ed Elpenore.
Tornando sui nostri passi si arriva di nuovo sul pianerottolo per scendere nell'altro ambiente, che invece  decorato con uno stile lineare e con un linguaggio pittorico diverso e di minore pregevolezza artistica rispetto agli altri dipinti. Prima di entrare nella cappella funeraria vera a propria, si accede in una sorta di vestibolo affrescato con uomini togati. Per molto tempo si  ipotizzato che uno dei personaggi raffigurati nel cubicolo indicasse una croce, fatto veramente singolare in epoca precostantiniana. Una pi attenta lettura ha invece fatto notare che si trattava soltanto di una ghirlanda pendula con terminazione cruciforme, come si pu vedere in altri esempi pittorici conservati nello stesso ipogeo. Anche il secondo cubicolo, che si raggiunge dopo un'altra rampa di scale di cinque gradini,  completamente affrescato con una serie di personaggi in tunica e pallio e con il consueto repertorio animalistico e vegetale.
La singolarit delle immagini che si vedono nell'ipogeo degli Aureli ha alimentato delle interpretazioni, che vedono di volta in volta i proprietari del monumento o del tutto pagani o da poco convertiti al cristianesimo o addirittura appartenuti a sette eretiche come i carpocraziani o gli ofiti-naasseni o i montanisti o i valentiniani. Altri ancora, vogliono vedere negli affreschi alcuni episodi tratti dal Libro di Giobbe.
Nel tentativo di fornire un'interpretazione pi convincente, il ciclo degli affreschi oggi  inquadrato nel contesto ideologico e culturale tipico del terzo secolo, durante il quale la tematica bucolico-filosofica, allusiva della condizione di felicit, divenne il cuore pulsante della vita letteraria e artistica. I defunti sono rappresentati in una sorta d'ideale locus amoenus, spesso visti come filosofi, come uomini dotti, possessori della conoscenza, della saggezza, della dottrina.
 quanto sembra emergere da questo monumento veramente degno di attenzione, dove la presenza di nuclei familiari pagani e cristiani sembra trovare in queste valenze simboliche un comune denominatore. Simbolismo che in pieno quarto secolo, e con un significato pi esteso, sar assorbito e utilizzato in ambito cristiano fino a raffigurare, se pensiamo alle cosiddette scene filosofiche, sia gli apostoli che lo stesso Cristo in veste di docenti e di rappresentanti della vera dottrina.
La basilica neopitagorica
Perch la basilica fu abbandonata cos precipitosamente? E chi si riuniva in quell'aula sotterranea ricoperta di splendidi stucchi, ancora tanto misteriosi nel loro significato allegorico? Sar poi vero, come assicura qualche leggenda popolare, che l si svolgevano sedute spiritiche e che tutt'attorno veleggiano i fantasmi?
Domande. Domande senza risposta, se non una certezza: quel monumento nascosto sotto la ferrovia Roma-Pisa a Porta Maggiore  ancora un grande mistero per gli studiosi e un grosso problema per gli archeologi, che devono continuamente combattere contro l'usura del tempo, i danni dell'umidit e le vibrazioni dei treni per proteggere un'opera architettonica che ci ha tramandato un ciclo di stucchi unico nel suo genere.
La basilica correntemente nota come neopitagorica di Porta Maggiore fu scoperta in modo del tutto accidentale nel 1917, a causa dello smottamento del terreno sotto la linea ferroviaria. Agli occhi dei primi a entrare apparve un edificio sacro absidato, sotterraneo gi dall'antichit, suddiviso in tre navate con sei pilastri ognuna, e volte a botte ricoperte da candidi stucchi, che oggi stanno perdendo il loro colore immacolato.
Gi da subito si comprese la difficolt di collocare il monumento in un ambito funzionale ben definito.
Nessun arredo, nessuna suppellettile: urne, lucerne, altari... verosimilmente saccheggiati. Soltanto dei calchi in negativo fanno presupporre l'esistenza di basi d'appoggio ai piedi dei pilastri, forse utilizzate per sostenere delle statue oppure delle urne e forse la presenza di un'ara tra due pilastri, mentre in fondo, nell'abside, un'impronta nel muro fa ipotizzare un seggio.
Qual era dunque la funzione di questo edificio, che anticipa nelle forme le basiliche paleocristiane del quarto secolo? Un tempio funerario? Una tomba? Un ninfeo?
E qual  la datazione del misterioso monumento? Soltanto alcuni elementi murari in opus reticulatum nell'atrio, e l'analisi dello stile degli stucchi collocherebbero l'edificio in epoca tiberiana (14-37), ma per l'archeologo francese Jrme Carcopino (1881-1979), che l'ha identificata come un luogo di culto misterico dei neopitagorici, la basilica va inserita durante l'impero di Claudio (41-54), quando il neopitagorismo fu perseguitato e i suoi adepti accusati di occultismo e di magia. Oggi la sua ipotesi non  pi accettata. La basilica avrebbe avuto il duplice utilizzo funerario e religioso.
Il complesso ciclo di stucchi che la decora, tanto eterogenei quanto indecifrabili, sembra echeggiare simbologie misteriche della vita e della morte. Proprio al trapasso nel mondo delle anime, al passaggio dal mondo sensibile a quello invisibile alluderebbe il quadro dell'abside, il pi importante di tutto il ciclo: Saffo, sospinta da un erote, precipita nel mare gettandosi dalla roccia di Leucade accolta da Leucotea, la bianca dea del mare, e da un tritone. Nella rappresentazione scenica del suicidio della poetessa greca sono presenti anche Apollo e Faone.
La basilica  composta di un'aula a tre navate;  lunga dodici metri per nove e alta sette.  preceduta da un atrio quadrato, anch'esso stuccato e dipinto, fornito di un originale lucernario, unica fonte di luce dell'ambiente, che doveva essere sempre in penombra. Non sembra, infatti, che i fori visibili sotto gli archi possano aver sostenuto delle lucerne, essendo i muri privi di tracce di fumo. Forse non si fece in tempo a utilizzarle?
All'edificio sotterraneo si accedeva attraverso una rampa in discesa parallela all'aula, che girando due volte a sinistra immetteva prima nell'atrio e poi nel tempio vero e proprio. Oggi si scende tramite una scala moderna perch l'ingresso antico, sepolto sotto il crollo,  ancora inesplorato. Il nuovo ingresso si trova a Porta Maggiore, all'angolo tra piazzale Labicano e via Prenestina.
Nel 1951, per proteggere il monumento dalle vibrazioni dei treni, tutta la struttura  stata incapsulata in una scatola di cemento armato, che la preserva ai lati e sulla volta, ma non dall'umidit, che risalendo dal pavimento lungo le pareti favorisce la crescita di alghe rosate, che stanno modificando il colore bianco originale e che gonfiano gli stucchi, rendendoli simili a fragili meringhe propense a sbriciolarsi e a cadere in terra, lasciando sulle pareti solo la sagoma del disegno.
Nel 1981 l'opera di ricognizione sullo stato di salute degli stucchi ha consentito di appurare che in quel luogo sacro lavorarono pi artisti con diversi livelli di manualit. Cos si  potuto osservare che il maestro dell'abside ha fatto uso di disegni preparatori in rosso, una sorta di sinopia vista per la caduta di alcune parti a rilievo. La tecnica preparatoria delle navate  di diversa qualit e tracciata in modo sommario con una punta.
Il ciclo di stucchi copre le volte dell'atrio e delle tre navate con una serie di scene racchiuse in un complesso partito geometrico: quadrati, rettangoli, losanghe, dove scene che si possono considerare di genere sono alternate con personaggi e storie tratte dalla mitologia greca. Al centro del soffitto della navata centrale  rappresentato il mito del ratto di Ganimede da parte di un genio alato al posto dell'aquila. Ai suoi lati due quadri presumibilmente identici (uno dei due  perduto), con la scena di un Dioscuro rapito da una Leucippide. I quadri minori rappresentano Calcante e Ifigenia, Eracle e Atena, Paride e Elena, Giasone e Medea, Oreste e Ifigenia in Tauride, Eracle ed Esione, il Toro e i Gemelli. L'insieme delle immagini  completato con soggetti ripetuti in modo simmetrico, che rappresentano maschere, animali o elementi decorativi in genere.
Dal punto di vista architettonico, l'edificio fu realizzato scavandolo nel tufo e gettando la volta sul terreno, che fu asportato dall'interno dopo il consolidamento della massa cementizia. In seguito la struttura fu intonacata e stuccata. Il pavimento fu invece mosaicato in bianco con una cornice formata da due fasce nere, che inseguono il perimetro della sala e dei suoi elementi architettonici.
Porta Maggiore come appariva nel Seicento in un'incisione di Giuseppe Vasi.
Il fantastico monumento, che si visita a piccoli gruppi,  ancora in fase di delicato restauro da diversi anni. Una volta terminato forse la basilica neopitagorica ci sveler qualcuno dei suoi segreti?
Intanto si  visto che nelle pareti del vestibolo, oltre al bianco candore che contraddistingue l'edificio, ci sono dei colori. L'azzurro nei medaglioni geometrici con figure di menadi che cavalcano pantere; il rosso pompeiano nello zoccolo, dove si vedono scenette di vita quotidiana. Nel mosaico pavimentale ci sono motivi a palmette.
Questo impenetrabile monumento ci racconter anche chi lo ide e lo realizz? Anche se il legame con personaggi dell'antichit non sarebbe pi tanto un enigma.
La basilica neopitagorica appartenne alla gens Statilia.
Il fondatore dovrebbe essere stato Tito Statilio Tauro, luogotenente di Augusto e console nell'11 d.C., mentre in una seconda fase un suo omonimo, accusato di essere dedito a culti misterici, suicida nel 53 d.C., avrebbe firmato il programma decorativo del vestibolo.
La catacomba di Marcellino e Pietro, ad duas lauros
Torpignattara sulla via Casilina, l'antica via Labicana, un quartiere di Roma. Prende il nome dal mausoleo rotondo ad duas lauros, che fu la tomba monumentale di Elena, madre di Costantino. La sua volta, quasi completamente crollata, fu costruita con anfore in cotto, che avevano il compito di alleggerire il suo nucleo cementizio e ridurre i tempi d'indurimento della malta; le anfore sono comunemente chiamate pignatte, da cui deriva la denominazione di Torpignattara.
Il mausoleo era stato voluto dall'imperatore Costantino (306-337) probabilmente per s stesso, come farebbe ipotizzare l'imponente arca in porfido egizio ornata con scene di battaglia. Un tempo stava nel sepolcro e nel 330 accolse le spoglie dell'imperatrice madre, Elena (Flavia Iulia Helena Augusta). Dal 1778 il sarcofago  conservato al Museo Pio Clementino in Vaticano. Un mausoleo molto simile, successivo di circa venti anni, si trova presso la catacomba di Sant'Agnese; qui fu sepolta Costanza, la figlia di Costantino. Anche il suo sarcofago  affine al precedente, ma decorato con immagini di vendemmia. Possiamo ammirarne una copia nello stesso mausoleo, mentre l'originale si trova anch'esso ai Musei Vaticani.
La tomba monumentale di Sant'Elena  datata tra il 324 e il 326; misura circa trenta metri di diametro per ventisei di altezza. Si agganciava al lato corto (est) di una basilica circiforme martiriale intitolata ai martiri Marcellino e Pietro. L'originale struttura, creata dagli architetti dell'imperatore,  la pi piccola tra le altre cinque basiliche a deambulatorio edificate nella Capitale.
In questa zona esisteva una catacomba comunitaria attiva gi dal terzo secolo, presumibilmente sorta in epoca gallienica (253-268). Le indagini archeologiche hanno evidenziato anche l'esistenza di una precedente necropoli pagana a incinerazione e tre mausolei di epoca augustea.
Occorre ancora ricordare che prima dell'intervento costantiniano quest'area, a vocazione evidentemente funeraria, ospitava anche la necropoli degli equites singulares, il corpo speciale di cavalleria imperiale, sciolto proprio da Costantino dopo la battaglia ad saxa rubra presso Ponte Milvio, che vide questa milizia a cavallo schierata con l'antagonista e perdente Massenzio. Il corpo d'armata aveva la sua caserma al Laterano, le cui rovine restano imprigionate sotto la basilica di San Giovanni, primo edificio di culto fatto costruire dall'imperatore vittorioso.
I due cimiteri, la necropoli degli equites singulares e la catacomba cristiana sotterranea, coesistevano ognuno entro confini ben definiti: l'una nel sopratterra, l'altra nel sottoterra. Con l'intervento costantiniano la catacomba cominci a espandersi e a occupare, nel sottosuolo, anche la zona che all'aria aperta era stata l'area funeraria dei cavalieri della guardia imperiale, mentre una buona parte delle strutture dell'antico recinto funerario degli equites furono ripercorse dal portico della basilica circiforme.
La catacomba ad duas lauros  una necropoli molto vasta, composta da diverse regioni e articolata su quattro piani, due dei quali scoperti con gli scavi del 1985. Le sue gallerie sono piuttosto irregolari, con passaggi stretti in alcune zone.  un cimitero particolarmente ricco di affreschi e cicli di pitture a tema. Nei suoi sotterranei si trovano il santuario dedicato ai due martiri e santi titolari, appunto Marcellino e Pietro, e altri luoghi di culto, ricordati dalle fonti antiche.
All'inizio del quarto secolo le sepolture di Marcellino e Pietro, al primo piano della regione X, erano due semplici loculi sovrapposti nella parete di fondo di un cubicolo, dietro al quale venne scavato un ampio retrosanctos. In epoca damasiana si ricav un ambiente a L per facilitare l'accesso dei pellegrini, che accedevano al sotterraneo da una scala proveniente dal soprastante portico nord della basilica circiforme.
Il sepolcro venerato fu monumentalizzato con un ciborio fornito di pilastrini scanalati, una mensa, delle transenne e una grande lastra marmorea, sulla quale papa Damaso (366-384) aveva fatto incidere l'epigramma composto per i martiri con il racconto della loro passio. I due martiri sarebbero stati uccisi in un bosco dove, in un primo momento, vennero sepolti. In seguito una certa Lucilla avrebbe fatto traslare i corpi nelle catacombe. Il pontefice ci informa di aver appreso queste notizie dallo stesso carnefice, che aveva eseguito la condanna.
Un intervento pi rilevante lo dobbiamo invece a papa Onorio (625-638), autore anche della basilica di Santa Agnese sulla Nomentana. Il pontefice fece ingrandire l'ambiente attorno al sepolcro dei martiri, eliminando quanto lo circondava. Il blocco di tufo che conteneva le sepolture fu isolato e il pavimento fu sopraelevato, per consentire la celebrazione della liturgia sulla loro tomba, che fu utilizzata come altare.
La basilica sotterranea fu dotata di un'abside e di uno scalone, che sostitu quello damasiano. La scala conduceva anche a un piano superiore dove, probabilmente, si trovava il santuario di Tiburzio, un altro santo ricordato nella catacomba.
Nel cimitero sotterraneo, nella regione C, che si sviluppa sotto la basilica costantiniana, sono stati ipotizzati altri due santuari, dedicati rispettivamente ai Quaranta e ai Trenta martiri, mentre un altro luogo, che presenta chiari segni di una frequentazione cultuale, si trova nella regione Y. In questa zona  stato trovato un graffito che invoca San Clemente, il quale  citato dalle fonti in riferimento ai Quattro Coronati; questa circostanza fa ipotizzare l'esistenza di un santuario a loro dedicato.
In questa stessa regione, che si ritiene abbia avuto origine da una cisterna, si trova il primo importante ciclo di pitture scoperto nel 1881 da Giovanni Battista de Rossi, che egli stesso defin delle agapi, per la presenza di molte scene di banchetti funerari. Alla fine degli anni Cinquanta del Novecento furono scoperte nuove aree con la stessa tipologia di affreschi chiamate regioni delle nuove agapi. Un altro soggetto frequentissimo nella catacomba di Marcellino e Pietro  l'immagine del fossore, ripetuto con insistenza su diverse tombe. Altre pitture degne di rilievo sono il cubicolo degli atleti e il cubicolo della Madonna con i Magi nella regione Z.
Anche la catacomba di Marcellino e Pietro non  rimasta esente dal fenomeno dei corpisantari. Qui, addirittura, nella seconda met del Settecento, il gesuita G. M. Mazzolari, detto Partenio, usava distruggere le tombe antiche imbiancando le pareti, per creare delle cappelle sotterranee e dotarle di altare.
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FINE.